Archive for the 'Libero Software in Libero Stato' Category

La Mia Giurisdizione

16 agosto 2014

 

Penso che tutti i linuxari incalliti abbiano gia’ letto l’annuncio dato dai funzionari del Comune di Torino in merito alla imminente migrazione al desktop Linux. Un evento a modo suo epocale, che, se e quando portato a compimento, stabilirebbe un precedente importante nel mondo della PA italiana.

Ma non e’ di questo che voglio oggi parlare, quanto di cio’ che avviene fuori dai circuiti ufficiali in queste ore.

Trovandomi mio malgrado nell’occhio del ciclone mi e’ capitato di scambiare mail e telefonate con vari colleghi, amici di altre citta’ e rappresentanti di grossi progetti, per cercare sostegno e dare aggiornamenti. Ed in questa fase ho constatato quanto poco la comunita’ nazionale nel suo complesso sia poco organizzata per affrontare situazioni di tale portata. Tra tutti coloro che ho sentito o di cui ho notizia, qualcuno ha ammesso di aver gia’ scritto per fatti suoi al Comune, qualcun’altro vorrebbe farlo (addirittura a nome di se’ stesso), qualcuno avrebbe voluto, chissa’ quanti lo hanno fatto e nessuno lo sa. Eppure io, che leggo la casella di posta pubblica di Officina Informatica Libera (enumerata tra le associazioni linuxofile di Torino sulla LugMap, e dunque presumibilmente direttamente coinvolta nella questione) certo non ho visto transitare nessuna segnalazione. Ne’ mi risulta che l’abbiano ricevuta al GlugTO, il LUG “ufficiale” cittadino, col quale nel giro di quattro giorni abbiamo svolto un primo incontro di coordinamento insieme a NetStudent, ARCI Torino e qualche altro personaggio locale (Prometeo e’ stata altrettanto invitata ma sono ancora in ferie).

Gia’, perche’ a seguito dell’articolo la comunita’ locale si e’ istantaneamente mobilitata prima per stabilire un reciproco contatto interno e poi alzando il telefono e chiamando i vari riferimenti gia’ esistenti tanto in Comune quanto in Regione (n.b. i sistemi informativi di tutti i grossi enti statali piemontesi sono gestiti da un unico consorzio, CSI-Piemonte, facente capo appunto alla Regione) per raccogliere informazioni, stabilire la fondatezza delle dichiarazioni, constatare lo stato di avanzamento di un progetto annunciato in modo completamente inaspettato, e capire in che modo – nel suo piccolo – sostenere l’impresa. Insomma: fare quel che ci aspetti faccia una comunita’ locale.

Si e’ visto in piu’ occasioni: la scarsa cooperazione, la modesta concertazione, l’assenza di referenti unici e, diciamolo, l’abbondante vanita’ di tutti i soggetti che sono o si sentono coinvolti – siano essi qualli localmente toccati da un evento, o quelli di prospettiva nazionale che dunque sono toccati da tutti – determina il fatto che tutti si mettano a mandare mail al primo indirizzo che capita a tiro sul sito dell’istituzione del giorno, autonomamente e indipendentemente e senza dire niente a tutti gli altri, per offrire sostegno, supporto, esprimere solidarieta’, o peggio auto-proclamarsi rappresentanti di tutti gli altri. Col risultato che il suddetto ente, non sapendo o non volendo avere a che fare con cosi’ tante realta’ e non sapendo valutare quali possano effettivamente costituire un reale contributo, finisce con l’ignorare tutti e tirare per la sua strada. Cosi’ accadendo, la comunita’ intera – locale e nazionale – perde opportunita’ per avere un ruolo ed essere determinante nelle scelte, nelle decisioni e nell’implementazione.

Quanto descritto sopra succede a Torino, ma non e’ l’unico esempio attuale: l’altro giorno mi e’ capitato di scrivere in qualita’ di Direttore ILS al LUG di Trieste (che di ILS e’ peraltro associato) per avere un loro commento sulla solo recentemente dichiarata migrazione a OpenOffice, ed e’ emerso che il tecnico comunale che se ne sta occupando e’ stato uno di loro, il progetto e’ iniziato mesi prima della pubblicazione, e loro sono completamente informati su tutto il processo applicato. Magari qualcuno poteva provare a contattarli e provare ad avere dettagli e spiegazioni prima di scrivere lettere aperte

E se si iniziasse a prendere atto del fatto che siamo una comunita’ unica ed articolata? A constatare che, forse, nonostante le lamentazioni, i LUG cittadini ci sono e non e’ cosi’ vero che non servono piu’ a nulla? Del resto, se esistono delle probabilita’ che qualche linuxaro abbia dei contatti privilegiati con la realta’ istituzionale locale di turno, questo qualcuno non puo’ che essere un cittadino della citta’ stessa, magari ha qualche indirizzo mail o qualche numero di telefono piu’ diretti di quelli pubblici, magari sapeva qualcosa pure prima che venisse esposta la notizia al resto del mondo. E magari gli e’ utile ricevere supporto formale da soggetti esterni e rilevanti, da aggregare in un unico blocco da presentare unitariamente al fine di acquisire credibilita’ agli occhi del funzionario statale, il quale a quel punto avra’ un solo interlocutore – il LUG – con cui interfacciarsi e cui chiedere assistenza, consiglio e sostegno.

Magari non sempre andra’ bene come a Torino o a Trieste, non sempre ci saranno LUG effettivamente interessati o disposti o capaci a fungere da ponte, ma certo questa dovrebbe essere la via preferenziale da valutare prima di tutte le altre.

Che lo si voglia o no gli Users Group rappresentano le entita’ amministrative in cui e’ – o dovrebbe essere – diviso il nostro sistema, alla stregua dei comuni nei confronti dello Stato. Per essere un sistema efficiente, abbiamo bisogno di giurisdizioni efficienti.

Secondo Round

9 giugno 2014

Ad inizio maggio il Governo ha lanciato un appello per ricevere dai suoi dipendenti (ma anche dal resto dei cittadini, essendo diventata l’iniziativa cosa di dominio pubblico)  suggerimenti e consigli su come migliorare la Pubblica Amministrazione italiana. E l’altro giorno il Ministero per la Semplificazione ha pubblicato qualche dettaglio sul numero e sui contenuti delle mail ricevute, tra i quali mi sono sinceramente stupito di vedere nell’elenco degli argomenti piu’ spesso citati la voce “Software libero e gratuito nella PA”.

Dati alla mano, non si puo’ negare che questa storia del freesoftware sia (piu’) un tema specifico per smanettoni ed addetti ai lavori: se piu’ di 1000 persone, su 40000 partecipanti (inclusi i tanti che hanno scritto solo per il rinnovo del proprio contratto, richiesta forse legittima ma certo non in linea con lo scopo dell’iniziativa), hanno spontaneamente ed autonomamente avuto lo spirito di comporre una mail di senso compiuto su di esso e spedirla (azione nient’affatto scontata, nell’era del “vaffanculo” dilagante), e’ forse perche’ piu’ persone di quanto non si creda hanno almeno vagamente presente che esiste e che vale la pena sbattersi due minuti per segnalarlo.

Almeno vagamente.

Cio’ che mi pone qualche perplessita’ e’ la dicitura “e gratuito” che accompagna “Software libero”. E l’atroce dubbio e’ che una parte delle suddette 1000 mail (forse addirittura la maggioranza?) siano state motivate non gia’ dalle numerose opportunita’ tecniche offerte dalle licenze libere e dal modello di sviluppo opensource ma piu’ banalmente dal puro e semplice risparmio economico che si trarrebbe usando applicazioni gratuite (quali sono molto spesso le applicazioni libere, ma non solo). Se cosi’ fosse, tutti i proclami sulla competizione, sul lock-in, sulle ricadute locali degli investimenti, sulla trasparenza, sui formati aperti, si risolverebbero presso la pubblica opinione con “LibreOffice e’ aggratis, scaricatevelo”.

