Archivio per il 'Media'Categoria

Canali Promozionali

1 agosto 2011

I lavori su LugMap.it, il mio personale playground di sperimentazione per la LugMap di ILS, un poco alla volta procedono ed anzi negli ultimi giorni hanno subito un picco di attivita’.

Il componente cui ho dedicato maggiore attenzione e’ quello che anche reputo piu’ importante al momento, ovvero il widget web che chiunque puo’ includere sul proprio sito. Tale ammenicolo permette di avere esposto sulle proprie pagine un elenco dei Linux Users Groups della regione prescelta (o anche di tutte le regioni, ma diventa un po’ ingombrante…), sempre aggiornato in quanto dinamicamente generato a partire dai dati raw pubblici su cui si fonda l’opera messa a punto negli ultimi mesi.

Il motivo percui ho voluto accelerare la raffinazione di tale elemento, nonostante ce ne siano diversi altri che meriterebbero un po’ di cure, e’ stata la volonta’ di renderlo pubblico al piu’ presto ed invitare la community ad usarlo ed implementarlo sui rispettivi siti in vista del Linux Day 2011. Si sa, i LUG sono cronicamente a corto di risorse umane per l’organizzazione dell’evento linuxofilo per eccellenza, e cercare di convogliare verso di loro qualche potenziale volontario cui assegnare un talk o qualche installazione di sicuro non mi sembra una brutta idea (che poi il Linux Day qui a Torino sia organizzato da un comitato indipendente anziche’ dal LUG e’ un’altra storia, un caso isolato…).

Trascendendo dal Linux Day, mi sembra comunque urgente cercare un metodo per coinvolgere almeno marginalmente la comunita’ italica dei blog, dei forum, degli aggregatori, dei Pollycoke e degli ZioBudda, quelli che simpatizzano per Linux e per il software libero ma che si tengono ben alla larga dalle mailing list o dalle gerarchie complesse dei LUG. A questi individui, che certamente rappresentano il grosso della popolazione linuxofila nazionale, e’ dedicato il widget di LugMap.it: e’ una opportunita’ di dare una mano, di fare qualcosa, di collaborare ad un movimento, quello del freesoftware, fondato sulla collaborazione. Non si chiede loro di fare la tessera all’associazione o di assistere l’utente sfigato di turno che non sa configurarsi la webcam su Ubuntu, ma semplicemente di copiare ed incollare qualche riga di HTML sul proprio sito per dare visibilita’ a chi invece intende sobbarcarsi il lavoro da fare.

Ma… Cosa ho scritto? “Far promuovere i LUG da coloro che non vogliono far parte di un LUG”? Esatto: per quanto strano, e’ cosi’.

Per quanto piu’ e piu’ volte io abbia criticato – su questo blog o altrove – l’autoreferenzialita’, la rigidita’, la scarsa attivita’ ed il carente senso di partecipazione che si riscontrano presso la maggior parte delle associazioni e dei gruppi pro-freesoftware nostrani, comunque credo nella definizione di LUG inteso come “punto di riferimento locale”, nel senso di continuita’ e stabilita’ impresso da un ente individuabile e riconoscibile che agisce su una precisa area geografica, i cui membri si ritrovano occasionalmente ed hanno un nome ed un cognome nonche’ un rapporto con il resto della popolazione (ivi compresi addetti alle pubbliche amministrazioni, operatori scolastici, imprenditori ed altri). Un LUG che organizza a malapena il Linux Day una volta all’anno vale piu’ di un forum online con 1000 iscritti, appunto perche’ interagisce di persona con il pubblico del posto e funge da interlocutore diretto per i curiosi ed i meno tecnici (che sono tante, tantissime). Sicuramente essere parte attiva di un Users Group, tantopiu’ se costituito ad associazione, puo’ risultare essere una gran rottura di scatole – riunioni cui partecipare, beghe burocratiche, votazioni, rapporti con le istituzioni… –  e non si puo’ pretendere che tutti coloro che hanno un qualsiasi Linux installato sul PC dall’oggi al domani aderiscano spontaneamente a tale genere di strutture. Ma si puo’ invece pretendere che le promuovano e ne accrescano la visibilita’, al fine di facilitare e rendere possibili incontri tra persone accomunate dagli stessi interessi e con una quantita’ di entusiasmo variabile e compensabile. Gia’ sono tanti quelli che arricchiscono il proprio blog col banner del countdown che precede ogni nuova release di Ubuntu, penso che questi possano anche fare lo sforzo di aggiungere un riferimento ai gruppi regionali che spiegano alla gente cosa sia Ubuntu a chi non lo sa.

