Archive for the 'Politica' Category

Caro Renzi, ti Scrivo (ma non in Word)

14 gennaio 2014

Egregio Dott. Renzi,

mi permetto di distoglierla per qualche minuto dall’analisi e dallo studio delle ben note emergenze che affliggono il nostro – dopotutto – amato Paese per muovere qualche modesta e spero costruttiva osservazione. Del resto, essendo l’Italia una nazione di lamentoni, puo’ non risultare del tutto strano che qualcuno si risenta di una affermazione che, nell’intento, sicuramente voleva invece essere stimolo all’innovazione, alla trasparenza e al cambiamento.

Mi riferisco qui alla oramai celebre frase da lei pronunciata l’altro ieri, come sempre rimbalzata ed amplificata dai media: “Proporremo che il patto di coalizione sia un file Excel”.

Premesso che ritengo faziose e strumentali le repliche ricevute, incentrate piu’ sulla sua sottile e dissacrante battuta in merito al “linguaggio democristianese” che non sul sottinteso – e, almeno da me, gradito – invito ad una maggiore chiarezza di intenti e metodi, vorrei scendere nel merito della figura retorica da lei usata e, nella fattispecie, nel suo soggetto: una applicazione software popolare, che tutti coloro con una minima dimestichezza informatica conoscono, che molti usano, ma che in questa sede involontariamente rappresenta il giogo tecnologico imposto all’Italia e a tutto il nostro settore IT.

Non pretendo di star qui a spiegarle l’esistenza del software libero e dell’opensource, temi che non dubito lei gia’ conosce e magari apprezza (e se no, mi contatti in qualsiasi momento per delucidazioni ed approfondimenti). Piuttosto colgo l’occasione per invitarla a tener presenti tali temi nella sua pianificazione e nei suoi piani strategici, recentemente resi noti dalla parziale pubblicazione del “Jobs Act”:  in modo diretto ed indiretto, l’adozione e la promozione del software libero e opensource puo’ avere un ruolo in piu’ di un punto all’interno del suo programma.

Prima di tutto nella Parte A Punto 3, “Revisione della Spesa”, in quanto si stima che una progressiva migrazione da Microsoft Office a LibreOffice (e dunque anche dal citato Excel a Calc) della nostra pubblica amministrazione comporterebbe un risparmio tra i 300 ed i 600 milioni di euro, e stime meno recenti ma piu’ dettagliate condotte dall’esimio prof. Meo (noto al mondo politico per aver presieduto la Prima Commissione Stanca nel 2002, i cui fondamenti sono ancora oggi presenti nell’odierno Codice dell’Amministrazione Digitale) portano a 3 miliardi l’anno la spesa statale in licenze di software proprietario. Soldi che inevitabilmente finiscono a finanziare ricerca e sviluppo in altri Paesi, soprattutto negli Stati Uniti, lasciando ai nostri giovani, quando va bene, il compito di rispondere agli help desk: la Parte B Punto C, “I nuovi posti di lavoro / ICT”, necessariamente non puo’ ignorare questo netto sbilanciamento tra (grossi) fondi investiti e (scarse) ricadute locali, tantopiu’ alla luce delle opportunita’ esistenti ma negate – per mancanza di formazione ed esperienza – ai nostri rampolli. Infine, i Punti 4 e 7 della Parte A (“Azioni dell’agenda digitale” e “Burocrazia”) davvero non possono, a mio avviso, non passare per la definizione e la standardizzazione di interfacce programmatiche aperte e libere, pubbliche e documentate, che abilitino l’integrazione e l’interazione di componenti software che – indipendentemente dai rispettivi produttori – facilitino ed accelerino la generazione, la validazione e la trasmissione sia delle informazioni utili agli scambi commerciali sia dei metadati amministrativi richiesti dalla normativa.

Chiudo con una segnalazione, ma anche con una ironica provocazione (che, ne sono certo, sapra’ cogliere). Proprio l’altro giorno l’Agenzia per l’Italia Digitale ha divulgato una circolare destinata ai nostri enti pubblici in cui, in ottemperanza all’articolo 68 del gia’ citato Codice dell’Amministrazione Digitale, dettaglia le Linee Guida con cui comparare diverse soluzioni tecnologiche prima di compierne l’acquisto, da cui si evince una spiccata propensione alla scelta di opzioni libere e opensource proprio in virtu’ del loro intrinseco valore economico, tecnico e strategico per il Sistema Paese sul medio e lungo periodo. Mi auguro che anche lei, prima di iniziare a stendere il Patto di Coalizione con Excel, rediga la sua valutazione comparativa tra le diverse alternative software e ne tragga qualche utile spunto.

Cordialmente,

Roberto Guido

Update: l’articolo e’ stato twittato al destinatario.

Anonimo Sardo

15 dicembre 2013

Della cosiddetta “webtax” approvata ieri alla Camera sta parlando l’intera Internet nostrana. Dunque anziche’ riassumerne contenuti e possibili (e temute) implicazioni, rimando alla lettura di questo articolo e dei molti altri che stanno rimbalzando su Twitter.

Vorrei invece dire qualcosa di ancora inedito. Una mia suggestione. Infondata e scarsamente documentata. Ma che val la pena scrivere e tramandare (almeno finche’ AGCOM non chiedera’ agli Internet Service Provider italiani di impedire l’accesso a tutto WordPress.com per via di questo link a Torrentz.eu che metto immotivatamente in questo post per sfregio, in virtu’ dell’altro scandaloso avvenimento di una settimana evidentemente molto movimentata).

Tutti sanno che il fautore dell’emendamento e’ Francesco Boccia, presidente della Commissione Bilancio della Camera. Uomo del PD, area lettiana / centrista. Non tutti sanno, o comunque non tutti hanno notato, che nella stessa zona politica si muove Renato Soru, piu’ noto per essere il fondatore di Tiscali, una delle primissime realta’ italiane ICT di successo ma che oggi stenta a tener testa alla competizione dei colossi statunitensi. A giudicare da quel che randomicamente si trova sull’Internet, si direbbe che i due non solo si conoscano ma che intercorra un rapporto di stima (“Renato Soru era e resta una delle più belle e innovative personalità politiche nate dalle radici dell’Ulivo”, cit. Boccia).

Negli ultimi mesi Renato Soru ha ripetutamente battuto il tamburo dell’indipendenza digitale dell’Italia, ma sottintendendo piu’ spesso del dovuto la strada del protezionismo che non quella della competitivita’, facendo sponda alle parallele argomentazioni del Boccia:

  • Soru ha fatto notare che in paesi come Cina e Russia il motore di ricerca Google non spadroneggia come nei nostri confini, dove la quota di mercato si aggira intorno al 90%. In Cina, nello specifico, è Baidu la soluzione più utilizzata - maggio (ndr. penso non sia necessario dire che Baidu non e’ leader in Cina per meriti tecnici…)
  • “Google tra breve supererà Mediaset nella raccolta pubblicitaria, ma oggi il locale gli consegna il suo valore a pochissimo prezzo” – novembre
  • “Facebook e altri cercano invece di colonizzare il web ponendosi come mondi chiusi. Allora vedo un rischio, in realtà un’opportunità per chi riesce a proporre un’alternativa: che le aziende private di un paese lontano, analizzando, catalogando e influenzando, sappiano di noi più del ministero dell’Interno” - maggio (ndr. la nota sulla “opportunita’” svela che il commento nel suo insieme non e’ stato mosso da genuini timori sulla privacy dei cittadini…)

E stando a quanto recepito da voci raccolte lontano dai giornalisti in occasione del Festival dell’Innovazione che si e’ tenuto a maggio a Bari, pare (pare!) che Soru al Ministero ci sia andato davvero, appunto per descrivere l’importanza strategica dell’esposizione delle informazioni degli italiani verso i monopolisti (brutti e cattivi) dell’Internet – gran parte, ahinoi, a stelle e strisce anziche’ tricolori. Non c’e’ da dubitare che lo scandalo PRISM, scoppiato proprio a giugno ed arrivato in ottobre a toccare il nostro Paese, abbia fornito ulteriore forza alle sue posizioni sull’assoluto bisogno di autarchia digitale.