Cosa alquanto grave, per due motivi. Primo: Microsoft e compagnia gia’ offrono abitualmente pacchetti scontati per le pubbliche amministrazioni, addirittura gratuiti per le scuole, al fine di mantenere la posizione in settori strategici come l’istruzione (si sa, la prima dose e’ gratis…) e l’amministrazione (che deve relazionarsi con migliaia di altri enti, sia pubblici che soprattutto privati, scambiandosi documenti e dati puntualmente fruibili solo con altri prodotti dello stesso produttore). Penso che in situazione di emergenza, qualora arrivassero pressioni politiche sollecitate dall’opinione di massa, i grandi vendor di soluzioni proprietarie non si farebbero grandi scrupoli a regalare mazzi di licenze in questo ambito, appunto per tutelare i propri interessi di larga scala, nullificando di fatto il vantaggio economico del software libero e facendoci tornare al punto daccapo. Secondo: anche il software libero ha bisogno di soldi, per garantire un livello elevato di qualita’ e di rapidita’ di sviluppo (anche i developers mangiano, a volte), o anche solo per pagare i servizi di installazione, manutenzione, formazione. Non essendoci i costi fissi di licenza, che spesso si reiterano annualmente e non portano alcun valore reale, la spesa totale e’ probabilmente inferiore rispetto all’alternativa proprietaria, ma comunque da qui a “gratis” ce ne corre. E se si instaura l’idea che il software libero e’ sempre e solo gratis, certo nel momento in cui una amministrazione dovesse allocare dei quattrini per le suddette necessarie spese ci sarebbe chi si staccerebbe le vesti per il presunto immotivato magna-magna ed ostacolerebbe l’altresi’ virtuoso investimento: un rischio politico non accettabile.

Appurato che, finalmente, il termine “software libero” e’ diventato di uso popolare, ed altrettanto popolare ne e’ il consenso, piu’ di quanto precedentemente immaginato, e’ forse giunta l’ora di porre un accento piu’ marcato sui suoi effettivi vantaggi e benefici. Non solo quelli relativi al prezzo. Del resto anche il pubblico odierno, oramai avvezzo alla tecnologia digitale ed un poco piu’ abituato che non in passato a concetti prettamente tecnici come “codice sorgente”, e’ forse adesso sufficientemente maturo per cogliere la sfumatura tra “libero” e “gratuito”. E molte altre cose.

Ho speso il weekend per accrocchiare e mettere in bella vista una pagina su linux.it (il sito web di maggior visibilita’ su cui posso metter le mani) che spieghi in modo semplice, per mezzo di schemini, cosa distingue il software libero da cio’ che libero non e’. E dopo aver pubblicato un chiarimento sul sito ILS l’ho pure twittato all’attuale ministra Madia per buona misura. Dall’altra parte, il tema “Community” del prossimo Linux Day si presta ad essere sfruttato per affrontare l’altro grosso fraintendimento che avvolge il software libero – e per estensione il mondo della cultura libera -: la community non esiste se tutti applaudono e pochi partecipano attivamente.

Sembra strano, ma nonostante tutto qualcosina si muove. Abbiam fatto Linux, ora facciamo i linuxari.

Un Garbuglio Azzeccato

25 febbraio 2014

Qualche giorno fa mi sono recato in gita dalle parti di Trento, per vedere il lago di Garda, salutare qualche amico, e scambiare quattro chiacchere con i tecnici di alcuni comuni locali. Il nocciolo della discussione, manco a dirlo, e’ stato il software libero nella pubblica amministrazione.

La buona notizia e’ che da quelle parti piu’ di un ente statale ha adottato la suite LibreOffice – dunque il progetto LibreUmbria benche’ sia certamente il piu’ massivo e popolare non e’ un caso isolato e casuale – e qualcuno azzarda pure la migrazione dei desktop a Linux. La cattiva notizia e’ che anche in tale configurazione gli applicativi specifici e caratterizzanti (anagrafe, tributi, catasto…) sono proprietari, accessibili per mezzo di interfacce web compatibili un po’ con tutto ma comunque irrimediabilmente chiusi.

La suggestione di un ipotetico stack amministrativo opensource ha suscitato reazioni contrastanti. La normativa relativa cambia continuamente, e conseguentemente deve cambiare il software, pertanto un progetto orientato in tal senso dovrebbe necessariamente offrire fiducia e continuita’ – fattore non sempre scontato nel mondo open – per risultare credibile. Oltretutto le licenze per gli applicativi proprietari – che in questo campo abbondano, garantendo livelli di competitivita’ elevati almeno sul fronte monetario – non risultano cosi’ tanto costose da attirare interesse nei confronti di alternative meno onerose, ergo pure la classica – e fallace – argomentazione della gratuita’ o comunque dell’economicita’ del software libero non trova punto di appoggio. Il “riuso” cosi’ come e’ strutturato oggi e’ una bufala (lo immaginavo, ma sentirselo dire da chi lavora nel settore fa un altro effetto), in quanto il passaggio da una istituzione all’altra di un pacchetto software – peraltro non necessariamente fornito con una licenza libera – comunque non disponibile al mondo esterno implica che ci si deve rivolgere al vendor originale – unico in grado di erogare in tempi brevi documentazione, manutenzione e formazione, dunque in posizione di monopolio sul pacchetto stesso – per usarlo.

La morale gia’ nota e’ che di soluzioni libere e aperte non solo non se ne usano, ma proprio non ne esistono. La morale meno nota e’ che mancano i presupposti affinche’ possano esistere.

O forse no.

Oggi nell’algoritmo atto a valutare la convenienza dell’implementare e commercializzare uno stack open appositamente rivolto alla pubblica amministrazione, e nella fattispecie ai comuni, devono necessariamente essere prese in considerazione le Linee Guide recentemente emesse dall’Agenzia per l’Italia Digitale per definire ed inquadrare le gia’ ben nota normativa esistente, che – almeno sulla carta – predilige l’opzione libera e aperta per le esigenze informative dei nostri enti. Di fatto il documento chiude il cerchio legislativo, esplicitando in termini forse non limpidi ma comunque abbastanza chiari che le soluzioni open sono da preferire laddove non sussistano evidenti criticita’ tecniche (e sottolineo “tecniche”: il dipendente che fa i capricci perche’ vuole usare sempre l’unica applicazione cui e’ abituato non deve essere considerata una criticita’). Da qui, una implicazione niente affatto marginale: il primo fornitore che mettera’ nel catalogo CONSIP un pacchetto opensource completo e decentemente funzionante per coprire le esigenze proprie delle amministrazioni avra’ automaticamente vinto tutti i bandi cui partecipera’, ed avra’ ampi margini per far ricorso e portare davanti alla Corte dei Conti tutti coloro che invece non gli assegneranno l’appalto. Forse detta cosi’ e’ un tantino esagerata, ma penso – nella mia infinita ed incrollabile ingenuita’ – non lontanissima dalla realta’.

Prima o dopo qualcuno azzecchera’ il garbuglio e approfittera’ dell’opportunita’ offerta dal vantaggio competitivo che la parola “opensource” sblocca. Tutto sta’ nel vedere chi lo fara’, se una azienda “etica” in grado di abbracciare il modello di sviluppo aperto e condiviso che legittimamente si confa’ al software di pubblica utilita’ e di pubblico interesse, oppure uno speculatore che avra’ l’accortezza di infilare la magica parola nella sua brochure salvo poi non fornire alcuna riga di codice, al cliente o ad altri, forte del fatto che nessuno tra i dipendenti comunali mai gliela chiedera’.

