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Cyberpunk

29 febbraio 2012

Spesso non ce ne rendiamo conto, ma il nostro mondo, il mondo in cui tutti i giorni viviamo, e’ molto piu’ “cyberpunk” di quanto non si creda.

I sintomi piu’ evidenti e noti della compenetrazione tra tecnologia e societa’ li troviamo nella cronaca internettiana (e non) dell’ultimo anno. Torme di ragazzini che in massa si muovono sul web attaccando, e piegando, siti governativi e di colossi del credito, agendo in nome di una entita’ collettiva senza nome e senza volto (e talvolta senza motivazione). Intere nazioni che, coordinandosi sui social network, rovesciano despoti, ed altri despoti da rovesciare che prima di mobilitare le truppe antisommossa badano di spegnere i router verso l’Internet. L’onnipresenza di telefoni cellulari nel continente africano, ed una Internet parallela su GSM che, per mezzo di telefonate ed SMS, mima il comportamento dell’occidentale web 2.0. Dubito che Sterling, anche all’apice del suo successo, avrebbe potuto inventare qualcosa di meglio.

Ma questi sono ancora percepiti come eventi lontani, estranei, che non toccano la nostra quotidiana esistenza e che dunque non meritano particolare attenzione se non quella di curiosita’ mediatica del giorno.

Eppure, la tecnologia – ed il bisogno di tecnologia – permea ogni anfratto delle nostre citta’. Anche, e soprattutto, i piu’ celati e sconosciuti. Nel corso dell’ultimo anno e mezzo, frequentando l’Officina Informatica Libera e di conseguenza le svariate persone che le si rivolgono per ricevere assistenza informatica a costo zero, ho toccato con mano realta’ concrete altrimenti difficilmente immaginabili.

Iniziamo dagli anziani. Ovvero una delle categorie sociali che universalmente vengono percepite come piu’ lontane dai nuovi media.

Tra gli svariati pensionati cui OIL ha ceduto un PC ricondizionato in comodato gratuito, almeno due meritano menzione nelle mie cronache urbane. I primi, una coppia: all’atto della consegna non avrebbero saputo riconoscere il pulsante di accensione del computer, sette mesi (ed un corso organizzato da SPI-CGIL) dopo avevano un account Facebook a testa con cui seguivano l’andamento delle vite dei figli, adulti e vaccinati e andati via di casa anni prima, condividendo con orgoglio le loro foto e comunicando la loro approvazione famigliare elargendo non gia’ pacche sulle spalle ma una pioggia di “Like”. La seconda: una anziana signora che aveva particolarmente insistito per avere un computer funzionante in sostituzione del suo scassato, quando andammo a portarglielo e montarglielo scoprimmo che tale premura era dettata dalla volonta’ compulsiva di consultare, evidentemente con una certa regolarita’, i CD di foto digitali appartenuti al figlio mancato prematuramente due anni prima.

Due aneddoti semplici, probabilmente comuni e rintracciabili in gran parte dei condomini dei quartieri cittadini, che ci insegnano una morale: forse per i “nativi digitali” la telematica rischia di essere uno strumento di isolamento ed alienazione, come sostengono i puristi dei rapporti sociali “vecchio stile”, ma per le classi storicamente gia’ isolate ed alienate (come appunto quella degli anziani, per decenni relegati ai campi da bocce o ai tavoli da briscola) risultano invece una evoluzione positiva, un modo per tenere vicino a se’ i beneamati figli, ed una betoniera di cemento con cui riempire il decantato “gap generazionale”.

Continuiamo con i senzatetto. Ovvero una delle ultime categorie sociali cui verrebbe da pensare parlando di nuovi media (o di qualsiasi altro tema che non sia condito di ipocrita melensaggine).