Inevitabilmente io ho gia’ integrato il widget recante i gruppi piemontesi su codesto blog (anzi ho implementato l’opzione per generare una immagine statica apposta per permettermi di cacciarlo dentro WordPress), chiedero’ un poco di beta-testing agli amici nerd, e vedro’ di propagare la notizia della disponibilita’ di tale strumento presso qualche canale convenzionale.

Se son rose, fioriranno.

Piemonte.csv

15 giugno 2010

Quando ho letto la notizia per la prima volta ho pensato che fosse l’ennesimo progetto para-statale buono solo a far girare un po’ di quattrini tra i soliti noti e che mai avrebbe prodotto nulla di utile, considerando anche i gia’ commentati precedenti, ma, sebbene la sensazione iniziale non sia proprio del tutto svanita, devo dire che almeno un margine di speranza si e’ radicato nel mio ingenuo cuoricino nerd.

Dal mese scorso (maggio) e’ attivo un portale in cui la Regione Piemonte, per tramite del braccio tecnologico rappresentato dal CSI, mette a disposizione una raccolta di dataset in formato raw di natura perlopiu’ statistica. Da qui si possono scaricare files CSV, facilmente parsabili ed elaborabili programmaticamente, che indicano ad esempio il numero di connessioni ADSL attive provincia per provincia o i paesi di provenienza degli studenti stranieri che frequentano le scuole pedemontane. Il tutto rilasciato in licenza Creative Commons Zero, la piu’ permissiva delle licenze “open” per contenuti multimediali che rasenta il concetto di Public Domain, e pertanto riutilizzabile come meglio aggrada.

Chiaramente l’ispirazione di questa iniziativa arriva dal ben piu’ noto data.gov, analoga piattaforma di apertura e distribuzione dei dati pubblici riguardante la giurisdizione statunitense, che per primo ha sdoganato l’idea di rendere accessibili informazioni di pubblica utilita’ in un formato facilmente trattabile da parte di applicazioni software e che e’ stato imitato qua e la’ in giro per il mondo. Per ovvi motivi sarebbe inopportuno confrontare l’opera yankee con quella barotta, in quanto coprono territori piuttosto diversi tra loro (300 milioni di abitanti contro meno di 5 milioni), ma, almeno sulla carta, le finalita’ sono le stesse: fornire le fondamenta per l’indagine statistica e la costruzione di servizi. Non mi dilungo qui sul significato dell’avere accesso ad informazioni semantiche, trattabili ed incrociabili dalla macchina con algoritmi piu’ o meno complessi: rimando alla lettura di un qualsiasi articolo scritto da Berners Lee nell’ultimo decennio.

Va comunque detto che, nonostante la lodevole buona volonta’, i miei corregionali sono ancora lontani dal raggiungere un qualsiasi traguardo: i 15 dataset oggi disponibili non mi sembrano usabili per nulla di utile e concreto, ed ancora non ho visto rispettata la promessa di rilasciare altro materiale in tempi brevi (seguo costantemente il sito dal giorno in cui l’ho scoperto, da allora non vi e’ stato aggiunto nulla di nuovo).

Come detto la speranza e’ l’ultima a morire, ma ricordiamo che “chi vive sperando, muore cagando”, dunque val la pena almeno provare ad incentivare questa pratica.

L’altro giorno, in un momento di ispirazione, ho aperto un nuovo blog chiamato Masciap. In esso provvedero’ a pubblicare, con cadenza quanto piu’ possibile regolare, esempi di utilizzo dei suddetti dati, con grafici e scripts utili per parsare i files, e magari qualche commento personale su quanto emerge.

Lo scopo ufficiale, riportato nel post inaugurale, e’ quello di dimostrare l’utilita’ delle informazioni divulgate e di provvedere spunti pratici ed immediati per il loro sfruttamento.

Lo scopo ufficioso e’ quello di colmare il vuoto che inevitabilmente si allarghera’ fintantoche’ non verranno pubblicati contenuti utilizzabili per attivita’ serie e qualche operatore illuminato non iniziera’ a costruirci sopra qualcosa di promettente. Da che mondo e’ mondo qualsiasi azione intrapresa dell’ente statale richiede un riscontro di popolarita’ per essere giustificata e dunque finanziata e mantenuta, e per quanto il mio apporto possa essere modesto e limitato il blog citato e’ pur sempre un elemento mirato a fare “massa critica” e fungere da stimolo per altri progetti. Per quanto conosco io le perverse logiche che regolamentano le dinamiche decisionali politiche, il rischio di chiusura della piattaforma a fronte di un avventato e prematuro giudizio di inefficacia e’ reale, dunque tanto vale inventarsi qualcosa per alimentare il circolo virtuoso per cui piu’ il materiale pubblicato viene usato piu’ si e’ portati a pubblicarne altro.

