Posts Tagged ‘CreativeCommons’

NonSoloSoftware

18 maggio 2014

In questi giorni la comunita’ freesoftware assiste ad un evento che, nel bene e nel male, impone una riflessione: Mozilla Foundation, da sempre in prima linea sul fronte dell’opensource e della liberta’ culturale dell’Internet, ha annunciato l’inclusione in Firefox di un componente closed-source, realizzato da Adobe, per supportare la riproduzione di contenuti protetti da DRM. Apriti cielo. Ovviamente sono istantaneamente partite reazioni e contro-reazioni, tra chi sostiene che la Fondazione abbia tradito la sua stessa missione e chi difende la scelta di un sacrificio essenziale per continuare ad avere un ruolo rilevante presso il pubblico. Ma, a parer mio, tutti si fermano a guardare il dito anziche’ la Luna.

Un presupposto: questa vicenda riguarda tutto fuorche’ la liberta’ del software. Questa vicenda riguarda una entita’ di spicco nel mondo delle liberta’ digitali, da anni in crisi (economica e tecnologica), periodicamente oggetto di critiche e proteste, che si e’ trovata nella situazione di dover supportare una funzionalita’ discutibile ma richiesta dal pubblico (pena: un ennesimo motivo per abbandonare la sua piattaforma di riferimento, Firefox) e di poterlo fare – io credo, ma non penso di sbagliare - incamerando qualche vitale quattrino da Adobe in cambio del supporto alla sua tecnologia di protezione dei media.

Sulla triste instabilita’ finanziaria della Fondazione non entro nel merito (se non con un pensierino collaterale: com’e’ che di sostenibilita’ dei progetti opensource si parla solo quando si scopre una falla in OpenSSL e non quando la realta’ che ha buttato all’aria il web moderno, scardinando il monopolio assoluto dello scandaloso Internet Explorer, e’ costretta a vendersi l’anima per far quadrare i conti?), ma sulla scelta di supportare uno strumento atto a limitare la fruizione multimediale si. Perche’ se Mozilla ha dovuto includere tal genere di opinabile funzione per non rischiare di perdere ulteriori quote di mercato contro altri prodotti simili, a volte pure tecnicamente migliori ma ben lontani dall’ideale dell’Internet aperta, il problema non e’ di Mozilla ma di tutto il contorno.

La nozione di DRM – che non si concretizza in una singola tecnologia o in un singolo formato, ma in un insieme di tecnologie e formati diversi, spesso incompatibili ma con uno scopo in comune – non e’ solo una risposta al dilagare della cosiddetta “pirateria”, ma la conseguenza del monopolio incontrastato dell’industria musicale e cinematografica classica per la quale non esistono di fatto forme produttive in grado di competere: se il pubblico richiede sempre e solo Vasco Rossi non c’e’ motivo percui concedere maggiori liberta’ su tali opere, dunque tanto vale controllarne il piu’ possibile la diffusione e la proliferazione e trarne il maggior profitto.

E qui casca l’asino. Il solito, quello chiamato Free Software Foundation. Che per prima ha alzato il dito contro Mozilla e la sua deriva closed-source, senza porsi il minimo quesito sulle motivazioni di tale certamente sofferta decisione. E senza capacitarsi che, tra le cause indirette che l’hanno determinata, c’e’ la sua stessa connivenza nei confronti del materiale protetto da forme canoniche di copyright, e la sua completa inazione a supporto di quello rilasciato con licenze libere (Creative Commons in primis, pubblico dominio in secundis). Per motivi mai chiariti – o quantomeno da me mai compresi – secondo FSF le celebri quattro liberta’ devono essere scrupolosamente e maniacalmente attribuite solo al software, tanto che una licenza vagamente non-commerciale e’ motivo piu’ che sufficiente per mettere alla gogna un progetto di sviluppo anche laddove tutto il codice sia accessibile e modificabile e ridistribuibile, mentre per tutto il resto “della licenza chissenefrega, se ho voglia di condividere un film lo faccio ignorando la volonta’ dell’autore”. Peccato che perseguendo tale politica il pubblico continui a chiedere sempre e solo Vasco Rossi, e l’industria classica continui ad avere il coltello dalla parte del manico (nonche’ ulteriori ottimi motivi per rafforzare l’adozione del DRM, e condurre attivita’ lobbistica per ottenere leggi proibizioniste).

