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Il Senso della Misura

20 dicembre 2013

L’altro giorno sono incappato nell’ennesimo articolo di lamentazione sull’imbarazzante stato di penetrazione della tecnologia nella scuola italiana. Tema assolutamente condivisibile, benche’ qui sostenuto da una argomentazione opinabile: il numero di Lavagne Interattive Multimediali nel nostro Paese e’ solo una frazione di quelle presenti in Gran Bretagna, ergo dobbiamo comprarne di piu’.

Ora: io certo non sono un esperto di scuola, didattica, istruzione, pedagogia ne’ tantomeno delle tecnologie applicate a questi campi, ma l’autore del post (anzi: l’autrice) lo e’ forse anche meno di me. Perche’ basta scambiare due parole con un insegnante – cosa che a volte capita persino a me, che appunto non bazzico il settore – per scoprire che la maggior parte delle LIM presenti nelle classi nostrane stanno a prender polvere in qualche sgabuzzino o nella migliore delle ipotesi vengono adoperate come mero proiettore per visualizzare lo schermo del PC connesso. Ne ho sentite veramente di ogni colore: scuole che acquistano tre o quattro LIM solo per “prestigio” e per potersi vantare nei confronti degli altri istituti salvo poi neanche piazzarle nelle aule, apparati che non sono mai stati montati perche’ all’ultimo momento ci si e’ accorti che mancava una presa elettrica dove serviva (e che fai?, tiri una prolunga da 30 metri e ci fai inciampare i ragazzini?), e ovviamente il grande classico: nessuno ha idea di come usarle.

Nessuno – e tantomeno il Ministero dell’Istruzione, che pure tanto ha spinto per l’adozione delle lavagne elettriche – ha pensato ad alcun piano di formazione strutturato per i docenti, ne’ per dimostrare le potenzialita’ dei nuovi strumenti ma manco per fornire quelle minime nozioni informatiche indispensabili per connettervi un PC, proiettare lo schermo e interagirci in qualche modo. Evidentemente e’ stato dato tutto per scontato, a prescindere, senza valutare eta’ media degli insegnanti, disponibilita’ empiricamente misurabile di attrezzature informatiche, e conoscenze che, forse, dopotutto, tanto scontate non erano e non sono. Basta dare una occhiata al simpatico video di presentazione di PADDI, la “certificazione” per la tecnologia a scuola promossa dagli amici dell’Accademia Libera Adriano Olivetti di Ivrea, per farsi una idea di quali sono gli spunti, le tematiche ed i relativi sentimenti in oggetto.

Dati questi presupposti mi sento di dichiararmi contento per la mancanza di LIM nelle aule, perche’ vuol dire che almeno il danno in termini economici dovuto all’acquisto di apparati che poi non vengono usati o vengono usati solo per una microscopica frazione delle loro possibilita’ e’ stato sinora contenuto. Miope e superficiale sarebbe ostentare il contrario.

E dunque? Se il mero quantitativo numerico di lavagna multimediali non e’ indicatore sufficiente e soddisfacente per misurare l’effettivo progresso delle nostre scuole, quale potra’ mai essere? Forse il cambiamento cui auspicare non e’ di mezzi, ma di metodi: i fanciulli che insegnano ai professori come si formatta un ebook sono – almeno per me – un esempio di buona pratica. Benche’ probabilmente isolata e poco misurabile in metriche da sbandierare e soprattutto biasimare. Su cui non e’ possibile scrivere alcun articolo di lamentazione sul blog radical-innovation-chic di turno, e che dunque non puo’ che essere ignorato.

Zoppi e Zappe

17 novembre 2013

Oggi sono stato all’edizione 2013 di Didattica Aperta, annuale convegno sullo stato del software e dei contenuti liberi per la scuola. Appuntamento cui non potevo mancare per almeno tre motivi: non ero mai stato prima a Didattica Aperta, quest’anno si e’ svolta ad Ivrea (dunque ad un tiro di schioppo da Torino), ed essendo saltata la ConfSL questa e’ stata l’unica occasione del 2013 per rivedere un po’ di facce conosciute del panorama open italiano.

Dunque come al solito condivido qualche considerazione a caldo su quanto visto nel corso della giornata. E come al solito salto a pie’ pari i commenti sugli interventi che si sono tenuti, essendo di carattere perlopiu’ divulgativo e pertanto di scarso interesse per chi gia’ conosce l’argomento. Vado direttamente al sodo, al “dietro le quinte”, alle chiaccherate scambiate nei corridoi.

In estrema sintesi, lo stato in cui versa la community linuxara nel settore scuola e’ a meta’ tra il catastrofico e l’apocalittico. Sempre gli stessi progetti triti e ritriti, nessuno dei quali con prospettive di crescita lontanamente apprezzabili e nessuno dei quali collabori con un altro, persone che nella migliore delle ipotesi non si parlano (e nella peggiore si insultano).

Due i casi eclantanti e sintomatici, protagonisti della mia giornata di peregrinazioni e discussioni: WiiLD vs SoDiLinux, e Matematica C3 vs Wikisource.

