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Quale Strada?

8 maggio 2011

Nelle ultime settimane il mio grado di sconforto nei confronti dell’intero panorama comunitario e del suo teorico indotto e’ salito a livelli allarmanti, in quanto ho rapidamente esplorato e trovato sbarrate tutte le strade che avrei potuto percorrere. Il contesto e’ quello della gia’ menzionata legge regionale 9/2009, quella per il supporto e la diffusione del software libero in Piemonte, approvata presso il Consiglio della Regione piu’ di due anni fa’ e sinora neppure lontanamente toccata sul piano pratico.

In primis mi sono rivolto ai tecnici.

Secondo il decreto attuativo predisposto per la legge (DGR 8-12657 del 30 ottobre 2009) una delle prime misure cui provvedere entro la fine del 2010 doveva essere la stesura di un catalogo di software libero dedicato alla scuola. Qualcosa che difficilmente puo’ essere piu’ complicato di un copia&incolla dal Dossier Scuola pubblicato da ILS. In occasione dell’EOLE 2010 a Torino seppi che se ne stava occupando il Laboratorio ICT della Regione Piemonte e mi sono fatto dare gli estremi del responsabile del progetto: alla prima mail (del 1 dicembre 2010) non ha mai risposto, alla seconda (del 9 marzo 2011) ha replicato che dovevano ancora essere coinvolti “gli attori istituzionali coinvolti” ovvero, detto in altre parole, non avevano ancora iniziato a fare assolutamente nulla. Quando gli ho nuovamente scritto per chiedergli un appuntamento dal vivo onde ricevere chiarimenti, nuovamente e’ scomparso. Un vicolo cieco. E dire che il direttore del Laboratorio ICT, tal Roberto Moriondo, mi e’ stato indicato dal prof. Raffaele Meo in persona (personaggio che non dovrebbe necessitare di presentazioni su codesto blog) come “linuxaro d’eccellenza”, persona fidatissima ed al servizio della Causa: quel che ho visto (o meglio, non ho visto) fino a questo momento sembra confutare completamente tale presentazione, e vien da chiedersi cosa ci si puo’ aspettare se persino quelli che sono i capisaldi della community dimostrano la piu’ totale inattivita’.

Proviamo con la politica.

Da sempre critico l’iniziativa “Caro Candidato” promossa da AsSoLi, in quanto mi e’ sempre sembrata una operazione monca, poco credibile e priva dell’unica componente realmente rilevante, quella della vigilanza sulle promesse espresse dai candidati in sede di campagna elettorale. Ma poiche’ a criticare e basta son buoni tutti ho ben deciso di sperimentare a mia volta una analoga forma di pressione sugli aspiranti rappresentanti politici per vedere cosa ne saltava fuori. Giovedi 5 maggio ho organizzato, col cappello di Officina Informatica Libera, un confronto coi candidati alle imminenti elezioni comunali di Torino sul tema dell’innovazione e, piu’ nello specifico, sul wireless pubblico e sul software libero in amministrazione. Abbiam fatto le cose per bene, agendo per mezzo di contatti personali per raggiungere i vari partiti ed anzi andando pure a parlare personalmente con alcuni di essi. Meta’ degli schieramenti (tutta l’ala destra) non ha affatto risposto all’appello. Dei restanti, meta’ ha confermato l’appuntamento per poi bidonarlo all’ultimo minuto. Dei restanti, meta’ ha mandato candidati completamente impreparati (sebbene per pieta’ gli avessi mandato via mail le domande che sarebbero state poste) ed anzi poco convincenti su qualsiasi fronte anche non tecnologico. Ai fatti l’unico che sapeva cosa stava dicendo e’ stato Vittorio Bertola, candidato sindaco per conto del Movimento a 5 Stelle (che gia’ ho avuto modo di commentare su questo blog quando candidato non era), cui e’ stato alla peggio affiancato un altrettanto preparato rappresentante del Partito Democratico che con le elezioni non c’entrava nulla ma che si trovava in loco per tutt’altro motivo. Particolarmente interessante e’ stata la presenza del ben noto avvocato Ciurcina, primo promotore della suddetta campagna “Caro Candidato” invitato all’evento e che il giorno prima ha chiesto di portare un altro candidato al confronto: Mario Trematore, gia’ firmatario dell’appello per il freesoftware, ma all’atto pratico incapace di formulare un giudizio proprio su qualsiasi tema vagamente correlato all’innovazione; quando gli ho chiesto la sua posizione sul wireless pubblico e’ partito per la tangente raccontando la sua visione spirituale della liberta’ del software, ho dovuto strappargli il microfono di mano per rimetterlo in carreggiata. Se questi sono i rappresentanti politici schierati al nostro fianco, possiamo metterci subito una pietra sopra.