Viene da chiedersi se questi avvenimenti e queste dichiarazioni non siano correlati almeno lontanamente tra loro, e se dietro il proposito ufficiale di aumentare il gettito IVA nelle casse dello Stato, e l’intento ufficioso di agevolare le aziende IT italiane almeno nell’offerta di servizi sul territorio, non ci siano (anche) i consigli ed i suggerimenti di uno dei pochi imprenditori con i mezzi, le risorse e le conoscenze necessarie per fornire rapidamente delle alternative locali ed emettere fattura – come imposto dalla legge in dirittura di arrivo.

Sta di fatto che oggi il Portale Tiscali, anche nella sezione Tecnologia, non fa nessuna menzione dell’avvenimento. Di cui tutto il resto dell’Internet nostrano parla.

 

 

La Parola d’Ordine

25 giugno 2012

Questa settimana, da giovedi 21 a sabato 23, sono stato ad Ancona per la ConfSL 2012. Una permanenza piu’ lunga rispetto alla passata esperienza di Bologna 2009, e maggiormente vissuta, dunque con considerazioni finali diverse. Ma non migliori.

La parola d’ordine dell’intera manifestazione e’ stata “do-ocracy”, neologismo importato nel nostro mondo da Stefano Zacchiroli (attuale leader del progetto Debian, orgoglio linuxaro italiano, nonche’ relatore del keynote di sabato) per sottolineare l’importanza di fare piu’ che di discutere. Anche se, tanto per cambiare, il motto e’ rimasto una dichiarazione di intenti piu’ che un traguardo raggiunto.

La giornata dedicata alla community, quella di giovedi 21, e’ andata pressoche’ deserta. Se presso la LUGConf del capoluogo romagnolo avevo contato una trentina di nerd, in questa occasione la platea era dimezzata (arrotondando per eccesso). Certamente piu’ pacata e moderata della scorsa volta, ma non molto piu’ produttiva. Il giro di presentazione dei presenti si e’ dilungato nella solita gara a chi piu’ si dimostra aderente ai principi pseudo-filosofici del freesoftware, e non senza qualche infondata polemica su ILS e l’annosa questione del GNU/LinuxDay (sempre la stessa spina nel fianco), si e’ aperta una parentesi sul protocollo di intesa attualmente in fase di elaborazione tra AsSoLi/ILS/AISL e Ministero dell’Istruzione (benche’ sia per ora prematuro parlarne diffusamente), e’ stato raccattato un consenso stentato sul fatto di avere un “tavolo” delle maggiori associazioni nazionali che funga da referente nei confronti delle istituzioni quale appunto il Ministero (anche se non e’ chiaro da chi dovrebbe essere costituito e come dovrebbe agire), tra mille inutili dettagli implementativi si e’ giunti alla conclusione che sarebbe opportuno potenziare il grado di automazione nell’aggregazione dei contenuti tra LUG (cfr. il mio esperimento su calendar.lugmap.it) e poco altro.

Venerdi e sabato si sono svolti invece i talks in programma, al solito senza particolari novita’ (ma non e’ cosa nuova, e’ lo stesso che come gia’ detto succede anche al FOSDEM o presso qualsiasi altra conferenza che tratta di argomenti che nascono, si evolvono e vengono quotidianamente commentati sull’Internet), pertanto ho cercato di cavar qualcosa almeno dalle public relations. Cavandone contatti con Mozilla Italia per un possibile prossimo workshop a Torino, con i simpatici membri di GFOSS.it, con una consigliera del Comune di Rivalta (nei pressi di Torino) interessata alla migrazione, e l’iscrizione a ILS di Claudio Carboncini – rappresentante del progetto Matematica C3.

Cio’ che e’ realmente mancato a mio avviso e’ stato il perseguimento di un obiettivo politico, che sarebbe stato conveniente cercare data la presenza di Mario Paglialunga, Assessore con delega al Software Libero del Comune di Fabriano (a quanto ne so, il primo ed unico in Italia con tale carica) alla tavola rotonda di chiusura della conferenza. Strappare a lui una promessa o almeno una posizione in sede di ConfSL sarebbe stato utile per dare risalto mediatico all’interesse dimostrato da una piccola citta’ marchigiana sul tema per stuzzicare, per dirne alcuni, i sindaci Marco Doria di Genova (recentemente eletto, che nel suo programma elettorale aveva messo anche opendata e opensource), Federico Pizzarotti di Parma (discusso e contestato esponente del Movimento 5 Stelle, dunque inevitabilmente coinvolto) o Pietro Fassino di Torino (citta’ in cui da anni oramai ce la menano con la storia della “smart city”) e, chissa’, almeno tentare di poggiare la prima pietra di una rete – piu’ politica che tecnica, ma non per questo meno desiderabile – di “comuni liberi” che potessero accollarsi un poco a testa l’impegno di implementare uno stack pienamente open per le amministrazioni locali. Cosa che ancora manca, e di cui pesantemente si sente l’assenza proprio ora che qualche timida richiesta arriva dai funzionari comunali finalmente convinti delle opportunita’ esistenti.

Ma non voglio imputare nessuno delle mancanze, vere o presunte. Anche perche’, come si suol dire, del senno del poi son piene le fosse. Questa volta voglio personalmente accollarmi la responsabilita’ dei traguardi raggiungibili ma non raggiunti. Mia la colpa di non aver assistito Luca “Fero” Ferroni, coordinatore e jolly della conferenza stessa, nella moderazione della prima giornata dedicata alla community e non aver introdotto toni piu’ secchi per stroncare le vuote chiacchere. Mia la colpa di non aver preteso sabato la parola per chiedere direttamente una dichiarazione “spendibile” al suddetto assessore. Mia la colpa di non aver giocato d’anticipo sulla del tutto prevedibile mollezza degli obiettivi.

Perche’ in regime di “do-ocracy” non ci si lamenta. Si fa e basta.

La Sequenza Corretta

26 novembre 2011

Il 5 agosto scrissi un post non particolarmente lusinghiero nei confronti di alcuni servizi web di pseudo-e-government che invitavano alla trasparenza senza essere a loro volta trasparenti, chiusi tanto nel codice quanto nei dati raccolti. Tra questi, anche DecoroUrbano.

Il 29 settembre ricevetti il primo contatto da parte di una persona addetta presso MaioraLabs, societa’ che produce e hosta lo stesso DecoroUrbano: molto cordialmente mi fece intendere di aver letto il mio articolo e mi annunciava in anteprima che non solo la piattaforma stava per essere rilasciata in licenza opensource, ma che l’intero progetto sarebbe stato incluso in una misteriosa (all’epoca dei fatti) fondazione “per creare una suite di applicazioni per i comuni“. Il 3 ottobre venne pubblicato l’annuncio ufficiale sul sito e sulla relativa pagina Facebook. Il 18 ottobre la fondazione Wikitalia e’ stata svelata ai media.

Piu’ di un mese dopo, del codice e dei dati non c’e’ traccia. Il sito Wikitalia continua ad essere povero di contenuti, il link “Open DU” nel footer delle pagine di DecoroUrbano continua a linkare alla dichiarazione di intenti originale.

A questo punto potrei scrivere “Ve lo avevo detto” e concludere il post. Ma ci sono numerosi altri dettagli. E, dopotutto, non e’ nel mio stile scrivere pezzi cosi’ brevi.