Il software libero non puo’ essere una causa fine a se’ stessa. Cosiccome il software in generale non e’ – o ha comunque smesso di essere – un prodotto fine a se’ stesso. L’hanno capito Apple, Google e molti gli altri colossi hi-tech (incidentalemente quelli di maggior successo), che sempre piu’ diventano media-company ed editori per i quali il software e l’hardware sono solo strumenti e piattaforme convenienti per distribuire media. iTunes non e’ un programma, ma un canale di comunicazione. Come Google Play. Pure se domani dovesse essere rilasciato per intero il loro codice sorgente in licenza GPLv3 non aumenterebbe la liberta’ di nessuno, continuerebbero ad essere clients per servizi di erogazione di contenuti chiusi su cui il consumatore finale non avrebbe alcun diritto in piu’ rispetto ad oggi.

Il software libero e’ e deve essere parte integrante di una causa piu’ grande. Perche’ io, da utente, sono libero se dal mio sistema operativo libero, usando il mio programma libero, posso fruire di materiale libero. Perche’ noi, come comunita’, siamo liberi nel momento in cui uno dei nostri piu’ antichi e solidi alleati non e’ costretto dalle circostanze a chiudere un occhio e mezzo per la sua stessa sopravvivenza.

La Nave dei Pirati

9 febbraio 2011

Personalmente reputo il rapporto tra “file sharing” e “liberta’ digitali” piuttosto complicato.

La tecnologia peer-to-peer e’ indubbiamente interessante ed utile, in principio perche’ permette di delegare la presenza online di grosse quantita’ di bytes che altrimenti costerebbero non poco in termini di banda e risorse se hostati su un server (esempio classico: le ISO delle distribuzioni Linux), e poi perche’ abilita una serie di altri spunti collaterali molti dei quali decisamente troppo ambiziosi ma comunque sfiziosi (come il progetto P2P-DNS, mirato alla decentralizzazione dell’infrastruttura DNS e garantire la raggiungibilita’ pure ai siti scomodi). A tali risvolti positivi e propositivi si aggrappano gli occasionali appelli per la liberizzazione e la difesa del file sharing, i quali puntualmente spuntano fuori ai primi vagiti di qualsiasi legge di qualsiasi giurisdizione finalizzata invece ad arginare magari con metodi drastici gli aspetti negativi, ovvero la pirateria ed il traffico illegale di materiale protetto da forme di copyright non permissivo.

Ma io, che penso sempre male, non sono del tutto persuaso del fatto che il download delle ISO di software libero sia l’unica motivazione di codeste ripetute e costanti levate di scudi. Un indizio di cio’ sta nella progressiva diffusione dell’argomentazione relativa alla “cultura libera”, stando alla quale tutti dovrebbero avere pieno diritto di accedere al materiale artistico (film, musica, libri…) senza dover pagare le spesso immotivate cifre chieste dagli editori cattivi e avidi. Insomma, siamo passati dal “il P2P non e’ illegale a priori, dunque non deve essere bloccato a priori” a “esiste il diritto alla cultura, dunque tutti devono poterla ottenere gratis”. Che e’ proprio tutt’altra cosa.

Partiamo da due presupposti.

