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Son Tutti Open col Source degli Altri

1 dicembre 2014

(Credits: il titolo di questo post e’ tratto da una frequente citazione dell’amico Stefano di Torino)

Ecco, la svolta. Microsoft ama l’opensource. E non lo bisbiglia l’ultimo dei dipendenti nascosto in un angolo, ma lo grida l’amministratore Satya Nadella in persona annunciando maggiore supporto a Linux nella sua strategia cloud. Rilascia il framework .NET, uno dei suoi cavalli di battaglia, su GitHub con licenza aperta. Sbandiera il suo nuovo amore in lungo ed in largo, dotando pure i valletti al CodeMotion milanese di maglietta con l’inedito motto stampato a chiare lettere. Carlo Purassanta, amministratore delegato di Microsoft Italia, sta facendo il giro delle piazze mediatiche per rendere edotto anche il pubblico nostrano del cambiamento (e dare una lustrata al brand). E l’azienda vola in borsa, arrivando a collocarsi come la seconda impresa di maggior valore al mondo.

Questi, i fatti presentati dalla stampa generalista. Poi c’e’ tutto il resto.

Iniziamo dalla fine. Ovvero dalla situazione economica. Certo le quotazione Microsoft sono salite dall’inizio dell’anno, ma guardando i grafici ci si rende conto anche del periodo turbolento di Exxon, l’azienda petrolifera scesa di un gradino nel podio delle piu’ ricche (cedendo appunto il posto al colosso di Redmond), i quali affari sono evidentemente condizionati dall’incerta situazione medio-orientale che tutti ben conosciamo. Alla luce di tale piccolo dettaglio matematico, forse i vari entusiastici proclami sulla solidita’ e la crescita indotti dal Messia Nadella andrebbero almeno un poco ridimensionati: non e’ Microsoft ad aver fatto meglio ma e’ Exxon ad aver fatto peggio, il risultato non cambia ma le condizioni si.

Tale premessa di carattere squisitamente monetario e’ doverosa per comprendere le motivazioni di quella che appare come una mossa – o meglio, una serie di mosse – incomprensibile. Microsoft e’ indubbiamente ricca, ma meno di quanto non sia stata abituata ad esserlo nel decennio scorso. Al primo posto nella summenzionata classifica azionaria c’e’ Apple, il di cui capitale e’ circa il doppio. Le uniche fonti di profitto, a dispetto degli sforzi dispiegati su vari fronti, erano e sono il pizzo della licenza Windows da tutti pagato sui computer di nuovo acquisto ed il monopolio Office (esteso ora al “cloud”), ambiti che tutti sanno essere destinati a perdere sempre piu’ rilevanza nell’Era Mobile. Certo in qualche modo la loro presenza cresce in diversi settori sinora inediti, ma quanto in proporzione agli altri? Persino la misconosciuta Xiaomi, l’ultima arrivata sul mercato degli smartphone, li ha superati (peraltro sfruttando proprio la disponibilita’ di una piattaforma opensource, ovvero Android): davvero a Redmond non vale la pena stappare lo champagne quando escono nuovi dati aggiornati sul marketshare. Ed in tali condizioni ovviamente risulta sempre piu’ difficile coinvolgere sviluppatori e smanettoni, alla ricerca di una piattaforma popolare e “cool” su cui investire il proprio tempo e le proprie risorse per creare nuove applicazioni che possano a loro volta attirare il pubblico, in un circolo virtuoso di domanda ed offerta che tenga in piedi il tutto.

A questo punto, drammatico, non resta che una cosa da fare per cercare il fatturato: vendere quello che il mercato, loro malgrado, chiede. Il mercato chiede Linux sui server da cui erogare servizi cloud e ambienti di sviluppo opensource su cui si possano mettere le mani, e dunque vendiamogli Linux sui server ed un ambiente di sviluppo aperto. Nel frattempo, per giustificare ai media e agli investitori il fatto di aver operato scelte da sempre vituperate e dipinte come fallimentari, si e’ ritenuto utile e conveniente indorare la pillola con una patina di buonismo tecnologico ed ostentare un assai poco credibile improvviso amore per l’opensource. Tale amara conclusione l’ho ineluttabilmente tratta ascoltando con discernimento le parole del sopra citato Purassanta nel suo intervento dell’altro giorno su Radio24, dal quale si percepisce il sentimento dell’azienda nei confronti dell’open: un prodotto richiesto, e dunque un prodotto da vendere.

Ma, almeno stando a quanto so io, l’opensource non e’ un prodotto, bensi’ un modello di sviluppo. Un modello definito da processi e approcci, fondato sulla crescita collettiva e sulla collaborazione. Diametralmente opposto a quello da sempre adottato a Redmond, il cui piu’ noto strumento di sviluppo e’ la strategia FUD. Come si e’ ben visto recentemente a Monaco di Baviera: una campagna elettorale pagata, un sindaco comprato, dichiarazioni contradditorie con quelle dei tecnici stese a tavolino, ed una campagna mediatica di contro-informazione mirata a scoraggiare altre amministrazioni pubbliche ree di aver valutato la migrazione a Linux.