Presso il pubblico la popolarita’ del progetto cresce e la summenzionata pagina Facebook pullula di segnalazioni di persone che hanno invitato i rispettivi comuni ad aderire (da notare che la maggior parte di questi commenti arrivano da accounts che riconducono al Movimento a 5 Stelle, che gia’ ha dato prova di avere scarsa cognizione degli strumenti partecipativi digitali nonostante le sue radici telematiche). Come volevasi dimostrare l’opportunita’ di lamentarsi delle buche nella strada viene prima dell’idea di gestire tali lamentele in maniera sistematica e strutturale – accedendo ai dati grezzi ed integrandoli con altri strumenti – magari con la velleita’ di porvi rimedio.

Dall’altra parte, cogliendo nell’aria l’imminenza della fondazione Wikitalia iniziai con anticipo a tastare il terreno in giro, e per vie private ero gia’ ero stato allertato della scarsa consistenza dell’intera baracca non da una ma da ben due distinte persone informate dei fatti, esponenti dell’intelligentsia tecnofila nostrana. Una si e’ limitata a biasimare l’ennesima iniziativa rivolta a far proprio il vessillo – altamente abusato – del movimento opendata; l’altra ha commentato in modo piu’ deciso con “Bellissima iniziativa, ma non c’e’ assolutamente niente” ed un piu’ sibillino “C’e’ Riccardo Luna dietro… E’ tutto un programma…”. Parole non incoraggianti, ma che fanno capire come anche presso gli Illuministi dell’era post-moderna si inizi a percepire quel che e’ noto da sempre presso gli smanettoni: i proclami non servono a nulla se non sono seguiti – o meglio ancora anticipati – da un riscontro concreto.

Nel mezzo, la politica. Perche’ quando si parla di e-Government, inevitabilmente prima o dopo si arriva alla politica. E’ noto, in quanto pubblicato sui giornali, il dato che diverse citta’ hanno “aderito” al progetto, sebbene non sia esplicitato da nessuna parte in cosa consista tale “adesione”. Tra i comuni partecipanti, anche Torino. Il di cui Assessore ai Servizi Informativi, Stefano Gallo, ha ricevuto visita di un paio di portavoce circa a meta’ settembre. Forse per spiegargli l’idea e ricevere la sua “benedizione”, o forse per ufficializzare l’adozione della piattaforma da parte della citta’, o forse per avere un nullaosta con cui presentarsi presso i locali enti di manutenzione urbana (Amiat, Iren, Smat e compagnia) e pianificare l’integrazione dei rispettivi help desk con le segnalazioni raccimolate su DecoroUrbano. Non e’ dato saperlo.

Dal basso della mia posizione di “smanettone di periferia” credo che l’approccio a questo genere di questioni dovrebbe essere un altro. Non perche’ io ho ragione e gli altri hanno torto, ma perche’ se si fanno propri certi principi sulla trasparenza e sull’operativita’ si dovrebbe essere anche in grado di sapervi aderire in prima persona, coi fatti tangibili prima che con le parole. Prima si mette insieme una beta dello strumento, poi ne si pubblica il codice in un repository, dopodiche’ si fanno gli annunci ed infine ci si rivolge agli stakeholders istituzionali. Mi pare una modalita’ sufficientemente logica, entro cui e’ possibile gestire eventuali ritardi e complicazioni (che legittimamente possono sempre avvenire) senza venir meno alle promesse e senza doversi inventare scuse all’ultimo momento, e che garantisce un minimo di credibilita’ a chi sta agendo – come dice di fare – sul campo ed in nome del bene comune. Ogni altro percorso, soprattutto quelli che all’interno di un progetto forzatamente etichettato come “open” prevedono l’atto della pubblicazione del codice come ultimo step a bassa priorita’, non rientrano nella mia personale definizione di “funzionale”.

Ma c’e’ una sequenza corretta per ogni esigenza. Una per fare le cose, un’altra per raccontarle.

Servizio Ludico

12 novembre 2011

Qualche tempo fa mi e’ gia’ capitato di commentare la distanza abissale esistente tra tecnici (che fanno le cose) e classe dirigente (che decide quali cose vanno fatte), e ne e’ emerso che la cattiva interpretazione dei requisiti minimi tecnologici per la corretta implementazione di quel che universalmente viene definito come “e-Democracy” produce una serie di danni infinita, dallo sperpero di risorse (sempre e rigorosamente pubbliche) al lock-in delle informazioni vitali presso vendor commerciali spesso senza particolari scrupoli. Fino a qui si potrebbe imputare la causa del diffuso fraintendimento alla pura e semplice ignoranza: il politico non sa di cosa sta parlando, ergo navigando a vista finisce con l’optare per la scelta piu’ immediata e conveniente (e.g. la mappa Google su cui segnalare le buche nella strada) ma assolutamente inutile in una visione strategica di medio e lungo termine. Ma, purtroppo, sembra non essere cosi’ tanto facile.

L’altro giorno ho avuto il piacere di incontrare per la prima volta Enzo Lavolta, Assessore all’Innovazione del Comune di Torino. Quasi non sembra un politico vero: giovane, diretto, dinamico, con inventiva, capisce le cose senza spiegargliele, e pur non essendo un tecnico ha una idea abbastanza precisa di quel che ascolta e dice. Tra una parola e l’altra si e’ arrivati al tema “opendata”, ed ho avuto modo di avere una conferma pratica ad una mia vecchia perplessita’.

Noi tutti sappiamo che la disponibilita’ di dati raw, strutturati e non formattati, intrecciabili e confrontabili, permette di avere visione di insieme su una quantita’ arbitraria di fattori e, con un poco di fantasia ed iniziativa, possono essere un insostituibile strumento sia per prendere decisioni che per misurare l’efficacia delle stesse. Questa e’ una nozione che da sempre accompagna ogni appello per la liberazione dei dati, e pure il summenzionato assessore pare averla assorbita e compresa.

Ma… Una cosa sono i dati, un’altra cosa e’ mettergli un “open” davanti.

Senza entrare nel merito, la sensazione avuta e’ che il nostro abbia scarsa fiducia nei confronti della comunita’ di smanettoni (e, per estensione, in tutto i potenziali fruitori tecnologici al di fuori della ristretta cerchia istituzionale). Non per partito preso o per alterigia, ma per un semplicissimo e facilmente intuibile motivo: sull’Internet, piu’ che mappe coi pallini colorati e infografiche fighette ma di limitato valore conoscitivo si trova ben poco. Pertanto, la percezione che si ha e’ che i nerd – e l’intelligentsia tecnofila – rompano tanto le scatole per avere i dati ma che alla fine non sappiano farci null’altro oltre che giocarci dunque tanto vale prendersi la briga di fornirglieli.

Chi sta dall’altra parte potrebbe obiettare “I dati ad oggi a disposizione sono scarsi, spesso non strutturati a modo, aggregati in macro-aree, impossibile farci qualcosa che abbia una ricaduta pratica se non appunto qualche applicazioncina ludica”, ma la situazione di stallo e’ evidente: le cose interessanti si fanno con piu’ dati, piu’ dati sono rilasciati quando c’e’ l’evidenza che ci si fa davvero qualcosa di interessante.

Tutti coloro che davvero hanno a cuore l’apertura pubblica delle informazioni nella loro forma piu’ grezza (e dunque piu’ versatile) possibile da parte delle pubbliche amministrazioni dovrebbero smettere di stare a raccontarla tanto, ripetendo fino alla nausea “sono importanti, sono importanti, sono importanti…”, perche’ che siano importanti da qualcuno e’ gia’ stato recepito, ma fattivamente dimostrare la loro utilita’. Come al solito: una opera compiuta vale piu’ di mille parole. E non mi riferisco ad una ennesima visualizzazione con l’ennesima libreria HTML5 tutta colorata ed animata, ma ad una applicazione che porti ad un risultato concreto. Certo non e’ semplice, in quanto come detto sopra i dataset oggi a portata degli innovatori nostrani sono molto spesso una presa per i fondelli e trovare qualcosa di abbastanza preciso da costruirci qualcosa di pragmatico risulta una impresa a se’, ma allo stato attuale e’ fortemente necessario un atto dimostrativo, una prova di forza, che una volta per tutte possa chiarire il concetto per cui se col poco esistente si riesce a fare molto non resta che immaginarsi cosa si potrebbe fare se a disposizione ci fosse tutto.