Da quando abbiamo installato un access point libero e gratuito presso Casa del Quartiere, vivace centro di incontro in zona San Salvario, la saletta dell’ingresso e’ diventata il fulcro di una piccola comunita’ tecno-bohemienne internazionale assiduamente frequentata sia da semplici utenti (spesso intenti a chiamare i famigliari rimasti in patria con Skype) che da esperti improvvisati del settore, che non di rado sottopongono alla nostra attenzione problemi tecnici riscontrati sui numerosi PC di ignota provenienza su cui mettono le mani. Non si pensi comunque alla classica e stereotipata immagine del “barbone” con il carrello della spesa, qui si tratta di persone la cui condizione e’ solo intuibile con la prolungata frequentazione e che spesso si confondono con il pubblico canonico del luogo, ma una volta accertato il loro status non puo’ che colpire il possesso da parte loro di un computer, talvolta di una chiavetta 3G (da usare quando non trovano un access point aperto, evento ben raro) e di altri ammenicoli digitali, che tendono ad usare con dimestichezza. Il fatto che anche chi non ha nulla ha comunque una casella di posta elettronica la dice lunga sui bisogni essenziali dell’Uomo odierno – e su quelli che dovrebbero essere i suoi diritti -, sugli strumenti informatici oramai talmente facilmente reperibili da essere diventati una commodity al pari di acqua e corrente elettrica, e sul ruolo della comunicazione e dell’accesso all’informazione.

Dalle constatazioni pratiche sopra elencate non traggo nessuna conclusione, quanto semmai un invito. Quello a non lasciarsi condizionare dai proclami e dalle previsioni dei futurologhi della domenica, che all’introduzione di qualsiasi novita’ nel settore della tecnologia di consumo azzardano analisi – sin troppo spesso disattese – sull’impatto che esse avranno nella vita di tutti i giorni. Al contrario, il progresso e’ osservabile e percepibile intorno a noi. E, come ci insegno’ Henry Ford, c’e’ vero progresso solo quando i vantaggi di una nuova tecnologia diventano per tutti.

Ritorno al Futuro

1 gennaio 2012

Alla fine, anche il 2011 si e’ concluso. Sebbene non saprei dire se e’ stato un anno positivo o negativo.

La parte negativa sta nel fatto che non sono riuscito a cogliere l’obiettivo che mi ero posto nel precedente post di fine anno, oramai consuetudine di questo blog: non sono stato abbastanza concentrato sui traguardi, non mi sono abbastanza focalizzato su pochi (ma buoni) progetti, ed anche in questi ultimi 365 giorni mi sono tendenzialmente barcamenato tra vecchi propositi (rimasti insoddisfatti) e nuovi sforzi (per lo piu’ vani).

Di contro, la dispersione e’ stata meno drammatica che non nel 2010. La nuova LugMap e’ online, ed intorno ad essa si stanno un poco alla volta materializzando o ideando sotto-progetti in fase di rodaggio ma di buone promesse. Ho ripreso in mano l’organizzazione del Linux Day Torino, e benche’ questo sia stato il peggior Linux Day da me coordinato di sempre ho quantomeno avuto modo di circoscrivere le aree da migliorare e le mele marce da buttare. Per la mia assenza biennale ho pagato gli interessi partecipando al coordinamento nazionale della manifestazione, con risultati modesti ma che anche in questo caso hanno permesso di toccare con mano le potenzialita’ (tante) ed i limiti (tantissimi) dell’evento linuxofilo italiano per eccellenza. Sul piano personale, ho iniziato a metter piede nel variegato e caotico mondo del lavoro freelance con un paio di ingaggi interessanti ed ho ridimensionato le aspettative su altri fronti (gli stessi che nel suddetto 2010 mi hanno fatto leggermente deviare).

Ma si, a conti fatti posso dire che il 2011 e’ stato un anno senza infamia e senza lode ma tendente al positivo.

Dunque, il 2012?

Gia’ ho approfittato di queste festivita’ per riprendere, dopo mesi e mesi di inattivita’, alcuni vecchi progettucci di sviluppo, come testimonia il mio log GitHub, cui sono affezionato e che possono anche avere dei risvolti utilitaristici. Ad esempio ho messo a punto e preso ad utilizzare Maintainr, utility abbastanza stupida ma che spero possa aiutarmi a tenere traccia delle infinite opere che perseguo: da qualche giorno campeggia sul mio desktop, lanciata in esecuzione automatica all’inizio della sessione, e volente o nolente mi ricorda quel che ho da fare. Il 2011 e’ stato decisamente scarso dal punto di vista della produzione di freesoftware (non ho neppure ancora rilasciato la release 3.0 di GASdotto, precedentemente schedulata per settembre), devo decisamente recuperare.