SoDiLinux e’ stata (in un lontano passato) una distribuzione Linux pensata per la scuola, recante il bollino del CNR benche’ ai fatti mantenuta da una sola persona, che ha avuto un suo seguito ed un suo pubblico. Per anni e’ stata abbandonata, dimenticata, non amministrata, e giocoforza l’attenzione si e’ spostata sul progetto WiiLD e su WiiLDOS, altra distribuzione maggiormente aggiornata, sviluppata, ma soprattutto legata ad uno specifico contesto di estrema attualita’ (l’uso sulla lavagna interattiva multimediale, ivi compresa quella “low cost” implementata con un proiettore ed un WiiMote, da cui prende il nome) ed intorno cui si e’ saputa costruire una community di docenti appassionati che contribuiscono attivamente. Alche’ l’autore originale di SoDiLinux, invece di rallegrarsi della disponibilita’ di una soluzione freesoftware completa per la didattica che non dipendesse dal sudore della sua sola fronte, ha ben pensato pochi mesi fa di forkare WiiLDOS, ribrandizzarla e spacciarla come la nuova edizione della sua propria piattaforma. Pretendendo un suo proprio spazio (all’interno di Didattica Aperta, ma non solo), un suo proprio riconoscimento (fondato sull’altrui lavoro), e seminando scompiglio e confusione all’interno di una comunita’ faticosamente messa insieme da altri. Inutile dire che tra tale personaggio ed il core team WiiLDOS non corra buon sangue, ma evidentemente l’interesse personale dell’individuo va ben oltre l’interesse per la costruizione di un progetto utile e condiviso dunque ogni scampolo di ragionevolezza e’ stato accantonato. Dato anche il periodo difficile che il progetto WiiLD sta vivendo, dovuto alla carenza di risorse umane in grado di stare al passo con la crescita del suo stesso pubblico, constatare pure questa insensata ed immotivata frattura interna sicuramente non puo’ essere piacevole ne’ essere di buon auspicio per la solidita’ di quella che ai fatti e’ la piu’ grossa community di docenti freesoftwaristi in Italia e l’unico progetto ad oggi credibile sul campo.

Matematica C3 e’ un libro – o meglio, l’inizio di una collana di libri – scritti a piu’ mani da diversi docenti e rilasciato in Creative Commons, caso pressoche’ unico nel suo genere (benche’ esistano libri Creative Commons scritti da singoli docenti, o opere scritte da squadre di docenti ma blindate in licenze ultra-restrittive). Wikisource e’ la raccolta di libri a licenza libera mantenuta e promossa da Wikimedia, associazione ai piu’ nota per essere riferimento dell’ancor piu’ nota Wikipedia. L’idea scontata sarebbe quella di pubblicare Matematica C3, e magari condurne l’opera di editing e revisione, sulla piattaforma gia’ disponibile (e ampiamente visibile, da cui dunque sarebbe possibile trarre piu’ contributi). E invece no. Versione del relatore Wikisource: “Ci abbiamo provato, non ci hanno dato nessun feedback”. Versione del relatore Matematica C3: “Usiamo un altro formato per i testi, e il wiki non va bene per l’editing”. Ho passato almeno due ore ad approfondire la questione, e aldila’ di problematiche tecniche in gran parte aggirabili l’unico ostacolo sembra essere, come sempre, la gelosia nei confronti della propria opera. Attitudine che incredibilmente affligge anche gli autori di contenuti liberi, per definizione condivisili e modificabili e ridistribuibili da altri. E cosi’ l’unica cosa che si ottiene e’ una ottima e trafficata piattaforma vuota, ed un progetto editoriale – ufficiosamente defunto, dei 40 insegnanti che hanno partecipato alla prima stesura pare ne siano rimasti 5 – con una altissima barriera di ingresso nei confronti di chi vorrebbe entrare e dare una mano.

Questo e’ lo stato dell’arte. Stendo un velo pietoso sul registro elettronico open source coi repository GitHub vuoti e sulla ciurma di anziani docenti che insegnano l’elettronica con Arduino ma non vogliono sentir parlare di tutorial online altrimenti gli studenti copiano.

Di progetti potenzialmente interessanti basati su contenuti e applicativi liberi abbonda l’Internet. Soprattutto – per motivi che non ho mai capito – quelli orientati al mondo della scuola. Ma ciascuno e’ zoppo, incompleto, non finito, spesso non piu’ mantenuto, impresentabile davanti alla (gia’ di suo rigida e scettica) platea di possibili utilizzatori. A fare un giro su alcuni dei siti citati nel corso della giornata viene solo da incazzarsi, tra pagine inguardabili ed obsolete, link rotti, aggiornamenti preistorici, grandi proclami di trasparenza ed apertura ed impossibilita’ di trovare pacchetti scaricabili ed installabili. Ad ogni passo avanti ci si tira – o qualcun’altro tira, piu’ o meno deliberatamente – una ennesima zappata sui piedi, per essere ben certi che il prossimo passo avvenga con un ulteriore ritardo ed in modo ancora piu’ incerto. Tanti, tantissimi, troppi sono gia’ caduti a terra e non si sono piu’ rialzati.

Chiappe Chiare

12 settembre 2011

Come nel 2010, anche quest’anno ho partecipato alla CoNAsSL di Follonica. E come lo scorso anno inizio a scriverne il report a caldo sulla strada verso casa (piu’ precisamente dalla stazione di Parma, presso cui sono stato portato in auto e attendo il treno per Torino).

Quella del 2011 e’ stata una edizione decisamente piu’ sottotono rispetto al 2010, un po’ per problemi logistici e un po’ per la completa defezione sia delle grandi associazioni nazionali (ILS e AsSoLi) che dei LUG autoctoni toscani che non hanno inviato rappresentanza (no Pisa, no Siena…). Di contro c’e’ stata una invasione in massa dei bresciani del LugBS. Venerdi ci siamo trovati, sabato abbiamo svolto i lavori, domenica se ne sono andati via tutti in mattinata o nel primo pomeriggio.

Lo spazio dedicato alle presentazioni e’ stato breve ma comunque intenso.

Ha aperto la seduta Matteo Ruffoni, del team WiiLD, che ci ha aggiornato sulla distribuzione WiiLDOS e su alcuni pacchetti software di recente scoperta particolarmente consigliati per la didattica (in primis Scratch, che sulle mailing list nazionali ha subito un vero e proprio processo a causa della sua licenza “free ma non troppo”).

Ha fatto seguito una presentazione di Libera Informatica, associazione fiorentina dedicata alla promozione del software libero nella scuola, che ha scatenato un acceso dibattito sulle scarse competenze tecniche degli operatori scolastici, sulla loro spesso ancor piu’ scarsa buona volonta’, e sui compromessi che possono e devono essere accettati per portare il freesoftware nelle aule. Da che mondo e’ mondo la community si e’ sempre divisa tra “usare esclusivamente software libero ed accertarsi che chi lo usa abbia compreso tutta la filosofia che ci sta dietro” e “ogni tanto la soluzione proprietaria deve essere tollerata, sia perche’ non esiste una alternativa free as in speech and in beer sia perche’ e’ difficile sconfiggere l’abitudine, facciamocene una ragione”; da che mondo e’ mondo, chi ottiene qualche risultato tangibile appartiene alla seconda categoria.

