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Il Compromesso Didattico

20 marzo 2011

Qualche tempo addietro ho gia’ espresso la mia posizione nei confronti dell’ossessione dimostrata da numerosi onorevoli membri della community linuxara nei confronti dell’introduzione del software libero nella scuola, concludendo che altri obiettivi erano a disposizione e che valesse la pena diversificare le proprie attivita’ anziche’ fossilizzarsi in un unico settore di penetrazione, peraltro difficilmente conquistabile. In questa occasione rinnovo tali mie affermazioni, proprio in virtu’ del fatto che ho recentemente contribuito a migrare una scuola a Linux.

Tutto inizio’ quando un socio dell’associazione “Officina Informatica Libera“, di cui sono membro, intercetto’ un articoletto su un giornale locale dell’hinterland torinese. In breve, tale brano era un appello lanciato da un assessore di un comune poco distante appunto dalla capitale sabauda, una richiesta di soccorso affinche’ qualcuno provvedesse a fornire nuovi PC alla scuola elementare del paese, ridotta in condizioni drammatiche dal punto di vista sia economico che tecnologico. Inevitabilmente, poiche’ l’attivita’ principale della summenzionata associazione e’ il recupero ed il riciclo di hardware dismesso da aziende ed enti pubblici eppure ancora perfettamente usabile, abbiamo palesato la nostra inclinazione a dare una mano.

Il primo incontro conoscitivo con l’assessore e due tecnici (uno proprio del comune, l’altro un maestro con vocazione da sistemista) e’ andato in modo pessimo. Una volta presa coscienza della dotazione informatica a disposizione della scuola in oggetto (gran parte delle macchine esistenti sono Pentium a 133MHz. Roba che quasi non va bene manco per fare il proverbiale router casalingo, figurarsi tenere una lezione…) abbiamo preso la parola ed abbiamo illustrato non solo la nostra disponibilita’ di macchine assai piu’ moderne (Pentium 4, come quelli che vengono buttati a camionate da enti quali il Politecnico di Torino: vecchi secondo le logiche di mercato, ma che ancora fanno la loro porca figura) ma anche la possibilita’ di salvare il salvabile sfruttando le magie di LTSP, tecnologia che permette di far girare un qualsiasi computer dotato di scheda di rete quasi come se fosse un computer comprato ieri. Ovviamente, tutto in ambiente Linux. Apriti cielo: “I maestri sono abituati con Windows, e non hanno tempo [il "e voglia" era sottinteso ma intelligibile, NdB] di imparare qualcosa di nuovo”, “Tutto il mondo usa Windows, perche’ noi dovremmo usare qualcosa di diverso?!”, “Poi non ci funzionano le stampanti”… Pur di farci desistere sono arrivati al punto di asserire che i Pentium 4 offerti (gratuitamente, per onor di cronaca) erano macchine obsolete e che non le volevano: comportamento alquanto sospetto, da parte di chi dispone solo di PC risalenti al tempo della fondazione di Forza Italia

Il pezzo forte e’ arrivato verso la fine della chiaccherata, quando uno di loro ha confessato che un privato aveva offerto altri computer di recupero (esattamente come quelli che avevamo noi…) e la loro massima aspirazione era che essi avessero appiccicato sopra il bollino della licenza Windows affinche’ almeno le apparenze fossero salve. “Tanto mica controllano se l’etichetta corrisponde con quello che e’ installato!”. In poche parole – e lo specifico per bene nel caso non fosse gia’ abbastanza evidente – l’intenzione dichiarata e neppur pudicamente mascherata era quella di piazzare software pirata su ogni sistema.

Quel giorno il mio socio ed io ce ne siamo tornati a casa maledicendo il comune, la scuola, i genitori, gli insegnati e tutto il Ministero dell’Istruzione, e personalmente sono stato a rimuginare sulla cosa per tutto il resto della giornata. Tanto che, scesa la sera e sopiti i bollenti spiriti, ho compiuto una mossa azzardata: ho fatto qualche breve ricerca su Google, ho composto un aggregato di screenshots, ed ho spedito la seguente mail all’assessore:

Salve.