Tenendo comunque presente che e’ anche ora di iniziare a preoccuparsi della situazione finanziaria. Il fondo monetario che mi ha concesso di mantenere volontariamente per piu’ di due anni lo status di “disoccupato” si sta rapidamente esaurendo, e di fronte a me si prospettano due alternative: tornare al lavoro dipendente, o aprire una partita IVA (approfittando dell’apparentemente conveniente nuovo regime agevolato). La scelta al momento dipende piu’ da fattori esterni che da me, e saro’ in grado di prendere una decisione solo tra almeno una settimana: vedremo se il mercato verra’ ulteriormente graziato dalla mia presenza in veste di libero professionista o meno.

Ma veniamo al pezzo forte, al target definitivo 2012.

A fronte del suddetto impegno nel coordinamento nazionale LinuxDay2011 mi sono guadagnato l’iscrizione gratuita per un anno ad Italian Linux Society, ente intorno cui mio malgrado orbito da diversi anni ma da cui mi sono sempre tenuto ad una certa distanza. Ora che ci sono dentro – o almeno dovrei, sto ancora aspettando le mie credenziali con le autorizzazioni da socio – la Society stessa diventa un obiettivo essenziale, non gia’ per l’associazione in se’ (ci mancherebbe altro…) quanto per quel che rappresenta. Prosegue il cammino verso il LinuxDay2012, con l’intento di rattoppare le spropositate falle esistenti. Intersecandosi con un altro, ancora piu’ cruciale: il rifacimento di linux.it, sito che riceve ogni giorno centinaia di visite da parte di potenziali interessati a Linux ed al software libero i quali si trovano dinnanzi ad una patetica pagina assolutamente inutile e priva di informazioni rilevanti. Tra me e questi due traguardi, che ritengo strategici e prioritari – insieme a svariati altri, secondari ma notevoli -, si interpongono numerosi ostacoli, e certamente il piu’ grosso e’ proprio il Direttivo ILS, inerme agglomerato di stanchi veterani che gia’ ha dato ampia dimostrazione di incapacita’ ed irrazionalita’ nelle vicende relative alla pubblicazione della summenzionata nuova LugMap. L’ostacolo deve essere rimosso, con le buone (lo scioglimento e la ricostituzione del Direttivo stesso, secondo criteri operativi consoni) o con le cattive (sfruttando metodi non convenzionali…). Sara’ dura, durissima, ma s’ha da fare. E non ci saranno Crisi o Maya che terranno.

Dopo due anni di peregrinazioni senza meta e senza scopo ritorno ad occuparmi della community. Con un occhio all’immediato, ma l’altro rivolto, incessantemente, al futuro.

Auguri di buon anno a tutti. Ce ne sara’ un gran bisogno.

Qualcuno era Linuxaro

11 marzo 2011

Qualcuno era linuxaro perche’ non ce la faceva piu’ a tollerare Windows.

Qualcuno era linuxaro perche’ era gratis.

Qualcuno era linuxaro perche’ non ci sono i virus.

Qualcuno era linuxaro per Compiz.

Qualcuno era linuxaro perche’ era equo e solidale.

Qualcuno era linuxaro perche’ “Il computer e’ mio e ci faccio quello che dico io”.

Qualcuno era linuxaro perche’ lo usano gli hackers.

Qualcuno era linuxaro per metterlo sul curriculum.

Qualcuno era linuxaro per Bash.

Qualcuno era linuxaro perche’ su Slashdot erano tutti linuxari, su PuntoInformatico erano tutti linuxari, nei forum degli smanettoni erano tutti linuxari, insomma per essere nerd bisognava essere linuxari.

Qualcuno era linuxaro per lavoro.

Qualcuno era linuxaro per divertimento.

Qualcuno era linuxaro perche’ Ubuntu, qualcun altro perche’ Slackware, qualcun altro ancora perche’ Gentoo…

Qualcuno era linuxaro per tendenza, o per curiosita’, o per protesta…

Qualcuno era linuxaro perche’ non voleva spendere soldi in licenze.

Qualcuno era linuxaro perche’ non voleva che lo Stato spendesse soldi in licenze.

Qualcuno era linuxaro perche’ Microsoft aveva lobotomizzato gli utenti.

Qualcuno era linuxaro per reputazione.

Qualcuno era linuxaro perche’ cosi’ gli avevano detto di fare.

Qualcuno era linuxaro perche’ e’ piu’ stabile, piu’ sicuro, piu’ veloce…

Qualcuno era linuxaro perche’ glielo aveva installato il nipote.

Qualcuno era linuxaro per distinguersi.

Qualcuno era linuxaro perche’ era stato ad un Linux Day.

Qualcuno era linuxaro perche’ Stallman.