E realizzare, cosi’, che i passatempi ludici degli smanettoni possono essere anche un servizio per la collettivita’.

Le Affinita’ Elettive

17 agosto 2011

Capita con relativa frequenza che osservi (in prima persona, o indirettamente) movimenti politici, sociali e popolari che cerchino di approcciare questo o quest’altro gruppo linuxofilo adducendo ad una affinita’ di ideali e proponendo partnership, collaborazioni, o piu’ spesso, eterei rapporti di amicizia.

Gli esempi piu’ recenti che posso riportare sono due. Il primo: un membro del Movimento a 5 Stelle di Torino si e’ presentato un paio di volte allo sportello settimanale di Officina Informatica Libera dichiarando grande interesse per le attivita’ di recupero hardware e promozione del software libero svolte dall’associazione stessa. Il secondo: il Comitato Linux Day Torino (che ai fatti non esiste, ma questa e’ un’altra storia) e’ stato invitato, per tramite informale di ARCI, ad un incontro con il Comitato per l’Acqua Pubblica da svolgersi in settembre.

Sul primo non ho molto da dire, anche perche’ non ho parlato personalmente con il suddetto personaggio dunque posso solo fondare le mie osservazioni su quanto riferito da altri. In buona sostanza non e’ stato proposto nulla di pratico, solo qualche giro di parole su quanto fosse utile ed interessante l’opera del gruppo e quanto fosse affine agli intenti del Movimento 5 Stelle stesso. Per mezzo della pagina Facebook dell’associazione sono arrivati un paio di inviti a riunioni del movimento para-politico, anche quelle non finalizzate a nulla ma semplicemente indette per “parlare e presentarsi”. Manco a dirlo, il tentativo di contatto non ha sortito alcun risultato: un po’ per scarsa adesione alla linea politica, un po’ perche’ in Officina Informatica c’e’ gia’ abbastanza da fare per concedersi anche del tempo per chiaccherare.

La stessa sorte sembra prospettarsi anche per il secondo caso. L’incontro tra comitati mi e’ stato proposto in almeno un paio di occasioni, ma nessuno ha mai saputo rispondere alla (legittima, mi pare) domanda “per dirsi cosa?”. Si parte dal presupposto che i due gruppi di interesse agiscano per il bene comune, ma non e’ chiaro in che modo possano operare parallelamente ne’ tantomeno (e soprattutto) se i valori di uno sono assecondati anche dall’altro: quanti dei difensori dell’acqua pubblica usano Linux e sono consapevoli del suo significato? E quanti tra i promotori del software libero sono andati a votare all’ultimo referendum apponendo le loro crocette sul “Si”? (Io no, ad esempio, non sono proprio andato).

In linea di massima, credo che la stragrande maggioranza degli altri tentativi finiscano in un buco nell’acqua (benche’ pubblica).

Innanzitutto perche’ molte associazioni freesoftware soffrono dello stesso problema di cui soffrono le altre piu’ piccole, ovvero l’autoreferenzialita’. C’e’ costantemente il timore di far mettere “il cappello” di qualcun’altro sulle proprie attivita’, con grave perdita (?!) dal punto di vista dell’immagine e dell’identita’, di essere strumentalizzati e di strumentalizzare un concetto, quello del software libero, per natura – come vedremo sotto – neutro e neutrale. E c’e’ da dire che proprio tutti tutti i torti neanche li hanno: nel caso specifico del Movimento a 5 Stelle sopra descritto, tempo dopo il fallito coinvolgimento e’ saltato fuori in modo casuale che il personaggio ha davvero compiuto una azione di trashware linuxaro presso una scuola torinese, montandoci sopra un bel video a onore e gloria del partito, ma viene da chiedersi come mai l’Officina Informatica non sia stata opportunamente ricontattata per svolgere il lavoro pratico: forse il fatto di aver dimostrato scarso interesse politico non faceva ben sperare sulle opportunita’ di etichettare l’iniziativa?

E poi: tutti sono portati a pensare che i sostenitori dell’opensource, essendo l’opensource un tantinello comunista nella sua sostanza (da ciascuno secondo le sue capacita’, a ciascuno secondo le sue necessita’), siano schierati in direzioni altrettanto radicali anche per quanto riguarda altre tematiche di contenuto politico, ma cosi’ non e’. Prova ne e’ che ho conosciuto e/o sentito parlare di linuxari di ogni tipo e genere: di sinistra, di destra, eretici, cattolici, antifa e leghisti. All’appello non manca nessuno. E quando si tenta di convettere altri messaggi non prettamente legati al freesoftware all’interno della community, questo o quell’altro membro della community reagisce in senso contrario.

Del resto, da che mondo e’ mondo, il software libero (ed il software in generale) non viene inteso come un fine ma come uno strumento. In Francia, col software libero progettano le centrali nucleari. A Londra, lo Stock Exchange su cui viaggiano le transazioni che erodono i mercati ed arricchiscono gli speculatori gira su Linux. E’ c’e’ pure un blog interamente dedicato agli armamenti da guerra sperimentali e non costruiti su tecnologie o con metodologie opensource, in cui inevitabilmente la DARPA, l’Agenzia di Ricerca per la Difesa statunitense, viene spesso citata. Ognuno di questi utilizzi viene considerato un successo, e nessuno se ne e’ mai lamentato anche in virtu’ del fatto che la prima delle quattro liberta’ che definiscono i parametri stessi del “software libero” recita espressamente “Liberta’ di eseguire il programma per qualsiasi scopo”.

Essendo appunto uno strumento, e’ – come detto sopra – neutrale, ed il beneficio comune che porta e’ che tutti possono disporre di mezzi d’avanguardia con un investimento minimo se non nullo. Qualunque progetto orientato alla costruzione di mesh networks per portare connettivita’ ed informazione in zone disagiate (tipo in Africa, o anche nei Paesi con qualche problemuccio di ordine pubblico) e’ fondato su soluzioni libere ed aperte. L’abbinamento tra software libero e hardware di recupero aiuta ad abbassare drasticamente le soglie del digital divide, di cui checche’ se ne dica soffriamo anche noi, anche all’interno delle zone urbane, a causa dei costi delle tecnologia e dell’impoverimento della classe media. Qualunque associazione, ONG o ente puo’ mettere online i propri contenuti, per quanto complessi e strutturati essi siano, sfruttando una qualsiasi delle innumerevoli piattaforme web open a disposizione.

Questo puo’ offrire la community freesoftware ai vari movimenti di iniziativa sociale: la tecnologia abilitante. Non le chiacchere, le strette di mano, le partecipazioni alle riunioni per fare numero e le firme sulle petizioni, ma strumenti concreti per portare a termine azioni concrete. Perche’ il leggendario “mondo migliore” che tutti in un modo o nell’altro vogliono non bisogna immaginarlo, o discuterlo al bar. Bisogna costruirlo.

Cosa e Come

5 agosto 2011

Ieri, in mezzo alle solite notifiche Facebook che quasi ognuno di noi riceve, me ne e’ arrivata una dal gruppo (privato) di AxT, novella associazione astigiana per la promozione dell’open-data e dell’open-government di cui in qualche modo faccio parte (e per cui ho persino scritto un articolo, spero di trovare il tempo per stenderne altri in futuro). Tale notifica era relativa ad un link condiviso da un giovane membro dei Radicali Italiani evidentemente interessato alle tematiche del potenziale democratico offerto dalle odierne tecnologie ma, mi si permetta di dirlo senza cattiveria e senza malizia, un tantinello sprovveduto.