Conoscendo lo scarso spirito imprenditoriale di cui e’ dotata la nostra community, tristemente propendo per la seconda.

Caro Renzi, ti Scrivo (ma non in Word)

14 gennaio 2014

Egregio Dott. Renzi,

mi permetto di distoglierla per qualche minuto dall’analisi e dallo studio delle ben note emergenze che affliggono il nostro – dopotutto – amato Paese per muovere qualche modesta e spero costruttiva osservazione. Del resto, essendo l’Italia una nazione di lamentoni, puo’ non risultare del tutto strano che qualcuno si risenta di una affermazione che, nell’intento, sicuramente voleva invece essere stimolo all’innovazione, alla trasparenza e al cambiamento.

Mi riferisco qui alla oramai celebre frase da lei pronunciata l’altro ieri, come sempre rimbalzata ed amplificata dai media: “Proporremo che il patto di coalizione sia un file Excel”.

Premesso che ritengo faziose e strumentali le repliche ricevute, incentrate piu’ sulla sua sottile e dissacrante battuta in merito al “linguaggio democristianese” che non sul sottinteso – e, almeno da me, gradito – invito ad una maggiore chiarezza di intenti e metodi, vorrei scendere nel merito della figura retorica da lei usata e, nella fattispecie, nel suo soggetto: una applicazione software popolare, che tutti coloro con una minima dimestichezza informatica conoscono, che molti usano, ma che in questa sede involontariamente rappresenta il giogo tecnologico imposto all’Italia e a tutto il nostro settore IT.

Non pretendo di star qui a spiegarle l’esistenza del software libero e dell’opensource, temi che non dubito lei gia’ conosce e magari apprezza (e se no, mi contatti in qualsiasi momento per delucidazioni ed approfondimenti). Piuttosto colgo l’occasione per invitarla a tener presenti tali temi nella sua pianificazione e nei suoi piani strategici, recentemente resi noti dalla parziale pubblicazione del “Jobs Act”:  in modo diretto ed indiretto, l’adozione e la promozione del software libero e opensource puo’ avere un ruolo in piu’ di un punto all’interno del suo programma.

Prima di tutto nella Parte A Punto 3, “Revisione della Spesa”, in quanto si stima che una progressiva migrazione da Microsoft Office a LibreOffice (e dunque anche dal citato Excel a Calc) della nostra pubblica amministrazione comporterebbe un risparmio tra i 300 ed i 600 milioni di euro, e stime meno recenti ma piu’ dettagliate condotte dall’esimio prof. Meo (noto al mondo politico per aver presieduto la Prima Commissione Stanca nel 2002, i cui fondamenti sono ancora oggi presenti nell’odierno Codice dell’Amministrazione Digitale) portano a 3 miliardi l’anno la spesa statale in licenze di software proprietario. Soldi che inevitabilmente finiscono a finanziare ricerca e sviluppo in altri Paesi, soprattutto negli Stati Uniti, lasciando ai nostri giovani, quando va bene, il compito di rispondere agli help desk: la Parte B Punto C, “I nuovi posti di lavoro / ICT”, necessariamente non puo’ ignorare questo netto sbilanciamento tra (grossi) fondi investiti e (scarse) ricadute locali, tantopiu’ alla luce delle opportunita’ esistenti ma negate – per mancanza di formazione ed esperienza – ai nostri rampolli. Infine, i Punti 4 e 7 della Parte A (“Azioni dell’agenda digitale” e “Burocrazia”) davvero non possono, a mio avviso, non passare per la definizione e la standardizzazione di interfacce programmatiche aperte e libere, pubbliche e documentate, che abilitino l’integrazione e l’interazione di componenti software che – indipendentemente dai rispettivi produttori – facilitino ed accelerino la generazione, la validazione e la trasmissione sia delle informazioni utili agli scambi commerciali sia dei metadati amministrativi richiesti dalla normativa.

Chiudo con una segnalazione, ma anche con una ironica provocazione (che, ne sono certo, sapra’ cogliere). Proprio l’altro giorno l’Agenzia per l’Italia Digitale ha divulgato una circolare destinata ai nostri enti pubblici in cui, in ottemperanza all’articolo 68 del gia’ citato Codice dell’Amministrazione Digitale, dettaglia le Linee Guida con cui comparare diverse soluzioni tecnologiche prima di compierne l’acquisto, da cui si evince una spiccata propensione alla scelta di opzioni libere e opensource proprio in virtu’ del loro intrinseco valore economico, tecnico e strategico per il Sistema Paese sul medio e lungo periodo. Mi auguro che anche lei, prima di iniziare a stendere il Patto di Coalizione con Excel, rediga la sua valutazione comparativa tra le diverse alternative software e ne tragga qualche utile spunto.

Cordialmente,

Roberto Guido

Update: l’articolo e’ stato twittato al destinatario.

L’Abuso del Riuso

9 marzo 2013

In dicembre l’Agenzia per l’Italia Digitale ha convocato un “tavolo di lavoro” costituito da esponenti della societa’ civile per discutere i criteri di valutazione delle applicazioni software destinate alla Pubblica Amministrazione previsti dall’articolo 68 del Codice di Amministrazione Digitale, ben noto a gran parte della community linuxara italiana essendo, ai fatti, quello che privilegia l’adozione di software libero e condiviso nelle amministrazioni statali.

ILS ha spedito la propria candidatura ma, dopo aver atteso per un periodo di tempo ben piu’ lungo di quanto preventivato (in quanto, si mormora, all’Agenzia volevano vedere come si sarebbe formato il nuovo Governo prima di prendere iniziative) e’ arrivata notifica negativa in quanto “l’alto numero di candidature pervenute ha determinato la necessità di effettuare una selezione piuttosto ristretta“. Numerosi altri i “trombati” inattesi, tra cui GFOSS (che ha presentato una mail di candidatura identica a quella ILS, voglio sperare che questo non sia stato il motivo determinante dell’accantonamento di entrambe in quanto giudicate poco serie…), ma mi consolo sapendo che comunque qualche valido elemento della scena italica e’ stato approvato e si trovera’ settimana prossima a Roma per dare inizio ai lavori.

Confido che i nostri sappiano esplicitare (e far esplicitare, nel documento attuativo della norma) criteri di selezione solidi, che non lascino spazio a dubbi o interpretazioni creative sul fatto che un dato applicativo proposto in sede di bando statale sia o meno “libero” e dunque da preferire o meno ad altri, e che sappiano tener banco ad eventuali “infiltrati” spediti a partecipare con lo scopo di seminare paura, incertezza e dubbio nei legislatori dell’Agenzia. Scommetto un caffe’ che qualcuno tirera’ fuori la recente storia di Friburgo, dimenticando di dire che e’ quasi l’unico (dopo Vienna) caso europeo in cui la migrazione al freesoftware – ai danni dello stack Microsoft – e’ stata annullata laddove la citta’ di Monaco, il parlamento francese, le scuole islandesi o anche solo la nostrana Regione Umbria hanno operato / stanno operando il passaggio serenamente e con gran soddisfazione.

Ed un poco piu’ intimamente confido che sappiano approfittare dell’opportunita’ per “aggiustare” una delle piu’ grosse mancanze e lacune del famigerato articolo 68 cosi’ come lo conosciamo noi oggi: la totale assenza di parametri di priorita’ per il software sviluppato con un modello opensource.