Qualcuno era linuxaro malgrado Stallman.

Qualcuno era linuxaro per le pizzate con gli altri soci del LUG.

Qualcuno era linuxaro perche’ era passata la moda dell’”etica hacker” e ci voleva un sostituto.

Qualcuno era linuxaro perche’ gli piaceva programmare.

Qualcuno era linuxaro perche’ l’opensource e’ una figata.

Qualcuno era linuxaro perche’ la sorella non potesse usare l’unico computer di casa.

Qualcuno era linuxaro perche’ aveva un PC troppo vecchio.

Qualcuno era linuxaro per costrizione da parte di qualcuno piu’ in alto.

Qualcuno era linuxaro per privacy.

Qualcuno era linuxaro perche’ “Non avete capito un cazzo, adesso ve lo spiego io…”.

Qualcuno era linuxaro perche’ non aveva i quattrini per comprarsi un Mac.

Qualcuno era linuxaro perche’ c’era il tema di Hello Kitty.

Qualcuno era linuxaro perche’ era piu’ linuxaro degli altri.

Qualcuno era linuxaro per morale.

Qualcuno era linuxaro perche’ aveva trovato il CD allegato a “Il Mio Computer”.

Qualcuno era linuxaro perche’ Microsoft era il male, ed Apple non stava messa meglio.

Qualcuno era linuxaro perche’ era il meno peggio surrogato del socialismo a disposizione.

Qualcuno era linuxaro perche’ se lo era trovato installato sul netbook nuovo.

Qualcuno era linuxaro senza sapere cosa fosse il codice sorgente.

Qualcuno era linuxaro perche’ OpenBSD non se lo filava nessuno.

Qualcuno era linuxaro per amore della condivisione.

Qualcuno era linuxaro perche’ aveva scarse pretese.

Qualcuno era linuxaro perche’ glielo facevano usare all’universita’.

Qualcuno era linuxaro perche’ c’era mercato per ricche consulenze.

Qualcuno era linuxaro perche’ aveva seguito il corso di informatica sbagliato.

Qualcuno era linuxaro perche’ il pinguino e’ tanto tanto carino.

Qualcuno era linuxaro per sentirsi parte di un gruppo.

Qualcuno era linuxaro perche’ era sistemista.

Qualcuno era linuxaro perche’ aveva un amico linuxaro.

Qualcuno era linuxaro per elitarismo.

Qualcuno era linuxaro perche’ voleva diventare famoso.

Qualcuno era linuxaro perche’ voleva costruirci un business.

Qualcuno era linuxaro perche’ era contro l’imperialismo americano.

Qualcuno era linuxaro perche’ gli piaceva la parola “liberta’”.

Qualcuno era linuxaro perche’ non voleva usare software pirata.

Qualcuno era linuxaro perche’ era complicato da usare.

Qualcuno era linuxaro fregandosene dei drivers proprietari.

Qualcuno era linuxaro perche’ aveva intuito che il monopolio era dannoso, ed ancor piu’ lo sarebbe stato in futuro.

Qualcuno era linuxaro perche’ in un mondo dominato dai computer e’ imperativo dominare i computer, sapere cosa fanno e cosa non fanno, e saperli adattare rapidamente per quello che serve.

Qualcuno era linuxaro perche’ era affascinato da quella community pulsante di individui che a volte collaborano e a volte competono, con passione e dedizione ed impegno, per realizzare qualcosa di nuovo, diverso, non necessariamente superiore ma comunque innovativo e creativo.

Qualcuno era linuxaro per dare una mano, per aiutare a fare qualcosa di utile ad altri. Magari qualcosa di piu’ comodo che soccorrere i senza-tetto nelle citta’ o partire per una missione in Africa, ma a modo suo importante.

Qualcuno era linuxaro perche’ in vent’anni di “freesoftware” solo alcuni avevano beneficiato di quell’immenso patrimonio di codice, coloro che avevano (o potevano comprare) le competenze necessarie a cavarne fuori un profitto. Gli altri che avrebbero potuto altresi’ goderne, gli utenti, erano lasciati in disparte, vuoi per convenienza, vuoi per pigrizia, vuoi per noia o vuoi per disinteressamento, ed essendo nelle mani sbagliate il software libero anziche’ unire contribuiva a dividere.