E’ stato poi il turno dei rappresentanti KDE Italia, intervenuti non tanto per presentare il loro gruppo quanto per capire come inquadrarsi in uno scenario di associazioni, enti ed attivita’ nazionali di supporto al freesoftware, i sono stati pero’ accolti con freddezza dalla platea. In virtu’ di quanto detto prima sulla scuola (gli utenti non hanno competenze per discernere il concetto per di “codice aperto”, figurarsi per stare a fare distinzione tra un desktop environment e l’altro) e perche’ oramai tutti all’utenza di bassa lega propinano Ubuntu (cioe’ Gnome, o per meglio dire Unity). Dunque i due giovanotti sono stati vittime di una rapida degenerazione dell’intervento, in cui si e’ parlato di Ubuntu e poco altro lasciando decadere gran parte delle considerazioni su KDE, KDE Italia, Qt et similia, ma e’ stato comunque apprezzato il tentativo.

Ultimo round a cura di Andrea Gelmini, cui ho fatto da valletto durante l’inevitabilmente esilarante presentazione del lavoro svolto sulla LugMap nel corso dell’ultimo anno (e gia’ sufficientemente dettagliato su codesto blog). Parola d’ordine: PLP. Prima Le Patch, Poi Le Pippe.

Dopo cena avremmo ancora dovuto ascoltare lo speech del coordinatore del progetto Matematica C3, che ha recentemente rilasciato il suo secondo volume di Algebra in Creative Commons per le scuole superiori, e Fabrizio Felici del GroLug avrebbe dovuto farci un rapido riassunto sullo stato del Dossier Scuola, ma una lite coi gestori del ristorante interno al camping – che pretendevano di applicare prezzi arbitrari sul pasto – ci ha convinti ad abbandonare le posizioni e disperderci.

Da quanto sin qui delineato, una constatazione e’ inevitabile: il software libero a scuola continua ad essere il chiodo fisso di gran parte della community operativa italiana. Sul fatto che questo sia un bene o un male mi sono gia’ espresso, mi limito qui a riportare il dato statistico sul fatto che dei sei interventi teorici quattro erano orientati a tale argomento.

Due parole vanno anche al “backstage”, ovvero alle chiaccherate fuori programma, spontanee, schiette, intrattenute piu’ o meno privatamente tra i partecipanti di questo genere di manifestazioni.

Dovute le critiche ai “nomi noti” assenti, per cui alcuni degli esponenti invitati hanno mosso giustificazioni apparentemente valide e altri vaghe scuse. Probabilmente si e’ trattata di una coincidenza massiva, ma a mio modo di vedere si tratta dell’evidenza del fatto che le rappresentanze nella community italiana devono essere riviste e riassegnate: se di cinque o sei personaggi chiave non si presenta nessuno presso quella che dovrebbe essere la convention nazionale a loro interamente destinata, palesemente qualcosa non va.

Dopo l’intervento sulla LugMap, rispondendo ad alcuni quesiti sparsi, ho iniziato a spacciare in giro il proposito di raccogliere, evidenziare e valorizzare le attivita’ che i LUG indipendentemente svolgono in tutta Italia ed in tutti i periodi dell’anno, e parallelamente e’ anche emerso uno spunto per cercare di mettere in contatto persone residenti in una stessa zona geografica e che vorrebbero fondare a loro volta un nuovo gruppo; chissa’ che non approdi prossimamente in LugMap.it.

Infine, qualcuno si domandava che fine abbiano fatte le migliaia di copie cartacee del Dossier Scuola stampate da ILS meno di un anno fa ma solo centellinate presso i LUG che ne hanno fatto richiesta. Dove sono? Presso ILS? Presso il PDP (LUG di Luca Ferroni, coordinatore del Dossier)? In una cantina umida a marcire? Esiste davvero, ed esiste ancora, una organizzazione che li distribuisce?

In conclusione: bella esperienza anche quest’anno, magari meno intensiva della precedente ma comunque e’ sempre piacevole incontrare certi personaggi (o conoscerne di nuovi). Sta di fatto che anche questa volta al mare non ci sono andato, e le mie estremita’ sono rimaste pallide come quando son partito.

Il Compromesso Didattico

20 marzo 2011

Qualche tempo addietro ho gia’ espresso la mia posizione nei confronti dell’ossessione dimostrata da numerosi onorevoli membri della community linuxara nei confronti dell’introduzione del software libero nella scuola, concludendo che altri obiettivi erano a disposizione e che valesse la pena diversificare le proprie attivita’ anziche’ fossilizzarsi in un unico settore di penetrazione, peraltro difficilmente conquistabile. In questa occasione rinnovo tali mie affermazioni, proprio in virtu’ del fatto che ho recentemente contribuito a migrare una scuola a Linux.

Tutto inizio’ quando un socio dell’associazione “Officina Informatica Libera“, di cui sono membro, intercetto’ un articoletto su un giornale locale dell’hinterland torinese. In breve, tale brano era un appello lanciato da un assessore di un comune poco distante appunto dalla capitale sabauda, una richiesta di soccorso affinche’ qualcuno provvedesse a fornire nuovi PC alla scuola elementare del paese, ridotta in condizioni drammatiche dal punto di vista sia economico che tecnologico. Inevitabilmente, poiche’ l’attivita’ principale della summenzionata associazione e’ il recupero ed il riciclo di hardware dismesso da aziende ed enti pubblici eppure ancora perfettamente usabile, abbiamo palesato la nostra inclinazione a dare una mano.