Inutile nascondere che la politica di riuso del software tra le pubbliche amministrazioni, secondo la quale un pacchetto applicativo fatto sviluppare da un ente deve essere reso disponibile a tutti gli altri in modo che possano a loro volta adottarlo senza ri-accollarsi la spesa dell’implementazione della medesima soluzione e garantendo implicitamente uno straccio di interoperabilita’ tra organi diversi, e’ sempre stata molto poco osservata ed applicata. E questo non lo dico io bensi’ Angelo Raffaele Meo, professore al Politecnico di Torino nonche’ a capo della commissione nazionale che nel 2007 fisso’ i pilastri della normativa italiana per l’adozione del software libero nella PA. Perche’ questo? Un po’ certo per l’innata inclinazione italiana ad ignorare leggi e norme, preferendo sempre e comunque la soluzione piu’ comoda anziche’ quella piu’ conveniente e strategica – nella fattispecie: tenersi ben stretti gli applicativi da sempre utilizzati e considerati familiari senza curarsi minimamente del loro costo reiterato nel tempo o della completa dipendenza tecnologica nei confronti di fornitori via via sempre meno interessati all’innovazione dei propri prodotti -, ma personalmente non penso sia solo questo.

Parte di questo fallimento lo imputo anche, appunto, al fatto che le soluzioni riusabili – che pure esistono, benche’ scarsamente promosse ed evidenziate – siano (talvolta) distribuite con una licenza libera ma quasi mai aperte allo sviluppo opensource, o piu’ genericamente disponibili al pubblico. Comune infatti e’ la pratica di pubblicare descrizioni dei pacchetti disponibili, parametri tecnici sommariamente enumerati, i contatti di una persona di riferimento, e condividere lo stack solo ad altri enti analoghi lasciando tutti gli altri fuori. E per “tutti gli altri” difficilmente intendo “la meravigliosa community opensource che spontaneamente partecipa e fornisce correzioni e miglioramenti sottoforma di patch”, romantica protagonista di una favola propinata da tutti coloro che non hanno mai vissuto la realta’ sulla propria pelle, bensi’ il mercato, vero fulcro di una eventuale ed auspicabile rivoluzione opensource.

Solo nel momento in cui la tecnologia utilizzata sul campo da alcune amministrazioni verra’ messa a disposizione di chiunque, questo chiunque potra’ prenderla, analizzarla, integrarla con altre soluzioni – proprie o prelevate ancora altrove -, estenderla, e proporla ad altre realta’, in primis quelle troppo piccole e/o senza competenze interne capaci di valutare i cataloghi online e trarne qualcosa di utile per se’. Insomma, di fatto, concretizzare il sogno di una digitalizzazione massiva, democratica, interoperabile ed interscambiabile, scalabile, economicamente bilanciata dalla libera competizione ed aperta all’innovazione ed alla “contaminazione”. Fintantoche’ il “riuso” sara’ all’atto pratico un procedimento burocratico delegato alla presunta buona volonta’ di ciascun ente, svolgendosi solo per via indiretta e tra uffici statali, inevitabilmente capitera’ che le piccole amministrazioni resteranno isolate ed incapaci di attingere dal patrimonio comune, non si creeranno mai le indispensabili e complementari competenze tecniche specializzate a loro volta riusabili e spendibili, le persone indicate come riferimenti nella documentazione spariranno ed i pacchetti assegnati diventeranno non piu’ reperibili. Mandando all’aria tutti i buoni propositi originali, ancora una volta lodevoli sulla carta ma ben lontani dalle aspettative una volta attuati.

Questo e’, secondo me, uno dei punti strategici del tavolo di lavoro dell’Agenzia: qualificare l’opensource come criterio di valutazione. O almeno come vincolo da perseguire da parte delle amministrazioni che acquisiscano soluzioni libere, affinche’ materialmente pubblichino i loro prodotti informatici integralmente anziche’ delle mere e sostanzialmente inutili brochure con cui poi vantarsi di “fare riuso”. Il termine e’ gia’ stato fin troppo abusato sino ad ora, e’ forse ora di smettere di parlarne e farlo davvero.

Attitudine Vestigiale

25 luglio 2012

Molto spesso, per non dire sempre, quando su una mailing list di nerd linuxari si tocca l’argomento “migrazione delle imprese e/o della pubblica amministrazione” la discussione finisce col degenerare nell’invettiva generalista. “I dirigenti sono ottusi”, “No, i dipendenti sono ottusi”, “Se gli cambi Office si lamentano”, “Non capiscono niente”. E via dicendo.

Tutte affermazioni in linea di principio fondate (magari formulate in modo sommario, ma che fanno riferimento ad un fenomeno ben noto: l’inerzia), almeno nel 95% dei casi. Dopodiche’ esiste un 5% di casi che nessuno e’ in grado di affrontare, e che trovano il tipico linuxaro entusiasta completamente spaesato e privo di appigli. Sono i casi in cui e’ il dirigente dell’impresa e/o dell’ufficio pubblico che dice “Software libero? Opensource? Bellissimo! Da dove iniziamo?”.

Negli ultimi mesi mi sono capitati all’orecchio almeno quattro casi di funzionari di piccoli comuni che, convintisi della bonta’ e delle virtu’ del freesoftware, hanno chiesto lumi. Un consigliere di un centro siciliano, non sapendo a chi rivolgersi, ha scritto al form di contatti sul sito del LinuxDay (cui rispondiamo a turno Napo ed io); una consigliera di un altro comune negli immediati pressi di Torino l’ho incontrata alla ConfSL 2012 di Ancona; un altro ancora nell’alto mantovano si e’ appellato all’amico Fausto del LugMAN; il quarto ha scritto sulla mailing list Discussioni@AsSoLi. Quattro casi, richieste piu’ o meno simili, stessa reazione: “Boh!”. Pare non esistere una completa soluzione libera dedicata ai comuni che contempli gli applicativi essenziali (anagrafe, catasto, tributi…), se esiste nessuno ne ha mai sentito parlare, la fatidica legge sul riuso software viene puntualmente menzionata come riempitivo ma tutti sappiamo che muoversi nella giungla frammentata di offerte (molte delle quali peraltro nient’affatto libere) non e’ assolutamente facile neppure per un addetto ai lavori. Al promotore della liberta’ digitale improvvisatosi consulente non resta che citare i sempreverdi LibreOffice, Firefox e Thunderbird, e sperare che tale modesta risposta possa bastare per almeno far avviare il processo di migrazione salvo intimamente auspicare che il benintenzionato interlocutore si rivolga a qualcun’altro per ottenere indicazioni piu’ precise e puntuali la volta successiva.

Ancor piu’ grave e’ quando si discutono tali argomenti con qualche personaggio rilevante. A me e’ capitato l’altro giorno con l’Assessore al Lavoro della Provincia di Torino. Ho chiesto un appuntamento con l’intenzione di rastrellare qualche risorsa per il Linux Day sabaudo (ovvero il patrocinio dell’ente, una dritta su eventuali contenuti “istituzionali” e qualche contatto consono al tema dell’edizione 2012 della manifestazione nazionale) ma comunque mantenendo un profilo basso, sono stato ricevuto, ho spiegato il come ed il perche’, e laddove mi sarei aspettato una qualche innocua domanda di pura astrazione teorica – campo in cui i freesoftware advocate eccellono – il buon Assessore si e’ confessato sostenitore in-pectore della Causa e si e’ quasi stupito della limitatezza delle mie richieste. E’ finita con un pacco di contatti (CNA provinciale, Camera di Commercio di Torino, e l’impegno ad organizzarmi un altro incontro pure con l’Assesore alle Attivita’ Produttive) e la suggestione di un corso di formazione finanziato dalla Provincia stessa su strumenti open professionali. Insomma: non gli ho chiesto niente e m’ha dato tutto quello che gli passava per la testa. E’ forse lecito chiedersi cosa avrei ottenuto se avessi portato delle proposte mirate.