Il primo e’ che i deterrenti alla pirateria sulle reti di file sharing sono alla portata di chiunque abbia un minimo di cognizione di causa: basterebbe che la Polizia Postale o chi per essa si procuri un client BitTorrent, ogni settimana pigli qualche file torrent a caso, lo metta in download, si appunti gli indirizzi IP di tutti coloro da cui scarica, e se sono nella giurisdizione italiana (controllo facile da effettuare grazie alle aree geografiche in cui sono divisi gli indirizzi) vada a bussare a qualche porta, divulgando poi la notizia della sua efficienza tecnologica sui media e facendola fare sotto agli utenti timorosi di fare la stessa fine. Il che’ implica che ogni legge che per definizione proibisca la condivisione di files a partire dal filtraggio dei dati per accertarsi della loro natura truffaldina e’ pensata male: e’ ingiusta perche’ include la presunzione di reato e la violazione della privacy, abbisogna di grandi risorse tecniche per filtrare tutto il traffico in circolazione, ed e’ una soluzione esagerata e spropositata per un problema risolvibile in modi molto piu’ semplici.

Il secondo e’ che di “cultura libera” e’ gia’ piena l’Internet, e non dubito che superi in quantita’ (ed in qualita’) quella non libera. In virtu’ dei termini temporali di scadenza del copyright, e/o della disponibilita’ di materiale prodotto ancor prima che il concetto di “copyright” esistesse, troviamo che Mozart e’ in pubblico dominio, Elvis Presley anche, Shakespeare pure, Charlie Chaplin, Salgari, pressoche’ tutti gli scrittori che ciascuno di noi ha sentito nominare a scuola. Tutti contenuti distribuibili e fruibili senza dover pagare niente a nessuno. Legalmente.

Per non parlare poi – e qui veniamo al punto – dei materiali volutamente distribuiti con licenze permissive che ne consentono la libera diffusione. Il freesoftware, ad esempio, ma anche la pletora di opere artistiche pubblicate in licenza Creative Commons. Quelle che sono solitamente bistrattate ed ignorate dal pubblico, in quanto… esso puo’ accedere gratuitamente anche alle opere teoricamente protette.

Tempo addietro scrissi un brano (ancora reperibile sul sempre ottimo archive.org) in cui sostenevo quella che considero ancora oggi una indiscutibile verita’: la diffusione capillare del software libero e’ fortemente ostacolata dalla pirateria. Diciamocelo: al di la’ di tutte le fisime sulla liberta’, il riuso, ma anche sulla stabilita’ e l’efficienza, chi spenderebbe davvero 139 euro per la versione piu’ sfigata possibile di Microsoft Office anziche’ chiudere un occhio, fare il piccolo sforzo di cambiare un poco le sue abitudini pregresse, e migrare a OpenOffice? Senza neanche voler menzionare i 1000 e piu’ euro richiesti per una licenza PhotoShop, applicativo ad oggi utilizzato in larga parte da utenti per cui Gimp e’ gia’ sin troppo avanzato, o le centinaia di euro che potrebbe costare un qualsiasi videogioco commerciale laddove viene richiesto un quarto d’ora di download per avere World of Padman.

Lo stesso identico criterio puo’ essere applicato a quella che realmente puo’ essere considerata “cultura libera”, non gia’ i dischi ed i film copiati di nascosto ma i contenuti i cui autori permettono in tutto e per tutto la diffusione e magari anche la modifica e la ridistruzione. Se non esistesse la pirateria, quanti acquisterebbero i CD di Lady Gaga anziche’ usufruire di Jamendo, Magnatune e degli altri repository di musica libera (spesso gratuita, o disponibile a prezzi bassissimi e molto piu’ competitivi)?

Di fatto la pirateria, l’attingere a contenuti protetti secondo le logiche del copyright tradizionale proibizionistico e monopolistico, mina la liberta’ anziche’ estenderla. Almeno, stando alla definizione secondo cui “liberta’ e’ partecipazione”. Perche’ spinge gli utenti a fruire sempre degli stessi prodotti uniformati, gli stessi che sono impacchettati, pubblicizzati e promossi dall’industria (software house, editori, case discografiche, distributori cinematografici o chi per essi), anziche’ guardarsi attorno per cercare alternative ed incuriosirsi alle cose nuove. Conseguentemente, non disponendo dell’interesse e dell’attenzione che funge da retribuzione per i produttori di contenuti alternativi (artisti o sviluppatori), vengono a mancare le motivazioni appunto per creare e divulgare. E la cultura popolare viene fossilizzata ed indotta a seguire gusti e tendenze decise a tavolino, anziche’ quelle meritevoli e valide.