Michele, socio dell’Officina Informatica presente al fallimentare evento, ha tentato di rincuorarmi sostenendo che appunto a seguito di questa (ridondante) dimostrazione dello scarso interesse riposto dalla politica su temi a noi cari e’ evidente che sia compito della societa’ civile mettere il dito nella piaga e far emergere i problemi e le soluzioni. Ma dov’e’ la societa’ civile?

Il 18 aprile 2011 la Regione Piemonte ha presentato il Piano Triennale per l’ICT, una maxi manovra da 150 milioni di euro che, almeno sulla carta, con qualche pretesto dovrebbero essere elargiti alle imprese tecnologiche del territorio (sebbene c’e’ chi giustamente prevede che finiranno in tasca ai soliti). All’interno del documento non v’e’ la benche’ minima menzione al software libero, sebbene appunto secondo la legge 9/2009 (piu’ precisamente, secondo l’articolo 6) tutto quello che verra’ implementato con quei quattrini dovra’ essere poi rilasciato pubblicamente. Il 21 aprile ho portato la questione sulla mailing list dei LUG piemontesi, aperta qualche mese fa’ appunto per discutere dell’applicazione pratica della legge ma sinora rimasta pressoche’ immobile e/o in contemplazione di se’ stessa, proponendo di fare una cosa molto semplice: un comunicato stampa unificato con cui esprimere il nostro disappunto in merito a codesta mancanza e rammentare che nella formulazione dei bandi di assegnazione del tesoretto si dovra’ esplicitare l’obbligo dell’adozione di licenze free. Una azione estremamente blanda, di bassissimo profilo, per molti versi inutile, ma avanzata proprio nella convinzione che piu’ di questo non e’ possibile cavar fuori da quelli che sinora non sono stati neanche in grado di formulare posizioni non dico “forti” ma almeno “chiare”. Ad oggi, 8 maggio, ho ricevuto due adesioni. Una e’ indirettamente la mia (a nome della gia’ citata Officina Informatica Libera), l’altra del Progetto Radis di Asti. Lo SLiP di Pinerolo aderira’ solo dopo aver discusso e votato la cosa in assemblea: ci sarebbe da dire molto su una associazione che, pur facendo della tecnologia e del suo utilizzo consapevole il proprio cavallo di battaglia, preferisce l’alzata di mano alla firma digitale GPG, ma per stavolta sorvolo. Altri due gruppi hanno espresso un vago interesse e sono spariti nel nulla. Tutti gli altri (tre) hanno taciuto. Sebbene i LUG dovrebbero essere la porzione di “societa’ civile” maggiormente interessata a far sentire la propria voce in merito, a scassare i maroni a destra e a manca affinche’ il software libero prosperi e dilaghi in ogni dove, a mettere – come si diceva sopra – tutte e dieci le dita in tutte le piaghe esistenti e addirittura a fornire le soluzioni piu’ innovative e creative, si vede qui come ai fatti tutto cio’ non interessi a nessuno, come nessuno abbia la benche’ minima voglia di essere coinvolto o peggio di compromettersi in questioni che evidentemente si ritengono troppo distanti dal proprio gruppetto di amici che giocano a fare gli hackers. Sempre tutti pronti ad indignarsi in mailing list, tutti pronti ad applaudire i microscopici progressi operati da qualcun’altro, ma di attivarsi in prima persona – o di fare qualcosa piu’ che firmare una petizione online senza alcun valore – non se ne parla neanche. Anche questa sembra una strada senza uscita, una opzione che non solo non produce i risultati che legittimamente ci si dovrebbero aspettare ma neanche quel minimo che giustificherebbe lo sforzo.

Non resta che il mondo dell’impresa.

