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La Sottile Linea

28 marzo 2010

Qualche settimana fa’ e’ stata approvata la mia richiesta per un account git sui repository del progetto Gnome, mossa dopo l’invito di Philip Van Hoof sulla mailing list di Tracker. Ne ho presto approfittato per caricare su git.gnome.org il codice di libgrss, inizialmente sviluppata su BarberaWare ma ora dipendenza di Tracker e, se e quando avro’ modo di avanzare richiesta di inclusione, modulo ufficiale di una delle prossime versioni del desktop environment.

Un paio di mail ed un paio di commit mi hanno permesso di entrare a far parte di un team ben piu’ grande di quelli cui sono stato sinora abituato, e ad un livello ben piu’ alto, di vedere il mio proprio codice girare su milioni di PC sparsi sul globo terracqueo, di oltrepassare la sottile linea che separa chi il freesoftware lo considera un passatempo da chi lo considera un obiettivo.

Cosa implica cio’?

Dal punto di vista prettamente strutturale, una sequenza di complicazioni: rigide guidelines da seguire per la formattazione del codice, la responsabilita’ di mantenere sempre sul repository qualcosa di funzionale e quanto piu’ possibile esente da bugs, il dovere di provvedere ricca documentazione di ogni funzione destinata ad essere usata da altri, l’impegno a rispettare determinate deadlines e determinati tempi di consegna per rientrare nel ciclo di sviluppo del progetto. Questa posizione mi aiuta a ricordare il fatto che il “software libero” sara’ pure “libero”, ma e’ anche “software”, ovvero un prodotto manufatto che richiede una certa precisione ed il rispetto di regole di stampo ingegneristico: bellissimo il fatto di poter condividere il sorgente, ma se non fa quello che deve esso e’ totalmente inutile e le prediche sulla “liberta’” diventano esercizi di retorica fini a se’ stessi.

Dal punto di vista sociale, il progresso e’ notevole: sorvolando sul fatto di potersela inopportunamente “tirare” con gli amici, e sulla soddisfazione di aggiungere la dicitura “Developer Gnome” sul curriculum (che ora come ora risulta essere un documento particolarmente utile…), c’e’ da considerare il credito accumulato nell’economia meritocratica in vigore nel mondo freesoftware. Pubblicare il proprio codice sui repository Gnome garantisce che esso venga visto ed usato da molta piu’ gente, e nuove opportunita’ si aprono per implementare e far implementare architetture complesse. Poco fa’ ho inviato richiesta per vedere il mio blog (non questo, ma quello piu’ tecnico) in Planet Gnome Italia, e dunque aumentare di molto la visibilita’ dei miei contenuti e delle mie idee. Un po’ alla volta si ottiene familiarita’ coi processi e con le persone, e piu’ facile viene apportare e far apportare modifiche utili ai propri scopi, sia all’interno dei progetti su cui si lavora direttamente che su altri affini.

Il mio attuale status (con i benefici sopra elencati) non deriva da eccelse ed uniche qualita’ programmatorie, ma semplicemente da un minimo impegno e da uno sforzo marginale ma oculatamente indirizzato. Come si puo’ constatare dal codice di tracker-miner-rss, che appunto e’ il componente per il quale sono stato chiamato a far parte del team Tracker, l’opera svolta non brilla per complessita’ o ingegnosita’: ho prelevato il codice che mi serviva da Liferea, usando la libraria apposita l’ho integrato con il programma principale, e basta. Un qualsiasi mediocre programmatore con qualche esperienza su piattaforma Linux avrebbe potuto fare altrettanto, magari pure in meno tempo. Cio’ vuol dire che superare la sottile linea oggetto di questo post non e’ questione di capacita’ o fortuna, ma esclusivamente di volonta’. La volonta’ di fare qualcosa di mirato e specifico per il miglioramento.