Il primo incontro conoscitivo con l’assessore e due tecnici (uno proprio del comune, l’altro un maestro con vocazione da sistemista) e’ andato in modo pessimo. Una volta presa coscienza della dotazione informatica a disposizione della scuola in oggetto (gran parte delle macchine esistenti sono Pentium a 133MHz. Roba che quasi non va bene manco per fare il proverbiale router casalingo, figurarsi tenere una lezione…) abbiamo preso la parola ed abbiamo illustrato non solo la nostra disponibilita’ di macchine assai piu’ moderne (Pentium 4, come quelli che vengono buttati a camionate da enti quali il Politecnico di Torino: vecchi secondo le logiche di mercato, ma che ancora fanno la loro porca figura) ma anche la possibilita’ di salvare il salvabile sfruttando le magie di LTSP, tecnologia che permette di far girare un qualsiasi computer dotato di scheda di rete quasi come se fosse un computer comprato ieri. Ovviamente, tutto in ambiente Linux. Apriti cielo: “I maestri sono abituati con Windows, e non hanno tempo [il "e voglia" era sottinteso ma intelligibile, NdB] di imparare qualcosa di nuovo”, “Tutto il mondo usa Windows, perche’ noi dovremmo usare qualcosa di diverso?!”, “Poi non ci funzionano le stampanti”… Pur di farci desistere sono arrivati al punto di asserire che i Pentium 4 offerti (gratuitamente, per onor di cronaca) erano macchine obsolete e che non le volevano: comportamento alquanto sospetto, da parte di chi dispone solo di PC risalenti al tempo della fondazione di Forza Italia

Il pezzo forte e’ arrivato verso la fine della chiaccherata, quando uno di loro ha confessato che un privato aveva offerto altri computer di recupero (esattamente come quelli che avevamo noi…) e la loro massima aspirazione era che essi avessero appiccicato sopra il bollino della licenza Windows affinche’ almeno le apparenze fossero salve. “Tanto mica controllano se l’etichetta corrisponde con quello che e’ installato!”. In poche parole – e lo specifico per bene nel caso non fosse gia’ abbastanza evidente – l’intenzione dichiarata e neppur pudicamente mascherata era quella di piazzare software pirata su ogni sistema.

Quel giorno il mio socio ed io ce ne siamo tornati a casa maledicendo il comune, la scuola, i genitori, gli insegnati e tutto il Ministero dell’Istruzione, e personalmente sono stato a rimuginare sulla cosa per tutto il resto della giornata. Tanto che, scesa la sera e sopiti i bollenti spiriti, ho compiuto una mossa azzardata: ho fatto qualche breve ricerca su Google, ho composto un aggregato di screenshots, ed ho spedito la seguente mail all’assessore:

Salve.

Sono il “giovane” della associazione Officina Informatica Libera che stamane (venerdi) e’ passato a fare quattro chiacchere con lei ed i suoi colleghi in merito al laboratorio informatico per la scuola di $NomeDelComune.

Mi permetta l’insistenza, ma non riesco a trattenermi dal muovere qualche commento pratico e, come constatera’, totalmente oggettivo sulle critiche che sono state mosse alla migrazione del laboratorio da Windows/Office a Linux/OpenOffice.

I computer di cui oggi dispone la scuola, su cui viene condotta l’attivita’ didattica e cui, per dichiarazione sua e dei suoi colleghi, i docenti sono ampiamente abituati e legati, sono obsoleti, molto molto lontani dalle dotazioni hardware e software moderne. Qualunque genere di ammodernamento comporta un cambiamento, il punto non sta se attuare tale cambiamento o meno quanto nella radicalita’ dello stesso.

In allegato a questa mail trova una immagine che ho composto accostando schermate prese da Microsoft Office 2000 (una versione verosimilmente vicina a quella oggi usata nella scuola), l’attuale versione di OpenOffice (nel mezzo), e Microsoft Office 2010 (in fondo). Puo’ constatare con i suoi occhi quanto il nuovo Office sia lontano dalle sue versioni piu’ antiquate, e quanto invece l’alternativa OpenOffice differisca solo marginalmente in termini di disposizione grafica.

Spero che osservera’ questo collage con il dovuto discernimento, senza partire dal presupposto (evidentemente falso, come dimostrano le foto) che “Office e’ sempre Office” e se si e’ abituati a quello non ce ne si puo’ allontanare.

Analoghi ragionamenti possono essere attuati all’intera piattaforma Windows, che ha a sua volta subito pesanti rivoluzioni dalla versione 95 all’odierna Seven. Sia grafiche che concettuali. E che non puo’ dunque essere considerato uno scoglio inamovibile cui aggrapparsi facendo appello all’”abitudine” dei maestri.

Tralascio qui ulteriori divagazioni, preferendo non approfondire qui temi delicati come la cultura della legalita’ o l’indottrinamento al consumismo. Voglio solo augurarmi che i sussurri di oggi sull’eventualita’ di installare copie di software contraffatte sui PC destinati ad essere usati come strumento didattico e disciplinare dai bambini di $NomeDelComune fossero battute ironiche.

Con l’augurio che il futuro delle nostre prossime generazioni non sia condizionato negativamente da capricci infondati ed immotivati, le porgo i miei piu’ cordiali saluti.

Nel giro di due giorni ho ricevuto una risposta da parte di uno dei tecnici, il maestro/sistemista per l’esattezza, che ci ha invitati a fare un test nel laboratorio informatico della scuola di un comune adiacente a quello di partenza e all’interno dello stesso comprensorio didattico. Siamo andati, in un paio di pomeriggi abbiamo finito di sistemare la rete LTSP usando i computer gia’ presenti (per lo piu’ Pentium 2 e 3, ed un PC acquistato due anni fa’ adottato come server. Una scuola privilegiata, senza ombra di dubbio), abbiamo spiegato quel poco che c’era da spiegare e ce ne siamo tornati a casa.

Adesso siamo in attesa di un feedback, di un esito nei confronti del primo impatto che i maestri avranno sul loro nuovo (o meglio, rinnovato) laboratorio. L’attesa e’ grande, in quanto non e’ affatto scontato che la disponibilita’ di computer estremamente piu’ reattivi e performanti vinca la ritrosia dell’abbandono della piattaforma operativa che hanno usato per anni se non per decenni, ma questa e’ un’altra storia ed eventualmente la raccontero’ quando io stesso ne sapro’ qualcosa in piu’.