Ammetto di non aver insistito oltremodo su questo fronte, in quanto i miei contatti personali sono piuttosto scarsi e spesso lo considero a priori una perdita a seguito del gia’ tentato (e fallito) esperimento di floss.piemonte.it (nato nel 2007 come associazione di aziende opensource piemontesi, non e’ mai andato oltre un paio di riunioni nella prima settimana di vita), ma come sempre tentar non nuoce ed un paio di mail le mando comunque. Nello specifico ho inviato un messaggio al mio imprenditore freesoftware preferito, Fabrizio Reale di Redomino, per chiedergli un parere sul sopra descritto Piano ICT e per ufficiosamente tastare il terreno per valutare la possibilita’ di dirottare il comunicato originariamente pensato per i LUG alle imprese attive sul campo, ma la replica e’ stata perentoria: se e’ un progetto della Regione c’e’ di mezzo CSI, e se c’e’ di mezzo CSI me ne tengo alla larga. Stando a quanto ho recepito negli ultimi anni un po’ tutti i professionisti ICT locali sono nella stessa posizione: hanno gia’ in qualche modo approcciato il potente ed onnipotente maxi-consorzio para-statale para-culato mangia-quattrini che monopolizza il settore, ne sono stati pesantemente raggirati e/o sono stati sfruttati oltre i limiti del tollerabile, e non ci tengono affatto a replicare l’esperienza. Anche se questo implica rinunciare a fondi milionari, o lasciare lo sviluppo tecnologico della Regione al primo che passa (o, peggio, all’amico del nipote del cugino…). In fin dei conti neppure mi sento di bustigare e stuzzicare piu’ di tanto quei pochi che per il software libero gia’ hanno dato (e per cui magari ci hanno pure perso), e che ci credono cosi’ tanto da far dipendere il proprio pane da esso.

A questo punto credo di averle provate tutte, e di non essere riuscito in niente. Ci fosse almeno un campo, una nicchia che offrisse maggiori appigli e maggiori speranze mi dedicherei solo a quello, ma evidentemente non c’e’. Le possibilita’ si riducono a due: lasciar perdere, o continuare a perseverare a turno su tutti. Ovviamente opto per la seconda, ma non nascondo che la mole di insuccessi che continuo ad accumulare stiano lentamente logorando il mio stesso entusiasmo.

Codice & Codice

8 dicembre 2010

Nei giorni 29 e 30 novembre si e’ svolta a Torino l’edizione 2010 dell’European Opensource & Freesoftware Law Event, per gli amici “EOLE”. Tema dell’anno, scelto in funzione della location e della “recente” legge regionale piemontese 9/2009: il software libero nella pubblica amministrazione.

Chiaramente non potevo mancare. Sebbene debba confessare che solo una parte del mio interesse era dedicata ai contenuti in scaletta: buona parte della mia motivazione e’ stata indotta dall’opportunita’ di scambiare quattro chiacchere con personaggi interessanti ai fini della analisi dell’effettivo grado di penetrazione della suddetta legge, che come gia’ abbiamo visto pare languire, e per raccogliere qualche spunto e qualche dritta. Come politico me la cavo maluccio, ma qualcosa e’ comunque saltata fuori.

Sugli interventi ufficiali non mi soffermo a lungo, mi basta dire che notevole e’ la quantita’ di progetti gia’ esistenti in vari Paesi sia europei che non completamente immolati all’introduzione di software libero nella pubblica amministrazione. Non so quali risultati oggettivi abbiano realmente ottenuto (tecnicamente anche in Italia ne esistono, tutti con scarse produzioni), chiaramente quando uno dei responsabili presenta la sua creatura su un palco non puo’ fare a meno di lodarla in lungo ed in largo indipendentemente da quali traguardi sono stati raggiunti, ma c0munque e’ interessante che ci siano. Degni di nota: la piattaforma OSOR.eu, che sostanzialmente e’ “il SourceForge per il settore pubblico in Europa” e potrebbe contenere qualcosa di potenzialmente interessante (se solo fosse un poco meglio indicizzato…), e la EUPL, stravagante licenza aspramente criticata nel secondo giorno di lavori in quanto a detta degli avvocati presenti non tutela le volonta’ dello sviluppatore originale permettendo eccessiva flessibilita’ nel ri-licenziare il codice.