Sono il “giovane” della associazione Officina Informatica Libera che stamane (venerdi) e’ passato a fare quattro chiacchere con lei ed i suoi colleghi in merito al laboratorio informatico per la scuola di $NomeDelComune.

Mi permetta l’insistenza, ma non riesco a trattenermi dal muovere qualche commento pratico e, come constatera’, totalmente oggettivo sulle critiche che sono state mosse alla migrazione del laboratorio da Windows/Office a Linux/OpenOffice.

I computer di cui oggi dispone la scuola, su cui viene condotta l’attivita’ didattica e cui, per dichiarazione sua e dei suoi colleghi, i docenti sono ampiamente abituati e legati, sono obsoleti, molto molto lontani dalle dotazioni hardware e software moderne. Qualunque genere di ammodernamento comporta un cambiamento, il punto non sta se attuare tale cambiamento o meno quanto nella radicalita’ dello stesso.

In allegato a questa mail trova una immagine che ho composto accostando schermate prese da Microsoft Office 2000 (una versione verosimilmente vicina a quella oggi usata nella scuola), l’attuale versione di OpenOffice (nel mezzo), e Microsoft Office 2010 (in fondo). Puo’ constatare con i suoi occhi quanto il nuovo Office sia lontano dalle sue versioni piu’ antiquate, e quanto invece l’alternativa OpenOffice differisca solo marginalmente in termini di disposizione grafica.

Spero che osservera’ questo collage con il dovuto discernimento, senza partire dal presupposto (evidentemente falso, come dimostrano le foto) che “Office e’ sempre Office” e se si e’ abituati a quello non ce ne si puo’ allontanare.

Analoghi ragionamenti possono essere attuati all’intera piattaforma Windows, che ha a sua volta subito pesanti rivoluzioni dalla versione 95 all’odierna Seven. Sia grafiche che concettuali. E che non puo’ dunque essere considerato uno scoglio inamovibile cui aggrapparsi facendo appello all’”abitudine” dei maestri.

Tralascio qui ulteriori divagazioni, preferendo non approfondire qui temi delicati come la cultura della legalita’ o l’indottrinamento al consumismo. Voglio solo augurarmi che i sussurri di oggi sull’eventualita’ di installare copie di software contraffatte sui PC destinati ad essere usati come strumento didattico e disciplinare dai bambini di $NomeDelComune fossero battute ironiche.

Con l’augurio che il futuro delle nostre prossime generazioni non sia condizionato negativamente da capricci infondati ed immotivati, le porgo i miei piu’ cordiali saluti.

Nel giro di due giorni ho ricevuto una risposta da parte di uno dei tecnici, il maestro/sistemista per l’esattezza, che ci ha invitati a fare un test nel laboratorio informatico della scuola di un comune adiacente a quello di partenza e all’interno dello stesso comprensorio didattico. Siamo andati, in un paio di pomeriggi abbiamo finito di sistemare la rete LTSP usando i computer gia’ presenti (per lo piu’ Pentium 2 e 3, ed un PC acquistato due anni fa’ adottato come server. Una scuola privilegiata, senza ombra di dubbio), abbiamo spiegato quel poco che c’era da spiegare e ce ne siamo tornati a casa.

Adesso siamo in attesa di un feedback, di un esito nei confronti del primo impatto che i maestri avranno sul loro nuovo (o meglio, rinnovato) laboratorio. L’attesa e’ grande, in quanto non e’ affatto scontato che la disponibilita’ di computer estremamente piu’ reattivi e performanti vinca la ritrosia dell’abbandono della piattaforma operativa che hanno usato per anni se non per decenni, ma questa e’ un’altra storia ed eventualmente la raccontero’ quando io stesso ne sapro’ qualcosa in piu’.

Per ora mi limito ad esporre qualche conclusione in funzione di codesta esperienza, tratta indipendentemente da quel che sara’ il suo esito finale.

Innanzitutto, concentrare tutte le forze della community nella promozione del software libero nelle scuole (ad esempio, dirottando l’intero Linux Day su questo tema) e’ assolutamente inutile. Sono le scuole potenzialmente interessate, o potenzialmente coinvolgibili, che si fanno vive e avanzano richieste; tutte le altre evidentemente non hanno ragione di rivedere la loro dotazione tecnologica, dunque tanto vale andarle a bustigare. L’importante e’ ascoltare le domande giuste, non muovere le proposte sbagliate.