Io credo che la community faccia benissimo a difendere e proteggere il file-sharing, in quanto come detto sopra tale tecnologia ha anche e soprattutto scopi nobili e utili, ma farebbe anche bene a schierarsi con maggiore vigore ed evidenza contro gli usi illegali ed opinabili. Non per perbenismo o cautela, ma proprio perche’ la pirateria va in una direzione diametralmente opposta rispetto agli scopi prefissi. Di appelli per la tutela della condivisione ne ho letti tanti, ma di appelli alla legalita’ ben pochi, e quei pochi erano firmati da Er Piotta.

La nave dei pirati va affondata. E il forziere della cultura libera, rimasto sinora sotterrato, andrebbe infine scoperchiato.

Operazione Quarto Stato

1 aprile 2010

Nell’ultimo periodo ho preso ad assegnare etichette astruse ai miei astrusi progetti, per svariate ragioni: prima di tutto adoro assegnare nomi, e poi cosi’ facendo instillo suspance e curiosita’ presso coloro cui ne faccio menzione ma al tempo stesso riferendomi ad un “nome in codice” senza fornire ulteriori dettagli mi risparmio di rispiegare cento volte di cosa si tratta, evitando il rischio di far sentire troppo presto i miei interlocutori troppo coinvolti e generare infinite discussioni su dettagli di secondaria importanza.

All’opera che vado qui a descrivere ho pertanto affibiato la dicitura “Operazione Quarto Stato”, in richiamo al noto capolavoro del mio conterraneo Pellizza da Volpedo (Volpedo si trova ad una ventina di chilometri dal paesello che ha ospitato la mia fanciullezza). Tale dipinto e’ stato realizzato in tecnica divisionista, ovvero e’ caratterizzato da una quantita’ di singoli e distinti tratti che, nell’insieme, si confondono tra loro per formare l’immagine completa; da qui, lo spunto per battezzare una iniziativa che riguarda l’arte grafica e prevede molti elementi aggregati tra loro.

Il presupposto da cui sono partito e’ semplice: gli smanettoni che in tutta Italia periodicamente organizzano corsi, Install Party ed incontri sul software libero non sono capaci di mettere insieme un volantino decente per promuovere le proprie attivita’. Talvolta ci si azzardano con risultati raccapriccianti e talaltre non ci si provano neanche, lasciando perdere il media cartaceo e facendo languire i propri annunci sulle mailing list (ovvero: ben lontano dal pubblico potenzialmente interessato). Ovviamente – e per fortuna – l’assioma non e’ universale, c’e’ pure chi produce ottimo materiale, ma stando a quanto ho potuto osservare durante le mie incessanti peregrinazioni sul web italico i virtuosi sono in numero estremamente ridotto e, per motivi geografici, operano ad esclusivo beneficio dei gruppi locali da loro frequentati.

Alche’, l’illuminazione: perche’ non cercare il modo per sfruttare al meglio codeste scarse risorse artistiche per il bene di tutti? Da un decennio la community la mena con sta’ storia della “condivisione”, sarebbe un po’ ora di applicare la teoria alla pratica e appunto condividere quel che c’e’ di buono! Basterebbe che i piu’ smaliziati nell’uso del pennello digitale mettessero a disposizione i frutti del proprio estro creativo in un formato facilmente editabile e personalizzabile dagli altri, si’ che anche il piu’ artisticamente incapace dei nerd sia in grado di immettere nel template preconfezionato la data e la location della manifestazione che intende promuovere, e con poco sforzo da parte di tutti il potenziale comunicativo (e, diciamolo, markettaro) della community si accrescerebbe di un ordine di grandezza.