Presenti, oltre all’avvocato Ciurcina (ex presidente di AsSoLi, e sostanziale organizzatore dell’evento) e al professor Meo (professore al Politecnico di Torino, che ha avuto un ruolo decisivo nella stesura della normativa nazionale sul software libero sinora bellamente ignorata da qualsiasi ente), anche Renzo Davoli (attuale presidente di AsSoLi), Italo Vignoli (presidente di PLIO), Carlo Piana (noto all’interno della community per i suoi alti e bassi nella lotta legale contro i brevetti software) e qualche altro volto conosciuto. Il Davoli e’ stato critico nei confronti dell’esposizione dei portavoce nostrani ed in particolare di Ida Vana, assessore della Provincia di Torino che gia’ abbiamo avuto modo di commentare qui, la quale sembrava afflitta dall’obbligo della migrazione al software libero piu’ che contenta per le nuove prospettive offerte dall’operazione; Meo ha mosso qualche commento ironico sul nuovo direttore del CSI-Piemonte (di cui parliamo dopo), il quale pare che sin dal primo giorno del suo mandato non si sia dimostrato incline al freesoftware; a Ciurcina avrei voluto chiedere qualcosa in piu’ sull’Associazione Imprese Software Libero, annunciata quasi in sordina ad ottobre e di cui ad oggi ancora nulla si sa, ma non mi sembrava il caso di disturbarlo dalle sue veci di “padrone di casa” nei confronti degli ospiti internazionali intervenuti all’evento.

Una parola di riguardo la merito, appunto, il CSI-Piemonte. Presente all’evento era Stefano De Capitani, recentemente nominato alla guida del consorzio tecnologico pedemontano e dunque, almeno in teoria, personaggio chiave per una rapida attuazione della legge regionale sul software libero. Ha espresso diversi dubbi, del resto in buona parte condivisibili, sui grattacapi derivanti da una migrazione invasiva nei confronti del mercato e degli utilizzatori, abituati da sempre a ben precise piattaforme operative e a ben precisi strumenti produttivi, ma alla mia esplicita domanda se fosse possibile rilasciare il codice del software gia’ sinora prodotto ed ampiamente utilizzato mi ha risposto che sarebbe stato possibile ma non sarebbe stato fatto in quanto “tali prodotti non sono stati realizzati nella prospettiva di renderli pubblici” (che in termini diplomatici vuol dire “li abbiamo scritti alla meno peggio e se qualcuno ne vedesse i sorgenti faremmo una figuraccia”). Sempre del CSI-Piemonte e’ intervenuto pure tal Pier Paolo Gruero, che ha presentato un utilissimo framework per la convergenza di diversi canali di comunicazione (mail, instant messaging, VoIP…) prima lasciando intendere che fosse produzione interna all’azienda, poi precisando che si tratta di un prodotto open realizzato da altri di nome “OpenUC”, ma col senno di poi constato che l’unico “OpenUC” di cui riesco a trovare traccia con caratteristiche simili a quanto elencato in sede di talk non e’cosi’ tanto open (si appoggia su componenti liberi, ma libero non e’). Vabbe’, ci ha provato…

Parentesi anche per il Laboratorio ICT della Regione Piemonte, che in questo momento, pur con tutti i limiti del caso (si tratta pur sempre di una succursale di un ente statale, dunque coi suoi tempi e le sue modalita’ ed i suoi vezzi), sembrerebbe essere il migliore alleato per l’avanzamento dei lavori per la legge sul software libero. Stando a quanto recepito, e nonostante sinora abbia ricevuto solo risposte negative dalle associazioni di docenti che avrebbero dovuto essere coinvolte, presso tale struttura qualcuno sta davvero lavorando sul catalogo di freesoftware per la scuola previsto dalle norme attuative della 9/2009 (documento datato 30 novembre 2009); perdendomi a discutere con altri mi e’ sfuggito colui che mi e’ stato indicato come responsabile della cosa, il quale al momento non ha ancora risposto alle domande che gli ho sottoposto via mail, ma tanto quanto adesso ho una persona cui rompere le scatole per sapere come, quando e perche’.

In conclusione, una chicca assolutamente non confermata proveniente da fonte anonima: la Regione intende giustificare il forte ritardo nell’erogazione dei finanziamenti previsti dalla sua stessa legge (500.000 euro all’anno, che non si sono visti ne’ nel 2009 ne’ nel 2010) con un “disguido”. Ora: d’accordo che la burocrazia e’ lenta ed articolata, pero’ almeno una scusa migliore potevano far lo sforzo di inventarla.

Come probabilmente speravano gli organizzatori, l’EOLE 2010 a Torino e’ stata una buona occasione per approfondire un poco sulla situazione locale. Forse i miei metodi non sono stati particolarmente convenzionali, essendo piombato piu’ di una volta dinnanzi a perfetti sconosciuti per fare domande non propriamente “rilassate”, ma almeno non son stato sbattuto fuori ed e’ gia’ un successo.