La storia di Microsoft e’ costellata di abusi, soprusi, stupri, violenze, raggiri e ricatti. Mi viene davvero, davvero difficile pensare che una struttura di tali dimensioni e di tale portata possa cambiare nel giro di pochi giorni, in virtu’ di un pugno di righe di codice gettate su GitHub e qualche promessa. Mi e’ piu’ facile credere nel prosieguo della campagna pubblicitaria “Microsoft loves Opensource” ancora per qualche tempo (almeno fino a Natale, chissa’ che la buona stampa non aiuti le vendite presso il pubblico tecnofilo…), in qualche occasionale zuccherino lanciato al pubblico atto a motivare e dimostrare superficialmente le proteste di cambiamento, e di tornare a leggere di brevetti, tangenti e taglieggiamenti nel giro di un mese o due.

Son tutti open col source degli altri. Prima di convincere sul serio qualcuno, da Redmond dovrebbero mettere sul piatto qualcosa di ben piu’ interessante.

Gli Altri

27 giugno 2011

Su questo blog sono solito commentare vizi e virtu’ della community linuxara, ma stando a quanto si e’ letto nella blogosfera internazionale nell’ultimo periodo anche gli altri, la “community” orientata alla tecnologia chiusa e proprietaria, non stanno messi molto meglio.

In breve: Microsoft ha annunciato alcune delle novita’ previste per Windows 8 mettendo l’accento sull’apertura verso standard condivisi (HTML5 e JavaScript) per la realizzazione delle applicazioni e tacendo sugli sviluppi dello stack .NET e Silverlight, e la comunita’ degli sviluppatori e’ insorta. Perche’? Perche’ loro hanno investito tempo e risorse per imparare ed implementare .NET e Silverlight, e non gli sta bene che adesso venga tutto buttato via solo per stare appresso a questa futile facezia degli standard.

Questo semplicissimo aneddoto, che nella sua modestia offre innumerevoli spunti di interpretazione, e’ a parer mio abbastanza esplicativo dell’abisso esistente tra le due diverse mentalita’, quella da “programmatore open” e quella da “programmatore closed”.

Il developer open e’ tradizionalmente uno smanettone, abituato ai cambiamenti, anzi trae quasi godimento dall’opportunita’ di imparare qualcosa di nuovo ad ogni ciclo di release. Python 3.0 e’ incompatibile con Python 2.0, Qt 4.0 e’ stato riscritto rispetto a Qt 3.0, l’aggiornamento dello stack di Gnome 3.0 (GTK+, Glib…) ha prodotto un immenso API break, eppure tutti sono sempre ben contenti di avere qualche novita’. E quando un ambiente di sviluppo non piace piu’, si passa rapidamente ad un altro: le possibilita’ sono infinite, i linguaggi sia per il desktop che per il web sono innumerevoli e per ognuno esistono innumerevoli librerie con cui costruire. E se quando esce una versione nuova del framework non si provvede ad allinearsi, tanto peggio: qualcun’altro ha gia’ implementato un’altra alternativa, piu’ bella e piu’ fresca, verso cui il pubblico naturalmente migra (senza peraltro troppo fatica: se entrambe la vecchia e la nuova soluzione sono open, la migrazione dei dati e’ relativamente semplice da effettuare). Magari tutto questo puo’ essere scomodo nel momento in cui si deve mantenere una applicazione business, che una azienda produce e mantiene presso dei clienti paganti, ma fa comunque parte del complesso e crudele gioco del libero mercato: chi si ferma e’ perduto, non esiste pieta’.

Il developer closed e’ invece l’esatto contrario. Ama la tecnologia legacy, la esige, la pretende. Ha imparato quello quando aveva 15 anni, e non ha mai piu’ voluto imparare altro. Gente troppo indaffarata, che ha ben altro da fare che leggere un manuale o un tutorial su qualcosa di nuovo; molto meglio continuare a mantenere occasionalmente la proprio applicazione Visual Basic (ambiente a tutt’ora ampiamente mantenuto) basata su Access, poco importa che sembri uscita dagli anni ’80 se fa quel che deve fare. Tanto comunque il proprio prodotto e’ chiuso, inaccessibile, intoccabile: se il cliente volesse migrare a qualcos’altro gli costerebbe troppo in termini di tempo e denaro, gli conviene accontentarsi, non c’e’ ragione di affannarsi troppo.  Gli standard sono non solo una facezia ma una minaccia: a che e’ servito specializzarsi su una tecnologia che ai fatti non usa nessuno (mai visto un sito Silverlight, a parte quello della RAI) apposta per avere poca concorrenza, a che e’ servito pagare il pizzo per ottenere un certificato “Microsoft Developer” da sfoggiare nel proprio ufficio, a che e’ servito farsi sbeffeggiare dai programmatori Java, se adesso si spalancano le porte alla nuova generazione di smanettoni che sanno realizzare cose molto piu’ belle e funzionali ad una frazione del costo? Eresia, follia, raccapriccio! Urge chiedere a Microsoft protezione, urge mantenere le barricate che garantiscono di difendere il proprio status quo industriale, urge tappare la piccola falla che si aperta sul guscio chiuso.

Pare che in fin dei conti le reazioni isteriche registrate presso la community Windows-based siano state esagerate, in quanto comunque .NET e compagnia non solo rimarranno parte integrante di Windows 8 ma verranno ulteriormente potenziati ed integrati e che HTML5 sara’ offerto solo come una ennesima opzione di sviluppo (credibilmente limitata e vincolata). Sta di fatto che e’ stato particolarmente divertente ed istruttivo osservare il popolo del closed allarmarsi tanto al primo cenno della parola “standard”, recriminare sui forum e sui blog, scoprire le carte e dichiarare pubblicamente che loro gli standard e le tecnologie aperte non li vogliono.

Son ben strani, quegli altri…

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