Per ora mi limito ad esporre qualche conclusione in funzione di codesta esperienza, tratta indipendentemente da quel che sara’ il suo esito finale.

Innanzitutto, concentrare tutte le forze della community nella promozione del software libero nelle scuole (ad esempio, dirottando l’intero Linux Day su questo tema) e’ assolutamente inutile. Sono le scuole potenzialmente interessate, o potenzialmente coinvolgibili, che si fanno vive e avanzano richieste; tutte le altre evidentemente non hanno ragione di rivedere la loro dotazione tecnologica, dunque tanto vale andarle a bustigare. L’importante e’ ascoltare le domande giuste, non muovere le proposte sbagliate.

In secundis: i tagli alla scuola, motivo di grandi dibattiti e grandi manifestazioni, sono certamente criticabili ed opinabili, ma in un’ottica di strategia linuxofila sono quanto di meglio potesse capitare. Espressione cinica, ma ponderata. Essi impongono l’obsolescenza dell’hardware usato negli istituti scolastici, impongono il centellinamento delle risorse economiche ed umane destinate alla manutenzione degli impianti informatici, ma soprattutto impongono una presa di coscienza ed una responsabilizzazione da parte di chi deve non solo far quadrare i bilanci ma anche difendersi dalle accuse di sperpero e mala-educazione mosse per mezzo dei media da parte di un Governo a caccia di capri espiatori. In questo contesto la migrazione al software libero (gratuito, legale, ed implicitamente educativo) diventa una opzione molto piu’ papabile e considerabile, ma nuovamente spetta alla community intervenire materialmente laddove si manifesti una richiesta: urge farsi trovare preparati non solo a parole ma anche ai fatti e nel caso essere disposti ad operare direttamente, le aule non si migrano coi buoni propositi ma coi pomeriggi di bestemmie trascorsi sulla tastiera.

In ultimo, l’annoso ed apparentemente irrisolvibile problema dei piagnistei dirompenti degli utenti quando li si “minaccia” di cambiare qualcosa all’interno del loro ambiente di lavoro. Molto semplicemente: non sono un problema. O meglio: non sono un problema che riguarda la community. Come detto sopra: chi deve preoccuparsi dei conti e della reputazione sono i dirigenti delle scuole, chi deve prendere decisioni non emotive ma razionali e fattibili sono i dirigenti delle scuole, e chi deve far ragionare i propri “subordinati” sono i dirigenti delle scuole. A ognuno il suo mestiere: i tecnici installano e configurano, i maestri educano (e si auto-educano, e si educano reciprocamente). O cosi’, o ci si tengono i catorci digitali. Vane sono le numerose azioni mirate a convincere del contrario chi vive di routine, dunque tanto vale farsene una malattia. Ci si puo’ incazzare per un paio di ore, si puo’ fare un tentativo estremo (come nel caso della mia mail sopra pubblicata), ma poi si deve passare oltre: le opportunita’ sono troppo numerose perche’ ognuna di esse consumi troppo tempo in lamenti di biasimo.

Per una porta che si chiude, si spalanca un portone. E se la porta e’ chiusa, si entra dalla finestra. Stupido sarebbe cercare di buttare giu’ il muro…

Scuola di Marketing

12 novembre 2010

Oggi si e’ svolta in una scuola di una cittadina nei pressi di Torino una conferenza di carattere nazionale sul tema “la tecnologia nella scuola”. Obiettivo della giornata: indagare l’evoluzione digitale del libro scolastico, ed analizzare le soluzioni gia’ oggi esistenti.

Purtroppo non sono potuto andare, in quanto quando l’ho saputo i posti erano gia’ tutti prenotati (350, esauriti una settimana prima dell’evento) e mi son dovuto accontentare dello streaming web sul sito del progetto Dschola, ma mi sarebbe piaciuto intervenire. Per fare un po’ di domande scomode.

Gia’ dal programma pubblicato sul sito era evidente il lato markettaro dell’iniziativa: almeno due interventi in scaletta mi son sembrati palesi auto-incensamenti di prodotti commerciali destinati all’istruzione. Assistendo alla diretta web, la cosa si e’ rivelata essere ancora peggiore: tutti quanti gli interventi erano destinati alla promozione di diverse realta’ commerciali, in larga parte case editrici, ognuna con la sua “innovativa” (non so quante volte sia stata ripetuta questa parola nel corso dell’intero pomeriggio…) piattaforma 2.0 consistente in un sito/portale/CD multimediale riempito di animazioni e video che facevano un gran figurone sulla sfilza di lavagne multimediali installate sul palco.

I primi tre (Editrice Sei, Mondadori ed Editrice Il Capitello) han pateticamente fatto vedere pressoche’ la stessa cosa, ovvero animazioni che spiegano la Fisica (la Fisica ben si presta ad animazioni con pesi, contrappesi, leve e vasi comunicanti. Certamente piu’ interessante della Grammatica). Breve escursus sul dizionario di Latino per iPhone della Zanichelli, due che illustravano altri ammenicoli per l’insegnamento della Geografia basati su Google Earth ed affini (anche quello, sicuramente di effetto quando proiettato su una superficie touchscreen. Immancabile la ostentata citazione a Minority Report), ed infine una sorta di Matlab dei poveri.

Ho provato nostalgia per Giorgio Mastrota.

Uniche due note positive (o, almeno, non negative): uno dei due con il pallino per la Geografia in realta’ mostrava modelli 3D realizzati da una fondazione e distribuiti gratuitamente (ovviamente in formato binario e solo per Win32, ma considerando il contesto per questa volta posso persino accontentarmi), e nella presentazione generale il relatore ha fatto brevissimo ed appena intelligibile cenno al software didattico disponibile anche impacchettato in apposite distribuzioni specializzate (che posso facilmente intuire si tratti di distribuzioni Linux: dubito esista una equivalente di Edubuntu basata su Windows).

