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Avanti il Prossimo

20 agosto 2013

Ci mancava solo FSFE Italia. Dopo Italian Linux Society, GFOSS, Associazione Software Libero e FSUG Italia (e sicuramente mi sono pure dimenticato qualcuno…), un’altro ente di ispirazione all’incirca nazionale sul tema del software libero. La notizia della volonta’ di aprire una sezione specificatamente italiana della Free Software Foundation Europe mi e’ solo transitata dinnanzi e non ho trovato riscontri online, ma tanto basta a farmi rizzare i capelli in testa.

Intendiamoci: in altre circostanze avrei probabilmente esaltato alla nuova, “Finalmente il pezzo da 90 scende in campo e viene a darci una mano!”, ma cosi’ non e’. Per due ragione fondamentali.

La prima e’ la gia’ esistente comunita’ nostrana legata alla fondazione, che si concretizza sull’apposita mailing list. Una sola volta ci ho avuto a che fare, e mi e’ bastata: in occasione della stesura della lettera aperta al Garante per la Privacy, in merito ad un documento PDF compilabile solo usando Adobe Acrobat Reader e nessun’altra applicazione (libera o proprietaria che sia). Passo’ l’annuncio dell’iniziativa in lista LUG, in cui si dichiarava che il suddetto documento era fruibile solo con una certa versione del programma che per Linux manco esisteva, all’ennesima mail di lamentazioni volli toccare con mano e constatai empiricamente che tale assunto era falso. Dieci persone coinvolte, impegnate a scambiarsi commenti sull’intollerabilita’ dell’episodio, e nessuno aveva neppure verificato le accuse che stavano per essere inviate all’istituzione incaricata di vigilare su uno dei temi collaterali piu’ prossimi a quello del software libero, la privacy, e dunque con cui sarebbe conveniente mantenere dei rapporti quantomeno cordiali. A seguito della mia mail di notifica il testo della lettera venne modificato e l’impatto dell’azione venne pesantemente ridimensionato, ma indubbiamente qualche perplessita’ sulla credibilita’ del nucleo italiano di FSFE mi e’ rimasta fin da allora.

Il secondo motivo di dubbio e’ legato al conflitto di interessi nei confronti dei costumi tipicamente italiani. In concreto: il Linux Day, che essendo da sempre motivo di polemiche e lamentele all’interno della comunita’ nostrana non puo’ non avere un ruolo anche sulle dispute internazionali. FSF di suo promuove il Software Freedom Day: stesso format del Linux Day (eventi distribuiti organizzati dai gruppi locali tutti nello stesso giorno), ma di respiro internazionale e, soprattutto, a settembre. Ovvero: in un periodo tradizionalmente difficile per l’Italia, che si sta rimettendo in moto dopo la classica chiusura per ferie nazionale del mese di agosto. Dettaglio logistico non da poco, in quanto va ad inficiare su tutta la gia’ difficile organizzazione di tale genere di manifestazioni, ma ciononostante non mancano (ovviamente) coloro che non badano alla realta’ dei fatti e regolarmente propongono di soppiantare l’evento Made in Italy in nome di quello mondiale (che poi forse cosi’ mondiale non e’: nel 2012 sono state registrate 301 iniziative, poco piu’ del doppio dei Linux Day svolti nella sola Italia il mese successivo). A parte la diretta collisione degli intenti, va inoltre – nuovamente – rammentata la mai sciolta questione del nome “Linux Day” in luogo di “GNU/Linux Day”: Stallman stesso si e’ piu’ volte espresso in merito alla questione, arrivando a scrivere in una mail dello scorso luglio

[...] This means that ILS would cooperate with those groups that use the term “GNU/Linux Day”, and we would avoid splitting the community.

Arrivare a minacciare (con garbo) di spezzare la comunita’ nazionale proprio sull’unico punto in cui e’ piu’ o meno all’incirca unita per pura vanagloria certo non e’ una buona premessa, ne’ un buon precedente.

La concomitanza di questi due fattori – la presenza di un gruppo di coloni FSFE molto poco credibile che agiscono senza cognizione di causa e viene legittimato dal Gran Visir del Movimento a piantar grane – certo non rende rosee le prospettive per l’insediamento di FSFE Italia. Troppi i possibili punti di attrito con la gia’ traballante struttura nazionale locale, anzi troppi i punti di attrito gia’ esistenti che non possono che inasprirsi con l’ufficializzazione dell’interlocutore.

Al momento non resta che capire nomi e cognomi di chi e’ coinvolto direttamente in tale iniziativa, per sapere se iniziare a pensare male o malissimo. Se va male avremo solo un ennesimo nome – oltre a quelli citati in apertura – in coda agli appelli che periodicamente vengono spediti a enti e istituzioni varie, appelli che tutti tengono sempre a firmare e sottoscrivere per assecondare in modo inutile iniziative gia’ di per loro inutili. Se va malissimo… ci saranno ancora piu’ gatte da pelare, ed ancora piu’ tempo da dedicare alla mediazione interna anziche’ all’azione esterna.

Avanti il prossimo. Piu’ gente entra, piu’ bestie si vedono.