A margine, non nascondo la volonta’ di avere un pretesto per mantenere la mia attenzione focalizzata sull’iniziativa e monitorarla nel prossimo futuro, eventualmente agendo qualora non ci fossero sviluppi visibili entro tempi decenti. Sto or ora pianificando di mandare una serie di messaggi usando l’apposito form per richiedere altri dataset specifici (grandioso sarebbe ad esempio avere le informazioni sul traffico di Torino, peraltro gia’ raccolte dal Gruppo Torinese Trasporti), magari anche questi a cadenza periodica, giusto per stuzzicare chi sta dall’altra parte della barricata ed accelerare l’esposizione di nuovi blocchi di dati.

Insomma: il proposito e’ meraviglioso, ma ora come ora immaturo e fragile. Occorre prendersi cura di questo raro germoglio di trasparenza, innaffiarlo regolarmente con pubblico apprezzamento e dichiarato interesse, proteggerlo dai parassiti che vorrebbero succhiarne la linfa vitale e mettersela in tasca. E forse, cosi’ facendo, con un po’ di pazienza, sboccera’ il fiore cromato della cultura digitale.

Idee Condivise: la Biblioteca di Alessandria

4 dicembre 2009

Nel precedente post del ciclo delle Idee Condivise, avente come protagonisti coloro che tendenzialmente sono ben intenzionati a dare un supporto diretto agli utenti Linux in difficolta’, menzionai un proposito incentrai sulla visione opposta, ovvero quella secondo cui ogni persona dovrebbe essere in grado di “arrangiarsi” per proprio conto attingendo alla quantita’ di documentazione disponibile.

Il fatto che l’Internet straripi di howto, tutorial, manuali e guide, nonche’ di forum ed archivi di mailing lists traboccanti domande e risposte mirate su qualsiasi tema, cosiccome qualsiasi installazione Linux di default rechi con se’ un intero arsenale di “man pages”, dovrebbe essere argomentazione sufficiente per sostenere il teorema per cui con un po’ di buona volonta’ qualsiasi problema o curiosita’ possa essere risolta autonomamente da ogni utente, senza andare a chiedere la cosiddetta “pappa pronta” ai piu’ esperti. In linea di massima sono d’accordo sul fatto che la soluzione ad ogni perplessita’ esistente sia ricavabile con una ricerca piu’ o meno rapida per mezzo di un motore di ricerca ed un po’ di ingegno, ma purtroppo, ai fatti, non sono tutte rose e fiori.

Il problema della rintracciabilita’ dei contenuti in Rete e’ tema vecchio ma sempre attuale: sono passati numerosi anni da quando John Allen Paulos disse “Internet è la più grande biblioteca del mondo. Ma il problema è che i libri sono tutti sparsi sul pavimento“, e da allora sono stati fatti solo modesti passi avanti. A tutt’oggi un prodotto come Wolfram Alpha fa gridare al miracolo, pur essendo di rara instabilita’ ed essendo lungi dal ricavare risultati comparabili a quelli emessi da Google quando gli viene sottoposta una buona query di ricerca. Ed appunto una “buona query di ricerca” non e’ producibile al primo e neppure al secondo tentativo: prima di assorbire la logica con cui un motore di ricerca funziona ci vuole discreta esperienza, nonche’ predisposizione, e personalmente conosco numerosi giovani smanettoni che nonostante gli anni di addestramento ancora impiegano non poco tempo prima di reperire una informazione un minimo specifica.

A tutto cio’, nel caso della ricerca di documentazione in merito all’utilizzo di Linux va sommato l’alternarsi delle lingue con cui i dati sono pubblicati (per lo piu’ si trova materiale in inglese, idioma non particolarmente noto dalla popolazione italiana, il cui Governo rappresentante nell’anno 2009 suggerisce invece di insegnare il dialetto nelle scuole), le incongruenze dovute alle piu’ stravaganti configurazioni di sistema (su un PC un certo metodo puo’ funzionare, su un’altro no, a seconda della versione di una libreria o del contenuto di un recondito file), o l’obsolescenza non sempre dichiaratamente marcata di talune informazioni non piu’ valide con l’aggiornamento di uno dei componenti implicati.

In questa sarabanda di contenuti l’editto “Read The Fine Manual” resta valido; il problema sta nel rintracciare il “Manual” giusto. E proprio per questa specifica, ristretta e particolare necessita’, urge provvedere ad una soluzione specifica, ristretta e particolare: un motore di ricerca mirato.