In secundis: i tagli alla scuola, motivo di grandi dibattiti e grandi manifestazioni, sono certamente criticabili ed opinabili, ma in un’ottica di strategia linuxofila sono quanto di meglio potesse capitare. Espressione cinica, ma ponderata. Essi impongono l’obsolescenza dell’hardware usato negli istituti scolastici, impongono il centellinamento delle risorse economiche ed umane destinate alla manutenzione degli impianti informatici, ma soprattutto impongono una presa di coscienza ed una responsabilizzazione da parte di chi deve non solo far quadrare i bilanci ma anche difendersi dalle accuse di sperpero e mala-educazione mosse per mezzo dei media da parte di un Governo a caccia di capri espiatori. In questo contesto la migrazione al software libero (gratuito, legale, ed implicitamente educativo) diventa una opzione molto piu’ papabile e considerabile, ma nuovamente spetta alla community intervenire materialmente laddove si manifesti una richiesta: urge farsi trovare preparati non solo a parole ma anche ai fatti e nel caso essere disposti ad operare direttamente, le aule non si migrano coi buoni propositi ma coi pomeriggi di bestemmie trascorsi sulla tastiera.

In ultimo, l’annoso ed apparentemente irrisolvibile problema dei piagnistei dirompenti degli utenti quando li si “minaccia” di cambiare qualcosa all’interno del loro ambiente di lavoro. Molto semplicemente: non sono un problema. O meglio: non sono un problema che riguarda la community. Come detto sopra: chi deve preoccuparsi dei conti e della reputazione sono i dirigenti delle scuole, chi deve prendere decisioni non emotive ma razionali e fattibili sono i dirigenti delle scuole, e chi deve far ragionare i propri “subordinati” sono i dirigenti delle scuole. A ognuno il suo mestiere: i tecnici installano e configurano, i maestri educano (e si auto-educano, e si educano reciprocamente). O cosi’, o ci si tengono i catorci digitali. Vane sono le numerose azioni mirate a convincere del contrario chi vive di routine, dunque tanto vale farsene una malattia. Ci si puo’ incazzare per un paio di ore, si puo’ fare un tentativo estremo (come nel caso della mia mail sopra pubblicata), ma poi si deve passare oltre: le opportunita’ sono troppo numerose perche’ ognuna di esse consumi troppo tempo in lamenti di biasimo.

Per una porta che si chiude, si spalanca un portone. E se la porta e’ chiusa, si entra dalla finestra. Stupido sarebbe cercare di buttare giu’ il muro…

Il Terreno Fertile

31 agosto 2010

Qualche tempo addietro la redazione di TechCruch Europe, filiale nostrana del rinomato TechCrunch statunitense, ha invitato i lettori a scrivere articoli in merito alla situazione tecno/sociale dei Paesi del Vecchio Continente al fine di collezionare qualche impressione di prima mano sullo stato di salute delle locali startups tecnologiche e dell’ambiente in cui si muovono. Ed io ho ben pensato di comporre un brano sulla condizione italiana. Il pezzo e’ stato bellamente ignorato e non ho ricevuto risposta alcuna, vuoi perche’ forse un pochino melodrammatico, vuoi perche’ fortemente inconcludente, vuoi perche’ la mia traduzione in lingua inglese non era esattamente impeccabile.

Sta di fatto che lo ripropongo ora qui nella versione originale (appunto in italiano; per decenza e pudore evito di pubblicare la copia vagliata), affinche’ il mio – opinabile – sforzo letterario non sia del tutto disperso.

Tengo a precisare che non si tratta di un editoriale ma di un post enumerativo, non porta a nessuno spunto concreto ma mira semplicemente a fornire al lettore straniero un quadro dell’approccio tricolore all’information technology. Dato il pubblico di riferimento, il perno intorno cui ruota l’argomentazione e’ il mondo del business, ed in questa occasione ho menzionato il software libero (o, meglio, l’opensource) solo marginalmente e come condimento alla tesi portante; contenuto assai inusitato per questo mio blog spiccatamente comunitario, ma che nel bene e nel male rispecchia la mia posizione sulle potenzialita’ e sulle piaghe del Bel Paese.