Tale proposito trova la sua concretizzazione nella forma piu’ banale e scontata possibile: un sito web. Qualche riga di PHP, un mezzo database, qualche ora persa su CSS e JavaScript nel vano tentativo di dare un aspetto piu’ cool alla baracca (ahime’, io rientro nella summenzionata categoria degli “smanettoni che ci provano senza riuscirci”), e ne e’ saltato fuori Tux Templates.

Lungi dall’essere completa, gia’ ora la piattaforma permette di fare quasi tutto quel che c’e’ da fare: si possono caricare nuovi volantini, li si possono consultare, e si possono scaricare. Fine. Ho stroncato ogni orpello e predisposto il tutto per automatizzare alcuni passaggi, affinche’ l’operazione risulti quanto piu’ immediata ed accessibile per chiunque, ho persino eliminato ogni forma di registrazione e login apposta per non porre alcuna barriera per chi vuol contribuire ad arricchire il patrimonio comune.

Alcuni vincoli sono imposti dal buon senso, e ho cercato di riassumerli in bella vista nella pagina destinata all’upload. Manco a dirlo, i files caricati devono essere in un formato vettoriale istantaneamente apribile ed editabile da tutti con strumenti facilmente reperibili su una installazione Linux; SVG mi pare l’opzione piu’ a portata per chiunque utilizzi una distribuzione con un pacchetto di Inkscape (cioe’: qualunque). Non mi dilungo sui dettagli relativi alle licenze: se lo scopo e’ pubblicare per permettere la personalizzazione, inutile sarabbe condividere e pretendere diritti di copia assoluti e monopolisti. Molto ben accolti sono i documenti realizzati con un occhio di riguardo alle esigenze reali dei gruppi linuxari, che raramente dispongono di ricchi fondi e se stampano qualcosa lo fanno con la stampante di casa a getto di inchiostro con le cartucce ricaricate alla meno peggio.

Ora come ora si trova qualche modesto abbozzo da me improvvisato durante la militanza nella Torino Linux Task Force ma ho iniziato ad instaurare timidi contatti con qualche artista reperito qua e la’ sull’Internet: i miei appelli su Deviant Art e la lista Gnome Themes sono sinora caduti nel vuoto, un poco piu’ incoraggianti sono stati due autori intercettati su Tux Factory ed un italiano del RavennaLUG che, incidentalmente, poco tempo addietro ha avviato un corso su “come fare dei volantini decenti”. Mi avvio ora ad annunciare la cosa sull’apposita mailing list di ILS e mi auguro che altri vorranno partecipare, magari riportando documenti e materiale gia’ realizzato per i loro eventi passati. L’obiettivo sarebbe suscitare interesse e produrre contenuti riutilizzabili in tempo per il Linux Day 2010, di cui si inizia lentamente a discutere e per cui si spera di ottenere qualcosa di piu’ rispetto alle precedenti edizioni, anche in prospettiva del decimo anniversario della manifestazione.

Tenendo sempre ben presente il fatto che questa mia personalissima iniziativa e’ stata appositamente costruita per non essere imposta a chicchessia: se c’e’ qualche LUGger cui vanno benissimo i propri fogli A4 bianchi con le scritte in stampatello nere ed un Tux copiato ed incollato su un angolo va benissimo, non io ne’ nessun’altro lo costringeremo mai ad adottare uno stile diverso semplicemente perche’ “piu’ profescional”. Non e’ un caso che abbia evitato di chiedere all’Italian Linux Society, perfetta candidata per la gestione della cosa, di hostare il sito, e continui a mantenerlo sul mio proprio server: lo spunto nasce da un membro della community ed e’ rivolto alla community, se qualcuno vuole assecondarmi ben venga altrimenti amici come prima.