A questo punto ci si potrebbe chiedere con quale coraggio e dignita’ un istituto scolastico possa organizzare ed ospitare tale colossale farsa pubblicitaria, ma basta scendere un poco sotto la superficie per ottenere uno scenario ancora piu’ agghiacciante di quello sinora descritto.

Dell’ITIS Majorana di Grugliasco gia’ mi aveva fatto un breve cenno un maestro torinese di mia conoscenza, e a quanto pare ha molto molto poco a che vedere con l’omonimo istituto di Gela (noto in tutta la community linuxara per la fervida attivita’ del preside sul fronte della promozione del software libero). Il Majorana nostrano sembra essere un solido bastione Microsoft, occupatissimo a coinvolgere altre scuole all’interno del tunnel senza uscita del monopolista. Mi e’ stato menzionato qualche progetto che ha avviato in passato, ad esclusivo appannaggio della piattaforma Windows, ma non mi soffermo non avendo a portata di mano informazioni effettive; mi limito a citare, e dovrebbe essere gia’ da solo piu’ che sufficiente, il ruolo svolto all’interno del precedentemente citato progetto Dschola, ovvero il progetto piemontese di sperimentazione delle tecnologie all’interno della scuola.

Dschola nasce nel 2002, e all’inizio ha avuto una discreta inclinazione alle soluzioni freesoftware. Qua e la’ mischiate con soluzioni freeware, ma era comunque tollerabile. Improvvisamente tutta la baracca e’ stata dirottata su software proprietario, ed anzi ben specificatamente su software Microsoft, tanto che ad oggi l’unico servizio offerto dalla piattaforma e’ Share.Dschola, vale a dire ne’ piu’ ne’ meno che l’hosting gratuito di istanze SharePoint alle scuole che fanno richiesta. Con tutte le implicazioni che ne conseguono: SharePoint si integra solamente con altri prodotti Microsoft. Non occorrono grandi ricerche ed indagini per individuare, subito nella homepage dell’iniziativa, la dicitura “Sharepoint Services è in hosting presso www.itismajo.it“. Contemplare la lista di istituti che gia’ hanno aderito ghiaccia il sangue nelle vene.

Quando si legge la descrizione di un progetto promosso dalla Regione e volto alla pubblica istruzione, costruito interamente su piattaforme rigidamente chiuse e senza possibilita’ di scappatoia; quando 350 docenti accorrono da mezzo nord-Italia con una settimana di anticipo per prenotare il posto ad una conferenza fasulla che gia’ dal programma pubblico manifesta la sua natura markettara; quando si osserva il modo in cui un singolo istituto riesce a muovere risorse ed interesse nei confronti di prodotti commerciali abilmente mascherati da strumenti innovativi e dunque desiderabili… Ecco, in quell’esatto momento, ci si capacita che qualcosa non va. E che deve essere sistemato. In fretta. A qualunque costo.

Un Altro Giorno

25 ottobre 2010

Il 23 ottobre 2010 si e’ svolto, come ogni anno, il Linux Day. Dopo le prime militanze in veste di curioso ad Alessandria, gli anni da smanettone e poi da organizzatore a Torino, e l’anomala partecipazione come semplice visitatore nel 2009, quest’anno ho deciso di andare a dare una occhiata a qualcosa di nuovo. Quest’anno sono stato al Linux Day di Brescia.

Gli amici bresciani, conosciuti un po’ per caso anche grazie a codesto blog, mesi addietro mi invitarono a partecipare alla loro manifestazione ottobrina, e poiche’ al secolo nulla mi teneva legato al Linux Day torinese (avendo io temporaneamente lasciato il comitato organizzativo lo scorso anno), son stato ben lieto di accettare. Anche e soprattutto per la curiosita’ di vedere e valutare una diversa implementazione dell’evento nazionale, dopo aver vissuto sempre e solo uno specifico “format”.

Sabato mi sono alzato alle 5:15 del mattino, e in treno mi sono recato nel bel mezzo della Lombardia.

Nel corso della mattinata si e’ svolta una ricca sessione dedicata completamente al software libero nella scuola. Erano presenti numerosi insegnati, maestri e professori di vari istituti scolastici della zona (e non: se non ho capito male uno arrivava da vicino Vicenza), singolarmente invitati con largo anticipo badando di far riconoscere l’attivita’ come ufficialmente formativa grazie al supporto del distaccamento bresciano di Mathesis (si’ da arginare i problemi dovuti all’assenza da scuola in orario di lezione). I diversi talks che si sono succeduti in questa fase erano sostanzialmente finalizzati a fornire indicazioni dirette e schiette sul perche’ del software open nelle scuole (piu’ e piu’ volte e’ stato ripetuto il peso educativo di usare e far usare applicativi costosi che incidono nelle finanze famigliari o devono essere piratati) e sui componenti aperti e gratuiti gia’ oggi riccamente disponibili per ogni fascia scolastica ed esigenza.

Ammetto di non aver assistito all’intera mattinata di interventi, in quanto piu’ o meno a meta’ mi sono spostato negli spazi destinati al proseguimento pomeridiano per sistemare tavoli e prese elettriche, ma e’ stato per me assai interessante il dibattito aperto ad un bel momento tra gli insegnanti stessi del pubblico: era evidentemente come alcuni di essi avessero gia’ presente cosa fosse il software libero, e come questi fossero frustrati dal completo disinteresse dei colleghi dei rispettivi istituti nei confronti di tutte le tematiche sia economiche che sociali che filosofiche dell’introduzione di Linux. Diverse sono state le invettive dirette a chi non sa guardare oltre al proprio naso, a chi non si pone il problema culturale che si cela dietro l’adozione di software chiuso in ambito scolastico, e sebbene tutte queste argomentazioni mi siano gia’ ampiamente note mi ha stupito constatare la quantita’ di insegnati presenti entro un’area geograficamente ristretta gia’ consci di tali problematiche.