Ben venga il progettino su cui lavorare alla domenica (io stesso ne ho una lista infinita, e non ci lavoro solo alla domenica), ma molti di piu’ dovrebbero avere la fermezza di voler aggregarsi ad un progetto piu’ grande ed affermato, magari di fare il sacrificio di abituarsi alle guidelines e alle deadlines, e meglio sfruttare le risorse intellettuali di cui dispongono per dirigere la crescita verso una direzione univoca e comune, anziche’ frammentare gli sforzi in mille direzioni diverse.

Il Bugzilla di Gnome pullula di tickets aperti, molti dei quali molto facilmente risolvibili eppure lasciati li’ a marcire da anni a causa della legittima mancanza di tempo dei maintainers. Non dubito che anche KDE, OpenOffice, o qualsiasi altro progetto di grosse dimensioni siano nelle stesse condizioni. Val la pena farci un giretto, aprire qualche pagina a caso, dare uno sguardo al codice, e magari confezionare una patch. E poi un’altra. E un’altra. E chiedere un account sul repository, in modo da potersi committare le altre da soli. Ed oltrepassare la sottile linea che separa chi blatera su quanto sia bello il software libero da chi il software libero lo fa.

Pacco

13 dicembre 2009

A me, piace il posto dove lavoro: sperimentiamo le piu’ recenti tecnologie, accrocchiamo insieme componenti diversi per ottenerne qualcosa di nuovo, contribuiamo a diversi progetti open, ed in linea di massima i colleghi sono tutti nerd e tutti hanno buone competenze, percui spesso saltano fuori spunti di discussione interessanti. C’e’ un solo difetto nel lavorare con gente che ha passione per il proprio mestiere: talvolta la si prende sul personale. Per ovvi motivi di riservatezza non posso qui esporre il perche’ ed il percome si sia giunti in una determinata situazione, ma suppongo nessuno se ne avra’ a male se linko un contenuto pubblicamente fruibile sull’Internet (da cui comunque, volenti o nolenti, si evince buona parte del background qui “censurato”): alcune mail di questo thread sono state fatte circolare nella mailing list interna dell’azienda e ne e’ nato un discreto polverone.

Sorvolando sull’aneddoto specifico, tale avvenimento mi ha fatto “scoprire” l’esistenza di una mailing list chiamata “KDE-promo”, cui mi sono iscritto un po’ per seguire eventuali evoluzioni della commedia un po’ per la curiosita’ di studiare quali metodi avesse adottato la squadra di promoters di un progetto che dalla versione 4, come gia’ discusso, fa’ dell’hype e della fidelizzazione il punto di forza del suo successo. E sono bastate un paio di settimane di frequentazione non solo per rinsaldare le mie precedenti posizioni, ma per inasprirle ulteriormente.

Per dirla in breve: l’intero universo KDE (developers, utenti sostenitori e quant’altro) e’ tenuto ad agire in funzione di quel che viene imposto da un ristretto gruppo di markettari che coordina qualsiasi output della community affinche’ appaia luccicante e scintillante. Trovo che il thread piu’ significativo in tal senso sia quello in cui Sebastian Kugler minaccia gli sviluppatori di Plasma affinche’ aggiornino la lista di features previste per la release 4.4 in quanto troppi elementi “gialli” (ovvero: marcati come “in fase di sviluppo”) non stanno bene e danno una cattiva impressione. Elementi di questo genere se ne trovano a dozzine, nella suddetta mailing list o meno: dalla pagina in cui si dettagliano i metodi con cui far sembrare una particolare applicazione KDE come il non-plus-ultra della tecnologia dinnanzi ad un utente domestico, all’intera sezione del wiki che elenca le argomentazioni da sostenere quando si parla del progetto e dei suoi pezzi forti, ad un comodo vademecum delle cose da dire o riportare nei blog per preparare il pubblico al prossimo rilascio (cfr. generare hype), alle pubbliche declamazioni delle esaltanti e nuovissime innovazioni introdotte (tipo: le finestre raccolte in gruppi, ad esempio esistenti dalla notte dei tempi in Fluxbox).