Sperando che la parola “condivisione” non continui ad essere un termine astratto con cui riempirsi la bocca…

Possibili sviluppi futuri ne esistono a bizzeffe, dal miglioramento del layout (gia’ di molto perfezionato rispetto alla mia prima versione, grazie ai suggerimenti del solito complice Netvandal) alle pagine dedicate ai singoli templates caricati (in modo che siano singolarmente linkabili dall’esterno, cosa ora non possibile a causa dell’attuale interfaccia Ajax), ed il non-plus-ultra sarebbe sfruttare debitamente SVG (che, alla fine, e’ un formato XML, dunque riccamente manipolabile programmaticamente) per avere un editor online, entro cui riempire le caselline ed automaticamente mappare le informazioni sui componenti grafici marcati; un po’ di codice open sembra esistere gia’, ma devo condurre ulteriori ricerche. Chi vuol partecipare in un modo qualsiasi all’opera, trova il poco e semplice codice sorgente sul sito.

Asino chi Legge

28 aprile 2009

Da qualche tempo mi capita saltuariamente di leggere qualche menzione al rapporto tra Creative Commons (il set di licenze che per la community sono sinonimo di “condivisione”, l’equivalente della GPL applicata ai contenuti multimediali anziche’ al software) e SIAE (il non troppo amato ente che regolamente la distribuzione e soprattutto l’incasso degli introiti per lo stesso genere di opere), senza pero’ mai approfondire il tema e comprendere in che modo le due realta’ potessero avere qualcosa a che fare tra loro. Ma quando l’altro giorno bazzicando l’Internet ho trovato l’annuncio del fatto che un incontro su tale argomento si sarebbe svolto qui a Torino e’ stato questione di poco fare una doccia ed uscire di casa per andare a sentire di cosa si tratta.

Nella elegante sala pullulante di avvocati e consulenti in giacca e cravatta e’ stato esposto il lavoro attualmente in corso presso SIAE, che in poche parole consiste nel convincere la Societa’ ad essere piu’ flessibile nei confronti della licenziazione delle singole opere e dei canali di distribuzione. L’obiettivo e’ quello di garantire agli autori un margine decisionale sugli ambiti in cui chiedono la partecipazione (e la vigilanza) da parte dell’istituto para-statale, che invece ad oggi pretende di avere l’esclusiva su ogni frammento creativo prodotto dai propri iscritti e diffuso con qualunque mezzo, e far si’ dunque che il detentore del copyright abbia modo di gestire come meglio crede, anche in forma diversa da quanto previsto e vincolato dall’associazione di cui e’ membro, parte del suo proprio repertorio.

Indubbiamente questo e’ un intento lodevole, in particolar modo nell’ottica delle odierne dinamiche di distribuzione dei contenuti multimediali (sempre piu’ orientate al mondo digitale), ma la domanda sorge spontanea: in tutto questo, che c’erano le Creative Commons? Sebbene presente e all’ascolto dell’incontro non sono riuscito a comprendere in che modo una variazione del comportamento del Colosso Burocratico abbia come fattore determinante l’adozione di una qualsiasi delle licenze proposte sotto il marchio CC: nel momento in cui l’autore puo’ gestire come meglio preferisce la distribuzione dei propri pezzi, sollevando SIAE dalla responsabilita’ di tracciarne l’uso e l’abuso in ben determinate circostanze, cosa importa a SIAE che essi siano licenziati in Creative Commons, Public Domain, o qualunque altro modo?