Qualcuno era linuxaro perche’ voleva cambiare il mondo. Molti lo guardava male quando enunciava questa strampalata posizione, rispondendo che c’erano ben altre priorita’ di cui preoccuparsi come la tutela dell’ambiente o la corruzione della classe politica, ma osservando gli effetti che potevano avere sulla vita delle persone cose come gli smartphone, o i social network, o le mappe online, e leggendo del ruolo di Internet nelle rivolte in Medio Oriente e in Africa, rafforzava la sua concezione secondo cui la tecnologia, poco compresa dagli altri perche’ agli altri quasi invisibile, era il punto di partenza di qualsiasi cambiamento radicale, il fulcro su cui appoggiare la leva che avrebbe sollavato la societa’ dall’abisso. E tale tecnologia, per assolvere al suo compito, doveva essere pubblica, accessibile, alla portata di tutti, democratica. Libera.

(Ispirato da: “Qualcuno era Comunista”, Giorgio Gaber)

In Movimento

1 gennaio 2011

Oramai il post di fine/inizio anno e’ diventato una tradizione su questo blog, che perseguo volentieri in quanto mi permette di fare il punto della situazione. Tantopiu’ quando la situazione e’ talmente complessa da richiedere necessariamente un punto.

All’inizio del 2010 scrivevo:

Conto di essere ancora piu’ attivo, mettere a punto i progetti in corso d’opera ed avviarne altri. Conto di re-inventarmi un’altra volta, in campo professionale e non, ed avere il coraggio di prendere decisioni che ad oggi ancora mi sembrano azzardate. Conto di continuare a scrivere quel che mi passa per la testa, senza pesare a priori conseguenze solo ipotetiche ma sempre nella prospettiva di pensare e far pensare.

E anche nel primo anno del primo decennio del terzo millennio le mie previsioni sono state esatte, ma con interpretazioni diverse rispetto a quelle originali.

Nel 2010 tutto e’ cambiato. Dopo cinque anni e mezzo di lavoro sono attualmente disoccupato, ma volontariamente mantengo questo status disponendo di una modesta riserva monetaria che mi permette di non preoccuparmi eccessivamente dell’immediato e del prossimo futuro concedendomi il raro privilegio di potermi dedicare a tempo pieno alle attivita’ che prediligo. Dopo cinque anni di estrema diffidenza nei confronti dell’associazionismo, espressione per me ambigua del volontariato in cui troppo spesso la passione spontanea e disinteressata viene ad essere contaminata dall’interesse finanziario, mi trovo ad essere uno dei soci piu’ attivi di una associazione torinese pro-freesoftware (ma anche pro-un sacco di altre cose) e da diversi mesi opero quasi ogni giorno all’interno di essa ed in nome di essa. Dopo numerosi anni vissuti in veste di semplice utente Linux mi son visto assegnare il ruolo di developer Gnome, e sebbene ad oggi la quantita’ di miei contributi concreti in forma di codice siano in numero assai limitato posso comunque tangere la differenza che passa tra i due fronti della community, tra chi usa e chi fa. Dopo una vita trascorsa evitando (per scelta o per necessita’) i viaggi, nel corso del 2010 ho macinato centinaia e centinaia di chilometri sia in Italia che all’estero avendo modo di osservare situazioni per me del tutto inedite e conoscendo persone totalmente nuove.

Per me, il 2010 ha incarnato completamente la massima “anno nuovo, vita nuova”. Eppure non ne sono del tutto soddisfatto.

Tutta questa attivita’, tutti questi impegni, tutti questi propositi hanno avuto un riscontro immensamente scarso in termini oggettivi. Ho avviato dozzine di progetti, sia in veste di programmatore che come promotore della community linuxara, ma proprio a causa del loro proliferare e dei continui salti da un contesto all’altro nessuno di essi si e’ radicato stabilmente e fruttuosamente ed anzi molti sono stati pressoche’ abbandonati all’oblio. L’entusiasmo della novita’ e’ da sempre cattivo consigliere, persino piu’ della proverbiale fretta, ed in quest’ultimo anno mi sono fatto da lui consigliare un numero eccessivo di volte. Ad oggi ho in cantiere almeno una decina di opere, e con tutta la buona volonta’ del mondo dubito di riuscire a portarne a termine anche solo meta’ entro breve tempo. La mia efficienza rispetto al 2009 e’ diminuita, e questo non e’ affatto un bene.