La mia critica non va ovviamente alla legittima volonta’ di promuovere e diffondere un progetto open, anzi la squadra KDE sarebbe da ringraziare per aver iniettato nella community un germe del fattore comunicativo indispensabile per fronteggiare le strategie di marketing dei colossi commerciali, ma al contrario all’eccessivo zelo con cui si aderisce ad una filosofia fondata sull’apparenza anziche’ sulla sostanza. Va benissimo ed e’ anzi consigliatissimo impegnarsi per mettere insieme screenshots e screencasts atti a portare all’attenzione del pubblico di massa le proprieta’ di una applicazione, ma il fatto di spostare le modalita’ di ingaggio dall’esposizione delle possibilita’ concrete alle fumose ed immantenibili promesse risulta dannoso non solo al progetto in se’ ma a tutto il mondo linuxaro.

L’esempio piu’ eclatante e scontato e’ esattamente KDE4: annunciato con le fanfare come una rivoluzione del desktop computing, comprendente meravigliose tecnologie semantiche, uno stravolgente modello di interazione, un framework di potenza straordinaria, e’ stato atteso con fervore da migliaia di “addetti ai lavori” e semplici rappresentanti dell’utenza home. A tutt’oggi, con la release 4.4, solo una minuscola parte delle promesse sono state soddisfatte, l’hype va spegnendosi, il progetto viene etichettato come una bolla di sapone, la sua instabilita’ ha disintegrato le speranze (gia’ eccessivamente esasperate) accumulatesi sui blog. I sogni di gloria sono stati paccati.

Se a trarre danno da questa situazione fosse il solo KDE si potrebbe chiudere un occhio, impietosirsi di chi si e’ tirato la zappa sui piedi e tirare avanti. Ma evidentemente si son fatti i conti senza l’oste: la community freesoftware e’ ancora una minoranza (in esponenziale crescita, ma pur sempre una minoranza), al di fuori della ristretta cerchia di entusiasti ed assidui frequentatori un’opera dello spessore di KDE al pari di Gnome o OpenOffice o anche solo Firefox sono identificati come una unica entita’ (solitamente identificata come “Linux”) e la valutazione inconscia di uno si ripercuote su tutti. Dedicare tante risorse nel creare aspettativa e cosi’ poche nel realizzarla produce un effetto boomerang su se’ stessi e sugli altri: una recensione critica, e resa piu’ aspra dall’insoddisfazione di chi la scrive, aggiunge una goccia al mare di piu’ o meno fondate obiezioni al software libero, e considero una incoscienza continuare a perseguire le strade del marketing vaporoso anziche’ quelle dell’avanzamento tangibile.

Morale: producete qualcosa ed esaltatelo, anziche’ esaltare qualcosa che non esiste. Le bugie hanno le gambe corte, esattamente come corta e’ la pazienza di chi attende di avere qualcosa di solido tra le mani.

Ed ora, ho gia’ scritto abbastanza chiacchere: torno a stendere un po’ di codice.

Questo Uccidera’ Quello

18 agosto 2009

Ieri sera e’ accaduto un fatto che offre una ricca serie di spunti di riflessione sull’essenza del software libero, e vorrei qui esporre le successive elucubrazioni nella speranza che possano tornare utili a chi si e’ posto certe domande ed ancora non ha ottenuto risposta.