Tale motore dovrebbe essere configurato in modo tale da indicizzare periodicamente un numero limitato di fonti, in particolare gli archivi delle mailing lists dei LUG italiani ed i forum piu’ popolari nella lingua del Bel Paese, prima via di passaggio di buona parte delle richieste di supporto e, di conseguenza, delle risposte. Reputerei inutile listare anche documentazione statica, wiki e guide, in quanto per loro natura tendono a riportare, come gia’ detto, informazioni che rapidamente diventano non valide e/o non complete, mentre all’interno degli scopi del progetto sarebbe opportuno avere una quantita’ di risultati per query quanto piu’ ristretta (ed ovviamente pertinente) possibile. L’ideale sarebbe dare priorita’ ai contenuti piu’ recenti ed aggiornati (in funzione anche del fatto che le mail delle mailing list ed i post sui forum recano tutti la data di distribuzione), e filtrare le query di ricerca escludendo i nomi delle singole distribuzioni poiche’ e’ noto che, essendo bene o male il software sempre lo stesso, il metodo ad esempio per far funzionare un device su Ubuntu e’ identico a quello per farlo funzionare su Slackware, dunque tanto vale prevenire a priori un gia’ comune errore normalmente reiterato dagli utenti meno avvezzi.

Di crawler web e’ pieno SourceForge, dunque un provvedimento di massima puo’ essere rapidamente preso pigliandone uno, installandolo su un server, sistemandone la configurazione e lasciandolo in balia degli eventi. Una alternativa potrebbe essere l’utilizzo accorto di Yahoo! Boss o altre API gia’ predisposte per appoggiarsi a qualche dataset esistente. Un progetto su piu’ lungo termine dovrebbe permettere di estrapolare le singole informazioni ed evidenziarne i punti salienti, magari collaborando direttamente con i forum affinche’ siano essi stessi ad esporre i materiali in SIOC o qualche altro formato semanticamente indicizzabile e ri-formattabile.

Chiaramente questo strumento non sarebbe la panacea di tutti i mali, anche perche’ e’ oramai appurato che la mole di documentazione realmente indirizzata – per comprensibilita’ e completezza – all’utenza domestica e’ assai piu’ limitata di quanto non si voglia credere, ma considerando che non si puo’ sperare di porre un limite a questa piaga documentale senza immensi sforzi congiunti ed in tempi brevi tanto vale far fruttare al massimo quanto gia’ esistente ed i canali gia’ in funzione.

Windows User Groups

8 settembre 2009

Che la storia dei prodotti propinati da Microsoft sul mercato sia costellata ed anzi strabordante di continui plagi tecnologici e’ cosa piu’ che nota: da Windows (che nasce nel 1983 come brutta copia del Macintosh di Apple) a Bing (il motore di ricerca che ricalca feature su feature Google), l’azienda che da anni propugna la brevettabilita’ del software come strumento di innovazione generalmente ha sempre innovato ben poco e si e’ fatta strada per lo piu’ tra pratiche commerciali al limite della sana competivita’ o addirittura della legalita’.

Ma i tempi cambiano, le necessita’ dei consumatori mutano, nuove tecnologie piu’ efficienti emergono, ed il monopolio scricchiola. Che fare a questo punto? Commerciare prodotti piu’ avanzati e meno costosi che possano incontrare la domanda del mercato? Ma quando mai, che siamo matti?! Serve una nuova strategia di marketing! O meglio: adottare quelle altrui.

Il terreno su cui l’azienda di Redmond e’ rimasta maggiormente arretrata nell’ultimo periodo e’ quello dell’immagine di se’. Apple e’ cool, alla moda, di tendenza, ed un computer contrassegnato con la mela luminosa sul retro resta un prodotto ambito per lo status che rappresenta. Linux si distingue per il carico di valori che porta con se’, la filosofia della condivisione e quel sentimento di community che e’ (o almeno dovrebbe essere…) collante dell’insieme. Microsoft… Beh, sono quelli di Windows Vista, non c’e’ molto altro da dire.

Al grido di “pan per focaccia” i pubblicitari al soldo di Ballmer (che evidentemente deve essere modesto, gia’ che non sono manco in grado di ideare nuove trovate ma solo appropriarsi di quelle altrui) hanno in breve trovato una contromisura adeguata a contrastare i competitors di Cupertino: un’altra serie di spot pubblicitari con giovani ed ammiccanti protagonisti sconvolti dall’esorbitante prezzo delle macchine Mac ed orgogliosi di poter acquistare una qualunque baracca di fascia bassissima dotata di Windows. Se Apple e’ di moda basta far leva su quello che notoriamente e’ il difetto del brand, ovvero il prezzo, ed il gioco e’ fatto.