In breve, nel post linkato l’autore fa sfoggio di entusiasmo e buona volonta’ dichirando di aver invitato il sindaco di Asti, Giorgio Galvagno, ad aderire al network di Decoro Urbano, sbrilluccicante piattaforma di segnalazioni da parte dei cittadini su problemi di rifiuti, dissesti, atti di vandalismo e quant’altro.

Inevitabilmente ho fatto un giretto sul sito, trovando quello che mi aspettavo di trovare: brochures assai curate dal punto di vista grafico ma nei cui contenuti si ripetono sempre le stesse medesime buzzwords, gran abbondanza di widgets social che istigano alla condivisione ed alla promozione, e grandi ammicchi rivolti ai decisori politici che devono valutare se far adottare il sistema dal comune che rappresentano. Le stesse cose che del resto trovai su ePart, iniziativa in tutto e per tutto simile cui l’eco e’ giunta a me quando il servizio venne inaugurato ad Udine. Con la differenza che ePart non dichiara pubblicamente quanto costa la fruizione dei dati dal punto di vista amministrativo da parte del comune aderente (disclosure: se non ricordo male tra i 10000 ed i 30000 euro, dipende dalle dimensioni della localita’ stessa dunque chi piu’ ne ha piu’ ne spende. Ho un amico che lavora presso un comune piemontese e che gli ha scritto in via ufficiale per far finta di informarsi…), mentre su DecoroUrbano e’ scritto a chiare lettere che e’ tutto gratis per tutti. I malpensanti potrebbero dire “finche’ e’ in beta”, ma concediamogli il beneficio del dubbio.

Essendo tutto gratuito verrebbe da pensare che codesti benefattori non abbiano doppi fini, come ad esempio la squallida aspirazione di raggirare i contribuenti prima inducendoli a promuovere e pubblicizzare un servizio dedicato al loro esclusivo bene salvo poi estorcere cifre folli agli enti pubblici che ci cascano, dunque non ci sarebbe problema alcuno a rilasciare tutto il codice in licenza opensource e pubblicare i dati raccolti in formato grezzo per permettere ulteriori analisi e manipolazioni da parte di terzi. Esattamente come fanno gli altri progetti americani da cui, come si evidenzia nella presentazione in PDF (a pagina 4), loro prendono ispirazione. E invece… sorpresa (!): niente codice e niente API. Tutto chiuso, tutto proprietario, tutto segreto. La trasparenza e la partecipazione sono cose buone solo finche’ si applicano agli altri, meglio ancora se sono clienti paganti.

Da questa ennesima esperienza emerge non solo un poco di sdegno (ma solo un poco: oramai per queste cose abbiamo gli anticorpi…), ma soprattutto una grande preoccupazione.

In questi tempi moderni fatti di movimenti digitali e tecnologie spicce le iniziative rivolte all’e-Government, all’e-Democracy, all’e-Partecipation e a tutto quello che riporta un prefisso con “e-” (o anche un post-fisso “2.0″, va bene uguale) abbondano. Ci sono associazioni, ci sono eventi, ci sono appelli ai governanti affinche’ attuino politiche finalizzate alla cooperazione attiva. Attiva, ma troppo spesso non consapevole. Tutti poggiano le loro richieste e le loro attivita’ su una serie di concetti essenziali: la trasparenza, i dati aperti, il software libero. Tutte cose giuste, ma troppe tutte insieme. Il messaggio rischia di arrivare deformato all’orecchio di chi alla fine decide per l’implementazione di queste idee. Soprattutto quando questo messaggio viene trasmesso e rimbalzato da chi non ha competenze appropriate, e con il cranio imbottito di slogan e parole chiave recepite casualmente in giro prende per oro colato quanto scritto nelle brochure colorate. Passandole con entusiasmo al suddetto decisore finale, che a sua volta ha competenze ancora meno appropriate e recepisce solo le ricadute politiche delle sue scelte (il cittadino puo’ mandare la sua segnalazione = e’ contento = mi vota. Cfr. pagina 10 della presentazione PDF di DecoroUrbano) dunque approva opzioni a dir poco azzardate.

La minaccia, concreta, e’ che l’epocale passaggio alla nuova generazione di strumenti collaborativi si risolva in una immensa presa per i fondelli: il progetto viene inaugurato in pompa magna, lautamente pagato di nascosto, e, come ogni opera pubblica che si rispetti, abbandonato dalle istituzioni nel giro di due anni, con l’impossibilita’ di recuperare quanto prodotto in quanto la piattaforma usata fino a quel momento non permette l’accesso alle informazioni. e-CazziNostri.

L’utente medio facilmente si illumina davanti alla mappa Google su cui cliccare e scrivere improperi a proposito della buca nella strada, non fa altro che assecondare la sua natura di piagnone. Ma spetta ai promotori dell’OpenGovernment (o comunque lo si voglia chiamare…), quelli che ci capiscono – o dicono di capirne – qualcosa badare non solo al “cosa” ma anche al “come”. Intervenire nettamente, a gamba tesa se necessario, dinnazi agli abbozzi monchi che via via emergeranno dall’offerta di mercato in funzione del crescente interesse per il tema, i quali peccano sul versante dell’accesso ai dati o che non garantiscono la fruizione della tecnologia a tutti. Impedire che il sogno della democrazia telematica si trasformi in una farsa, l’ennesima farsa, da cui i soliti squali traggono profitto e che non lascia niente di concreto alle spalle.

eGovernment ed affini vengono intesi come metodo di innovazione. E’ il momento di innovare. Radicalmente, in modo distruttivo, senza compromessi.

Non e’ Cosi’

18 maggio 2011

Lo scorso mercoledi sera ho avuto modo di partecipare ad un evento incluso nella campagna elettorale di Fosca Nomis, candidata per il Partito Democratico alle elezioni per il Comune di Torino, interamente incentrato sul tema dell’innovazione e del suo rapporto con il mercato del lavoro ed alla qualita’ della vita, articolato in una serie di interventi da parte di vari personaggi piu’ o meno (soprattutto “meno”) rappresentantivi del settore ICT pedemontano.

Non commento dettagliatamente sui contenuti della serata, in quanto si puo’ facilmente indovinare quale sia stato il tetto massimo di concretezza e pragmatismo di un appuntamento elettorale cui hanno partecipato politici, amministratori delegati e presidenti (ovvero: chi in assoluto e’ piu’ lontano dalla sperimentazione e dalla ricerca applicata), ma mi soffermo – e a lungo, anche – sulle parole di uno degli ospiti che si sono avvicendati al microfono: Rinaldo Ocleppo, Presidente del gruppo ICT dell’Unione Industriale di Torino.

Contestualizziamo. Come detto gli spunti degni di nota sono stati pochi, anzi nulli, e pare quasi che gli oratori avessero fatto una scommessa sotto banco su chi riusciva a pronunciare per il maggior numero di volte la parola “innovazione” nella stessa frase (ma fin qui nulla di nuovo: succede in qualsiasi  evento istituzionale presso cui si ha la pretesa di parlare di tecnologia). Come prevedibile l’unico che ha almeno tentato di proporre qualche questione fondata e’ stato Fabio Malagnino, che si e’ presentato alla platea con i 6 punti elencati nell’appello “Torino Digitale” da lui stesso promosso e almeno minimamente assecondato dai media online. Tra questi 6 punti si trova anche, ovviamente, l’invito all’adozione del software libero da parte dell’amministrazione pubblica.

Ma quando e’ stato il turno del dott. Ocleppo, esso si e’ sentito in dovere di dire la sua in merito.