Del resto non mi biasimo. Nello stesso momento ho avuto tempo libero in quantita’ industriale e ho conosciuto quantita’ industriali di persone stimolanti e con buoni spunti, inevitabilmente l’allineamento di tali fattori ha portato ad una overdose di entusiasmo produttivo impossibile da gestire con profitto. Mi sono fatto cogliere impreparato dagli eventi. E mi sono fatto travolgere, perdendomi.

Dunque, l’obiettivo che mi pongo per il 2011 e’ di rimettere ordine in codesto marasma operativo. Keep control. Stay focus. Quel che voglio e’ focalizzarmi meglio sugli obiettivi, evitare di voler necessariamente seguire tutti i sentieri che continuamente si presentano lungo il mio cammino (vuoi perche’ da me stesso tracciati, vuoi perche’ suggeriti da altri) ma valutare piu’ attentamente sia le scorciatoie che le strade panoramiche e preferire i tragitti costellati di incroci e crocicchi. Lavorare per un progetto ma nel contempo gettare le basi per avviarne un altro, sequenzialmente e con costanti aggiustamenti nella rotta da tenere. Dedicare maggiore spazio alla meditazione, alla misurazione e alla valutazione. Fare il passo della giusta lunghezza rispetto alla gamba.

Stranamente mi accorgo che non basta la “voglia” per ottenere risultati, cosa che sinora ho sempre (ingenuamente?) sostenuto. Qualche volta per “fare” non occorre correre ma al contrario occorre fermarsi e riflettere. Altrimenti si rischia la saturazione. Altrimenti si rischia la stasi. Altrimenti si rischia di trovarsi stanchi, sudati, affannati, ed accorgersi di essere andati nella direzione sbagliata e di dover tornare indietro.

Si vede che mi sto pericolosamente avvicinando alla trentina…

Immancabilmente, in compagnia di una bottiglia di spumante brut e di Mozart, auguro ai miei lettori (abituali o di passaggio) un buon 2011.

Bilanci

1 gennaio 2010

La fine dell’anno vecchio e l’inizio del nuovo e’ tradizionalmente tempo di bilanci personali, pretesto per una valutazione (piu’ o meno critica, a seconda del soggetto) di quello che e’ stato fatto e vissuto, e di quello che resta ancora da fare e da vivere. Di certo io non mi astengo da codesto momento di riflessione, tantopiu’ perche’ proprio oggi si celebra il primo anniversario di questo blog.

Esattamente un anno fa’ scrivevo

intendo essere piu’ intollerante, piu’ ardito e piu’ attivo

Ebbene: credo di aver raggiunto tutti e tre gli obiettivi, anche se con modalita’ diverse da quanto inizialmente prospettato.

Sono stato intollerante, ma non tanto nei confronti dei quotidiani e pubblici orrori della societa’ digitale quanto verso gli squilibri piu’ vicini alla mia sfera privata. Ho taciuto (almeno sinora) le ipocrisie di Microsoft verso la community opensource, presso cui si presenta da lupo vestito da pecora, ma e’ bastata qualche parola per indurmi ad abbandonare senza mezzi termini il coordinamento del Linux Day Torino 2009, che peraltro se l’e’ cavata piu’ che dignitosamente pure senza la mia partecipazione ed ha permesso a qualcuno di constatare concretamente che la “promozione del software libero”, se presa seriamente, non e’ soltanto un passatempo da nerd ma richiede qualche assunzione di responsabilita’.

Sono stato ardito, nella misura in cui mi sono permesso di commentare criticamente iniziative che nessuno si sarebbe sognato di criticare: non molti nella blogosfera italica si sono espressi verso il paladino Piana pizzicato a far le moine a chi pretendeva una licenza open lasciva nei confronti dei brevetti, ed il primo post in merito ad AsSoLi ed al suo “Caro Candidato” mi ha procurato qualche mail privata di biasimo nonche’ (stando ai tools di analisi di WordPress) la vivisezione del blog alla ricerca di altre riflessioni potenzialmente scomode. Se lo scopo di questo genere di dichiarazioni non e’ quello di screditare gratuitamente attivita’ che meritano invece tutte le lodi possibili, il desiderio e’ quello di dire quello che altri non dicono – vuoi per soggezione o vuoi per scarsa informazione – e, appunto, fornire spunti alternativi per l’analisi oggettiva ed al di sopra delle benevolenze imposte.