Ed il punto sta tutto qui: nella concretezza.

Dopo anni e anni passati a cercare di convincere il prossimo sulle virtu’ del software libero, qualcuno incredibilmente sta iniziando a crederci sul serio. E non siamo (io, ma anche molti altri. Quel che e’ successo a me in Provincia e’ capitato non molto tempo fa ad altri a Roma…) minimamente preparati a cio’. Le dichiarazioni di principi non bastano piu': ora ci vogliono le soluzioni. Quelle pratiche, materiali, tangibili, da installare sulle workstation e nei CED. Molto spesso tali soluzioni o non esistono o sono ben nascoste. E di certo non si puo’ chiedere all’ente di turno di accollarsi in toto la spesa per farne svilupparne daccapo. Forse si potrebbe far leva sui famigerati articoli 68 e 69 del Codice di Amministrazione Digitale, quelli che dicono che quando una amministrazione acquista un prodotto software ne acquisisce anche il sorgente, ma questo vorrebbe dire scaricare il barile a funzionari che non necessariamente hanno competenze sufficienti ad affrontare la questione e si trovano quasi sempre in posizione di gia’ perpetrato vendor lock-in. Sarebbe come dire: “Io ho voluto la bicicletta, adesso pedali”.

Stesso ragionamento si puo’ applicare non solo al prodotto software in se’ quanto al contorno. Al modello economico correlato, alle strategie di riferimento, ai progetti su medio e lungo periodo. Tutti sappiamo (!) che un ecosistema ICT basato su software libero favorisce e stimola la competitivita’, l’innovazione, l’interoperabilita’ e lo sviluppo locale, ma nel Manuale del Perfetto Linuxaro nessuno ha scritto l’appendice che dice da dove si inizia, quali sono i primi passi da effettuare, quali sono i piu’ comuni problemi e quali sono i piu’ comuni approcci. Sappiamo qual’e’ l’obiettivo, ma non sappiamo qual’e’ la strada per arrivarci. Ce la dobbiamo inventare, non senza un po’ di fantasia.

Ho iniziato a drizzare le antenne, per capire cosa realmente c’e’ e cosa realmente non c’e’ al di la’ della retorica. C’e’ in corso una esperienza del LUG di Avola (giovine gruppo recentemente ammesso in LugMap) che sta dando una mano per il rifacimento del sito della propria citta’ seguendo tutti i crismi amministrativi ma anche quelli della riusabilita’ del software. Ci sono numeri statistici – aggregati e non particolarmente dettagliati, ma comunque interessanti – sulle esigenze di aziende e PA, almeno qui in Piemonte. E d’altro canto, come detto, qua e la’ ci sono funzionari e dirigenti ben disposti a dire la loro, se si ha il buon senso di starli a sentire senza la pretesa di andargli ad insegnare qualcosa.

Penso sia ora di disfarsi dell’antica attitudine all’approccio teorico e filosofico. Essa poteva andar bene quando eravamo pochi e inberbi, e ci dovevamo sperticare per comunicare il nostro messaggio. Il messaggio e’ passato, ora tocca a tutto il resto.

La Sequenza Corretta

26 novembre 2011

Il 5 agosto scrissi un post non particolarmente lusinghiero nei confronti di alcuni servizi web di pseudo-e-government che invitavano alla trasparenza senza essere a loro volta trasparenti, chiusi tanto nel codice quanto nei dati raccolti. Tra questi, anche DecoroUrbano.

Il 29 settembre ricevetti il primo contatto da parte di una persona addetta presso MaioraLabs, societa’ che produce e hosta lo stesso DecoroUrbano: molto cordialmente mi fece intendere di aver letto il mio articolo e mi annunciava in anteprima che non solo la piattaforma stava per essere rilasciata in licenza opensource, ma che l’intero progetto sarebbe stato incluso in una misteriosa (all’epoca dei fatti) fondazione “per creare una suite di applicazioni per i comuni“. Il 3 ottobre venne pubblicato l’annuncio ufficiale sul sito e sulla relativa pagina Facebook. Il 18 ottobre la fondazione Wikitalia e’ stata svelata ai media.

Piu’ di un mese dopo, del codice e dei dati non c’e’ traccia. Il sito Wikitalia continua ad essere povero di contenuti, il link “Open DU” nel footer delle pagine di DecoroUrbano continua a linkare alla dichiarazione di intenti originale.

A questo punto potrei scrivere “Ve lo avevo detto” e concludere il post. Ma ci sono numerosi altri dettagli. E, dopotutto, non e’ nel mio stile scrivere pezzi cosi’ brevi.

Presso il pubblico la popolarita’ del progetto cresce e la summenzionata pagina Facebook pullula di segnalazioni di persone che hanno invitato i rispettivi comuni ad aderire (da notare che la maggior parte di questi commenti arrivano da accounts che riconducono al Movimento a 5 Stelle, che gia’ ha dato prova di avere scarsa cognizione degli strumenti partecipativi digitali nonostante le sue radici telematiche). Come volevasi dimostrare l’opportunita’ di lamentarsi delle buche nella strada viene prima dell’idea di gestire tali lamentele in maniera sistematica e strutturale – accedendo ai dati grezzi ed integrandoli con altri strumenti – magari con la velleita’ di porvi rimedio.

Dall’altra parte, cogliendo nell’aria l’imminenza della fondazione Wikitalia iniziai con anticipo a tastare il terreno in giro, e per vie private ero gia’ ero stato allertato della scarsa consistenza dell’intera baracca non da una ma da ben due distinte persone informate dei fatti, esponenti dell’intelligentsia tecnofila nostrana. Una si e’ limitata a biasimare l’ennesima iniziativa rivolta a far proprio il vessillo – altamente abusato – del movimento opendata; l’altra ha commentato in modo piu’ deciso con “Bellissima iniziativa, ma non c’e’ assolutamente niente” ed un piu’ sibillino “C’e’ Riccardo Luna dietro… E’ tutto un programma…”. Parole non incoraggianti, ma che fanno capire come anche presso gli Illuministi dell’era post-moderna si inizi a percepire quel che e’ noto da sempre presso gli smanettoni: i proclami non servono a nulla se non sono seguiti – o meglio ancora anticipati – da un riscontro concreto.

Nel mezzo, la politica. Perche’ quando si parla di e-Government, inevitabilmente prima o dopo si arriva alla politica. E’ noto, in quanto pubblicato sui giornali, il dato che diverse citta’ hanno “aderito” al progetto, sebbene non sia esplicitato da nessuna parte in cosa consista tale “adesione”. Tra i comuni partecipanti, anche Torino. Il di cui Assessore ai Servizi Informativi, Stefano Gallo, ha ricevuto visita di un paio di portavoce circa a meta’ settembre. Forse per spiegargli l’idea e ricevere la sua “benedizione”, o forse per ufficializzare l’adozione della piattaforma da parte della citta’, o forse per avere un nullaosta con cui presentarsi presso i locali enti di manutenzione urbana (Amiat, Iren, Smat e compagnia) e pianificare l’integrazione dei rispettivi help desk con le segnalazioni raccimolate su DecoroUrbano. Non e’ dato saperlo.