L’Italia potrebbe essere un terreno estremamente fertile per l’innovazione digitale. Abbiamo il piu’ alto numero al mondo di smartphone e connessioni 3G pro-capite, con un bacino di potenziali consumatori di contenuti mobili immenso. Abbiamo imprese multinazionali leader nei rispettivi settori, tra cui FIAT, ST Microelectronics, Enel, e Finmeccanica, sempre piu’ inclini al mondo dell’Information Technology ed intorno a cui orbita un fortissimo indotto (per esempio: in Torino, sede appunto dell’azienda automobilistica FIAT, buona parte delle aziende IT sviluppano soluzioni per l’automotive). Abbiamo una delle community opensource piu’ popolose ed attive del pianeta, con centinaia di Linux User Groups sparpagliati su tutto il territorio nazionale entro cui giovani e veterani scambiano idee, conoscenze ed esperienze, ed in cui maturano competenze altissime. Abbiamo risorse ambientali, storiche e culturali infinite, le quali attraggono ogni anno milioni di turisti desiderosi di fruire di servizi di informazione ed approfondimento.

L’Italia potrebbe essere un terreno estremamente fertile per l’innovazione digitale. Ma non lo e’. Dal 2005 esiste una legge percui non e’ concesso condividere una connessione wireless con qualcuno che non abbia fornito i propri documenti di identita’, e percui copia di tali documenti deve essere conservata per un lungo periodo di tempo affinche’ le Forze dell’Ordine possano essere informate su chi si e’ connesso all’Internet in un dato giorno ad una data ora da un dato luogo. La connettivita’ in fibra ottica esiste solo in alcune zone delle piu’ grandi citta’, e del resto il 20% della popolazione non e’ raggiunta da alcun tipo di connessione in banda larga ed e’ completamente tagliata fuori da ogni forma di mercato telematico. Per aprire una “Societa’ a Responsabilita’ Limitata” (l’equivalente statunitense della “Limited Liability Company”) occorre un capitale sociale di 10000 euro, cifra difficilmente raccimolabile da qualsiasi giovanotto con una idea da sviluppare e su cui costruire una attivita’. I piu’ antichi e radicati problemi del Paese (la lotta alla mafia, i fenomeni sismici, il tasso di invecchiamento piu’ alto al mondo) da sempre mettono in secondo piano l’evoluzione tecnologica nei programmi politici interni e nella pubblica opinione, e non esiste nessuno stimolo statale per la ricerca e lo sviluppo. La burocrazia certamente esiste in ogni angolo del globo, ma qui non esiste nessuno sportello online per sbrigare le proprie pratiche ed ogni singolo modulo (ivi compresa l’autocertificazione con cui si garantisce di non essere collusi con enti mafiosi) va presentato a mano presso una serie di uffici spesso distanti tra loro.

L’Italia potrebbe essere un terreno estremamente fertile per l’innovazione digitale. A causa delle suddette difficolta’ la concorrenza e’ scarsa, quasi tutte le realta’ che operano nel settore sono dedicate alla manutenzione di gestionali scritti anni fa’ in Visual Basic. Il mercato non ha “nicchie” ma “voragini” intere. Io ne sono convinto, e sebbene abbia avuto modo di osservare piu’ di un episodio finito male sto attualmente mettendo ordine tra le idee con l’intento di mettere insieme qualcosa di buono. I progetti non mancano, le buone intenzioni neanche, i modelli di business da esplorare sono molteplici. Ammetto di essere frenato dinnanzi alle incognite del nostro sistema fiscale bizantino, percui spesso l’ammontare delle tasse da pagare e’ stabilito in modo scorrelato rispetto all’effettivo reddito ed il rischio di dover sborsare allo Stato piu’ di quanto non finisca in tasca e’ reale, ma con la consulenza di una mezza dozzina di commercialisti amici degli amici confido di cavare il bandolo dalla matassa.