E Linux? Come si puo’ “boicottare” mediaticamente una entita’ evanescente, che non fa capo a nessuna specifica azienda, e disseminata capillarmente laddove ci sia un qualsiasi smanettone che si atteggia facendo ruotare il cubo di Compiz? Semplicemente, con una contro-community.

La campagna pubblicitaria da mesi in corso in previsione del lancio di Windows 7, l’unica possibilita’ di salvezza dopo il disastro commerciale provocato da Vista, prevede il coinvolgimento in prima persona dei supporters Microsoft, ai quali viene data la possibilita’ di organizzare per fatti propri dei piccoli party domestici presso cui indottrinare amici e parenti su quanto sia figa la nuova release del sistema operativo. Ricevendo in cambio per il disturbo un forte sconto sull’acquisto di una copia del prodotto stesso. Ha sempre funzionato con Avon e Amway, perche’ non con Microsoft? Se tanto non bastasse, per il pubblico europeo ci sono in scaletta anche l’installazione di caffetterie (qui si parla di Parigi, non dubito ne usciranno altre) specializzate in caffe’, cornetti, ed informazioni pubblicitarie, entro cui non si potra’ neanche assumere la propria vitale dose mattutina di caffeina in santa pace.

Scopo del gioco e’ portare Windows 7 nel bel mezzo della gente, zittendo quel lontano eco che talvolta giunge alle orecchie della massa.

Amaro constatare non tanto l’appropriazione delle modalita’ (in fin dei conti siamo tutti per la condivisione delle idee, non usiamo brevetti, noi) quanto il fatto che tali pratiche di avvicinamento confidenziale del pubblico, obbligatorie per la community linuxara costituita da spigliati ragazzotti che devono arrangiarsi con quello che hanno ma evidentemente un buono spunto se degne di essere assorbite dalle politiche di marketing del colosso statunitense, sono assai meglio implementate dall’impostore. Gli House Party di cui sopra sono un ovvio adattamento dei Linux Installation Party in uso anche qua in Italia, con la differenza che i LIP sono organizzati (se e quando sono organizzati…) indipendentemente dai diversi gruppi, un po’ come capita, e senza alcuna coordinazione per la promozione di tali momenti di incontro tra esperti e curiosi: si decide una data, un posto, si pubblica l’annuncio sul blog/wiki di turno (che regolarmente non e’ letto da nessuno, o al piu’ da persone che gia’ conoscono Linux), e quel giorno si conclude spesso in un LAN party tra i partecipanti del gruppo. Le caffetterie? A Torino ne avevamo una dichiaratamente pro-Linux, il Debian Cafe’; l’abbiamo fatta chiudere, incapaci tra tutti di dare una mano nella pianificazione dei contenuti e lasciando totalmente da solo il gestore.

Con un po’ di denaro e tanta capacita’ di marketing, abbondantemente impiegata anche in diversi contesti, a Redmond fanno quello che dovrebbe essere di competenza della community linuxara, ovvero fare squadra. E nel frattempo la community linuxara che fa? Tergiversa, chiacchera, ogni tanto inveisce contro Ubuntu, si impigrisce, ci prova e se gli va male fa spallucce e non ci prova piu’. Quantomeno Apple ha reagito all’attacco frontale, dando vinta a Microsoft la battaglia pubblicitaria (ed abbassando il costo dei suoi prodotti) ma affilando le armi per i prossimi scontri.

Invece di stare a braccia conserti aspettando che vengano formalizzati i Windows User Group, ipotesi a questo punto neppure tanto assurda, sarebbe opportuno darsi una svegliata, approfittare del vantaggio sul campo e guadagnare quanti piu’ bastioni possibile. Ma la vedo dura, durissima: a piu’ di un mese dal Linux Day, che dovrebbe essere l’unica giornata dell’anno di unione e collaborazione tra tutti i Linux User Group italiani, gia’ si percepisce da qualche parte la disorganizzazione ed il disinteresse, altrove l’astio tra diversi gruppi ed enti geograficamente vicini e lontani, ed insomma anche quest’anno l’opportunita’ di far parlare di se’ e coinvolgere migliaia di persone e’ sfumata in partenza.

Chi ha Spostato il mio Formaggio?

8 aprile 2009

Sembra strano che in un blog dedicato pressoche’ interamente alle tecnologie digitali si possa discutere di un media prettamente analogico, il libro stampato, ma vorrei comunque riportare qui qualche osservazione su un tomo da poco letto (si, qualche volta leggo anche) e che mi ha lasciato un poco perplesso.