Dopo due giorni di codici legali, torno al codice sorgente.

Non c’e’ piu’ l’Open di una Volta

22 novembre 2010

Premessa: questo e’ un post dal forte contenuto etico/moral/storico, ovvero sostanzialmente una perdita di tempo. Spesso e volentieri critico su questo mio blog le articolate discussioni pseudo-filosofiche di cui abbonda l’Internet, che a parer mio mal si confanno ad un ambiente – quello del freesoftware – che dovrebbe invece essere incentrato sulla qualita’ e la funzionalita’ del codice condiviso e sulla sua tutela; per questa volta faccio una eccezione, essendomi recentemente trovato piu’ volte nella posizione di dovermi difendere da espliciti e meno espliciti attacchi condotti da esaltati cui evidentemente piace consumar le tastiere in nome di ideali che si sono inventati di sana pianta malamente interpretando i fatti che costituiscono la cronistoria del movimento free.

Oggi il termine “opensource” viene da molti considerato in senso negativo, per ragioni molto diverse (e contrastanti) ma nella maggior parte dei casi perche’ esso indicherebbe quella odiosa pratica di costruire business speculativi partendo da una base di codice libero cui agganciare componenti non liberi al fine di fregiare il prodotto della dicitura “open” (buzzword molto apprezzata nel mondo commerciale) ma subdolamente creando monopoli e dipendenze nei confronti degli utilizzatori, esattamente come accade abitualmente col software proprietario. La definizione corretta di codesto malcostume e’ “open core“, non “opensource”. Il fraintendimento deriva fondamentalmente da due motivi: il fatto che Stallman periodicamente critichi appunto l’utilizzo di questa parola (sebbene evidentemente in pochi si siano mai chiesti il reale motivo, che non e’ affatto quello sopra esposto), e le crescenti recriminazioni che a cascata si diffondono all’interno della community partendo da chi ha una visione distorta, passando da chi per moda adotta le stesse posizione degli altri, sostenuta da chi ha un diretto interesse nel radicare presupposti opinabili, e cosi’ via alimentando progressivamente il circolo vizioso.

Ben pochi tra i sostenitori del freesoftware sanno che gran parte dei pregi che riconoscono in questo modello e dei valori che difendono a spada tratta sono riconducibili proprio all’opensource.

Partiamo da qualche definizione. Il freesoftware e’ una linea di pensiero incentrata sulla liberta’ individuale, l’opensource e’ un modello di sviluppo condiviso. Questo non lo dico io, ma Stallman in “Why Open Source misses the point of Free Software“. Nel suo testo RMS critica non gia’ le presunte finalita’ perverse dell’opensource quanto invece la sua essenza eccessivamente materialista, focalizzata sulla produzione di software migliore anziche’ sulle piu’ alte espressioni di pace e liberta’. Nel paragrafo “Powerful, Reliable Software Can Be Bad” il nostro, pur di puntare un ennesimo dito accusatorio nei confronti dell’opensource, arriva a sostenere che certe volte avere un software migliore e’ male, come nel caso del Digital Rights Management: ora che il DRM sia giusto o sbagliato non lo giudico io in questa sede, piuttosto giudico sconveniente una affermazione del genere da chi ha enunciato quelle che dovrebbero essere le quattro liberta’ del software (liberta’ 0: possibilita’ di eseguire il software per qualsiasi scopo) e giudico sproporzionato accusare un modello di sviluppo solo perche’ potrebbe idealmente e remotamente condurre a risultati sgraditi; e’ un po’ come frugare nelle borse di tutti i passeggeri dei voli aerei nella ipotetica prospettiva di individuarne uno che porti con se’ un ordigno a scopo terroristico.