Dal basso della mia posizione di “smanettone di periferia” credo che l’approccio a questo genere di questioni dovrebbe essere un altro. Non perche’ io ho ragione e gli altri hanno torto, ma perche’ se si fanno propri certi principi sulla trasparenza e sull’operativita’ si dovrebbe essere anche in grado di sapervi aderire in prima persona, coi fatti tangibili prima che con le parole. Prima si mette insieme una beta dello strumento, poi ne si pubblica il codice in un repository, dopodiche’ si fanno gli annunci ed infine ci si rivolge agli stakeholders istituzionali. Mi pare una modalita’ sufficientemente logica, entro cui e’ possibile gestire eventuali ritardi e complicazioni (che legittimamente possono sempre avvenire) senza venir meno alle promesse e senza doversi inventare scuse all’ultimo momento, e che garantisce un minimo di credibilita’ a chi sta agendo – come dice di fare – sul campo ed in nome del bene comune. Ogni altro percorso, soprattutto quelli che all’interno di un progetto forzatamente etichettato come “open” prevedono l’atto della pubblicazione del codice come ultimo step a bassa priorita’, non rientrano nella mia personale definizione di “funzionale”.

Ma c’e’ una sequenza corretta per ogni esigenza. Una per fare le cose, un’altra per raccontarle.

Servizio Ludico

12 novembre 2011

Qualche tempo fa mi e’ gia’ capitato di commentare la distanza abissale esistente tra tecnici (che fanno le cose) e classe dirigente (che decide quali cose vanno fatte), e ne e’ emerso che la cattiva interpretazione dei requisiti minimi tecnologici per la corretta implementazione di quel che universalmente viene definito come “e-Democracy” produce una serie di danni infinita, dallo sperpero di risorse (sempre e rigorosamente pubbliche) al lock-in delle informazioni vitali presso vendor commerciali spesso senza particolari scrupoli. Fino a qui si potrebbe imputare la causa del diffuso fraintendimento alla pura e semplice ignoranza: il politico non sa di cosa sta parlando, ergo navigando a vista finisce con l’optare per la scelta piu’ immediata e conveniente (e.g. la mappa Google su cui segnalare le buche nella strada) ma assolutamente inutile in una visione strategica di medio e lungo termine. Ma, purtroppo, sembra non essere cosi’ tanto facile.

L’altro giorno ho avuto il piacere di incontrare per la prima volta Enzo Lavolta, Assessore all’Innovazione del Comune di Torino. Quasi non sembra un politico vero: giovane, diretto, dinamico, con inventiva, capisce le cose senza spiegargliele, e pur non essendo un tecnico ha una idea abbastanza precisa di quel che ascolta e dice. Tra una parola e l’altra si e’ arrivati al tema “opendata”, ed ho avuto modo di avere una conferma pratica ad una mia vecchia perplessita’.

Noi tutti sappiamo che la disponibilita’ di dati raw, strutturati e non formattati, intrecciabili e confrontabili, permette di avere visione di insieme su una quantita’ arbitraria di fattori e, con un poco di fantasia ed iniziativa, possono essere un insostituibile strumento sia per prendere decisioni che per misurare l’efficacia delle stesse. Questa e’ una nozione che da sempre accompagna ogni appello per la liberazione dei dati, e pure il summenzionato assessore pare averla assorbita e compresa.

Ma… Una cosa sono i dati, un’altra cosa e’ mettergli un “open” davanti.

Senza entrare nel merito, la sensazione avuta e’ che il nostro abbia scarsa fiducia nei confronti della comunita’ di smanettoni (e, per estensione, in tutto i potenziali fruitori tecnologici al di fuori della ristretta cerchia istituzionale). Non per partito preso o per alterigia, ma per un semplicissimo e facilmente intuibile motivo: sull’Internet, piu’ che mappe coi pallini colorati e infografiche fighette ma di limitato valore conoscitivo si trova ben poco. Pertanto, la percezione che si ha e’ che i nerd – e l’intelligentsia tecnofila – rompano tanto le scatole per avere i dati ma che alla fine non sappiano farci null’altro oltre che giocarci dunque tanto vale prendersi la briga di fornirglieli.

Chi sta dall’altra parte potrebbe obiettare “I dati ad oggi a disposizione sono scarsi, spesso non strutturati a modo, aggregati in macro-aree, impossibile farci qualcosa che abbia una ricaduta pratica se non appunto qualche applicazioncina ludica”, ma la situazione di stallo e’ evidente: le cose interessanti si fanno con piu’ dati, piu’ dati sono rilasciati quando c’e’ l’evidenza che ci si fa davvero qualcosa di interessante.

Tutti coloro che davvero hanno a cuore l’apertura pubblica delle informazioni nella loro forma piu’ grezza (e dunque piu’ versatile) possibile da parte delle pubbliche amministrazioni dovrebbero smettere di stare a raccontarla tanto, ripetendo fino alla nausea “sono importanti, sono importanti, sono importanti…”, perche’ che siano importanti da qualcuno e’ gia’ stato recepito, ma fattivamente dimostrare la loro utilita’. Come al solito: una opera compiuta vale piu’ di mille parole. E non mi riferisco ad una ennesima visualizzazione con l’ennesima libreria HTML5 tutta colorata ed animata, ma ad una applicazione che porti ad un risultato concreto. Certo non e’ semplice, in quanto come detto sopra i dataset oggi a portata degli innovatori nostrani sono molto spesso una presa per i fondelli e trovare qualcosa di abbastanza preciso da costruirci qualcosa di pragmatico risulta una impresa a se’, ma allo stato attuale e’ fortemente necessario un atto dimostrativo, una prova di forza, che una volta per tutte possa chiarire il concetto per cui se col poco esistente si riesce a fare molto non resta che immaginarsi cosa si potrebbe fare se a disposizione ci fosse tutto.

E realizzare, cosi’, che i passatempi ludici degli smanettoni possono essere anche un servizio per la collettivita’.

Quale Strada?

8 maggio 2011

Nelle ultime settimane il mio grado di sconforto nei confronti dell’intero panorama comunitario e del suo teorico indotto e’ salito a livelli allarmanti, in quanto ho rapidamente esplorato e trovato sbarrate tutte le strade che avrei potuto percorrere. Il contesto e’ quello della gia’ menzionata legge regionale 9/2009, quella per il supporto e la diffusione del software libero in Piemonte, approvata presso il Consiglio della Regione piu’ di due anni fa’ e sinora neppure lontanamente toccata sul piano pratico.

In primis mi sono rivolto ai tecnici.

Secondo il decreto attuativo predisposto per la legge (DGR 8-12657 del 30 ottobre 2009) una delle prime misure cui provvedere entro la fine del 2010 doveva essere la stesura di un catalogo di software libero dedicato alla scuola. Qualcosa che difficilmente puo’ essere piu’ complicato di un copia&incolla dal Dossier Scuola pubblicato da ILS. In occasione dell’EOLE 2010 a Torino seppi che se ne stava occupando il Laboratorio ICT della Regione Piemonte e mi sono fatto dare gli estremi del responsabile del progetto: alla prima mail (del 1 dicembre 2010) non ha mai risposto, alla seconda (del 9 marzo 2011) ha replicato che dovevano ancora essere coinvolti “gli attori istituzionali coinvolti” ovvero, detto in altre parole, non avevano ancora iniziato a fare assolutamente nulla. Quando gli ho nuovamente scritto per chiedergli un appuntamento dal vivo onde ricevere chiarimenti, nuovamente e’ scomparso. Un vicolo cieco. E dire che il direttore del Laboratorio ICT, tal Roberto Moriondo, mi e’ stato indicato dal prof. Raffaele Meo in persona (personaggio che non dovrebbe necessitare di presentazioni su codesto blog) come “linuxaro d’eccellenza”, persona fidatissima ed al servizio della Causa: quel che ho visto (o meglio, non ho visto) fino a questo momento sembra confutare completamente tale presentazione, e vien da chiedersi cosa ci si puo’ aspettare se persino quelli che sono i capisaldi della community dimostrano la piu’ totale inattivita’.

Proviamo con la politica.