E Se…

11 agosto 2013

Qualche tempo fa si scherzava tra nerd, e qualcuno tra serio e faceto esclamo’ “Pensate se Free Software Foundation avesse finito Hurd ed il sistema operativo GNU fosse stato completo!”. Io ridacchiai, pensando allo stato attuale di Hurd e alla definizione di “finito”. Dopo un secondo mi son fatto serio. E dopo un altro secondo mi e’ stato impossibile evitare di dichiarare ad alta voce “Sarebbe stata la catastrofe”.

Come immagino tutti i lettori di questo blog sanno (e se no, sapevatelo) nell’era pre-opensource Stallman e compagnia si erano messi in testa di fare un sistema operativo completamente libero, e dopo aver scritto l’editor di testo per scrivere il codice, il compilatore per compilarlo, ed il debugger per debuggarlo, si piantarono nell’implementazione del kernel. Ovvero il pezzo che serviva ad eseguirlo, quello che stando a quanto che mi hanno insegnato all’universita’ e’ il sistema operativo propriamente definito. E, posti dinnanzi alla difficile scelta di rimandare il raggiungimento dell’obiettivo primario al 2043 o di sfruttare l’alternativa che gli era stata presentata su un piatto d’argento – il kernel Linux sviluppato da Linus Torvalds dalla parte opposta del pianeta – fecero buon viso a cattivo gioco ed optarono per la seconda, iniziando a costruire intorno ad esso. A cio’ si deve la doppia dicitura GNU/Linux, che a tutt’oggi caratterizza pressoche’ tutte le distribuzioni installate sui nostri PC e buona parte di grane e grattacapi all’interno della community.

E’ successo pero’ che Stallman e Torvalds non siano proprio sempre d’accordo su tutto: il primo ha una visione estremamente rigida ed inflessibile sulla liberta’ del software, il secondo ha un approccio piu’ libertario e pragmatico. Ed e’ cosi’ che al kernel Linux possono essere agganciati anche moduli non liberi senza eccessivi patemi, permette di inizializzare i driver con informazioni che si trovano in file di firmware pre-compilati, e contiene esso stesso blob binari di cui nessuno ha il codice sorgente che li ha generati. Insomma: una buona parte dell’hardware supportato da Linux, e’ supportato – che lo si voglia o no – in virtu’ di componenti tutt’altro che liberi. E tutti sappiamo quanto il supporto all’hardware sia fattore enormemente critico nella diffusione, soprattutto in ambiente desktop.

Se FSF avesse completato Hurd, non avesse dovuto ricorrere a Linux come kernel del proprio sistema, e non avesse dovuto dipendere dal reazionario Torvalds, tutto questo semplicemente non sarebbe successo: niente driver proprietari, niente blob binari, niente supporto hardware, e niente pubblico. Stallman lo ha sempre espressamente dichiarato: l’importante e’ garantire la massima apertura del codice, non raggiungere il piu’ ampio numero possibile di persone; data questa premessa mai si sarebbe piegato ad accettare compromessi nel suo sistema, e certo nessuno lo avrebbe supplicato per farlo. Qualcuno potra’ oggi sostenere che in fin dei conti le odierne gNewSense e Trisquel, distribuzioni “halal” benedette da Free Software Foundation che montano una versione speciale del kernel Linux “epurato” dai bit proibiti, in fin dei conti riconoscono una buona quantita’ di dispositivi – benche’ mai tanti quanti una piu’ lasciva Ubuntu – ma va detto che a questo punto ci siamo arrivati solo dopo venti anni di lenta ma costante espansione ed un coinvolgimento di un numero massivo di sviluppatori; se l’esperienza Linux (o in questo caso GNU) non fosse stata in un certo qual modo semplificata e resa piu’ morbida fin dall’inizio, sarebbe stato ben difficile avere tale progressivo coinvolgimento.

Ma va considerato anche un altro aspetto, meno appariscente ma probabilmente piu’ rilevante: GNU sarebbe stato certamente un sistema operativo libero, ma molto poco opensource. Fin dall’inizio della sua missione Stallman non si e’ mai dimostrato particolarmente incline ad accettare patch e correzioni dal mondo esterno, come ci racconta Eric Raymond nel celeberrimo “La Cattedrale ed il Bazaar” (nel saggio, Emacs e GCC rientrano nella categoria “Cattedrale”), e il “caso GnuTLS” del dicembre scorso ci racconta che le cose non sono cambiate nel tempo: a fronte di alcuni contrasti con lo sviluppatore principale appunto di GnuTLS in merito alla governance interna del progetto GNU, saltarono fuori dichiarazioni del calibro di “There is no process for decision making or transparency in GNU. The only existing process I saw is ‘Stallman said so’”. Torvalds non e’ uno stinco di santo e lo sappiamo tutti (per dirne due: CFS e ReiserFS 4), ma e’ legittimo chiedersi quanti componenti, anche importanti, non sarebbero stati inclusi nel kernel GNU sotto una guida puritana ed ortodossa: l’implementazione del protocollo SMB, indispensabile per interoperare con la condivisione file di Windows? I vari moduli per la virtualizzazione, che a loro volta permettono di eseguire altri sistemi operativi non necessariamente liberi? Per non parlare del supporto al DRM, che ha determinato una apertura spaccatura tra Torvalds e Stallman.

