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La Sequenza Corretta

26 novembre 2011

Il 5 agosto scrissi un post non particolarmente lusinghiero nei confronti di alcuni servizi web di pseudo-e-government che invitavano alla trasparenza senza essere a loro volta trasparenti, chiusi tanto nel codice quanto nei dati raccolti. Tra questi, anche DecoroUrbano.

Il 29 settembre ricevetti il primo contatto da parte di una persona addetta presso MaioraLabs, societa’ che produce e hosta lo stesso DecoroUrbano: molto cordialmente mi fece intendere di aver letto il mio articolo e mi annunciava in anteprima che non solo la piattaforma stava per essere rilasciata in licenza opensource, ma che l’intero progetto sarebbe stato incluso in una misteriosa (all’epoca dei fatti) fondazione “per creare una suite di applicazioni per i comuni“. Il 3 ottobre venne pubblicato l’annuncio ufficiale sul sito e sulla relativa pagina Facebook. Il 18 ottobre la fondazione Wikitalia e’ stata svelata ai media.

Piu’ di un mese dopo, del codice e dei dati non c’e’ traccia. Il sito Wikitalia continua ad essere povero di contenuti, il link “Open DU” nel footer delle pagine di DecoroUrbano continua a linkare alla dichiarazione di intenti originale.

A questo punto potrei scrivere “Ve lo avevo detto” e concludere il post. Ma ci sono numerosi altri dettagli. E, dopotutto, non e’ nel mio stile scrivere pezzi cosi’ brevi.

Presso il pubblico la popolarita’ del progetto cresce e la summenzionata pagina Facebook pullula di segnalazioni di persone che hanno invitato i rispettivi comuni ad aderire (da notare che la maggior parte di questi commenti arrivano da accounts che riconducono al Movimento a 5 Stelle, che gia’ ha dato prova di avere scarsa cognizione degli strumenti partecipativi digitali nonostante le sue radici telematiche). Come volevasi dimostrare l’opportunita’ di lamentarsi delle buche nella strada viene prima dell’idea di gestire tali lamentele in maniera sistematica e strutturale – accedendo ai dati grezzi ed integrandoli con altri strumenti – magari con la velleita’ di porvi rimedio.

Dall’altra parte, cogliendo nell’aria l’imminenza della fondazione Wikitalia iniziai con anticipo a tastare il terreno in giro, e per vie private ero gia’ ero stato allertato della scarsa consistenza dell’intera baracca non da una ma da ben due distinte persone informate dei fatti, esponenti dell’intelligentsia tecnofila nostrana. Una si e’ limitata a biasimare l’ennesima iniziativa rivolta a far proprio il vessillo – altamente abusato – del movimento opendata; l’altra ha commentato in modo piu’ deciso con “Bellissima iniziativa, ma non c’e’ assolutamente niente” ed un piu’ sibillino “C’e’ Riccardo Luna dietro… E’ tutto un programma…”. Parole non incoraggianti, ma che fanno capire come anche presso gli Illuministi dell’era post-moderna si inizi a percepire quel che e’ noto da sempre presso gli smanettoni: i proclami non servono a nulla se non sono seguiti – o meglio ancora anticipati – da un riscontro concreto.

Nel mezzo, la politica. Perche’ quando si parla di e-Government, inevitabilmente prima o dopo si arriva alla politica. E’ noto, in quanto pubblicato sui giornali, il dato che diverse citta’ hanno “aderito” al progetto, sebbene non sia esplicitato da nessuna parte in cosa consista tale “adesione”. Tra i comuni partecipanti, anche Torino. Il di cui Assessore ai Servizi Informativi, Stefano Gallo, ha ricevuto visita di un paio di portavoce circa a meta’ settembre. Forse per spiegargli l’idea e ricevere la sua “benedizione”, o forse per ufficializzare l’adozione della piattaforma da parte della citta’, o forse per avere un nullaosta con cui presentarsi presso i locali enti di manutenzione urbana (Amiat, Iren, Smat e compagnia) e pianificare l’integrazione dei rispettivi help desk con le segnalazioni raccimolate su DecoroUrbano. Non e’ dato saperlo.