Il fatto: ho rilasciato la versione 0.1.0 di un mio modestissimo programmino che permette di seguire l’avvicendarsi dei nuovi threads su 4chan, popolare image board estremamente attiva ed oramai divenuta uno dei pilastri della cultura Internettiana, ed ho ben pensato di annunciarne la disponibilita’ su 4chan stesso, nel canale dedicato alla tecnologia (/g/, per la precisione). Alla precisazione che l’applicativo e’ solo per Linux ho ricevuto una ondata di commenti negativi, sul fatto che nessuno se ne sarebbe curato e che era totalmente inutile, ed un poco alla volta sono giunte minacce sul proposito di rubare il codice, togliere il mio nome, e rilicenziarlo con un formato totalmente incompatibile con la GPLv3 per il solo gusto di farmi un dispetto, facendo leva sul fatto che da solo non avrei certamente potuto intraprendere una azione legale internazionale per violazione di copyright.

Sorvolando sull’infantilita’ dei miei interlocutori – ma in fin dei conti non ci si poteva aspettare di meglio da un forum noto per essere punto d’origine dei peggiori scherzi della Rete – occasioni come queste sono ottime per raccogliere percezioni e sentimenti di chi, consapevolmente o meno, e’ ostile al software libero ed alle sue modalita’ di diffusione.

Per molti l’idea di distribuire il codice sorgente del proprio sforzo programmatorio equivale ad un suicidio intellettuale, in quanto ogni riferimento al realizzatore primo dell’opera – e di conseguenza il riconoscimento e la glorificazione della paternita’, spesso unico motivo della distribuzione gratuita del software – e’ alla merce’ di qualsivoglia lestofante, che con un edit ed un giro di compilazione puo’ assegnare a se’ stesso il merito della composizione e farne cio’ che piu’ gli garba (ivi compreso trarne profitto economico, che penso sia il massimo affronto nei confronti di uno sviluppatore freeware). Il “furto di merito”, in una cultura principalmente meritocratica come e’ appunto quella del freesoftware e del freeware, e’ assimilabile al furto di denaro contante nel mondo reale contemporaneo, anzi e’ forse anche piu’ grave poiche’ il riconoscimento della bravura e dell’abilita’ del programmatore e’ l’unico ed assoluto mezzo con cui si e’ identificati all’interno dell’ecosistema sociale di riferimento. Secondo tale visione essere privati del proprio copyright sul proprio programma equivale ad essere privati non solo del lavoro, ma anche della possibilita’ di ottenerne un’altro, in una spirale di perdizione ed autodistruzione che spaventa chiunque sia anche solo vagamente tentato di condividere il codice sorgente e preferisce dunque tenerselo ben stretto.

Sia ben chiaro che tale affezione all’ego informatico non e’ esclusivo dei programmatori freeware, ma e’ diffusamente sentito anche dai programmatori freesoftware – come gia’ detto, entrambi i sistemi si poggiano su una meritocrazia di fatto – e non poche sono state le occasioni in cui ho personalmente raccolto dubbi e perplessita’ dai piu’ disparati esponenti della community open in merito ai rischi che comporta la messa a nudo dell’opera intellettuale e la (apparente, come vedremo) inclinazione alla predazione. Cio’ indica che, per quanto spesso il desiderio di avvantaggiare non il singolo individuo ma l’intero gruppo di riferimento sia forte, taluni non sono pienamente convinti di cio’ che fanno e perseverano sulla strada della condivisione quasi per inerzia.

Ebbene: io ritengo tali timori ancestrali e destinati a sparire spontaneamente nel corso del tempo, vestigia di un tempo lontano lontano in cui non esisteva l’Internet.

Partiamo da qualche presupposto di base, scontato ma che e’ bene chiarire subito:

  1. taroccare un software closed per alterarne il copyright non e’ tanto piu’ difficile che taroccarne uno open. I decompilatori per qualsiasi linguaggio di programmazione abbondano, ed anzi con un po’ di fortuna basta un semplice editor esadecimale per individuare la stringa che riporta il nome dell’autore e sostituirla con cio’ che piu’ aggrada. Indi per cui l’idea che tenendo il codice per se’ si evita qualsiasi illecito e’ totalmente infondata, una falsa sicurezza
  2. nonostante il presupposto di cui sopra, non mi risultano casi in cui qualcuno ha rubato la proprieta’ intellettuale di un’altro e ne ha cavato grandi benefici, tantomeno ostacolando il vantaggio dello sviluppatore originario. Inutile tirarla per le lunghe: nel sottobosco delle produzioni amatoriali sono ben poche le applicazioni impareggiabili ed insostituibili, moltissime – la maggior parte – sono replicabili partendo da zero nel giro di una settimana, ed illudersi che il proprio prodotto sopra tutti gli altri analoghi possa essere cosi’ interessante da essere rubato e/o possa aprire le porte a chissa’ quale notorieta’ e’ indice di presunzione che mai sara’ soddisfatta

Detto cio’, enunciamo un concetto semplice ma che rappresenta l’importante nodo di fondo da sciogliere: quel che preme preservare non e’ il software, ma la dichiarazione di paternita’. Banale, ma non scontato. La volonta’ di non rendere pubblico il sorgente coincide esattamente con la volonta’ di non rendere vulnerabile la dicitura sul copyright, che alla fine e’ il vero obiettivo delle premure del programmatore. Abbiamo gia’ visto che pur se consegnato in forma binaria il programma puo’ comunque essere falsificato, e tanto basterebbe a chiudere la questione, ma la vera domanda e’: basta un nome ed un cognome nella finestrella di “About” per garantire l’assoluta certezza in merito al creatore dell’opera? Basta scolpire le proprie iniziali sulla corteccia di un albero per dichiarare che il parco in cui si trova e’ a noi intitolato? A tal proposito il Notre Dame de Paris di Victor Hugo (e piu’ precisamente nel Libro 5, Capitolo II, “This Will Kill That”, reperibile in inglese qui) e’ assai esplicito, e le congetture sul rapporto tra architettura e stampa – la seconda ha preso il posto della prima, potenziandone i significati – sono splendidamente traducibili anche nel rapporto tra stampa ed Internet: la forza e l’immortalita’ di una espressione non si misura nella profondita’ con cui essa e’ scolpita nella roccia, ma quanto essa sara’ riproducibile ed accessibile al prossimo.

Per tornare al caso concreto, ed alla storia di apertura di questo brano. Sebbene non abbia particolare interesse nel difendere la proprieta’ intellettuale del mio stupido programma, facilmente re-implementabile in pochi giorni da qualsiasi mediocre programmatore, ho comunque voluto provare ad ingegnarmi per individuare la miglior forma di protezione a disposizione. E con discreta sorpresa mi sono reso conto che la soluzione e’ lapalissiana: per far sapere a tutti di essere l’autore di un programma, occorre comunicarlo. Ho aggiunto il mio progettino su OpenDesktop, su Ohloh e su Freshmeat, tre noti siti che indicizzano applicazioni opensource rendendone facile il reperimento e la scoperta da parte degli altri utenti, ma soprattutto riportano la data di inserimento e (nel caso di Ohloh) importano l’intero repository SVN mettendone in evidenza l’intera storia di modifiche e correzioni, si’ da placare ogni possibile incertezza sull’andamento dello sviluppo. Da oggi chiunque dichiarera’ di essere autore del programma, e per quanto egli possa alterare tutti gli headers in cui compare il mio nome e il nome originario del software, potra’ essere facilmente sbugiardato puntando il dito verso la quantita’ di tracce lasciate in giro sull’Internet dal vero ed unico autore, per cui la mole di servizi (gratuiti) sopra citati fanno da muti ed inconsapevoli garanti. Un po’ come nel secolo scorso si usava spedire a se’ stessi in busta chiusa e sigillata documenti importanti, lasciando che un ente autorevole e legittimato (le Poste) apponesse il suo timbro con il giorno il mese e l’anno del recapito, e tanto bastava per valere come prova della data di stesura del documento stesso in sede di tribunale.