Chiunque abbia a che fare col software libero certamente apprezza la possibilita’ di poter scaricare gratuitamente tonnellate di applicazioni, poterle combinare tra loro in modi fantasiosi, e magari spedire indietro una patch qualora si riscontrasse un problema o si aggiunga una funzionalita’ nuova. L’agglomerato di persone che fanno cio’ (scaricano, usano, e contribuiscono) viene popolarmente definito “community”. Ebbene: nella definizione di freesoftware non esiste alcuna nozione di community. Un luogo comune piuttosto radicato (ci ho sbattuto la testa almeno due volte in pochi anni) e’ che la GPL imponga la ridistribuzione del codice a chicchessia, per mezzo dei repository o dei simil-SourceForge cui siamo largamente abituati, ma cosi’ non e’. La sezione 6 della GPLv3 e’ abbastanza precisa in merito a cio’: vengono commentate cinque modalita’ ammesse per la distribuzione del codice relativo ad una applicazione (atto che comunque deve essere compiuto, appunto per garantire la liberta’ dell’utente), tre di esse dicono che binario e sorgente possono essere consegnati piu’ o meno insieme, una (la E) contempla la distribuzione pubblica (sebbene solo per mezzo di rete P2P, quel passaggio non e’ molto chiaro…), mentre una (la C) inequivocabile afferma che in date condizioni il sorgente puo’ essere preteso solo da chi e’ in detenzione del binario. Come detto sopra il freesoftware e’ per le liberta’ individuali, nel senso che l’utente che entra in possesso del prodotto deve essere tutelato e protetto e deve poter fare cio’ che vuole con il prodotto che usa, ma questo non necessariamente coincide con la liberta’ universale, in cui tutti possono accedere agli stessi diritti. Una dimostrazione di cio’? Emacs, il ben noto editor testuale dello stesso Stallman (ovvero: uno che si presume conoscere bene lo spirito del freesoftware ed i contenuti della GPL), e’ stato rilasciato pubblicamente solo a partire dalla release 13, ovvero circa 9 anni dopo l’inizio dello sviluppo, e solo dopo aver ricevuto una diretta critica da parte di Eric Raymond nell’altrettanto noto “The Cathedral and the Bazaar“, testo chiave della letteratura opensource che descrive appunto i vantaggi pratici del modello di sviluppo aperto e condiviso ed introduce esattamente al concetto di “community” che tanto ci piace; fino a quel momento Emacs (in versione binaria e sorgente) era consegnato solo a chi pagava un corrispettivo allo sviluppatore, il quale ha legittimamente sfruttato questa forma di guadagno per mantenersi una volta abbandonato il lavoro presso il MIT.

Tale differenza tra liberta’ individuale e liberta’ collettiva non va affatto sottovalutata, soprattutto in ben determinati contesti. Uno e’ quello dell’adozione del freesoftware presso la Regione Piemonte, di cui ho gia’ fatto cenno. Qualora si applicasse qui il concetto originario di “freesoftware”, vedremmo che non cambierebbe assolutamente nulla nelle sorti dell’Information Technology sabauda in quanto sarebbe credibilissimo uno scenario in cui il fornitore eletto (sia CSI-Piemonte, sia una qualsiasi altra azienda) produce e/o acquisisce il software libero ma non lo rilascia pubblicamente (come gli e’ consentito fare dalla licenza, e come ha interesse a fare), gli enti pubblici lo usano ma non lo rilasciano pubblicamente (non essendo di loro competenza, probabilmente non sapendo neanche da che parte iniziare), ed alla fine dei giochi solo un ristretto manipolo di persone ci mette mano senza nessun coinvolgimento della cittadinanza, nessuna possibilita’ di riutilizzo da parte di altre amministrazioni, nessuna trasparenza, nessun margine per la competizione virtuosa e nessuna prospettiva di innovazione. Tanto varrebbe tenersi le soluzioni closed attuali, almeno ci si risparmierebbe lo sforzo (ed il costo) della migrazione… In queste condizioni, un pizzico di “opensource” non sarebbe affatto sgradito: il fatto di esporre il codice vivo utilizzato dalla pubblica amministrazione, dando l’opportunita’ a chiunque di partecipare e riutilizzare i vari componenti (magari anche per scopi totalmente differenti), dovrebbe essere un punto imprescindibile della manovra (tant’e’ che viene espressamente richiamato nell’articolo 6, comma 5 della stessa legge regionale 9/2009), e su questo occorrerebbe piu’ di tutto indirizzare le proprie richieste e le proprie attenzioni in vista di una evoluzione sana della prossima infrastruttura.

Ma, di questi tempi, parlare di “opensource” e’ un reato, perche’ “opensource” richiama troppi luoghi comuni radicati dall’estremismo e dal malinteso storico. Non c’e’ piu’ l’open di una volta…

C’era una Volta in Piemonte…

16 novembre 2010

Il 27 marzo 2009 veniva approvata dal Consiglio della Regione Piemonte una legge regionale denominata “Norme in materia di pluralismo informatico, sull’adozione e la diffusione del software libero e sulla portabilità dei documenti informatici nella pubblica amministrazione”. Informalmente: la nostra legge per il software libero.