Durante il pomeriggio si e’ invece tenuto il Linux Day “general purpose”, popolato di vari contenuti sul software libero a 360 gradi. Ed e’ stato qui che ho avuto modo di osservare da vicino l’inedita (per me) modalita’ con cui i bresciani conducono il loro evento: laddove tutti o quasi hanno una o piu’ scalette di talks, loro hanno adottato il modello a “banchetti monotematici”. Il meccanismo si spiega da se’: all’interno di una area circoscritta si piazzano una serie di tavoli, ognuno dei quali e’ presidiato da due o tre persone che illustrano agli interessati di passaggio l’utilizzo di Linux e delle applicazioni a codice aperto entro ben specifici settori. Ed e’ cosi’ che sabato 23 c’era un banchetto dedicato alla scuola, uno dedicato ai videogiochi, uno per i programmi di varia utilita’ disponibili anche per Windows e MacOS, uno rivolto alla multimedialita’ e numerosi altri. Nonche’ l’inevitabile area LIP, presso cui ho operato tre installazioni in parallelo (sebbene con risultati non ottimali: oramai ho perso il tocco e non sono piu’ abituato a stare in prima linea durante l’Install Party…).

Stando a quanto recepito, pare che la “scoperta” dei banchetti monotematici sia stata del tutto casuale (come ogni grande scoperta, secondo le leggende): durante un passato Linux Day avevano organizzato, come sempre, il loro programma di interventi e dibattiti, ed avevano piazzato in disparte un paio di banchetti generici presso cui erogare informazioni varie. Ebbene: in quella occasione la maggior parte del pubblico si era assiepata attorno ai tavoli anziche’ andare a sentire i talk, e gli si accese la lampadina. Devo dire che come strategia questa non e’ affatto male: evita di doversi preparare lunghi interventi mirati con tanto di slides, piu’ facilmente si trovano volontari disposti a presiedere il banchetto che non ad esporsi al pubblico ludibrio su un palco, non c’e’ bisogno di proiettori, ne’ di sedie, ne’ di numerose aule (ma la disponibilita’ di un unico spazio molto grande e’ consigliata), la gente puo’ andare e venire e gironzolare senza sentirsi a disagio, facilmente si intercettano le singole persone realmente interessate a particolari ambiti…

Ricordo che tempo addietro era stata proposta una organizzazione del genere anche per il Linux Day di Torino, ma la proposta cadde nel vuoto e continuammo a mantenere i talks. Credo che per il 2011 mi faro’ portavoce di questa linea di pensiero, in quanto il prossimo anno intendo tornare ad occuparmi della manifestazione sabauda.

Alla fine della giornata, il bilancio penso sia stato positivo: l’afflusso e’ stato superiore a quanto preventivato nonostante il fatto che lo spazio riservato alle attivita’ fosse piuttosto nascosto all’interno del gigantico istituto scolastico ove si sono svolte, sono stati raccolti numerosi contatti con persone (soprattutto insegnanti) interessate al mondo del software libero, e non si sono registrati eccessivi problemi logistici. Una bella manifestazione, insomma.

Il tutto si e’ concluso con una cena, una inaspettatamente lunga dormita a casa di Luisa (che mi ha gentilmente ospitato nella sua dimora), ed il pomeriggio successivo passato a giocare a Mario Kart sulla Wii di Andrea.

Un doveroso ringraziamento va al LugBS, i cui membri mi hanno accolto con simpatia trattandomi come se fossi nel gruppo da sempre: non posso promettere di partecipare al vostro prossimo Linux Day in quanto gia’ so che ci sara’ bisogno di me qui a Torino, ma non e’ escluso che torni a farvi visita nel prossimo futuro.

L’Arrocco

5 luglio 2010

Il tema del Linux Day 2010 sara’ la scuola, con il motto “investiamo in oro grigio”.

Evidentemente in ILS la fantasia latita: lo stesso tema era gia’ stato proposto nel 2009, primo anno in cui si e’ provato a dare un filo conduttore uguale per tutti ma la cui proposta e’ stata scarsamente recepita (forse anche perche’ in lista LUG la cosa non e’ stata affatto menzionata, se ne e’ parlato alla ConfSL di Bologna ma l’unico riferimento scritto che ho trovato in merito e’ su un sito che ci azzecca poco), e gia’ era stato lontanamente citato pure nel 2008. Solo per pigrizia non procedo a ritroso cercando negli archivi delle mailing lists, ma probabilmente agli enti di istruzione si e’ provato a strizzare l’occhio anche nel 2007, nel 2006 e prima ancora.

Ma anche al di fuori del giro di User Groups che orbitano intorno alla Linux Society “la scuola” e’ considerata il Sacro Graal della crociata linuxofila: un esempio su tutti, in una recente mail il buon Alexjan Carraturo esplicitamente esclama “[le] scuole [sono il] pubblico d’elezione per gli eventi come il DFD o il SFD.

Ma siamo proprio sicuri che questo interesse, in molti casi esclusivo e monotematico, e sinanche morboso, nei confronti della scuola sia cosi’ decisivo? E’ credibile che il fatto di chiudersi in difesa in un angolo della scacchiera sia la mossa vincente per muovere lo scacco al software proprietario?

Tipicamente le motivazioni di questa scelta di campo ricadono in tre categorie:

  • Taglio dei costi: il software libero e’ gratuito, non si pagano le licenze, gran risparmio di quattrini (per lo piu’ pubblici), eccetera eccetera…
  • Educazione: software libero e’ sinonimo di condivisione della conoscenza, e facendolo usare ai ragazzi implicitamente si trasmettono anche questi valori “morali”
  • Strategia: giochiamo in anticipo su Microsoft, che di tutto combina per far usare i suoi prodotti in ambito scolastico e domestico apposta per far assuefare gli utenti, e facciamoli abituare a qualcos’altro

Ma…

La questione del risparmio e’ probabilmente la piu’ aderente al vero: anche laddove non ci siano volonterosi linuxofili pronti ad immolarsi per la messa in opera di un’aula informatica e ci si debba rivolgere ad una azienda commerciale specializzata comunque i costi sarebbero verosimilmente ridotti, perche’ al prezzo dell’assistenza non si dovrebbe sommare quello delle licenze. Comunque questa e’ l’argomentazione in assoluto piu’ adottata presso chiunque si voglia convincere ad usare software open, certamente non e’ esclusiva per l’ambito scolastico.