Ma di tribunali non ci sara’ mai bisogno: solo un pazzo, o una persona immensamente motivata, potrebbe intentare causa ad un burlone dalla parte opposta del pianeta al solo scopo di essere riabilitato dalla societa’ civile. La societa’ tecnocratica in cui i programmatori domestici si muovono, invece, si accontenta di riconoscere il valore del singolo, e di ostracizzare chi non rispetta le regole del gioco: tutti sono consapevoli di quanto possa essere una facile tentazione quella di rieditare i sorgenti per farli apparire come propri, tutti sono ugualmente sensibili dinnanzi a tale potenziale abuso, nessuno sara’ disposto a perdonare o a tacere su un atto criminale di tal fatta, tanto piu’ efferato perche’ fondato sulla buona intenzione del creatore del software. Di tribunali non c’e’ bisogno, perche’ sono tutti giudici.

Tra poggiare ogni propria convinzione su una semplice frase all’interno del programma ed avere mezza Internet come testimone c’e’ una discreta differenza, ma gia’ so che questo non basta a rispondere ad ogni titubanza.

Ad esempio: se non vengo a sapere che qualcuno sta’ sfruttando il mio lavoro? Assai probabile, ed in tal caso “occhio non vede, cuore non duole”. Ma nel momento in cui dovesse essere intercettato un uso non conforme alla licenza applicata sara’ facile individuare il responsabile: poiche’ l’unico profitto che si trae dalla distribuzione di codice open e’ la costruzione della propria reputazione assieme alla copia non autorizzata ci sara’ un nome che vuol farsi elogiare, e spesso un indirizzo mail (nonche’ un paese di origine, e da li’ con qualche ricerca un indirizzo di residenza, per coloro con istinti particolarmente vendicativi…). Triangolare un usurpatore e’ semplice quando tale personaggio compie il gesto per il solo scopo di essere identificato.

E ancora: se qualcuno chiude il sorgente, come faccio a dimostrare che e’ opera mia? Questo e’ un po’ piu’ complicato, e sebbene non impossibile (esistono tecniche di analisi statica dei binari per tracciare i comportamenti di due programmi e dunque capire se uno e’ stato tratto dall’altro) stando al punto 2 dell’elenco sopra riportato e’ totalmente inutile: avendo due o piu’ programmi che fanno la stessa cosa gli utilizzatori saranno portati a scegliere quello migliore, ed il valore aggiunto della disponibilita’ del sorgente (con tutte le conseguenti implicazioni: certezza dell’assenza di malware, spyware, apprezzamento dei valori del software libero…) si sta imponendo verso ogni fascia di pubblico.

Insomma: le minacce di un gruppetto di ragazzini non sono bastate ad incrinare neppur minimamente la mia fiducia nel modello free, anzi mi ha offerto l’ennesima e sempre gradita occasione di riflessione (nonche’ una mole di visite al sito di TuxChan, essendo stato implicitamente pubblicizzato senza ritegno nella fase di affermazione della paternita’: 19 downloads in meno di 24 ore li ritengo un piccolo successo). Mi stupisco come invece molti si lascino intimorire da simili spauracchi, dalle pretese di furto e isolamento, paradossalmente limitando la diffusione del proprio parto creativo nel vano ed ingiustificato sforzo di detenerne un controllo che comunque non puo’ essere assoluto.

Questo uccidera’ quello. Il freesoftware uccidera’ il freeware. Perche’ tu sei solo, noi siamo tanti.

Gli Esami non Finiscono Mai

18 aprile 2009

Sebbene abbia una esperienza professionale come sviluppatore software lunga piu’ di tre anni, e da ancora piu’ tempo realizzi piccoli e grandi progetti (per lo piu’ rilasciati in licenza free), non smetto mai di imparare e scoprire di avere lacune. Non mi riferisco qui ovviamente a nozioni su particolari tecnologie, che inevitabilmente non si possono approfondire tutte a causa del loro crescente proliferare, ma proprio all’arte della programmazione.

