Archive for the 'Libero Software in Libero Stato' Category

L’Abuso del Riuso

9 marzo 2013

In dicembre l’Agenzia per l’Italia Digitale ha convocato un “tavolo di lavoro” costituito da esponenti della societa’ civile per discutere i criteri di valutazione delle applicazioni software destinate alla Pubblica Amministrazione previsti dall’articolo 68 del Codice di Amministrazione Digitale, ben noto a gran parte della community linuxara italiana essendo, ai fatti, quello che privilegia l’adozione di software libero e condiviso nelle amministrazioni statali.

ILS ha spedito la propria candidatura ma, dopo aver atteso per un periodo di tempo ben piu’ lungo di quanto preventivato (in quanto, si mormora, all’Agenzia volevano vedere come si sarebbe formato il nuovo Governo prima di prendere iniziative) e’ arrivata notifica negativa in quanto “l’alto numero di candidature pervenute ha determinato la necessità di effettuare una selezione piuttosto ristretta“. Numerosi altri i “trombati” inattesi, tra cui GFOSS (che ha presentato una mail di candidatura identica a quella ILS, voglio sperare che questo non sia stato il motivo determinante dell’accantonamento di entrambe in quanto giudicate poco serie…), ma mi consolo sapendo che comunque qualche valido elemento della scena italica e’ stato approvato e si trovera’ settimana prossima a Roma per dare inizio ai lavori.

Confido che i nostri sappiano esplicitare (e far esplicitare, nel documento attuativo della norma) criteri di selezione solidi, che non lascino spazio a dubbi o interpretazioni creative sul fatto che un dato applicativo proposto in sede di bando statale sia o meno “libero” e dunque da preferire o meno ad altri, e che sappiano tener banco ad eventuali “infiltrati” spediti a partecipare con lo scopo di seminare paura, incertezza e dubbio nei legislatori dell’Agenzia. Scommetto un caffe’ che qualcuno tirera’ fuori la recente storia di Friburgo, dimenticando di dire che e’ quasi l’unico (dopo Vienna) caso europeo in cui la migrazione al freesoftware – ai danni dello stack Microsoft – e’ stata annullata laddove la citta’ di Monaco, il parlamento francese, le scuole islandesi o anche solo la nostrana Regione Umbria hanno operato / stanno operando il passaggio serenamente e con gran soddisfazione.

Ed un poco piu’ intimamente confido che sappiano approfittare dell’opportunita’ per “aggiustare” una delle piu’ grosse mancanze e lacune del famigerato articolo 68 cosi’ come lo conosciamo noi oggi: la totale assenza di parametri di priorita’ per il software sviluppato con un modello opensource.

Inutile nascondere che la politica di riuso del software tra le pubbliche amministrazioni, secondo la quale un pacchetto applicativo fatto sviluppare da un ente deve essere reso disponibile a tutti gli altri in modo che possano a loro volta adottarlo senza ri-accollarsi la spesa dell’implementazione della medesima soluzione e garantendo implicitamente uno straccio di interoperabilita’ tra organi diversi, e’ sempre stata molto poco osservata ed applicata. E questo non lo dico io bensi’ Angelo Raffaele Meo, professore al Politecnico di Torino nonche’ a capo della commissione nazionale che nel 2007 fisso’ i pilastri della normativa italiana per l’adozione del software libero nella PA. Perche’ questo? Un po’ certo per l’innata inclinazione italiana ad ignorare leggi e norme, preferendo sempre e comunque la soluzione piu’ comoda anziche’ quella piu’ conveniente e strategica – nella fattispecie: tenersi ben stretti gli applicativi da sempre utilizzati e considerati familiari senza curarsi minimamente del loro costo reiterato nel tempo o della completa dipendenza tecnologica nei confronti di fornitori via via sempre meno interessati all’innovazione dei propri prodotti -, ma personalmente non penso sia solo questo.

Parte di questo fallimento lo imputo anche, appunto, al fatto che le soluzioni riusabili – che pure esistono, benche’ scarsamente promosse ed evidenziate – siano (talvolta) distribuite con una licenza libera ma quasi mai aperte allo sviluppo opensource, o piu’ genericamente disponibili al pubblico. Comune infatti e’ la pratica di pubblicare descrizioni dei pacchetti disponibili, parametri tecnici sommariamente enumerati, i contatti di una persona di riferimento, e condividere lo stack solo ad altri enti analoghi lasciando tutti gli altri fuori. E per “tutti gli altri” difficilmente intendo “la meravigliosa community opensource che spontaneamente partecipa e fornisce correzioni e miglioramenti sottoforma di patch”, romantica protagonista di una favola propinata da tutti coloro che non hanno mai vissuto la realta’ sulla propria pelle, bensi’ il mercato, vero fulcro di una eventuale ed auspicabile rivoluzione opensource.