Sull’educazione potrei iniziare ad avere qualcosa da ridire. Innanzitutto, il target di riferimento di tali insegnamenti necessariamente si riduce agli studenti delle scuole medie superiori: i bambini delle elementari devono imparare a leggere, scrivere e far di conto, difficilmente gli si puo’ illustrare la filosofia platoniana che si cela dietro al software libero, mentre i fanciulli delle medie inferiori vanno educati alla civilta’ ed alle relazioni con gli altri, e gia’ si fa fatica a carpire la loro attenzione nel periodo della vita in cui iniziano a ribollire le pulsioni adolescenziali. Indipendentemente dal bacino di giovinotti disposti e capaci di afferrare il tema, comunque ci si imbatte in problematiche squisitamente strutturali: come si pretende di convettere la morale della liberta’ del codice sorgente a chi ancora deve capire che diamine e’ il codice sorgente? In questo scenario il valore della condivisione viene illustrato per mezzo di un esempio, il software libero appunto, ma se il vettore dell’insegnamento non e’ piu’ che chiaro a tutti come si puo’ giungere ad una conclusione comprensibile? Questo e’ il motivo percui ho sempre rinunciato a spiegare a mia madre il mio impegno nel mondo opensource, ma persino il mio stesso mestiere (sa che “lavoro sul computer”, ma tanto quanto “lavora sul computer” una segretaria in un ufficio…), e l’ultima volta in cui tentai di spiegarlo a qualcuno di non tecnico (mia zia, per la cronaca), ha iniziato a storcere il naso dopo due minuti e, avendo io fatto un esempio in merito ad un ipotetico software gestionale di un ipotetico negozio nella speranza di essere chiaro, e’ giunta alla conclusione che il mio lavoro e’ simile a quello del commerciante. Insomma: la pedogogia del software libero delinea un percorso a ritroso, in cui l’effetto arriva prima della causa, e ben difficilmente puo’ essere recepita presso chi, peraltro come gia’ detto, e’ di suo gia’ troppo impegnato a comprendere i meccanismi essenziali della societa’.

Infine, la parte strategica e’ quella su cui mantengo le maggiori riserve. Per un semplice presupposto: come possono le quattro ore settimanali passate nel laboratorio di informatica competere con le numerose ore di utilizzo del proprio PC domestico, utilizzato oltretutto per impieghi ben piu’ divertenti quali i videogiochi o Facebook? Piu’ della meta’ delle famiglie italiane ha un PC connesso all’Internet, posso immaginare che tra queste la stragrande maggioranza siano quelle che hanno almeno un figlio in eta’ scolare in casa, dunque arrotondando per eccesso si puo’ affermare che oramai pressoche’ tutti i ragazzi dispongono di un computer, ed e’ proprio da li’ che arriva la “concorrenza”. Qualcuno puo’ affermare “gli si fa vedere che esiste qualcosa di alternativo”, ma non credo che in aula si dimostri l’utilizzo di un instant messenger alternativo a MSN o quanto YouPorn funzioni bene su browser alternativi a Explorer. Quello che si fa a casa e’ un conto, quello che si fa a scuola e’ un’altro, non esistono punti in comune e dunque non esistono “alternative”: per guardare i film porno si usa un programma, per implementare le liste in Pascal se ne usa un’altro, e se si deve optare per una singola piattaforma da installare sulla macchina in cameretta presumibilmente si preferira’ quella che permette la suddetta prima attivita’.

Chiaramente lo scopo di questo post non e’ dimostrare l’inutilita’ della migrazione dell’apparato educativo su software open, anzi confermo che ogni singola aula informatica spostata su Linux sia un successo ragguardevole ed ammirevole che fa bene sia alla cultura libera che all’educazione delle future generazioni, ma sono qui per esprimere la mia titubanza nei confronti di quella che sembra essere diventata una ossessione piu’ che una opportunita’.

Va benissimo lavorare presso le scuole, collaborare con loro per fornirgli gli strumenti che meritano (e che spesso non arrivano dal Ministero), ma di quando in quando non sarebbe male diversificare i propri obiettivi e, perche’ no, “riposarsi” un po’ dedicandosi a target che ugualmente necessitano di consiglio ma risultano persino piu’ comodi da afferrare.

Tanto per dire: chi si occupa in modo assennato e metodico alla piccola e media impresa? Ce ne sono piu’ di 4 milioni in Italia, quasi un milione sono quelle che si occupano di informatica: questi certamente sono interessati al solito discorso sul risparmio dei soldi per le licenze, e ci vuol veramente poco a dimostrargli le possibilita’ sia di organizzazione interna che di business che si possono costruire partendo dalle tecnologie open. Ma su PMI.it, che pare essere uno dei siti di riferimento del settore, l’intera pagina dedicata ai “tutorial” e’ dedicata a templates di Microsoft Office. Oppure: nessuno pensa al mondo del no-profit? 21000 organizzazioni di volontariato (tra cui presumibilmente qualche LUG…), piu’ di 7000 cooperative sociali, 3000 fondazioni, tutta gente che si suppone gia’ di per se’ sensibile alle tematiche della liberta’ e della condivisione, e mai nessun progetto rivolto a queste realta’, che pure (come tutti) gradirebbero risparmiare qualche euro e avrebbero solo di che guadagnare da una guida alle opportunita’ oggi offerte a costo zero dal codice aperto.

La partita concettuale contro il software proprietario necessita ben piu’ determinazione nelle mosse, ed un pizzico di aggressivita’. Invece di concentrarsi esclusivamente su una torre e’ venuto il tempo di far saltare i cavalli, far scivolare gli alfieri, e magari pure incomodare la regina.

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