Cristoforo Colombo (italiano, nato nei pressi di Genova) dovette farsi finanziare dagli spagnoli il suo viaggio verso le Indie, sfociato poi nella scoperta delle Americhe. Leonardo da Vinci (italiano, dalla Toscana), negli ultimi anni della sua vita, migro’ in Francia per trovare l’apprezzamento negato in patria per le sue opere ed il suo genio. Molti sono i giovani italiani che ogni anno preferiscono abbandonare il Paese, pensando che la situazione qui sia irrecuperabile o nella migliore delle ipotesi riparabile in tempi molto lunghi, e buona parte di essi ottiene all’estero piu’ di quanto abbiano mai osato sperare entro i sacri confini. Ma io preferisco stare qui, e fare personalmente quel che c’e’ da fare. Perche’ l’Italia e’ un terreno estremamente fertile per l’innovazione digitale.

Democrazia Tecnocratica Partecipata

28 maggio 2010

Ieri leggendo come al solito le news sono incappato in una iniziativa di natura politica e, almeno nell’intento, innovativa: una “piattaforma di partecipazione democratica”.

Clicco sul link, vado al sito di riferimento, e mi trovo dinnanzi un breve testo, il pulsante “Registrati” e la casella di login per chi gia’ lo e’. “Strano”, penso, “che i contenuti siano accessibili solo a chi si e’ registrato”. Leggo il testo il cima, e scopro il funzionamento della baracca (testo copiato ed incollato): “Quando dovrò prendere una posizione politica, chiederò per e-mail a tutti gli elettori registrati nel sistema di esprimere il loro parere e lo userò come guida.“. Non ci voglio credere, mi registro, mi autentico, e l’unica cosa che si puo’ fare e’ modificare i propri dati personali.

La grande innovazione si riduce a poco piu’ di una newsletter. Nell’Anno Domini 2010, il massimo della tecnologia che un rappresentante politico puo’ immaginarsi e’ di mandare e ricevere mail. Con l’ingenua pretesa poi di leggere tutte le risposte che gli arriveranno, e da esse trarre spunti concreti e posizioni chiare: evidentemente questa persona non e’ mai stata iscritta alla mailing list degli sviluppatori FreeDesktop.

I casi sono due: o ci si aspetta una scarsa quantita’ di feedback, vanificando pero’ tutti gli intenti e gli sforzi di democrazia partecipata, oppure non ci si capacita della mole di testo che tocchera’ leggere col risultato di saperne pure meno di quando s’e’ iniziato. Sempre che qualcuno abbia davvero tempo e voglia di esprimere in modo esaustivo e completo il proprio pensiero su una missiva digitale: in questi tempi di pulsanti social e “retweet” il rischio e’ quello di tagliare fuori lo (spesso) strato demografico che si arrangia e si arrabatta e che dopo una giornata di lavoro non ha proprio desiderio di mettersi dinnanzi al PC per commentare dettagliatamente la proposta di legge 42/69-13, che magari sarebbe pure contenta di essere privata della responsabilita’ perversa della “partecipazione” ma che in ogni caso non ci si puo’ permettere di ignorare se si parte dalla pretesa di essere “democratici” per davvero.

Colto da infinita pieta’ umana ho deciso di mandare un messaggio al suddetto personaggio, per fargli presente che ad oggi l’informatica offre qualcosa di un pochino piu’ consono agli scopi. Riporto qui integralmente il testo inviato, steso nella maniera piu’ diretta possibile e senza eccessivi giri di parole (e, col senno di poi, pure sgrammaticato):

Ho appena scoperto l’esistenza della “piattaforma collaborativa” esposta in http://movimento.bertola.eu/ , e benche’ reputi lodevole l’intento di coinvolgere la cittadinanza nel processo decisionale sono estremamente titubante sul metodo. Voglio dire: non ho idea di quante persone hanno aderito o aderiranno, ma e’ fattibile leggere anche solo 100 mail su un determinato argomento, magari molte delle quali riportanti opinioni estremamente simili?
Da tecnico (sono un programmatore) consiglierei l’adozione di strumenti un poco piu’ specifici, che permettano di raccogliere i pareri, le sfumature e la percentuale di gradimento in maniera un poco piu’ agile.