Non nascondo che il “segreto del mio successo” stia nel fatto che sia nato e cresciuto come developer di software free: guardando l’altrui codice ho imparato i fondamenti ed appreso buona parte dei concetti essenziali e delle tecniche avanzate, il mio primo impiego l’ho ottenuto in virtu’ della mia immeritata fama di “programmatore Linux” nei primi anni dell’universita’ ed il secondo (a tutt’ora in corso) grazie al Progetto Lobotomy, su cui da anni perdo la testa, e a tutt’oggi ricevo continuamente offerte di lavoro e collaborazione dalle persone piu’ disparate che sono incappate in una qualche mia opera a sorgente aperto e, constatando la passione che metto nella produzione di applicazioni che dono poi in licenza open, chiedono una mia partecipazione.

Ma non di sola carriera professionale vive il nerd, e da qualche giorno, a seguito del mio parziale abbandono della community torinese (dovuto a motivazioni che magari esporro’ in un’altro post), ho deciso di far convergere le mie risorse nel mondo del vero software libero, e dei grandi progetti per i quali Linux ed il freesoftware e’ cosi’ noto, diffuso ed apprezzato. Un conto e’ implementare e rilasciare qualche programmino piu’ o meno utile con una scarsissima o inesistente base di utenza, un’altro il fatto di aggregarsi agli immensi sforzi profusi dalla community (quella effettiva, che produce il codice su cui tante speculazioni filosofiche e morali vengono applicate) e fare quello che s’ha da fare.

Cosi’ ho scaricato il codice di DBus (uno dei componenti alla base del moderno Linux su desktop), gli ho dato una occhiata, ho individuato un commento che indicava la necessita’ di revisionare una certa funzione ed ho spedito una patch ai maintainer.

Indipendentemente dalla bonta’ della patch, con orgoglio leggo il commento che Havoc Pennington (che non e’ uno che passava di la’) mi ha con estrema cortesia elargito: dalla manciata di righe che ho spedito egli ha tratto una quantita’ di suggerimenti ed indicazioni sulla leggibilita’ e sulla logica applicata non solo estremamente sensate ma che non posso far altro che assorbire i saggi insegnamenti, i quali immancabilmente andranno a ricadere nella mia produzione professionale ed amatoriale. Si tratta solo di pochi spunti, i quali pero’ rappresentano i tasselli di cui si compone la consapevolezza che qualsiasi developer deve portare con se’ nel momento in cui dal suo lavoro dipendono i dati, le informazioni, i lavori e le vite altrui.

Gia’ in passato ho provato ad “ingegnerizzare” il contatto tra giovani programmatori freelance col pallino per la GPL e mondo dell’impresa, cui qualche smanettone di supporto non farebbe mai male, all’interno del progetto Barberaware; non ho mai avuto grande successo, e mi piange il cuore nel continuare a vedere come i miei coetanei non riescano a capacitarsi dell’immenso beneficio che trarrebbero nello sviluppo di prodotti open. E se prima limitavo tali vantaggi alla visibilita’ sul mercato del lavoro ed all’accumulo di esperienza a cio’ aggiungo adesso l’esposizione delle proprie capacita’ ad individui con capacita’ ed esperienze ancora piu’ grandi ed in grado di valutare, correggere, ed indirettamente contribuire alla propria crescita personale.

Aldila’ dei sermoni sulle liberta’ e l’etica del freesoftware, la produzione di sorgente libero e’ una rapida strada per raggiungere l’eccellenza in campo tecnologico; per me il cammino e’ ancora lungo, e l’episodio sopra accennato ne e’ la dimostrazione, ma mi sento di spronare gli aspiranti (o gia’ scafati) programmatori ad intraprendere la stessa via, per far del bene a tutti ma soprattutto a se’ stessi.

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