“Altola’! Hurd e’ sempre stato progettato come un micro-kernel, dunque chiunque avrebbe potuto implementare i suoi moduli anche senza il permesso di Stallman, ci sarebbero state tutte le funzioni del mondo e avremmo potuto cantare Kumbaya nudi sulla spiaggia!”. O forse no. Torvalds stesso, nel primo annuncio assoluto del suo kernel amatoriale, prendeva le distanze dal progetto GNU definendolo “professionale”: qualcosa di lontano, intoccabile, etereo. Vien da pensare che non fosse l’unico a vederla cosi’ – anche in funzione della gia’ citata tendenza a non accogliere in modo particolarmente entusiastico i contributi provenienti dai comuni mortali fuori da FSF – e che dunque il mondo GNU sia sempre stato visto – e sempre sarebbe stato visto – come un mondo parallelo. Talmente parallelo che, forse, non ci sarebbero neppure state “distribuzioni” messe insieme spontaneamente dalla community, come nella notte dei tempi e’ successo per Debian e Slackware: perche’ occuparsene, quando ci avrebbe pensato gia’ FSF? E delle distribuzioni “commerciali”, manco a parlarne: se mai una Red Hat o una Novell avessero messo mano a GNU, lo avessero compilato per proprio conto, e per una qualche necessita’ di esigenza dei propri clienti ci avessero aggiunto anche per sbaglio un qualche componente proprietario (cosa assai facilmente credibile, soprattutto all’inizio, quando necessariamente non ci poteva ancora essere una implementazione libera di ogni cosa), la contro-propaganda sarebbe stata sufficientemente spinta da fare terra bruciata intorno all’aspirante imprenditore. Gia’ oggi possiamo osservare l’attitudine dei nostri alla polemica nei confronti di Canonical, che, pur talvolta andando oggettivamente oltre il lecito, prova a far sfondare la sua Ubuntu sul mercato di massa benche’ la Fondazione non perda una singola occasione per muovere rimostranze piu’ o meno fondate (e, conseguentemente, tenendo lontani i potenziali collaboratori esterni al progetto open); figurarsi se fossero ancor piu’ direttamente toccati dalla questione, ovvero se Canonical cercasse di “manomettere” il loro proprio sistema operativo!

Alla luce di tutte queste considerazioni, c’e’ di che’ ringraziare che le cose siano andate cosi’ come sono andate. Il governo delle larghe intese gnulinuxaro, in cui devono necessariamente convivere scuole di pensiero diverse e persino contrastanti, forse non e’ il migliore possibile ma, pur non facendo contento nessuno (esattamente come la sua controparte parlamentare italiana) permette di non eccedere in nessuna direzione ed avere un ambiente bilanciato tra principi e pragmatismo (contrariamente alla sua controparte parlamentare italiana).

E se ci fosse stato Hurd? Sarebbe stata la catastrofe.

Piu’ Uguali degli Altri

7 luglio 2012

L’altro giorno, assumendo la quotidiana dose di news tecnologiche, ho trovato su LWN un riferimento all’intento di far rientrare Debian tra le distribuzioni formalmente approvate da Free Software Foundation. Ovvero di renderla completamente esente da software proprietario, o quantomeno – come specifica Stefano Zacchiroli, attuale leader della community Debian, nella mail che annuncia l’iniziativa – rendere piu’ esplicita e palese la separazione tra i componenti “main” (i pacchetti riconosciuti come parte integrante del progetto, che si assumono essere gia’ tutti freesoftware) da quelli “contrib” e “non-free” (tra cui, per definizione, si trovano anche elementi non completamente liberi ed in alcuni casi manco lontanamente opensource).

Alche’ ho cliccato sul link alla pagina a mio parere piu’ interessante, cioe’ quella che enumera i pacchetti che stando a Free Software Foundation rendono una distribuzione non degna di essere riconosciuta ed approvata, ed ho trovato svariate sorprese.

Passi unrar, che benche’ utilissimo viene distribuito con una licenza non libera. Passino i driver ipw2100, che benche’ siano l’unica speranza che un utente Linux ha di far funzionare alcuni modelli di schede wireless sono rigorosamente closed. Passi se proprio vogliamo anche AcetoneISO, che e’ un wrapper malamente messo insieme di una applicazione completamente proprietaria e senza la sua installazione non funge (dunque tanto vale). Ma che dire di Firefox? O di Liferea? O, udite udite, dello stesso apt, l’applicazione piu’ caratterizzante di Debian?

Il primo “raccomanda” software proprietario: quando incappa in un contenuto Flash consiglia di scaricare il plugin relativo dal sito Adobe. Il secondo “raccomanda” il primo come browser con cui aprire i contenuti che appaiono nei feed RSS, dunque per dipendenza non e’ accettabile. Per il terzo – e qui viene la chicca – viene dichiarato “Example sources.list files in the documentation refer to repositories with nonfree software“. Insomma, nella documentazione c’e’ scritto che se l’utente vuole puo’ scaricare persino software non libero.