Shapado ( http://shapado.com/ ) mi sembra un punto di partenza, in quanto permette di esprimere delle domande e raccogliere delle risposte che possono a loro volta essere votate (onde evitare o arginare la ridondanza, ed arrivare al succo), e’ opensource ed installabile sul proprio server in modo da averne una istanza propria e mirata alla bisogna.
Alternativamente di son pure Google Moderator o IdeaTorrent, che adottano approcci diversi ma per cui la chiave resta sempre la possibilita’ di far emergere le posizioni piu’ diffuse anziche’ replicarle una volta per ogni persona che aderisce – metodo ideale, ma impossibile da gestire nel momento in cui quelli che partecipano sono tanti.

Spero che queste indicazioni possano essere di aiuto per migliorare il suo lavoro e permetterle di concretizzare la sua strategia di democrazia partecipata.
Resto a disposizione per quesiti di carattere squisitamente tecnico (e ci tengo a precisare che non sono un consulente, dunque lo faccio a titolo puramente gratuito ;-) ).

L’inciso al fondo mi e’ sembrato doveroso, per fugare ogni sospetto di eventuali miei subdoli interessi personali o sotterfugi per propinargli un sito nuovo dietro emissione di fattura: coi tempi che corrono, e’ facile interpretare un “amichevole consiglio” per un “annuncio pubblicitario”.

Credo che questo episodio sia l’ennesimo (ed assolutamente non necessario) esempio di come gli strumenti tecnologici per il miglioramento e la crescita siano a disposizione di tutti, in abbondanza e a costi infinitamente bassi se non nulli, eppure vengono lasciati in disparte, vuoi per (legittima?) ignoranza o vuoi per reverenziale timore nei confronti di si’ sofisticati garbugli che capiscono solo gli addetti ai lavori.

E siccome solo i tecnici sanno gestirli e padroneggiarli, tocca ai tecnici fare quel che s’ha da fare: idearli, implementarli, metterli in opera e renderli usabili all’utenza. Magari anche laddove non esplicitamente richiesto, per il solo fatto che chi dovrebbe richiederli non sa cosa puo’ essere fatto e non si pone nemmanco il problema. Esattamente per questo motivo ho inviato il messaggio di cui sopra, esattamente per questo motivo “resto a disposizione”. E se c’e’ da installargli una delle piattaforme citate, ben venga: fosse la prima volta che mi improvviso sistemista per fare un favore a qualcuno.

Per completezza riporto il fatto che alle ultime Elezioni Regionali io non abbia votato il nostro eroe, ne’ tantomeno il suo partito / lista civica, ne’ comunque nessun altro: a votare non ci sono proprio andato, e me ne vanto pure. Come gia’ detto preferisco non illudermi che un cambiamento possa realmente arrivare da una poltrona in Consiglio Regionale, o men che meno da una poltrona in Parlamento, e a dirla tutta ho anche seri dubbi sull’efficacia propria della democrazia (la lista di deputati e senatori oggi a Roma, regolarmente eletti in base alla preferenza popolare, dovrebbe essere argomentazione sufficiente per questa tesi), eppure volenti o nolenti al momento e’ cosi’ che funziona e dunque tanto vale far si’ che funzioni a pieno regime e nel migliore dei modi.

Che tutti dicano la propria. E che tutti abbiano la possibilita’ di farlo.

Caro Presidente…

2 gennaio 2009

Inevitabile iniziare a popolare questo mio nuovo blog con l’evento che proprio ieri sera ne ha accompagnato la nascita: e’ stato proprio scrivendo quel che sotto leggerete che e’ riaffiorato il non nuovo desiderio di bloggare liberamente, dunque tale aneddoto e’ (seppur di poco) antecedente all’apertura di codesto ennesimo angolo di Web.

Antefatto: nella mia abitazione torinese non posseggo televisore, non certo per mancanza di denaro per l’acquisto o di un posto dove sistemarlo ma piu’ semplicemente perche’ al giorno d’0ggi non lo reputo un media affidabile ed autorevole e pure come strumento ricreativo ha da anni perso ogni valore. Fatto sta che scorrendo le news Ansa ho avuto desiderio di vedere il classico messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica e ne ho cercato copia sull’Internet, ma essendo introvabile sul malamente strutturato sito di RaiClick ho avuto la bella pensata di andarlo a cercare sul sito del Quirinale.