Il libello in questione e’ “Chi ha spostato il mio formaggio?”, favoletta dalle scarse velleita’ intellettuali che viene spacciato su siti e critiche varie (nonche’ dall’estesa introduzione dello stesso) come spunto per una filosofia di vita orientata al miglioramento e alla capacita’ di reazione delle persone in caso di “cambiamento”.

La visione delle cose esposta non e’ ne’ erronea ne’ falsa (tutt’altro, io stesso mi faccio portavoce di una necessita’ di cambiamento soprattutto nel mondo IT italiano), ma cio’ che mi disturba e’ la sfrontatezza con cui il tema viene maneggiato e strumentalizzato per mettere l’ignaro lettore nella condizione di vergognarsi quasi della sua posizione professionale e di volersi dedicare con maggiore passione (per non dire “sacrificio”) alla sua azienda. Il testo, steso guarda caso da uno psicologo ed esperto di management autore di altri volumi di dubbia fondatezza, ripete allo sfinimento (dall’introduzione, costruita appositamente per dare una impressione di credibilita’ al resto del contenuto, alle conclusioni finali, maliziosamente assemblate) il concetto per cui non bisogna assolutamente lamentarsi delle condizioni critiche dinnanzi cui ci si trova, pena la frustrazione perenne o anche peggio, ma anzi sia indispensabile lavorare, lavorare e lavorare appunto per “ottenere il proprio formaggio”.

Sebbene piu’ e piu’ volte si insista sul fatto che l’”insegnamento” trasmesso (che, come ogni altro saggio insegnamento, risulta ad una prima analisi banale) sia applicabile a contesti lavorativi, famigliari e personali, non e’ chiaro come mai nella stragrande maggioranza dei casi si vada sempre a parlare sempre e solo del primo: nell’ultimo capitolo, in cui si ipotizza il “naturale” e “spassionato” dialogo tra una serie di amici che si scambiano riflessioni sulla storia – talmente artefatto nel lessico che manco una fiction RAI -, si arriva ad asserire che chi non segue alla lettera le istruzioni (ovvero: lavorare, lavorare e lavorare) non puo’ far altro che perdere la propria occupazione e trovarsi in mezzo ad una strada.

Sara’ che da buon italiano non mi piaccia sentir parlare di doveri o ancora peggio di fedelta’ aziendale (sebbene sia un noto stacanovista: io lavoro perche’ mi piace, non perche’ mi viene imposto), sara’ che il testo in oggetto e’ palesemente rivolto al pubblico statunitense (assai incline all’indottrinamento capitalistico) e mi ci identifico ben poco, ma l’intero volume mi pare studiato a tavolino per inculcare nelle menti dei dipendenti una visione eccessivamente servilistica nei confronti dell’ente per cui le proprie facolta’ operative, intellettuali e fisiche, sono impiegate.

E che l’obiettivo sia il servilismo anziche’ la produttivita’, che dovrebbe invece essere il nirvana aspirato da ogni azienda sana e ben costruita, si deduce anche dal messaggio letto tra le righe: il lettore viene esortato a darsi una mossa anche a discapito di chi gli sta vicino, il quale potrebbe risultare una palla al piede e dunque un ostacolo al proprio benessere (nella storia, uno degli “gnomi” protagonisti viene lasciato letteralmente morire di fame), anziche’ incentivare alla collaborazione ed al reciproco supporto che invece stanno realmente alla base di qualsiasi opera che punti in grande. Come si puo’ pretendere di lavorare in un ambiente solido se non esiste comunicazione, aggiornamento, e pure una certa familiarita’ coi colleghi?

Conclusione: boccio il libro e soprattutto chi lo distribuisce (se non fosse gia’ evidente: io l’ho ricevuto in omaggio dall’azienda per cui lavoravo), non tanto per la scarsita’ del contenuto (comunque certamente non eccelso) quanto per il cattivo gusto.

E comunque, io al formaggio preferisco pane e salame.

L’importanza di essere Ernesto

26 marzo 2009

Nel giro di pochi giorni due notizie molto diverse ma (almeno ai fini di questo post) molto simili si sono propagate sull’Internet: prima l’acquisizione del dominio Linux.com da parte della Linux Foundation, la quale per prima cosa ha provveduto a piazzare online una sezione “Ideaforge” per raccogliere nuove proposte per la divulgazione del noto sistema operativo pinguinizzato nel mondo, e dopo l’apertura di un analogo “Brainstorm” (poco piu’ di un forum adibito a tale scopo) da parte della community KDE.

Quali sono le differenze tra le due iniziative?

Innanzitutto che vanno a coprire due aree molto diverse tra loro: mentre la prima e’ immolata alla promozione di Linux in ogni sua forma ed incarnazione (soprattutto, inutile dirlo trattandosi di Linux Foundation, nel mondo enterprise) la seconda e’ una nicchia che va a coprire lo sviluppo di una specifica applicazione free e punta a raccogliere suggerimenti ed osservazioni dagli utenti agli sviluppatori.