L’elenco di spunti al limite del tragicomico non si ferma qui. unetbootin, comune applicazione per riversare una ISO bootabile su chiavetta USB, menziona (orrore!) nel pannello di configurazione distribuzioni che non sono a loro volta approvate da Free Software Foundation e va dunque soppresso. Thunderbird integra (raccapriccio!) la ricerca su motori non liberi – o almeno questo mi sembra di intuire dalla segnalazione originale del “problema”, in quanto i files specificati sono XML liberamente consultabili e rilasciati con licenza MPL la quale e’ regolarmente freesoftware-compliant -, e va dunque epurato da tale male. Mac-On-Linux… beh, e’ palese, permette di eseguire, emulandolo, un sistema operativo non libero dunque non e’ accettabile. A voler fare i pignoli si potrebbe anche spendere una parola sul caso di screenlets, imputato del fatto che “potrebbe” (!) contenere dati – dati, non codice – non liberi laddove nelle “Guidelines for Free System Distributions” che fungono da riferimento per codesta monumentale opera di accanimento e’ scritto chiaro e tondo che “Data that isn’t functional, that doesn’t do a practical job, is more of an adornment to the system’s software than a part of it. [...] This kind of data can be part of a free system distribution, even though its license does not qualify as free, because it is non-functional“: chiaramente qualcuno ha un tantino ecceduto con lo zelo.

Fatta questa panoramica dei punti salienti, arriviamo al nocciolo: secondo quale cortocircuito logico Free Software Foundation eroga la propria approvazione – e, di fatto, compie atto di ingerenza nei confronti dell’intera community – chiedendo revoca della liberta’ 0 caratterizzante del software libero, ovvero (cito dal sito della Foundation stessa) “Libertà di eseguire il programma, per qualsiasi scopo”. Tolti i primi esempi di componenti effettivamente proprietari, e dunque legittimamente candidati alla rimozione, tutte le sopra menzionate applicazioni sono free (e pure open, per buona misura) da cima a fondo, rilasciate con licenze che rispettano tutti i dogmi, aperte e libere ed accessibili. In virtu’ di quale editto alcuni software liberi sono “piu’ uguali degli altri”, e tali altri devono essere discriminati, additati, marchiati ed affossati? In che misura il fatto di “raccomandare” componenti non liberi – magari non per malafede, ma per assenza di alternative decorose – impatta sull’”essere libero”?

Risposta non c’e’, ma ci sono almeno due corollari.

Il primo: anche BOINC, applicazione alla base del popolarissimo progetto “SETI@Home“, compare nella lista di imputati in quanto “boinc downloads nonfree apps” – facendo riferimento al fatto che la piattaforma viene usata semplicemente per schedulare istruzioni che arrivano dall’esterno. Ma io mi domando e chiedo: non e’ questo lo stesso medesimo meccanismo con cui funziona Gnash, ovvero l’implementazione “libera” (per quanto libera possa essere l’implementazione di un formato chiuso…) di Flash? Che differenza c’e’ tra BOINC che scarica ed esegue una applicazione binaria, e Gnash che scarica ed esegue un SWF da un sito?

Il secondo: ripetutamente nella pagina in oggetto si raccomanda di sostituire i vari web browser – Firefox, Chromium, Galeon, tutti rei di consigliare occasionalmente agli utenti di utilizzare plugins non liberi per la fruizione dei contenuti – con IceCat, fork made in FSF e dunque corretto per usare solo estensioni e plugins free. Eppure a me risulta – potrei sbagliare, non avendo mai provato IceCat, ma son quasi certo sia cosi’ – che anche IceCat permetta di eseguire applicazioni non libere. Mi riferisco ai “blob Javascript” che impazzano sull’Internet, ovvero quei blocchi di codice che per ragioni di performance ed ottimizzazione vengono “compressi” prima di essere inviati all’utente che ne fruisce e che pertanto non risultano piu’ ne’ leggibili ne’ comprensibili. I quali sono stati aspramente criticati qualche tempo fa da Stallman in persona, che li ha definiti a tutti gli effetti software chiuso. Forse l’interprete Javascript di IceCat implementa la notazione suggerita nel sopra linkato articolo per reperire la forma sorgente e si rifiuta di eseguire codice offuscato e non intelligibile? No? E allora, per coerenza, anche IceCat deve essere rimosso dalla lista di applicazioni “benedette”.

Personalmente, come si sara’ oramai capito, non amo particolarmente l’iniziativa FSF di etichettare le distribuzioni GNU/Linux in “buone” e “cattive”, in quanto comporta un ennesimo motivo di divisione. Come se gia’ non ce ne fossero abbastanza nella nostra martoriata community. E per quanto la mia posizione, in gran parte soggettiva, sia opinabile, altrettanto opinabile ritengo il modo oggettivamente incoerente e raffazzonata di condurre questa campagna, che un po’ troppo spesso devia dalla volonta’ di tutelare la liberta’ degli utenti – scopo nobile ed elevato – alla mera propaganda di un ente, Free Software Foundation stessa, che evidentemente per avere un ruolo deve inventarselo di sana pianta.