Qui si trova la registrazione integrale dell’evento (il suddetto intervento inizia a 1:31:30 circa. La qualita’ audio e’ scarsa, consiglio di usare un paio di cuffie per meglio apprezzarlo), e per comodita’ trascrivo qui la prima parte, quella di maggiore interesse:

Grazie, buonasera a tutti.

Io ovviamente, rappresentando le aziende, cerchero’ di portare qualche punto di vista… proprio… aziendale direi sul mercato e sul nostro settore che e’ quello dell’ICT. Cerchero’ cosi’ di dare qualche spunto forse un po’ diverso dalle cose che si leggono normalmente e che si sentono normalmente in generale sul nostro settore e anche sulle aziende, non solo quelle ICT.

Innanzitutto prima si e’ parlato di software libero, o di opensource. Io vorrei chiarirlo bene questo concetto, perche’ visto che l’amministrazione pubblica in qualche modo ha la possibilita’ di orientare molto degli investimenti bisogna capire bene cos’e’, perche’ io quando sento parlare di software libero mi sembra quasi ci sia stata la guerra di liberazione del software, che adesso c’e’ il software libero per tutti, che sia stato chissa’ quale conquista sociale.

In realta’ il software… l’opensource e’ semplicemente un modo di fare ricavi, inventato dalle aziende che hanno deciso di andare sul mercato proponendo il software in un certo modo per poi fare ricavi con dei servizi. Non e’ nient’altro.

Quindi ci sono delle aziende che vendono il software e ci sono aziende che lo, tra virgolette, regalano per vendere i servizi che sono collaterali a questo.

Quindi non vorrei che l’opensource diventasse in qualche modo un dogma da perseguire ad ogni costo immaginandosi che poi alla fine ci sia chissa’ quale vantaggio per l’amministrazione, per le aziende, per le persone. Non e’ cosi’. E’ semplicemente un modo di generare ricavi.

Il secondo aspetto, penso che sia banale e ovvio, per fare le cose servono soldi e quindi penso che, purtroppo, occorra mettere grande attenzione nel cercare di ridurre la spesa, per creare fondi che in qualche modo consentano di fare investimenti che servono allo sviluppo.

Quasi non so da che parte iniziare…

Innanzitutto, una constatazione piuttosto ovvia: la posizione del dott. Ocleppo e’ in contraddizione con la posizione normativa nazionale, regionale e comunale (soprattutto di Torino, ma anche di altre realta’). A tutti i livelli amministrativi sono state emesse mozioni e leggi che raccomandano l’esatto contrario di quanto da lui suggerito, ovvero di rivolgersi laddove possibile prevalentemente a soluzioni software di cui sia accessibile il codice sorgente, e gia’ tanto basterebbe a prendere le dichiarazioni espresse con le molle e a soppesarle con cura.

L’unico fattore considerato e’ il punto di vista della singola azienda, per cui si assume che l’unica differenza nel business model sta nell’entita’ che viene fatta pagare per generare profitto (il prodotto piuttosto che i servizi legati al prodotto). Quasi accettabile come illustrazione iper-semplificata del modello, ma non sufficiente a reggere il peso delle conclusioni che ne vengono tratte. Se proviamo a cambiare il punto di vista e ci immedesimiamo non nel produttore ma nel fruitore (ovvero, nel caso specifico, l’ente pubblico), la scelta dell’adozione dell’open cambia tutto in modo radicale.

Partiamo dalla prospettiva amministrativa. Tante aziende che offrono ciascuna una propria soluzione, ognuna con i suoi relativi pregi e difetti, sono piu’ complesse da valutare rispetto a tante aziende che offrono competenza su una soluzione condivisa. Nel momento in cui il punto di riferimento diventa un prodotto open, pubblico, accessibile a tutti i competitor esistenti sul mercato, i contratti di assistenza tecnica e di sviluppo possono essere assegnati in funzione a criteri precisi, sapendo a priori qual’e’ il punto di partenza e quale deve essere il punto di arrivo. Il mercato diventa piu’ omogeneo, stabile, gestibile, e la competizione avviene sul rapporto qualita’/prezzo anziche’ su parametri incerti e non necessariamente completi quali potrebbero essere quelli elencati in un capitolato.

Contemporaneamente, il mercato diventa piu’ dinamico e fertile. Prospettiva strutturale. All’atto pratico, trascendendo la pura analisi economica della questione, nel momento in cui viene adottata una soluzione software closed source essa deve necessariamente essere mantenuta per un periodo di tempo indefinito in quanto la migrazione dei dati memorizzati e gestiti ad un altro prodotto ha un costo spesso elevato e deve essere decisa da qualcuno (il quale solitamente preferisce non decidere affatto…), e non mi si venga a dire il contrario in quanto proprio non mi risulta che la piattaforma gestionale per l’anagrafe, o delle ASL, o il catasto venga sostituita priodicamente in funzione dell’offerta di mercato una volta all’anno (ma neanche ogni due o ogni cinque). Questo vuol dire che l’acquirente resta vincolato al primo che ha vinto l’appalto finche’ non si arriva a condizioni talmente critiche da giustificare tale costo e tale operazione massiva. E nessun’altro puo’ metter mano alla piattaforma, essendo di esclusiva proprieta’ del produttore. Da cio’ se ne desume che il produttore assume una posizione di monopolio, con tutte le dovute implicazioni: decide autonomamente il prezzo di ogni modifica e aggiunta, ha potere di contrattazione assoluto su quel che e’ o non e’ da aggiungere o togliere, tende a ridurre lo sviluppo fino alla piu’ essenziale manutenzione, e piu’ in generale non sentendo la pressione di un mercato competitivo si siede sugli allori. Il che’, non serve un esperto per capirlo, non e’ un bene per il fruitore del prodotto. Al contrario un sistema fondato su software libero garantisce la separazione tra prodotto e fornitore di assistenza/servizi, e permangono tutte le condizioni per un confronto paritario. Incredibilmente si potrebbe pubblicare un bando ogni anno per l’assegnazione della manutenzione dell’anagrafe o del catasto o di qualsiasi altro ingranaggio della macchina amministrativa, con una lista di modifiche e migliorie decisa in modo autoritario dal Comune (in funzione delle sue proprie esigenze o delle richieste dei cittadini), ed ogni anno il manutentore potrebbe cambiare sempre in relazione al gia’ citato rapporto qualita’/prezzo. Con una piu’ equa e giusta distribuzione dei fondi allocati per sostenere i vari reparti, assegnati non sempre e necessariamente allo stesso ente ma a quello che si dimostra, oggettivamente, migliore e superiore.

Da queste considerazioni si origina la prospettiva strategica. Maggiori possibilita’ di ingresso nel mercato determinano una maggiore vitalita’ da parte del mondo dell’impresa visto nel suo insieme, cui vengono garantite migliori opportunita’ di mettersi in gara e di proporre soluzioni innovative. Per non parlare del fatto che gli sviluppi implementati per conto di un Comune possono essere riutilizzati da altri e rivenduti a costi decisamente minori, e piu’ rapidamente gli avanzamenti tecnologici possono essere propagati ai Comuni piu’ piccoli (che altrimenti non avrebbero le risorse economiche per farsi sviluppare da zero le stesse funzioni e ne starebbero senza), nutrendo l’offerta della piccola impresa ed incentivando ulteriormente la crescita.

Queste osservazioni sono solo le piu’ comuni e popolari che possono essere mosse sull’impatto di un mercato opensource applicato alla pubblica amministrazione, e stupisce che il responsabile del reparto ICT di una istituzione rilevante come l’Unione Industriale le ignori. O che magari le taccia volutamente, ben conscio del fatto che un ecosistema realmente e fortemente concorrenziale finirebbe col distruggere lo status-quo dei grandi operatori da lui rappresentati, che gia’ hanno acquisito appalti milionari da cui non e’ possibile svincolarsi (a causa del gia’ citato problema della migrazione) e vi rimangono attaccati come cozze allo scoglio.