La seconda differenza e’ che il secondo progetto ha avuto un successo enormemente maggiore del primo.

Il sito su linux.com e’ pressoche’ deserto, scarsi sono gli aggiornamenti quotidiani e per lo piu’ rappresentati da spam che evidentemente qualche addestrato bot ripropone periodicamente, io stesso sono al momento quarto nella classifica globale di utenti che hanno postato piu’ proposte (non e’ una cosa buona: vuol dire che non c’e’ nessuno che frequenti piu’ spesso di me il sito!), i voti ed i commenti arrivano sporadicamente.

Dall’altra parte, nel giro di 24 ore sono stati raccolti un centinaio di propositi ed i threads sul forum sono floridi di commenti, osservazioni, controproposte e quant’altro, ed almeno per ora il ritmo non sembra accennare a diminuire.

Piu’ che lieto di vedere che un progetto free goda di tale partecipazione da parte della community, ma l’accostamento delle due iniziative mi lascia quantomai perplesso, e non fa che rafforzare la mia pessima impressione nei confronti degli ultimi sviluppi nel panorama a sorgente aperto.

Quello che constato e’ un allontanamento dall’obiettivo di condivisione e reciproco sostegno che dovrebbe caratterizzare, almeno sulla carta, la community linuxofila, e sempre crescente e’ l’intervento di nugoli di “fanboys” galvanizzati da quelle che potrebbero essere definite vere operazioni di marketing volte ad innalzare specifici prodotti all’altare del pubblico consenso. A suo tempo e’ stata la volta di Ubuntu, divenuta la distribuzione piu’ diffusa al mondo in virtu’ della serrata campagna di promozione svolta sui blogs, sui forum, e nel mondo reale con CD regalati e spediti in ogni angolo del globo, oggi sembra essere il turno di KDE/QT, che a fronte di un prodotto instabile e fortemente in fase di sviluppo ha saputo far crescere l’attenzione intorno a se’ e di conseguenza l’interessamento e, poco dopo, l’apprezzamento coatto, fino a raggiungere un grado di notorieta’ e cieca fiducia tale da essere considerata la piattaforma definitiva di riferimento per i prossimi sviluppi in ambito Linux pur essendo lungi dal solo essere “stabile”.

L’importante e’ far parlare di se’. L’importante e’ fare in modo che il proprio nome riecheggi in ogni anfratto del web, e che l’eco generata induca alla radicazione di luoghi comuni positivi e fondati non gia’ sull’effettivo valore del proprio prodotto quanto sul fatto che “se tutti ne parlano, sara’ una cosa buona”. L’importante e’ diventare il riferimento per antonomasia. L’importante e’ essere Ernesto.

Forse la naturale prosecuzione di questo post potrebbe tirare in ballo argomenti come la “consapevolezza” da parte di una community allargata, nel bene e nel male, a persone che nel software libero vedono una moda piu’ che una opportunita’, o muovere come argomenti l’oramai radicato uso del termine “opensource” in luogo di “freesoftware” in barba ad ogni appello velleitariamente etico da parte di FSF. Ma non vorrei finire a ridurmi come Stallman, che non perde occasione di spararne una grossa di quando in quando come la recente questione delle applicazioni Javascript non free.

Conscio della mia scarsa influenza mi limito ad osservare l’evolversi della situazione. Cercando di cogliere i margini che permettano di evitare un completo degenero.

Panta rei.

L’Informazione

3 marzo 2009

Come molti sanno, quella in cui noi viviamo viene da molti definita l’Era dell’Informazione: le notizie viaggiano da un capo all’altro del globo alla velocita’ della luce, le attivita’ economiche e culturali sono pesantemente influenzate da cio’ che accade vicino e lontano, tutti sanno tutto di tutti e quello che non si sa viene venduto come qualsiasi altra merce (o anche a prezzi piu’ elevati).

I media tradizionali (stampa e televisione) cercano di adattarsi ai tempi moderni, puntando piu’ su contenuti di approfondimento (o sul trash ludico, ma questo e’ un’altro discorso…) anziche’ sulla singola notizia che molto piu’ tempestivamente viene trasmessa per mezzo dell’Internet, ma a volte capita che la stessa Rete non riesca a star dietro a se’ stessa.