Quel che i Linuxari non Dicono

29 aprile 2011

Qualche tempo fa’, non ricordo piu’ attraverso quale strada, mi sono imbattuto in una chicca pubblicata sul sito del Progetto GNU: la lista di “Parole da evitare (o usare con cura) perche’ male interpretabili o confusionarie”. Per la gioia di tutti gli stallmaniani che non perdono occasione di stracciarsi le vesti in nome della liberta’ del software invece di starsene quieti a scrivere del codice utile, che dispongono cosi’ di un rapido indice da consultare quando sono in dubbio se attaccare o meno il disgraziato di turno che ha avuto l’incuria di scrivere una parola di troppo sul web. Vale la pena commentare punto per punto codesto opinabile vademecum dell’integralista, per identificare le cause “filosofiche” di alcuni stravaganti comportamenti reperibili in giro sull’Internet e per far emergere alcuni concetti che, di contro, sono totalmente ignorati da troppi sedicenti supporters del software libero.

BSD-Style: viene fatto notare che ci sono diversi tipi di licenza BSD, una e’ compatibile con la GPL e l’altra no, dunque il generico termine “BSD-Style” per descrivere tutte le licenze di tale famiglia e’ scorretto. L’unico problema e’ che codesta dicitura si riferisce nella stragrande maggioranza dei casi alla non-viralita’ propria della BSD (la quale, contrariamente alla GPL ed alle licenze GPL-Style, permette di ridistribuire il codice secondo altri vincoli ed anzi pure come software chiuso) e di ogni sua variante, percio’ il consiglio qui espresso e’ totalmente scorrelato dal contesto d’uso reale.

Closed: gia’ dalla voce “closed” si inizia a prendere le distanze dal termine “opensource”, che in assoluto e’ la parola piu’ odiata da gran parte dei cultori del freesoftware (come vedremo sotto). Questo lemma sarebbe da evitare non perche’ scorretto ma perche’ troppo facilmente riconoscibile come contrario di “open”, e sia mai che qualcuno si confonda. Ogni commento e’ superfluo.

Cloud Computing: sul fatto che questa sia una buzzword senza alcun significato specifico concordo, ma del resto questa voce non riporta altre dichiarazioni rilevanti nel contesto del freesoftware o del copyleft (altrimenti ampiamente trattato dopo). Neppure le altrettanto poco significative dichiarazioni di Stallman su codesta pseudo-tecnologia, che viceversa altri alti esponenti del movimento stanno cercando di ritorcere sul mercato.

Commercial: il software libero non necessariamente non e’ commerciabile, in quanto puo’ essere venduto al pari di tutti gli altri. E, contrariamente a quanto si ostinano a sostenere alcuni, stando alla licenza GPL il codice sorgente deve essere rilasciato solo a coloro che acquisiscono l’applicazione (eventualmente dietro pagamento di una somma di denaro) e non a priori all’intera Internet (magari pure gratis). Dunque il fatto di voler evitare tale termine come contrario di “freesoftware” e’ legittimo. Ma basta dare una occhiata al feed RSS di ZioBudda per constatare che oramai la community piu’ becera, quella per cui la gratuita’ e’ uno se non il principale vantaggio del software libero, per accorgersi che questa nozione stenta ad entrare in numerose zucche seppur altrimenti estremiste

Compensation: da questo punto ci si inizia ad immergere nella astrusa discussione sul copyright, di cui ammetto non aver ancora pienamente afferrato la concezione stallmaniana. Codesta voce critica l’uso dell’espressione “compenso per l’autore”, riferendosi alla pratica in uso nel mercato dei contenuti “tradizionale” per cui ogni opera deve essere sempre ricompensata all’autore indipendentemente dal fatto che la si sia acquistata direttamente da lui o da un intermediario. Appunto, il “diritto di copia”. Che nel sistema parallelo del copyleft, implementato da GPL e Creative Commons, si perde: una volta acquisita una copia dell’opera (gratuitamente o pagando), chiunque puo’ farci all’incirca quel che vuole (venderla o distribuirla gratis) entro i limiti della licenza stessa. Trovo che la presenza del lemma nella “lista di parole da evitare” sia fuori luogo: una volta accertata la distinzione tra copyright e copyleft, ed appurato che il copyright e’ brutto e cattivo e puzza, in qualche modo si dovranno pur avere delle espressioni che servano a descrivere il suo funzionamento, giusto o sbagliato che sia; qui e altrove, sin troppo spesso si tende a voler mettere da parte alcuni termini non perche’ sbagliati o usati impropriamente ma semplicemente perche’ in conflitto con la visione della FreeSoftware Foundation.