Dal basso della mia posizione di “smanettone di periferia” credo che l’approccio a questo genere di questioni dovrebbe essere un altro. Non perche’ io ho ragione e gli altri hanno torto, ma perche’ se si fanno propri certi principi sulla trasparenza e sull’operativita’ si dovrebbe essere anche in grado di sapervi aderire in prima persona, coi fatti tangibili prima che con le parole. Prima si mette insieme una beta dello strumento, poi ne si pubblica il codice in un repository, dopodiche’ si fanno gli annunci ed infine ci si rivolge agli stakeholders istituzionali. Mi pare una modalita’ sufficientemente logica, entro cui e’ possibile gestire eventuali ritardi e complicazioni (che legittimamente possono sempre avvenire) senza venir meno alle promesse e senza doversi inventare scuse all’ultimo momento, e che garantisce un minimo di credibilita’ a chi sta agendo – come dice di fare – sul campo ed in nome del bene comune. Ogni altro percorso, soprattutto quelli che all’interno di un progetto forzatamente etichettato come “open” prevedono l’atto della pubblicazione del codice come ultimo step a bassa priorita’, non rientrano nella mia personale definizione di “funzionale”.

Ma c’e’ una sequenza corretta per ogni esigenza. Una per fare le cose, un’altra per raccontarle.

Cosa e Come

5 agosto 2011

Ieri, in mezzo alle solite notifiche Facebook che quasi ognuno di noi riceve, me ne e’ arrivata una dal gruppo (privato) di AxT, novella associazione astigiana per la promozione dell’open-data e dell’open-government di cui in qualche modo faccio parte (e per cui ho persino scritto un articolo, spero di trovare il tempo per stenderne altri in futuro). Tale notifica era relativa ad un link condiviso da un giovane membro dei Radicali Italiani evidentemente interessato alle tematiche del potenziale democratico offerto dalle odierne tecnologie ma, mi si permetta di dirlo senza cattiveria e senza malizia, un tantinello sprovveduto.

In breve, nel post linkato l’autore fa sfoggio di entusiasmo e buona volonta’ dichirando di aver invitato il sindaco di Asti, Giorgio Galvagno, ad aderire al network di Decoro Urbano, sbrilluccicante piattaforma di segnalazioni da parte dei cittadini su problemi di rifiuti, dissesti, atti di vandalismo e quant’altro.

Inevitabilmente ho fatto un giretto sul sito, trovando quello che mi aspettavo di trovare: brochures assai curate dal punto di vista grafico ma nei cui contenuti si ripetono sempre le stesse medesime buzzwords, gran abbondanza di widgets social che istigano alla condivisione ed alla promozione, e grandi ammicchi rivolti ai decisori politici che devono valutare se far adottare il sistema dal comune che rappresentano. Le stesse cose che del resto trovai su ePart, iniziativa in tutto e per tutto simile cui l’eco e’ giunta a me quando il servizio venne inaugurato ad Udine. Con la differenza che ePart non dichiara pubblicamente quanto costa la fruizione dei dati dal punto di vista amministrativo da parte del comune aderente (disclosure: se non ricordo male tra i 10000 ed i 30000 euro, dipende dalle dimensioni della localita’ stessa dunque chi piu’ ne ha piu’ ne spende. Ho un amico che lavora presso un comune piemontese e che gli ha scritto in via ufficiale per far finta di informarsi…), mentre su DecoroUrbano e’ scritto a chiare lettere che e’ tutto gratis per tutti. I malpensanti potrebbero dire “finche’ e’ in beta”, ma concediamogli il beneficio del dubbio.