Con l’emergere prima dei blogs e poi di servizi quali Twitter e Facebook la domanda che Corrado Guzzanti si poneva qualche anno fa’ (“Aborigeno: ma io e te, che cazzo se dovemo di’???”) trova una risposta: i canali di trasmissione digitale vengono quotidianamente, minuto dopo minuto, riempiti di informazione di prima mano, che viene prodotta da persone comuni e consumata prima che qualsiasi altro media universalmente riconosciuto (sia esso un antidiluviano giornale cartaceo o un moderno aggregatore web) possa impacchettarla.

Particolarmente di rilievo e’ stato il “caso Mumbai”: al di la’ del fatto di cronaca, la strage avvenuta in novembre nel corso di un attacco paramilitare durato tre giorni nella grande citta’ indiana, notevole il modo con cui pressoche’ ogni grande e rinomato portale di informazione abbia trovato in Twitter la piu’ importante e puntuale fonte di aggiornamento, raccogliendo i brevi messaggi immessi da quanti si trovavano li’ in quel momento e diramavano in tempo reale ogni sorta di dettaglio. Questo avvenimento, che nella popolazione del cyberspazio ha fatto molto piu’ scalpore che non i 100 e piu’ morti provocati dagli scontri a fuoco, puo’ essere storicamente riconosciuto come il punto di svolta che ha elevato il fenomeno del microblogging (in se’, ancora piu’ rapido ed efficiente dell’oramai “tradizionale” blogging) a veicolo di notizie, e c’e’ da immaginare che la tecnologia del real-time search stia guadagnando crescente interesse da parte di chi con l’informazione ci campa o, piu’ semplicemente, gradisce fruire aggiornamenti prima di chiunque altro: splendido codesto script per GreaseMonkey miscela i risultati di Google con i tweet piu’ freschi, regalando un ulteriore tocco di contemporaneita’ ai links che gia’ di per loro vengono organizzati secondo un criterio cronologico.

Pure senza andare a cercare casi particolari o eccezionali, io stesso ho vissuto non molto tempo addietro una modesta esperienza di “giornalismo fai-da-te”: in occasione della scossa tellurica avvenuta in dicembre nei pressi di Parma, e chiaramente avvertita alla scrivania del mio ufficio, sono andato a leggere lo status dei miei contatti su Facebook ed ancora prima di ricevere conferma da parte del comunicato Ansa (editato un’oretta dopo) avevo una idea dell’epicentro. In tale situazione la semplice connessione instaurata tra me ed i miei conoscenti sparsi per il nord Italia per mezzo della popolarissima social utility, spesso additata (anche a ragione…) come istigatrice al cazzeggio piu’ becero durante l’orario lavorativo, mi ha permesso di ottenere un dato prima che questo fosse ufficializzato; per la carita’, il relativo articolo apparso sull’Ansa era molto piu’ dettagliato e prodigo di dettagli (il fatto che non ci sono stati danni, ad esempio), ma fatte le debite proporzioni tra i miei quattro o cinque amici coinvolti che hanno avuto cura di aggiornare il proprio status e la schiera di giornalisti professionisti al soldo dell’agenzia di stampa nazionale credo che l’evento possa essere sufficientemente significativo in merito alla potenzialita’ dello scambio diretto ed in tempo reale tra individui permesso dalla moderna tecnologia web.

Come cantava De Gregori, “la storia siamo noi”. E anche, di conseguenza, il presente. Il fatto di poter essere permanentemente in contatto con amici, conoscenti o sconosciuti sparpagliati sulla superficie terracquea ci garantisce di ottenere, validare, perfezionare l’informazione, pesarne la validita’ e l’attendibilita’, recepire fatti insignificanti o prioritari, combinarli e trarne conclusioni.

E non si pensi che se ne possa fare tranquillamente a meno: che lo vogliamo o meno l’informazione (ed il modo in cui viene presentata) modifica l’ambiente in cui ci muoviamo, basti pensare alle recenti e piu’ volte discusse leggi sull’introduzione delle ronde di cittadini introdotte per far fronte non gia’ all’ondata di violenza che sembra aver invaso le citta’ italiane (nel 2008 si e’ verificato il 10% in meno di stupri) ma appunto perche’ qualcuno ha sentito il bisogno di fornire notizie allarmanti su un fenomeno che anzi era sotto controllo, fomentando l’opinione pubblica e costringendo il Governo ad attuare misure fondamentalmente inutili.

Produciamo ed assorbiamo informazione, talvolta corretta e talvolta erronea (ma questo, come sopra descritto, capita anche con i media canonici e dunque non credo che il problema sia di molto significativo se la sorgente non e’ iscritta all’albo dei giornalisti), essa influenza il nostro pensiero ed il nostro spazio, possiamo vivere il nostro mondo in presa diretta e senza interruzioni pubblicitarie.

L’informazione e’ libera. L’informazione siamo noi.

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