ConsumeConsumer: sempre in tema di copyright e diritti, i termini “consumare” e “consumatore” sono ereditati dalle vecchie nozioni di mercato basato su beni materiali (che, appunto, si consumano con l’uso) e non possono dunque essere applicati efficacemente in relazione al mercato dei beni digitali (un film o un brano musicale possono essere riprodotti e copiati all’infinito senza alterare l’originale). Nella lingua italiana risentiamo relativamente poco di tali inflessioni, in quanto si sono discretamente diffusi i termini “fruire” e “fruitore” per indicare chi gode di un contenuto virtuale mentre “consumatore” e’ adoperato a mo’ di sinonimo laddove la costruzione grammaticale lo esige. La parte criticabile di questo paragrafo sta nel fatto di voler assumere a tutti i costi che l’utente moderno non solo “consuma” ma anche interagisce attivamente coi contenuti, anche se all’atto pratico il bacino di chi davvero, ad esempio, con un brano musicale fa qualcosa piu’ che ascoltarlo e’ talmente ridotto che a parer mio non val la pena rinominare l’intera categoria con questo solo presupposto.

Content: simpatico guazzabuglio linguistico dovuto al fatto che in inglese la parola “content” descrive quelli che in italiano sono “contento” e “contenuto”. In questo frangente non posso far altro che rallegrarmi per la ricchezza della mia lingua madre. Al fondo della voce si biasima l’uso dell’espressione “content management system” per indicare le piattaforme per la pubblicazione online di contenuti, in quanto troppo generica e poco specifica (qualsiasi applicazione software e’ destinata ad elaborare informazione), ma qui come altrove considero vani e patetici gli sforzi di voler dirottare a tavolino il significato di una formula oramai accettata, radicata, e compresa da chiunque abbia una minima dimestichezza tecnica.

Creator: altro paragrafo che tange poco il pubblico italofono: ho visto usare il termine “creatore” in luogo di “autore” talmente poche volte da non essere considerato rilevante. E comunque non capisco la volonta’ di voler evitare una parola solo perche’ e’ incidentalmente usata anche in un contesto completamente diverso come quello della religione: i termini “creatore”, “creazione”, “creatura” ed affini sono di uso comune ed indipendenti dall’ambito, inutile fasciarsi la testa ed appigliarsi a contorte interpretazioni nascoste. L’espressione consigliata come alternativa, traducibile in “detentore del copyright”, potrebbe secondo me essere scartata da Stallman per via dell’accezione italiana del termine “detenzione” (riconducibile alla carcerazione ed alla prigionia).

Digital Goods: ennesima critica all’uso di termini propri dell’economia classica basata sulle merci materiali nell’ambito del mercato virtuale.

Digital Rights Management: da sempre la FreeSoftware Foundation fa capo ad una campagna contro le tecnologie considerate restrittive nei confronti degli utenti, ed in particolare non manca mai di precisare che la “gestione dei diritti digitali” fa riferimento ai diritti di chi genera i contenuti (software, audio, video…) piu’ che di chi ne fruisce (chi possiede il PC su cui sono riprodotti). L’espressione alternativa “Digital Restriction Management” e’ sicuramente una simpatica parodia, ma che a mia volta sconsiglio di usare in ambiti che vadano fuori dalle chiaccherate al bar con gli amici: se il DRM si chiama cosi’ va chiamato cosi’, che piaccia o no, e’ come se io mandassi appelli ai giornali perche’ il nome “Popolo della Liberta’” secondo me non si addice al relativo movimento politico e volessi che tutti lo chiamassero “Popolo della Sudditanza”. Un dettaglio a pochi noto: nella prima draft della GPLv3, pubblicata nel gennaio 2006, viene esplicitamente usata la dicitura “Digital Restriction Management”, la quale e’ stata poi soppressa nella versione finale della licenza appunto perche’ evidentemente giudicata inopportuna per un documento con velleita’ di valenza legale

Ecosystem: il concetto messo qui in discussione e’ che il mondo del freesoftware non si basa su puri e semplici meccanismi di causa ed effetto, come puo’ essere un habitat naturale (governato da fragili equilibri tra gli organismi che lo vivono), ma su comportamenti dettati dall’etica e dalla morale dei partecipanti. Il che’, a parer mio, e’ vero solo fino ad un certo punto. Le dinamiche che governano la community freesoftware sono in buona parte misurabili e analizzabili, nonche’ rispettate in modo diverso a seconda della diversa interpretazione dei singoli individui (la quale e’ a sua volta prevedibile secondo criteri in gran parte noti). E’ normale che dopo ogni notizia (piu’ o meno esagerata) che parla di una parziale chiusura di un progetto open nasca un fork, la cui credibilita’ dipende direttamente dai nomi delle persone e delle societa’ che vi prendono parte, e dalla cui credibilita’ si desume l’aspettativa di vita.

For free e Freely available: un prodotto freesoftware non e’ a priori distribuito gratis. Dunque “freesoftware” e “gratuito” non sono sinonimi. E fin qui non fa una piega. Non si spiega comunque perche’ non usare tale dicitura per quelli che lo sono per davvero, ovvero quelli utilizzati dalla stragrande maggioranza delle casistiche domestiche. Maliziosamente io credo che la ripetizione di questo concetto all’interno della pagina, peraltro in aperta contraddizione con tutti gli altri passaggi che descrivono in modo negativo l’industria “classica” incentrata sull’accumulo iniquo di capitale, sia dovuto al desiderio di ribadire la non implicita gratuita’ del freesoftware, nozione che viene piu’ popolarmente riconosciuta nel pluri-odiato termine “opensource”.