Da sempre critico l’iniziativa “Caro Candidato” promossa da AsSoLi, in quanto mi e’ sempre sembrata una operazione monca, poco credibile e priva dell’unica componente realmente rilevante, quella della vigilanza sulle promesse espresse dai candidati in sede di campagna elettorale. Ma poiche’ a criticare e basta son buoni tutti ho ben deciso di sperimentare a mia volta una analoga forma di pressione sugli aspiranti rappresentanti politici per vedere cosa ne saltava fuori. Giovedi 5 maggio ho organizzato, col cappello di Officina Informatica Libera, un confronto coi candidati alle imminenti elezioni comunali di Torino sul tema dell’innovazione e, piu’ nello specifico, sul wireless pubblico e sul software libero in amministrazione. Abbiam fatto le cose per bene, agendo per mezzo di contatti personali per raggiungere i vari partiti ed anzi andando pure a parlare personalmente con alcuni di essi. Meta’ degli schieramenti (tutta l’ala destra) non ha affatto risposto all’appello. Dei restanti, meta’ ha confermato l’appuntamento per poi bidonarlo all’ultimo minuto. Dei restanti, meta’ ha mandato candidati completamente impreparati (sebbene per pieta’ gli avessi mandato via mail le domande che sarebbero state poste) ed anzi poco convincenti su qualsiasi fronte anche non tecnologico. Ai fatti l’unico che sapeva cosa stava dicendo e’ stato Vittorio Bertola, candidato sindaco per conto del Movimento a 5 Stelle (che gia’ ho avuto modo di commentare su questo blog quando candidato non era), cui e’ stato alla peggio affiancato un altrettanto preparato rappresentante del Partito Democratico che con le elezioni non c’entrava nulla ma che si trovava in loco per tutt’altro motivo. Particolarmente interessante e’ stata la presenza del ben noto avvocato Ciurcina, primo promotore della suddetta campagna “Caro Candidato” invitato all’evento e che il giorno prima ha chiesto di portare un altro candidato al confronto: Mario Trematore, gia’ firmatario dell’appello per il freesoftware, ma all’atto pratico incapace di formulare un giudizio proprio su qualsiasi tema vagamente correlato all’innovazione; quando gli ho chiesto la sua posizione sul wireless pubblico e’ partito per la tangente raccontando la sua visione spirituale della liberta’ del software, ho dovuto strappargli il microfono di mano per rimetterlo in carreggiata. Se questi sono i rappresentanti politici schierati al nostro fianco, possiamo metterci subito una pietra sopra.

Michele, socio dell’Officina Informatica presente al fallimentare evento, ha tentato di rincuorarmi sostenendo che appunto a seguito di questa (ridondante) dimostrazione dello scarso interesse riposto dalla politica su temi a noi cari e’ evidente che sia compito della societa’ civile mettere il dito nella piaga e far emergere i problemi e le soluzioni. Ma dov’e’ la societa’ civile?

Il 18 aprile 2011 la Regione Piemonte ha presentato il Piano Triennale per l’ICT, una maxi manovra da 150 milioni di euro che, almeno sulla carta, con qualche pretesto dovrebbero essere elargiti alle imprese tecnologiche del territorio (sebbene c’e’ chi giustamente prevede che finiranno in tasca ai soliti). All’interno del documento non v’e’ la benche’ minima menzione al software libero, sebbene appunto secondo la legge 9/2009 (piu’ precisamente, secondo l’articolo 6) tutto quello che verra’ implementato con quei quattrini dovra’ essere poi rilasciato pubblicamente. Il 21 aprile ho portato la questione sulla mailing list dei LUG piemontesi, aperta qualche mese fa’ appunto per discutere dell’applicazione pratica della legge ma sinora rimasta pressoche’ immobile e/o in contemplazione di se’ stessa, proponendo di fare una cosa molto semplice: un comunicato stampa unificato con cui esprimere il nostro disappunto in merito a codesta mancanza e rammentare che nella formulazione dei bandi di assegnazione del tesoretto si dovra’ esplicitare l’obbligo dell’adozione di licenze free. Una azione estremamente blanda, di bassissimo profilo, per molti versi inutile, ma avanzata proprio nella convinzione che piu’ di questo non e’ possibile cavar fuori da quelli che sinora non sono stati neanche in grado di formulare posizioni non dico “forti” ma almeno “chiare”. Ad oggi, 8 maggio, ho ricevuto due adesioni. Una e’ indirettamente la mia (a nome della gia’ citata Officina Informatica Libera), l’altra del Progetto Radis di Asti. Lo SLiP di Pinerolo aderira’ solo dopo aver discusso e votato la cosa in assemblea: ci sarebbe da dire molto su una associazione che, pur facendo della tecnologia e del suo utilizzo consapevole il proprio cavallo di battaglia, preferisce l’alzata di mano alla firma digitale GPG, ma per stavolta sorvolo. Altri due gruppi hanno espresso un vago interesse e sono spariti nel nulla. Tutti gli altri (tre) hanno taciuto. Sebbene i LUG dovrebbero essere la porzione di “societa’ civile” maggiormente interessata a far sentire la propria voce in merito, a scassare i maroni a destra e a manca affinche’ il software libero prosperi e dilaghi in ogni dove, a mettere – come si diceva sopra – tutte e dieci le dita in tutte le piaghe esistenti e addirittura a fornire le soluzioni piu’ innovative e creative, si vede qui come ai fatti tutto cio’ non interessi a nessuno, come nessuno abbia la benche’ minima voglia di essere coinvolto o peggio di compromettersi in questioni che evidentemente si ritengono troppo distanti dal proprio gruppetto di amici che giocano a fare gli hackers. Sempre tutti pronti ad indignarsi in mailing list, tutti pronti ad applaudire i microscopici progressi operati da qualcun’altro, ma di attivarsi in prima persona – o di fare qualcosa piu’ che firmare una petizione online senza alcun valore – non se ne parla neanche. Anche questa sembra una strada senza uscita, una opzione che non solo non produce i risultati che legittimamente ci si dovrebbero aspettare ma neanche quel minimo che giustificherebbe lo sforzo.

Non resta che il mondo dell’impresa.

Ammetto di non aver insistito oltremodo su questo fronte, in quanto i miei contatti personali sono piuttosto scarsi e spesso lo considero a priori una perdita a seguito del gia’ tentato (e fallito) esperimento di floss.piemonte.it (nato nel 2007 come associazione di aziende opensource piemontesi, non e’ mai andato oltre un paio di riunioni nella prima settimana di vita), ma come sempre tentar non nuoce ed un paio di mail le mando comunque. Nello specifico ho inviato un messaggio al mio imprenditore freesoftware preferito, Fabrizio Reale di Redomino, per chiedergli un parere sul sopra descritto Piano ICT e per ufficiosamente tastare il terreno per valutare la possibilita’ di dirottare il comunicato originariamente pensato per i LUG alle imprese attive sul campo, ma la replica e’ stata perentoria: se e’ un progetto della Regione c’e’ di mezzo CSI, e se c’e’ di mezzo CSI me ne tengo alla larga. Stando a quanto ho recepito negli ultimi anni un po’ tutti i professionisti ICT locali sono nella stessa posizione: hanno gia’ in qualche modo approcciato il potente ed onnipotente maxi-consorzio para-statale para-culato mangia-quattrini che monopolizza il settore, ne sono stati pesantemente raggirati e/o sono stati sfruttati oltre i limiti del tollerabile, e non ci tengono affatto a replicare l’esperienza. Anche se questo implica rinunciare a fondi milionari, o lasciare lo sviluppo tecnologico della Regione al primo che passa (o, peggio, all’amico del nipote del cugino…). In fin dei conti neppure mi sento di bustigare e stuzzicare piu’ di tanto quei pochi che per il software libero gia’ hanno dato (e per cui magari ci hanno pure perso), e che ci credono cosi’ tanto da far dipendere il proprio pane da esso.