Ad oggi, dopo piu’ di un anno e mezzo, tale legge non e’ stata minimamente applicata.

Nessuno dei passaggi previsti dalla norma e’ stato compiuto: nessuna azione di promozione del software libero presso la pubblica istruzione (articolo 7), nessun progetto avviato nell’intento di condividerne il risultato (articolo 8), nessun fondo istituito per la ricerca (articolo 9), nessuna applicazione destinata al trattamento di dati personali (banalmente: qualsiasi cosa contempli una anagrafica) migrato a soluzioni free (articolo 12), nessun finanziamento di supporto ed incentivo erogato a chicchessia per lo sviluppo del codice (articolo 13). Le linee guida definite nell’articolo 10 ci sono e non sono neanche malaccio, peccato che nessuna delle scadenze passate e’ stata sinora rispettata e ho forti dubbi su quelle future.

Turbati da cio’, qualcuno ha iniziato a muoversi. Luca Robotti, ex consigliere regionale e firmatario della legge, ha indotto la sua “erede” politica (Monica Cerutti) a scrivere e presentare in Consiglio una interrogazione per fare il punto della situazione, ed io ho chiamato all’appello pressoche’ tutti i LUG piemontesi per discutere la questione e vedere cosa si riesce a fare partendo, come si suol dire, “dal basso”.

Entrambe le manovre hanno ad oggi dato pochi frutti. All’interrogazione e’ arrivata risposta oggi (16 novembre) in aula da parte dell’assessore Massimo Giordano, ed e’ stata particolarmente evasiva: sono stati menzionati progetti sperimentali vecchi di anni pur di citare una qualche attivita’ svolta da e per conto della Regione, ed ipotetici sviluppi futuri che sulla carta avrebbero dovuto essere compiuti mesi addietro. Di contro, dalla community sinora ho raccattato solo qualche raro abbozzo di sostegno morale ed un flame sulla mailing list appositamente allestita sull’eterna diatriba “freesoftware e opensource”.

La situazione e’ complessa. E l’idea che me ne sono fatto chiaccherando con alcuni addetti ai lavori torinesi e’ persino peggiore. La Giunta non sembra particolarmente interessata a collaborare, se non occasionalmente approvando finanziamenti milionari per sperimentazioni da parte del CSI-Piemonte (l’ente para-statale che detiene una sorta di monopolio sull’infrastruttura ICT pubblica regionale, recentemente assai discusso) le quali puntualmente non risolvono nulla. I piu’ importanti enti “non governativi” che operano la sperimentazione delle nuove tecnologie nella scuola gia’ sappiamo cosa combinano. Le imprese pedemontane che agiscono nel mondo opensource gia’ in passato hanno provato a fare squadra ma con risultati deludenti, l’esperienza ha segnato gli animi e nessuno sembra piu’ credere in una nuova iniziativa del genere. Dalla community non emerge alcun entusiasmo, nessuna voglia di impegnarsi in alcunche’, neanche una idea per quanto strampalata, e manco la persona che ha scritto e fatto approvare il testo in Consiglio (si, al secolo ci ha lavorato uno solo, quasi di nascosto. Molti linuxari piemontesi hanno saputo della cosa leggendo Punto Informatico) risponde alle mail.

Da quando questa vicenda e’ iniziata ho preso contatti con diversa gente in giro per il nord-Italia, dal FUSS di Bolzano (ove hanno migrato tutte le scuole della provincia in una manciata di mesi) al NetGarage di Modena (altra migrazione, ma della pubblica amministrazione), onde carpirne le metodologie e il know-how necessari almeno per comprendere una operazione impegnativa come puo’ essere la riconversione di una intera Regione. Raccolgo documentazione, spunti, riferimenti, commenti. Ho ideato, discusso con altri e scartato piu’ di un piano di azione. Ma alle condizioni attuali le mie sono esclusivamente seghe mentali, chiaramente da solo non posso far molto altro oltre lamentarmi sul blog e sperare in un estremamente improbabile colpo di scena.

C’era una volta in Piemonte una legge. Manca tutto il pezzo in mezzo prima di poter vivere “felici e contenti”.

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