Piu’ di tutto sono stato attivo, per quanto il mio ruolo all’interno della community sia mutato: ho abbandonato i reparti di fanteria, la prima linea immolata al rapporto diretto con l’utenza da informare ed assistere, e sono passato all’artiglieria, alla produzione massiccia di codice funzionale con cui aprire una breccia sui bastioni dell’operativita’. Piu’ di tutti mi sta dando soddisfazioni il progetto GASdotto, su cui prossimamente mi dilunghero’ anche su questo canale, ma sono anche contento del modesto successo dell’ancor piu’ modesto TuxChan e sull’andamento della piu’ recente libgrss, per non contare i microscopici contributi apportati qua e la’. Insomma: produttivamente e’ stato un anno buono, che ha aperto nuove opportunita’ di miglioramento e crescita.

Anche in merito a questo specifico blog posso ritenermi lieto: i miei interventi sono stati in quantita’ limitata (come del resto sono stati contenuti quelli esposti sull’altro mio blog, di natura tecnica), ma spero di essere riuscito a trasmettere qualcosa di positivo. Sempre stando alle statistiche WordPress il post in assoluto piu’ letto e’ stato quello in merito all’organizzazione del Linux Day, e mi auguro sia servito da ispirazione a qualcuno: chissa’ che non si riesca ad esportare il modello torinese in altre zone della penisola. Una curiosita’: nel primo post realmente contenutistico ho espresso il mio rammarico per l’impossibilita’ di ascoltare il tradizionale discorso di fine anno del Presidente della Repubblica a causa del formato proprietario con cui esso era divulgato sui siti RAI, e ad un anno di distanza scopro che e’ stato inaugurato in queste ore il canale YouTube della presidenza presso cui finalmente posso vedere ed udire le parole di Napolitano senza diventar matto: si tratta sempre di una piattaforma non open, ma almeno e’ interoperabile e fruibile serenamente anche su Linux.

Propositi per il 2010? Solitamente sono sempre esagerati rispetto a quanto poi davvero si riesce a realizzare, considerando anche che all’orizzonte si prospettano nuovi cambiamenti radicali che mi spingeranno a dispiegare le mie risorse su altri frangenti, percio’ tento di non sbilanciarmi troppo. Conto di essere ancora piu’ attivo, mettere a punto i progetti in corso d’opera ed avviarne altri (magari pescando tra quelli descritti nella serie delle “Idee Condivise”). Conto di re-inventarmi un’altra volta, in campo professionale e non, ed avere il coraggio di prendere decisioni che ad oggi ancora mi sembrano azzardate. Conto di continuare a scrivere quel che mi passa per la testa, senza pesare a priori conseguenze solo ipotetiche ma sempre nella prospettiva di pensare e far pensare.

Con un bicchiere di Laphroaig in mano e Chopin in sottofondo, auguro a tutti un felice anno nuovo.

Chi ha Spostato il mio Formaggio?

8 aprile 2009

Sembra strano che in un blog dedicato pressoche’ interamente alle tecnologie digitali si possa discutere di un media prettamente analogico, il libro stampato, ma vorrei comunque riportare qui qualche osservazione su un tomo da poco letto (si, qualche volta leggo anche) e che mi ha lasciato un poco perplesso.

Il libello in questione e’ “Chi ha spostato il mio formaggio?”, favoletta dalle scarse velleita’ intellettuali che viene spacciato su siti e critiche varie (nonche’ dall’estesa introduzione dello stesso) come spunto per una filosofia di vita orientata al miglioramento e alla capacita’ di reazione delle persone in caso di “cambiamento”.

La visione delle cose esposta non e’ ne’ erronea ne’ falsa (tutt’altro, io stesso mi faccio portavoce di una necessita’ di cambiamento soprattutto nel mondo IT italiano), ma cio’ che mi disturba e’ la sfrontatezza con cui il tema viene maneggiato e strumentalizzato per mettere l’ignaro lettore nella condizione di vergognarsi quasi della sua posizione professionale e di volersi dedicare con maggiore passione (per non dire “sacrificio”) alla sua azienda. Il testo, steso guarda caso da uno psicologo ed esperto di management autore di altri volumi di dubbia fondatezza, ripete allo sfinimento (dall’introduzione, costruita appositamente per dare una impressione di credibilita’ al resto del contenuto, alle conclusioni finali, maliziosamente assemblate) il concetto per cui non bisogna assolutamente lamentarsi delle condizioni critiche dinnanzi cui ci si trova, pena la frustrazione perenne o anche peggio, ma anzi sia indispensabile lavorare, lavorare e lavorare appunto per “ottenere il proprio formaggio”.