Freeware: “freesoftware” e “freeware” indicano due tipi di licenze software totalmente diverse: nel primo caso e’ prevista la disponibilita’ del codice sorgente, nel secondo si indica che l’applicazione e’ gratuita. Pertanto, evidentemente, usare i termini come sinonimi e’ errato. Non spesso, ma qualche volta ho visto ripetere tale errore sui blog della community italica. Notevole il fatto che, sebbene almeno in parte legittimo, i due termini non siano mai accostati: ad esempio Gimp e’ software libero ed e’ disponibile gratuitamente, ma nessuno lo ha mai definito come “freesoftware e anche freeware”; piu’ che riportare una osservazione banale, questo paragrafo avrebbe dovuto secondo me meglio dettagliare il rapporto tra le due diverse metodologie di distribuzione.

Hacker: classica raccomandazione sul fatto che “hacker” e’ colui che crea ed inventa mentre quello cattivo che buca i server e ruba i numeri di carte di credito e’ indicato con il termine “cracker”. Data la gia’ menzionata inutilita’ del voler modificare a tavolino il significato che le parole assumono in una lingua con l’uso comune, a mia volta consiglio di lasciar proprio perdere la definizione di “hacker” ed adottare in toto il termine “smanettone”, molto piu’ significativo e a prova di fraintendimento in italiano.

Intellectual property: ennesimo paragrafo di denuncia nei confronti dell’abitudine a voler associare caratteri propri dell’economia “tradizionale” (nel caso specifico, la “proprieta’”) con il sistema di scambio e diffusione delle opere digitali e virtuali. Benche’ riconosca nella locuzione uno scarso significato pratico, a me pare sufficientemente rappresentativa dei meccanismi di assegnazione e detenzione del copyright all’interno dell’industria “tradizionale” dei contenuti digitali; che poi tali meccanismi siano giusti o sbagliati, dovrebbe essere argomento a parte.

LAMP system e Linux system: inevitabile appunto sul fatto che “GNU” dovrebbe essere nominato insieme a “Linux” nel nome del sistema operativo da noi tutti amato. Argomentazione trita e ritrita, e sinceramente noiosa, che gia’ ho toccato precedentemente. Il fatto di aggrapparsi pure alla sigla LAMP (Linux/Apache/MySQL/PHP), in uso almeno dal 2002, e’ uno dei passaggi piu’ bassi e tristi dell’intera pagina.

Market: francamente non ricordo di aver mai letto da nessuna parte dell’esistenza di un “mercato del software libero”. Piuttosto ho letto (e magari anche scritto) piu’ volte che il software libero compete sul mercato con le soluzioni proprietarie, e questa non mi pare una cosa cattiva: vuol dire che il freesoftware (o, per meglio dire, il software sviluppato con metodologia opensource) ha raggiunto un grado di maturita’ tale da poter essere usato al posto di quello proprietario, e che anche laddove la qualita’ non sia eguagliata comunque in molti apprezzano la liberta’ di azione e personalizzazione concessa da tal tipologia di applicativi. Di contro credo che ben pochi siano coloro che abbiano adottato il freesoftware solo per le sue proprieta’ etiche e morali, e che dunque abbiano operato completamente al di fuori delle dinamiche di una qualche sorta di mercato.

MP3 Player: essendo l’MP3 un formato proprietario e brevettato non merita di essere rappresentativo di una categoria. Come altri prodotti elencati sotto. Su questo posso essere abbastanza d’accordo, se non che all’atto pratico e’ ingenuo pensare che l’utenza casalinga riconosca davvero nell’MP3 l’unica forma con cui la musica viene distribuita: con ogni probabilita’ presso questi non esiste neanche la nozione di “formato”, e comunque a forza di prelevare contenuti pirata dall’Internet (pratica oramai estremamente diffusa) e’ inevitabile che gia’ si siano imbattuti in numerosi altre tipologie di files senza sapere quali fossero quelli aperti e quelli chiusi. E’ possibile che per una ampia fetta di popolazione “MP3″ sia semplicemente sinonimo di “brano musicale digitale”, sia esso pure un MIDI o un FLAC.

Open: l’ovvio paragrafo sulla parola “opensource”. Quella che i Veri Linuxari non dicono. Mi stupisco addirittura di quanto sia breve, forse anche in virtu’ del link alla ben piu’ corposa pagina che dettaglia l’esposizione. Gia’ mi sono espresso in merito alla differenza tra freesoftware e opensource, la quale del resto viene anche qui citata blandamente: “Free software is a political movement; open source is a development model“. I cultori della politica stallmaniana dovrebbero rileggere questa frase almeno cento volte prima di rimettersi a lagnarsi.