Subito in prima pagina trovo un paio di estratti del discorso, e seppur non troppo in bella vista il link “Il video del messaggio”. Ci clicco sopra, e Firefox si lamenta della mancanza del corretto plugin per la visualizzazione del filmato; clicco sul tasto che mi permette di installarlo, e mi trovo su una pagina del sito Microsoft. Alche’ ho aperto il sorgente della pagina HTML (manco a dirlo, totalmente fuori standard) ed ho trovato l’URL del video (in formato WMV), l’ho aperto con Totem e mi son trovato dinnanzi ad un video a scatti e alla voce di Napolitano che sembrava RoboCop col mal di gola.

Morale della favola: niente messaggio di fine anno per il qui presente cittadino italiano, mi sono accortentato di leggere la trascrizione integrale.

Lievemente alterato dall’ennesimo episodio in cui non mi e’ stata possibile la fruizione di contenuti che invece, essendo prodotti per mezzo di fondi statali (= le mie tasse) ed espressamente indirizzati alla cittadinanza, avrei pieno diritto di consultare, dall’apposito form del suddetto sito della Presidenza ho compilato e spedito la seguente missiva elettronica:

Nel come sempre toccante e sentito messaggio di fine anno del Presidente trovo la frase “non esitiamo ad affrontare decisamente le debolezze del nostro sistema, le insufficienze e i problemi che ci portiamo dietro da troppo tempo”. Questa frase l’ho letta nel testo integrale del discorso riportato sul sito del Quirinale, ma non ho potuto ascoltarla in quanto la copia del video sullo stesso sito e’ disponibile solo in un formato digitale proprietario e fruibile per mezzo di applicativi non disponibili sul sistema operativo che uso.
Affinche’ le parole da me sopra citate non restino solo, appunto, parole, invito il mio Presidente a riflettere sul ruolo rivestito dall’Information Technology nel tessuto economico e sociale del Paese, e sull’adozione di standard liberi ed aperti per ogni forma di comunicazione elargita dallo Stato verso i propri cittadini, in modo che nessuna discriminazione possa esistere e per spalancare le porte per una nuova frontiera di servizi alla comunita’.
Per quanto possa risultare secondario e di scarsa priorita’, nel mondo che noi oggi viviamo (dominato dalla tecnologia ed in cui l’Internet pervade ogni aspetto dell’esistenza professionale, privata, culturale e sociale degli individui) l’apertura dei media costituisce il primo passo di una rivoluzione di cui l’Italia ha bisogno: per un rapporto migliore e piu’ consapevole verso gli oramai vitali strumenti informatici, per la sradicazione di monopoli commerciali che soffocano l’innovazione e la crescita, per un piu’ trasparente lavoro da parte dell’ente pubblico.
Cordiali saluti da un italiano che, al contrario di molti altri, non vuole piu’ solo lamentarsi ma e’ deciso a rimboccarsi le maniche per il suo Paese. E buon 2009.

Ho evitato e anche qui sorvolo ulteriori commenti sul ruolo che potrebbero avere le tecnologie open (non solo sul formato del materiale divulgato, ma su ogni genere di prodotto digitale) nell’economia del Paese, e non divago ulteriormente sul tema del diritto del cittadino: il succo e’ che la problematica e’ gia’ stata toccata tante volte da tante diverse persone, qualche rara volta e’ salita agli onori della cronaca (o meglio: se ne e’ parlato piu’ vivacemente nella blogosfera, ma ben lontana e’ sempre stata dai mass media) ma sempre poi e’ tornata nel pozzo dell’oblio.

Giacche’ dalla mia posizione di modesto suddito ho limitato potere decisionale non mi resta che cercare di impedire che la discussione si spenga, come e’ sempre successo in passato, ed ogni tanto ricordare ai governanti che qui c’e’ ancora qualcuno che aspetta che le leggi gia’ esistenti e vigenti vengano applicate.

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