Sebbene piu’ e piu’ volte si insista sul fatto che l’”insegnamento” trasmesso (che, come ogni altro saggio insegnamento, risulta ad una prima analisi banale) sia applicabile a contesti lavorativi, famigliari e personali, non e’ chiaro come mai nella stragrande maggioranza dei casi si vada sempre a parlare sempre e solo del primo: nell’ultimo capitolo, in cui si ipotizza il “naturale” e “spassionato” dialogo tra una serie di amici che si scambiano riflessioni sulla storia – talmente artefatto nel lessico che manco una fiction RAI -, si arriva ad asserire che chi non segue alla lettera le istruzioni (ovvero: lavorare, lavorare e lavorare) non puo’ far altro che perdere la propria occupazione e trovarsi in mezzo ad una strada.

Sara’ che da buon italiano non mi piaccia sentir parlare di doveri o ancora peggio di fedelta’ aziendale (sebbene sia un noto stacanovista: io lavoro perche’ mi piace, non perche’ mi viene imposto), sara’ che il testo in oggetto e’ palesemente rivolto al pubblico statunitense (assai incline all’indottrinamento capitalistico) e mi ci identifico ben poco, ma l’intero volume mi pare studiato a tavolino per inculcare nelle menti dei dipendenti una visione eccessivamente servilistica nei confronti dell’ente per cui le proprie facolta’ operative, intellettuali e fisiche, sono impiegate.

E che l’obiettivo sia il servilismo anziche’ la produttivita’, che dovrebbe invece essere il nirvana aspirato da ogni azienda sana e ben costruita, si deduce anche dal messaggio letto tra le righe: il lettore viene esortato a darsi una mossa anche a discapito di chi gli sta vicino, il quale potrebbe risultare una palla al piede e dunque un ostacolo al proprio benessere (nella storia, uno degli “gnomi” protagonisti viene lasciato letteralmente morire di fame), anziche’ incentivare alla collaborazione ed al reciproco supporto che invece stanno realmente alla base di qualsiasi opera che punti in grande. Come si puo’ pretendere di lavorare in un ambiente solido se non esiste comunicazione, aggiornamento, e pure una certa familiarita’ coi colleghi?

Conclusione: boccio il libro e soprattutto chi lo distribuisce (se non fosse gia’ evidente: io l’ho ricevuto in omaggio dall’azienda per cui lavoravo), non tanto per la scarsita’ del contenuto (comunque certamente non eccelso) quanto per il cattivo gusto.

E comunque, io al formaggio preferisco pane e salame.

Buon Anno

1 gennaio 2009

Mentre gli echi del capodanno 2009 si spengono ed il nuovo anno inizia, con il suo rimorchio di pessimismo e buoni propositi che in buona misura finiranno nel dimenticatoio, avvio questo mio ennesimo blog.

Reduce dalla chiusura del contratto ADSL con Tin.it ed impossibilitato ad avere un mio server domestico stando dietro al NAT imposto dalla connessione 3G di Vodafone, accantono il fu’ madbob.homelinux.com (di cui e’ forse possibile reperire qualche frammento nella cache di Google) ed inizio una nuova avventura amatorial/editoriale sul web. Gia’ mando avanti piu’ di un web log, ma sentivo la mancanza di uno spazio in cui esprimere le mie osservazioni di carattere critico, soprattutto adesso che pesanti e radicali cambiamenti si prospettano sia nella mia vita privata e professionale che nel mondo.

Nel 2009, anno di promesse e talvolta necessarie rivoluzioni, intendo essere piu’ intollerante, piu’ ardito e piu’ attivo, e poiche’ “Sapere e’ Potere” inizio dal crearmi una nicchia in cui divulgare il mio pensiero, lanciare le mie accuse, puntare le mie dita e promuovere le mie campagne.

Un blog sulla tecnologia, imprescindibile strumento sociale e professionale del mondo odierno, e sulle implicazioni economiche, culturali e politiche che essa ha in Italia e all’estero. Un blog che fa propri i valori del movimento freesoftware, ma non vuole fossilizzarsi sui soliti luoghi comuni ed anzi su cui cercare nessi ortogonali e punti di vista atipici.

Buon anno. Un po’, me lo auguro anche da solo.

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