A questo punto credo di averle provate tutte, e di non essere riuscito in niente. Ci fosse almeno un campo, una nicchia che offrisse maggiori appigli e maggiori speranze mi dedicherei solo a quello, ma evidentemente non c’e’. Le possibilita’ si riducono a due: lasciar perdere, o continuare a perseverare a turno su tutti. Ovviamente opto per la seconda, ma non nascondo che la mole di insuccessi che continuo ad accumulare stiano lentamente logorando il mio stesso entusiasmo.

Codice & Codice

8 dicembre 2010

Nei giorni 29 e 30 novembre si e’ svolta a Torino l’edizione 2010 dell’European Opensource & Freesoftware Law Event, per gli amici “EOLE”. Tema dell’anno, scelto in funzione della location e della “recente” legge regionale piemontese 9/2009: il software libero nella pubblica amministrazione.

Chiaramente non potevo mancare. Sebbene debba confessare che solo una parte del mio interesse era dedicata ai contenuti in scaletta: buona parte della mia motivazione e’ stata indotta dall’opportunita’ di scambiare quattro chiacchere con personaggi interessanti ai fini della analisi dell’effettivo grado di penetrazione della suddetta legge, che come gia’ abbiamo visto pare languire, e per raccogliere qualche spunto e qualche dritta. Come politico me la cavo maluccio, ma qualcosa e’ comunque saltata fuori.

Sugli interventi ufficiali non mi soffermo a lungo, mi basta dire che notevole e’ la quantita’ di progetti gia’ esistenti in vari Paesi sia europei che non completamente immolati all’introduzione di software libero nella pubblica amministrazione. Non so quali risultati oggettivi abbiano realmente ottenuto (tecnicamente anche in Italia ne esistono, tutti con scarse produzioni), chiaramente quando uno dei responsabili presenta la sua creatura su un palco non puo’ fare a meno di lodarla in lungo ed in largo indipendentemente da quali traguardi sono stati raggiunti, ma c0munque e’ interessante che ci siano. Degni di nota: la piattaforma OSOR.eu, che sostanzialmente e’ “il SourceForge per il settore pubblico in Europa” e potrebbe contenere qualcosa di potenzialmente interessante (se solo fosse un poco meglio indicizzato…), e la EUPL, stravagante licenza aspramente criticata nel secondo giorno di lavori in quanto a detta degli avvocati presenti non tutela le volonta’ dello sviluppatore originale permettendo eccessiva flessibilita’ nel ri-licenziare il codice.

Presenti, oltre all’avvocato Ciurcina (ex presidente di AsSoLi, e sostanziale organizzatore dell’evento) e al professor Meo (professore al Politecnico di Torino, che ha avuto un ruolo decisivo nella stesura della normativa nazionale sul software libero sinora bellamente ignorata da qualsiasi ente), anche Renzo Davoli (attuale presidente di AsSoLi), Italo Vignoli (presidente di PLIO), Carlo Piana (noto all’interno della community per i suoi alti e bassi nella lotta legale contro i brevetti software) e qualche altro volto conosciuto. Il Davoli e’ stato critico nei confronti dell’esposizione dei portavoce nostrani ed in particolare di Ida Vana, assessore della Provincia di Torino che gia’ abbiamo avuto modo di commentare qui, la quale sembrava afflitta dall’obbligo della migrazione al software libero piu’ che contenta per le nuove prospettive offerte dall’operazione; Meo ha mosso qualche commento ironico sul nuovo direttore del CSI-Piemonte (di cui parliamo dopo), il quale pare che sin dal primo giorno del suo mandato non si sia dimostrato incline al freesoftware; a Ciurcina avrei voluto chiedere qualcosa in piu’ sull’Associazione Imprese Software Libero, annunciata quasi in sordina ad ottobre e di cui ad oggi ancora nulla si sa, ma non mi sembrava il caso di disturbarlo dalle sue veci di “padrone di casa” nei confronti degli ospiti internazionali intervenuti all’evento.

Una parola di riguardo la merito, appunto, il CSI-Piemonte. Presente all’evento era Stefano De Capitani, recentemente nominato alla guida del consorzio tecnologico pedemontano e dunque, almeno in teoria, personaggio chiave per una rapida attuazione della legge regionale sul software libero. Ha espresso diversi dubbi, del resto in buona parte condivisibili, sui grattacapi derivanti da una migrazione invasiva nei confronti del mercato e degli utilizzatori, abituati da sempre a ben precise piattaforme operative e a ben precisi strumenti produttivi, ma alla mia esplicita domanda se fosse possibile rilasciare il codice del software gia’ sinora prodotto ed ampiamente utilizzato mi ha risposto che sarebbe stato possibile ma non sarebbe stato fatto in quanto “tali prodotti non sono stati realizzati nella prospettiva di renderli pubblici” (che in termini diplomatici vuol dire “li abbiamo scritti alla meno peggio e se qualcuno ne vedesse i sorgenti faremmo una figuraccia”). Sempre del CSI-Piemonte e’ intervenuto pure tal Pier Paolo Gruero, che ha presentato un utilissimo framework per la convergenza di diversi canali di comunicazione (mail, instant messaging, VoIP…) prima lasciando intendere che fosse produzione interna all’azienda, poi precisando che si tratta di un prodotto open realizzato da altri di nome “OpenUC”, ma col senno di poi constato che l’unico “OpenUC” di cui riesco a trovare traccia con caratteristiche simili a quanto elencato in sede di talk non e’cosi’ tanto open (si appoggia su componenti liberi, ma libero non e’). Vabbe’, ci ha provato…

Parentesi anche per il Laboratorio ICT della Regione Piemonte, che in questo momento, pur con tutti i limiti del caso (si tratta pur sempre di una succursale di un ente statale, dunque coi suoi tempi e le sue modalita’ ed i suoi vezzi), sembrerebbe essere il migliore alleato per l’avanzamento dei lavori per la legge sul software libero. Stando a quanto recepito, e nonostante sinora abbia ricevuto solo risposte negative dalle associazioni di docenti che avrebbero dovuto essere coinvolte, presso tale struttura qualcuno sta davvero lavorando sul catalogo di freesoftware per la scuola previsto dalle norme attuative della 9/2009 (documento datato 30 novembre 2009); perdendomi a discutere con altri mi e’ sfuggito colui che mi e’ stato indicato come responsabile della cosa, il quale al momento non ha ancora risposto alle domande che gli ho sottoposto via mail, ma tanto quanto adesso ho una persona cui rompere le scatole per sapere come, quando e perche’.

In conclusione, una chicca assolutamente non confermata proveniente da fonte anonima: la Regione intende giustificare il forte ritardo nell’erogazione dei finanziamenti previsti dalla sua stessa legge (500.000 euro all’anno, che non si sono visti ne’ nel 2009 ne’ nel 2010) con un “disguido”. Ora: d’accordo che la burocrazia e’ lenta ed articolata, pero’ almeno una scusa migliore potevano far lo sforzo di inventarla.

Come probabilmente speravano gli organizzatori, l’EOLE 2010 a Torino e’ stata una buona occasione per approfondire un poco sulla situazione locale. Forse i miei metodi non sono stati particolarmente convenzionali, essendo piombato piu’ di una volta dinnanzi a perfetti sconosciuti per fare domande non propriamente “rilassate”, ma almeno non son stato sbattuto fuori ed e’ gia’ un successo.

Dopo due giorni di codici legali, torno al codice sorgente.

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