Essendo tutto gratuito verrebbe da pensare che codesti benefattori non abbiano doppi fini, come ad esempio la squallida aspirazione di raggirare i contribuenti prima inducendoli a promuovere e pubblicizzare un servizio dedicato al loro esclusivo bene salvo poi estorcere cifre folli agli enti pubblici che ci cascano, dunque non ci sarebbe problema alcuno a rilasciare tutto il codice in licenza opensource e pubblicare i dati raccolti in formato grezzo per permettere ulteriori analisi e manipolazioni da parte di terzi. Esattamente come fanno gli altri progetti americani da cui, come si evidenzia nella presentazione in PDF (a pagina 4), loro prendono ispirazione. E invece… sorpresa (!): niente codice e niente API. Tutto chiuso, tutto proprietario, tutto segreto. La trasparenza e la partecipazione sono cose buone solo finche’ si applicano agli altri, meglio ancora se sono clienti paganti.

Da questa ennesima esperienza emerge non solo un poco di sdegno (ma solo un poco: oramai per queste cose abbiamo gli anticorpi…), ma soprattutto una grande preoccupazione.

In questi tempi moderni fatti di movimenti digitali e tecnologie spicce le iniziative rivolte all’e-Government, all’e-Democracy, all’e-Partecipation e a tutto quello che riporta un prefisso con “e-” (o anche un post-fisso “2.0”, va bene uguale) abbondano. Ci sono associazioni, ci sono eventi, ci sono appelli ai governanti affinche’ attuino politiche finalizzate alla cooperazione attiva. Attiva, ma troppo spesso non consapevole. Tutti poggiano le loro richieste e le loro attivita’ su una serie di concetti essenziali: la trasparenza, i dati aperti, il software libero. Tutte cose giuste, ma troppe tutte insieme. Il messaggio rischia di arrivare deformato all’orecchio di chi alla fine decide per l’implementazione di queste idee. Soprattutto quando questo messaggio viene trasmesso e rimbalzato da chi non ha competenze appropriate, e con il cranio imbottito di slogan e parole chiave recepite casualmente in giro prende per oro colato quanto scritto nelle brochure colorate. Passandole con entusiasmo al suddetto decisore finale, che a sua volta ha competenze ancora meno appropriate e recepisce solo le ricadute politiche delle sue scelte (il cittadino puo’ mandare la sua segnalazione = e’ contento = mi vota. Cfr. pagina 10 della presentazione PDF di DecoroUrbano) dunque approva opzioni a dir poco azzardate.

La minaccia, concreta, e’ che l’epocale passaggio alla nuova generazione di strumenti collaborativi si risolva in una immensa presa per i fondelli: il progetto viene inaugurato in pompa magna, lautamente pagato di nascosto, e, come ogni opera pubblica che si rispetti, abbandonato dalle istituzioni nel giro di due anni, con l’impossibilita’ di recuperare quanto prodotto in quanto la piattaforma usata fino a quel momento non permette l’accesso alle informazioni. e-CazziNostri.

L’utente medio facilmente si illumina davanti alla mappa Google su cui cliccare e scrivere improperi a proposito della buca nella strada, non fa altro che assecondare la sua natura di piagnone. Ma spetta ai promotori dell’OpenGovernment (o comunque lo si voglia chiamare…), quelli che ci capiscono – o dicono di capirne – qualcosa badare non solo al “cosa” ma anche al “come”. Intervenire nettamente, a gamba tesa se necessario, dinnazi agli abbozzi monchi che via via emergeranno dall’offerta di mercato in funzione del crescente interesse per il tema, i quali peccano sul versante dell’accesso ai dati o che non garantiscono la fruizione della tecnologia a tutti. Impedire che il sogno della democrazia telematica si trasformi in una farsa, l’ennesima farsa, da cui i soliti squali traggono profitto e che non lascia niente di concreto alle spalle.

eGovernment ed affini vengono intesi come metodo di innovazione. E’ il momento di innovare. Radicalmente, in modo distruttivo, senza compromessi.

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