Le dichiarazioni del dott. Ocleppo sono quanto di piu’ anti-innovativo, anti-competitivo ed anti-liberale ci si possa immaginare. Un mercato sano e prospero e’ l’esatto contrario di quanto da egli promulgato e difeso. Ma altro non ci si puo’ francamente aspettare da una lobby che trova nella dipendenza dal software proprietario la leva con cui estorcere quattrini a tempo indeterminato ad un apparato statale incapace di valutare e fare gli interessi propri e dei cittadini.

Quale Strada?

8 maggio 2011

Nelle ultime settimane il mio grado di sconforto nei confronti dell’intero panorama comunitario e del suo teorico indotto e’ salito a livelli allarmanti, in quanto ho rapidamente esplorato e trovato sbarrate tutte le strade che avrei potuto percorrere. Il contesto e’ quello della gia’ menzionata legge regionale 9/2009, quella per il supporto e la diffusione del software libero in Piemonte, approvata presso il Consiglio della Regione piu’ di due anni fa’ e sinora neppure lontanamente toccata sul piano pratico.

In primis mi sono rivolto ai tecnici.

Secondo il decreto attuativo predisposto per la legge (DGR 8-12657 del 30 ottobre 2009) una delle prime misure cui provvedere entro la fine del 2010 doveva essere la stesura di un catalogo di software libero dedicato alla scuola. Qualcosa che difficilmente puo’ essere piu’ complicato di un copia&incolla dal Dossier Scuola pubblicato da ILS. In occasione dell’EOLE 2010 a Torino seppi che se ne stava occupando il Laboratorio ICT della Regione Piemonte e mi sono fatto dare gli estremi del responsabile del progetto: alla prima mail (del 1 dicembre 2010) non ha mai risposto, alla seconda (del 9 marzo 2011) ha replicato che dovevano ancora essere coinvolti “gli attori istituzionali coinvolti” ovvero, detto in altre parole, non avevano ancora iniziato a fare assolutamente nulla. Quando gli ho nuovamente scritto per chiedergli un appuntamento dal vivo onde ricevere chiarimenti, nuovamente e’ scomparso. Un vicolo cieco. E dire che il direttore del Laboratorio ICT, tal Roberto Moriondo, mi e’ stato indicato dal prof. Raffaele Meo in persona (personaggio che non dovrebbe necessitare di presentazioni su codesto blog) come “linuxaro d’eccellenza”, persona fidatissima ed al servizio della Causa: quel che ho visto (o meglio, non ho visto) fino a questo momento sembra confutare completamente tale presentazione, e vien da chiedersi cosa ci si puo’ aspettare se persino quelli che sono i capisaldi della community dimostrano la piu’ totale inattivita’.

Proviamo con la politica.

Da sempre critico l’iniziativa “Caro Candidato” promossa da AsSoLi, in quanto mi e’ sempre sembrata una operazione monca, poco credibile e priva dell’unica componente realmente rilevante, quella della vigilanza sulle promesse espresse dai candidati in sede di campagna elettorale. Ma poiche’ a criticare e basta son buoni tutti ho ben deciso di sperimentare a mia volta una analoga forma di pressione sugli aspiranti rappresentanti politici per vedere cosa ne saltava fuori. Giovedi 5 maggio ho organizzato, col cappello di Officina Informatica Libera, un confronto coi candidati alle imminenti elezioni comunali di Torino sul tema dell’innovazione e, piu’ nello specifico, sul wireless pubblico e sul software libero in amministrazione. Abbiam fatto le cose per bene, agendo per mezzo di contatti personali per raggiungere i vari partiti ed anzi andando pure a parlare personalmente con alcuni di essi. Meta’ degli schieramenti (tutta l’ala destra) non ha affatto risposto all’appello. Dei restanti, meta’ ha confermato l’appuntamento per poi bidonarlo all’ultimo minuto. Dei restanti, meta’ ha mandato candidati completamente impreparati (sebbene per pieta’ gli avessi mandato via mail le domande che sarebbero state poste) ed anzi poco convincenti su qualsiasi fronte anche non tecnologico. Ai fatti l’unico che sapeva cosa stava dicendo e’ stato Vittorio Bertola, candidato sindaco per conto del Movimento a 5 Stelle (che gia’ ho avuto modo di commentare su questo blog quando candidato non era), cui e’ stato alla peggio affiancato un altrettanto preparato rappresentante del Partito Democratico che con le elezioni non c’entrava nulla ma che si trovava in loco per tutt’altro motivo. Particolarmente interessante e’ stata la presenza del ben noto avvocato Ciurcina, primo promotore della suddetta campagna “Caro Candidato” invitato all’evento e che il giorno prima ha chiesto di portare un altro candidato al confronto: Mario Trematore, gia’ firmatario dell’appello per il freesoftware, ma all’atto pratico incapace di formulare un giudizio proprio su qualsiasi tema vagamente correlato all’innovazione; quando gli ho chiesto la sua posizione sul wireless pubblico e’ partito per la tangente raccontando la sua visione spirituale della liberta’ del software, ho dovuto strappargli il microfono di mano per rimetterlo in carreggiata. Se questi sono i rappresentanti politici schierati al nostro fianco, possiamo metterci subito una pietra sopra.

Michele, socio dell’Officina Informatica presente al fallimentare evento, ha tentato di rincuorarmi sostenendo che appunto a seguito di questa (ridondante) dimostrazione dello scarso interesse riposto dalla politica su temi a noi cari e’ evidente che sia compito della societa’ civile mettere il dito nella piaga e far emergere i problemi e le soluzioni. Ma dov’e’ la societa’ civile?

Il 18 aprile 2011 la Regione Piemonte ha presentato il Piano Triennale per l’ICT, una maxi manovra da 150 milioni di euro che, almeno sulla carta, con qualche pretesto dovrebbero essere elargiti alle imprese tecnologiche del territorio (sebbene c’e’ chi giustamente prevede che finiranno in tasca ai soliti). All’interno del documento non v’e’ la benche’ minima menzione al software libero, sebbene appunto secondo la legge 9/2009 (piu’ precisamente, secondo l’articolo 6) tutto quello che verra’ implementato con quei quattrini dovra’ essere poi rilasciato pubblicamente. Il 21 aprile ho portato la questione sulla mailing list dei LUG piemontesi, aperta qualche mese fa’ appunto per discutere dell’applicazione pratica della legge ma sinora rimasta pressoche’ immobile e/o in contemplazione di se’ stessa, proponendo di fare una cosa molto semplice: un comunicato stampa unificato con cui esprimere il nostro disappunto in merito a codesta mancanza e rammentare che nella formulazione dei bandi di assegnazione del tesoretto si dovra’ esplicitare l’obbligo dell’adozione di licenze free. Una azione estremamente blanda, di bassissimo profilo, per molti versi inutile, ma avanzata proprio nella convinzione che piu’ di questo non e’ possibile cavar fuori da quelli che sinora non sono stati neanche in grado di formulare posizioni non dico “forti” ma almeno “chiare”. Ad oggi, 8 maggio, ho ricevuto due adesioni. Una e’ indirettamente la mia (a nome della gia’ citata Officina Informatica Libera), l’altra del Progetto Radis di Asti. Lo SLiP di Pinerolo aderira’ solo dopo aver discusso e votato la cosa in assemblea: ci sarebbe da dire molto su una associazione che, pur facendo della tecnologia e del suo utilizzo consapevole il proprio cavallo di battaglia, preferisce l’alzata di mano alla firma digitale GPG, ma per stavolta sorvolo. Altri due gruppi hanno espresso un vago interesse e sono spariti nel nulla. Tutti gli altri (tre) hanno taciuto. Sebbene i LUG dovrebbero essere la porzione di “societa’ civile” maggiormente interessata a far sentire la propria voce in merito, a scassare i maroni a destra e a manca affinche’ il software libero prosperi e dilaghi in ogni dove, a mettere – come si diceva sopra – tutte e dieci le dita in tutte le piaghe esistenti e addirittura a fornire le soluzioni piu’ innovative e creative, si vede qui come ai fatti tutto cio’ non interessi a nessuno, come nessuno abbia la benche’ minima voglia di essere coinvolto o peggio di compromettersi in questioni che evidentemente si ritengono troppo distanti dal proprio gruppetto di amici che giocano a fare gli hackers. Sempre tutti pronti ad indignarsi in mailing list, tutti pronti ad applaudire i microscopici progressi operati da qualcun’altro, ma di attivarsi in prima persona – o di fare qualcosa piu’ che firmare una petizione online senza alcun valore – non se ne parla neanche. Anche questa sembra una strada senza uscita, una opzione che non solo non produce i risultati che legittimamente ci si dovrebbero aspettare ma neanche quel minimo che giustificherebbe lo sforzo.