PC: evidente riferimento alla campagna pubblicitaria “I’m a Mac, I’m a PC” di Apple, in cui figurano due personaggi uno sfigato (il PC) e l’altro cool (il Mac). Per l’appunto, in gran parte delle sceneggiate rappresentate il PC sfigato e’ sfigato non perche’ e’ un PC ma perche’ ha installato Windows, ma come ovvio la relazione “personal computer = Windows” non e’ fondata. Non credo che questo paragrafo abbia un gran significato per il lettore occasionale, tanto piu’ se italiano: stando a quanto ho constatato qui da noi si sta diffondendo l’uso di esplicitare il sistema operativo in dotazione sul proprio computer domestico in virtu’ della persistenza di Windows XP e dell’inevitabile propagazione dettata dal mercato di Windows 7, anche se non sempre la risposta e’ una qualche versione della piattaforma Microsoft…

Photoshop e PowerPoint: in due punti della lista si mettono in discussione quelli che probabilmente sono diventati i due nomi di applicativi software (proprietari) piu’ popolarmente associati alle relative funzioni, al punto da essere usati rispettivamente come sinonimi di “fotoritocco” e “slides”. Tale pratica e’ anzicheno’ diffusa anche in Italia, ed il verbo “photoshoppare” e’ di ampia adozione presso la popolazione mediamente tecnica. Sebbene condivida la raccomandazione a non cedere a tale malsana abitudine, e’ comunque notevole che lo stesso trattamento non sia stato subito da “Google” (“to google”, “googlare“) forse anche perche’ in questo caso non c’e’ nessun software libero degno di essere considerato una alternativa e sarebbe stato imbarazzante farlo notare troppo.

Piracy: nuovo volo pindarico sulla visione alternativa ed anti-conformista della nozione di “copyright”. Gia’ mi sono espresso altrove sulla pirateria e sulle sue implicazioni.

Protection: altra critica al copyright classico ed all’esagerazione che accompagna le parole tipicamente usate in tale contesto. Nel sistema in cui l’autore di un’opera gode di tutti i diritti, a discapito del fruitore, mi pare che il termine “protezione” sia adeguato; il fatto che poi tale termine (e tale sistema) sia moralmente giusto o sbagliato andrebbe discusso in separata sede.

RAND: uno dei pochi punti della lista che mi trovano in accordo. Descrivere come “ragionevoli e non discriminatori” i vincoli per cui il prezzo di una applicazione che implementa un dato brevetto debba sempre contenere una cifra destinata al detentore del brevetto stesso e’ alquanto infelice, in quanto collide con il fatto che l’applicazione potrebbe benissimo essere distribuita gratuitamente e dunque non avere un prezzo. Questo e’ discriminante. L’alternativa proposta, “UFO” (“uniform fee only”), e’ pero’ altrettanto infelice, non per il contenuto quanto per l’acronimo da barzelletta.

Sell software e Software Industry: stando a questi paragrafi, le locuzioni “vendere software” e “industria del software” sono troppo facilmente riconducibili al mercato, dunque alla proprieta’, dunque alle restrizioni, dunque a tutte le cose brutte che fanno piangere Stallman, e pertanto non andrebbero utilizzate. Personalmente, come collegamento mi sembra un tantino esagerato. Piu’ in generale, spesso non riesco a comprendere come nei testi divulgati da FreeSoftware Foundation possano convivere posizioni estreme di tal fatta e raccomandazioni sul fatto che il software libero non necessariamente deve essere distribuito gratuitamente e puo’ anche essere venduto e ci si puo’ costruire un business.

Theft: chi infrange le leggi sul copyright non e’ propriamente un ladro, in quanto non sottrae nulla alla “vittima” ma effettua copie senza intaccare nessun prodotto originale. La definizione torna, ed e’ anche diffusa nel senso comune (ai tempi dello spot contro la pirateria proiettato nei cinema, costruito appunto sul concetto che scaricare film da Internet e’ un furto, si sono levate risate in ogni dove). Non e’ chiaro comunque come dovrebbe essere definito chi compie tale genere di reato (in quanto volenti o nolenti sempre di reato si tratta): “ladro” no, “pirata” come visto prima no, ci sono altre alternative?

Trusted Computing: vale lo stesso ragionamento applicato per il DRM: in quel caso i “diritti digitali” erano quelli del produttore di contenuti piu’ che dell’utente (e proprietario del PC su cui il DRM viene eseguito), in questo caso il computer e’ “affidabile” non per chi lo ha in casa ma per chi distribuisce il materiale che ci viene installato sopra. Indubbiamente si tratta di definizioni subdole, studiate appositamente per incutere un senso di sicurezza senza specificare a chi questa sicurezza giova realmente, ma esattamente come appunto nel caso del DRM se questo e’ il nome proprio assegnato alla tecnologia in oggetto cosi’ ha da essere chiamato per evitare fraintendimenti.

Vendor: chi produce software non necessariamente e’ un “vendor”. Che e’ anche giusto, nel momento in cui il dizionario Paravia suggerisce come traduzione di codesto lemma “venditore” o “distributore”, termini che hanno ben poco a che fare con la produzione. Ma certamente in italiano non esiste una parola di uso comune che rispecchi il senso completo di “vendor”, dunque per noi italofoni questo paragrafo e’ poco comprensibile.

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