Ma anche volendo assumere che in realta’ mi sia sfuggito qualche dettaglio, e dunque la correlazione Creative Commons / SIAE abbia un fondamento specifico (e non si tratti solo di un accostamento inventato per promuovere e far accettare la manovra alla pubblica opinione…), ho constatato da parte dei suddetti avvocati ed esperti un discreto imbarazzo quando ho avuto l’ardire di muovere una ingenua domanda sulla sorte destinata alle Opere Derivate, ovvero opere concesse e permesse secondo quel particolare attributo che, almeno dal punto di vista della community (e mio), rende le Creative Commons uno strumento realmente diverso dal classico copyright ed apre le porte ad una condivisione a tutto tondo, garantendo riutilizzi non previsti a priori del creatore originale. Il lecito dubbio sul ruolo di SIAE nei confronti di contenuti derivati da quelli mantenuti sotto la sua supervisione e’ stato esposto, ma non posso affermare di aver ricevuto una netta e limpida risposta: gli interlocutori dall’altra parte della scrivania si sono tra loro consultati come se mai gli fosse passata per l’anticamera del cervello le implicazioni di tale atto ed il dettaglio fosse privo di rilevanza, anche se come gia’ detto esso e’ tra le tre proprieta’ essenziali di qualsiasi licenza CC insieme all’attribuzione delle opere al rispettivo autore e all’utilizzo commerciale. Gli unici borbotti intelleggibili sono stati rivolti a contenuti Share-Alike (che non prevedono opere derivate: troppo semplice cosi’, io avevo chiesto un’altra cosa!) e al riutilizzo a fini di lucro.

E proprio attorno alla commerciabilita’ dei lavori Creative Commons si condensano le mie perplessita’ piu’ marcate: stando alle FAQ trovate sul sito (ovvero: nella seconda pagina che viene naturale andare a leggere, subito dopo le news) e’ scritto a chiare lettere che un contenuto rilasciato come “Commercial” si riferisce al diritto concesso al fruitore di riutilizzarlo anche per trarne profitto (diretto o indiretto non ha importanza), non gia’ alla possibilita’ dell’autore originale di ottenere un guadagno. Eppure piu’ e piu’ volte gli esperti di cui sopra sembravano assecondare l’interpretazione secondo cui l’attributo “Commercial” implica il fatto che ogni introito debba essere destinato all’artista creatore, il quale in questo modo intende esprimere la sua propria volonta’ di “vendere” l’opera e di farsi pagare per essa. Tale argomentazione e’ addirittura stata usata come discriminante nella formulazione della intricata risposta alla esplicita domanda sulle Opere Derivate, dunque posso essere abbastanza certo di non aver frainteso la loro posizione, talmente netta e smaccata che ho evitato di rimarcare la mia titubanza ed ho lasciato correre.

Insomma: a mio modestissimo parere, questa storia del tavolo SIAE / Creative Commons e’ una farsa.

Magari anche condotta in buona fede, da persone che evidentemente tengono ad una formalizzazione della legge italiana nei confronti delle amate licenze CC, ma comunque in modo assai abbozzato, non aderente alla realta’ dei fatti, e soprattutto con l’elevato rischio di snaturare le CC stesse: nel momento in cui SIAE, ovvero l’ente in assoluto meno benvoluto dai giovani creativi e dalla pubblica opinione, ci mette il suo zampino, magari pretendendo poi di intervenire senza nozione di causa laddove sinora la community ha condiviso e riusato le opere multimediali distribuite in tale forma, che guadagno se ne trae?

Quando si maneggiano temi come le licenze libere (per il software o per l’arte), gli aspetti forensi dovrebbero essere solo una componente dell’analisi, da affiancare alla partecipazione ed al sentimento provato dalla community che inevitabilmente si e’ venuta a creare intorno ad ideali di carattere etico piu’ che amministrativo; finche’ si trova fuori da un tribunale, ovvero per la maggior parte del tempo, una licenza libera non e’ un documento legale ma un manifesto con cui i componenti della community stessa esprimono una propria posizione, la quale spesso sfocia in contesti ben diversi che non il software e l’arte e va alle radici stesse dalla conoscenza.

Per quanto possibile cerchero’ di frequentare anche i prossimi appuntamenti fissati a Torino, che per la cronaca si svolgono ogni secondo mercoledi del mese, al fine di approfondire meglio i punti sinora esposti ed altri, ben pronto a smentire le mie prime impressioni qualora nuovi dettagli dovessero essermi illustrati in modo piu’ chiaro: stay tuned.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.