Non resta che il mondo dell’impresa.

Ammetto di non aver insistito oltremodo su questo fronte, in quanto i miei contatti personali sono piuttosto scarsi e spesso lo considero a priori una perdita a seguito del gia’ tentato (e fallito) esperimento di floss.piemonte.it (nato nel 2007 come associazione di aziende opensource piemontesi, non e’ mai andato oltre un paio di riunioni nella prima settimana di vita), ma come sempre tentar non nuoce ed un paio di mail le mando comunque. Nello specifico ho inviato un messaggio al mio imprenditore freesoftware preferito, Fabrizio Reale di Redomino, per chiedergli un parere sul sopra descritto Piano ICT e per ufficiosamente tastare il terreno per valutare la possibilita’ di dirottare il comunicato originariamente pensato per i LUG alle imprese attive sul campo, ma la replica e’ stata perentoria: se e’ un progetto della Regione c’e’ di mezzo CSI, e se c’e’ di mezzo CSI me ne tengo alla larga. Stando a quanto ho recepito negli ultimi anni un po’ tutti i professionisti ICT locali sono nella stessa posizione: hanno gia’ in qualche modo approcciato il potente ed onnipotente maxi-consorzio para-statale para-culato mangia-quattrini che monopolizza il settore, ne sono stati pesantemente raggirati e/o sono stati sfruttati oltre i limiti del tollerabile, e non ci tengono affatto a replicare l’esperienza. Anche se questo implica rinunciare a fondi milionari, o lasciare lo sviluppo tecnologico della Regione al primo che passa (o, peggio, all’amico del nipote del cugino…). In fin dei conti neppure mi sento di bustigare e stuzzicare piu’ di tanto quei pochi che per il software libero gia’ hanno dato (e per cui magari ci hanno pure perso), e che ci credono cosi’ tanto da far dipendere il proprio pane da esso.

A questo punto credo di averle provate tutte, e di non essere riuscito in niente. Ci fosse almeno un campo, una nicchia che offrisse maggiori appigli e maggiori speranze mi dedicherei solo a quello, ma evidentemente non c’e’. Le possibilita’ si riducono a due: lasciar perdere, o continuare a perseverare a turno su tutti. Ovviamente opto per la seconda, ma non nascondo che la mole di insuccessi che continuo ad accumulare stiano lentamente logorando il mio stesso entusiasmo.

C’era una Volta in Piemonte…

16 novembre 2010

Il 27 marzo 2009 veniva approvata dal Consiglio della Regione Piemonte una legge regionale denominata “Norme in materia di pluralismo informatico, sull’adozione e la diffusione del software libero e sulla portabilità dei documenti informatici nella pubblica amministrazione”. Informalmente: la nostra legge per il software libero.

Ad oggi, dopo piu’ di un anno e mezzo, tale legge non e’ stata minimamente applicata.

Nessuno dei passaggi previsti dalla norma e’ stato compiuto: nessuna azione di promozione del software libero presso la pubblica istruzione (articolo 7), nessun progetto avviato nell’intento di condividerne il risultato (articolo 8), nessun fondo istituito per la ricerca (articolo 9), nessuna applicazione destinata al trattamento di dati personali (banalmente: qualsiasi cosa contempli una anagrafica) migrato a soluzioni free (articolo 12), nessun finanziamento di supporto ed incentivo erogato a chicchessia per lo sviluppo del codice (articolo 13). Le linee guida definite nell’articolo 10 ci sono e non sono neanche malaccio, peccato che nessuna delle scadenze passate e’ stata sinora rispettata e ho forti dubbi su quelle future.

Turbati da cio’, qualcuno ha iniziato a muoversi. Luca Robotti, ex consigliere regionale e firmatario della legge, ha indotto la sua “erede” politica (Monica Cerutti) a scrivere e presentare in Consiglio una interrogazione per fare il punto della situazione, ed io ho chiamato all’appello pressoche’ tutti i LUG piemontesi per discutere la questione e vedere cosa si riesce a fare partendo, come si suol dire, “dal basso”.

Entrambe le manovre hanno ad oggi dato pochi frutti. All’interrogazione e’ arrivata risposta oggi (16 novembre) in aula da parte dell’assessore Massimo Giordano, ed e’ stata particolarmente evasiva: sono stati menzionati progetti sperimentali vecchi di anni pur di citare una qualche attivita’ svolta da e per conto della Regione, ed ipotetici sviluppi futuri che sulla carta avrebbero dovuto essere compiuti mesi addietro. Di contro, dalla community sinora ho raccattato solo qualche raro abbozzo di sostegno morale ed un flame sulla mailing list appositamente allestita sull’eterna diatriba “freesoftware e opensource”.

La situazione e’ complessa. E l’idea che me ne sono fatto chiaccherando con alcuni addetti ai lavori torinesi e’ persino peggiore. La Giunta non sembra particolarmente interessata a collaborare, se non occasionalmente approvando finanziamenti milionari per sperimentazioni da parte del CSI-Piemonte (l’ente para-statale che detiene una sorta di monopolio sull’infrastruttura ICT pubblica regionale, recentemente assai discusso) le quali puntualmente non risolvono nulla. I piu’ importanti enti “non governativi” che operano la sperimentazione delle nuove tecnologie nella scuola gia’ sappiamo cosa combinano. Le imprese pedemontane che agiscono nel mondo opensource gia’ in passato hanno provato a fare squadra ma con risultati deludenti, l’esperienza ha segnato gli animi e nessuno sembra piu’ credere in una nuova iniziativa del genere. Dalla community non emerge alcun entusiasmo, nessuna voglia di impegnarsi in alcunche’, neanche una idea per quanto strampalata, e manco la persona che ha scritto e fatto approvare il testo in Consiglio (si, al secolo ci ha lavorato uno solo, quasi di nascosto. Molti linuxari piemontesi hanno saputo della cosa leggendo Punto Informatico) risponde alle mail.

Da quando questa vicenda e’ iniziata ho preso contatti con diversa gente in giro per il nord-Italia, dal FUSS di Bolzano (ove hanno migrato tutte le scuole della provincia in una manciata di mesi) al NetGarage di Modena (altra migrazione, ma della pubblica amministrazione), onde carpirne le metodologie e il know-how necessari almeno per comprendere una operazione impegnativa come puo’ essere la riconversione di una intera Regione. Raccolgo documentazione, spunti, riferimenti, commenti. Ho ideato, discusso con altri e scartato piu’ di un piano di azione. Ma alle condizioni attuali le mie sono esclusivamente seghe mentali, chiaramente da solo non posso far molto altro oltre lamentarmi sul blog e sperare in un estremamente improbabile colpo di scena.

C’era una volta in Piemonte una legge. Manca tutto il pezzo in mezzo prima di poter vivere “felici e contenti”.

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