Solo nel momento in cui la tecnologia utilizzata sul campo da alcune amministrazioni verra’ messa a disposizione di chiunque, questo chiunque potra’ prenderla, analizzarla, integrarla con altre soluzioni – proprie o prelevate ancora altrove -, estenderla, e proporla ad altre realta’, in primis quelle troppo piccole e/o senza competenze interne capaci di valutare i cataloghi online e trarne qualcosa di utile per se’. Insomma, di fatto, concretizzare il sogno di una digitalizzazione massiva, democratica, interoperabile ed interscambiabile, scalabile, economicamente bilanciata dalla libera competizione ed aperta all’innovazione ed alla “contaminazione”. Fintantoche’ il “riuso” sara’ all’atto pratico un procedimento burocratico delegato alla presunta buona volonta’ di ciascun ente, svolgendosi solo per via indiretta e tra uffici statali, inevitabilmente capitera’ che le piccole amministrazioni resteranno isolate ed incapaci di attingere dal patrimonio comune, non si creeranno mai le indispensabili e complementari competenze tecniche specializzate a loro volta riusabili e spendibili, le persone indicate come riferimenti nella documentazione spariranno ed i pacchetti assegnati diventeranno non piu’ reperibili. Mandando all’aria tutti i buoni propositi originali, ancora una volta lodevoli sulla carta ma ben lontani dalle aspettative una volta attuati.

Questo e’, secondo me, uno dei punti strategici del tavolo di lavoro dell’Agenzia: qualificare l’opensource come criterio di valutazione. O almeno come vincolo da perseguire da parte delle amministrazioni che acquisiscano soluzioni libere, affinche’ materialmente pubblichino i loro prodotti informatici integralmente anziche’ delle mere e sostanzialmente inutili brochure con cui poi vantarsi di “fare riuso”. Il termine e’ gia’ stato fin troppo abusato sino ad ora, e’ forse ora di smettere di parlarne e farlo davvero.

Attitudine Vestigiale

25 luglio 2012

Molto spesso, per non dire sempre, quando su una mailing list di nerd linuxari si tocca l’argomento “migrazione delle imprese e/o della pubblica amministrazione” la discussione finisce col degenerare nell’invettiva generalista. “I dirigenti sono ottusi”, “No, i dipendenti sono ottusi”, “Se gli cambi Office si lamentano”, “Non capiscono niente”. E via dicendo.

Tutte affermazioni in linea di principio fondate (magari formulate in modo sommario, ma che fanno riferimento ad un fenomeno ben noto: l’inerzia), almeno nel 95% dei casi. Dopodiche’ esiste un 5% di casi che nessuno e’ in grado di affrontare, e che trovano il tipico linuxaro entusiasta completamente spaesato e privo di appigli. Sono i casi in cui e’ il dirigente dell’impresa e/o dell’ufficio pubblico che dice “Software libero? Opensource? Bellissimo! Da dove iniziamo?”.

Negli ultimi mesi mi sono capitati all’orecchio almeno quattro casi di funzionari di piccoli comuni che, convintisi della bonta’ e delle virtu’ del freesoftware, hanno chiesto lumi. Un consigliere di un centro siciliano, non sapendo a chi rivolgersi, ha scritto al form di contatti sul sito del LinuxDay (cui rispondiamo a turno Napo ed io); una consigliera di un altro comune negli immediati pressi di Torino l’ho incontrata alla ConfSL 2012 di Ancona; un altro ancora nell’alto mantovano si e’ appellato all’amico Fausto del LugMAN; il quarto ha scritto sulla mailing list Discussioni@AsSoLi. Quattro casi, richieste piu’ o meno simili, stessa reazione: “Boh!”. Pare non esistere una completa soluzione libera dedicata ai comuni che contempli gli applicativi essenziali (anagrafe, catasto, tributi…), se esiste nessuno ne ha mai sentito parlare, la fatidica legge sul riuso software viene puntualmente menzionata come riempitivo ma tutti sappiamo che muoversi nella giungla frammentata di offerte (molte delle quali peraltro nient’affatto libere) non e’ assolutamente facile neppure per un addetto ai lavori. Al promotore della liberta’ digitale improvvisatosi consulente non resta che citare i sempreverdi LibreOffice, Firefox e Thunderbird, e sperare che tale modesta risposta possa bastare per almeno far avviare il processo di migrazione salvo intimamente auspicare che il benintenzionato interlocutore si rivolga a qualcun’altro per ottenere indicazioni piu’ precise e puntuali la volta successiva.

Ancor piu’ grave e’ quando si discutono tali argomenti con qualche personaggio rilevante. A me e’ capitato l’altro giorno con l’Assessore al Lavoro della Provincia di Torino. Ho chiesto un appuntamento con l’intenzione di rastrellare qualche risorsa per il Linux Day sabaudo (ovvero il patrocinio dell’ente, una dritta su eventuali contenuti “istituzionali” e qualche contatto consono al tema dell’edizione 2012 della manifestazione nazionale) ma comunque mantenendo un profilo basso, sono stato ricevuto, ho spiegato il come ed il perche’, e laddove mi sarei aspettato una qualche innocua domanda di pura astrazione teorica – campo in cui i freesoftware advocate eccellono – il buon Assessore si e’ confessato sostenitore in-pectore della Causa e si e’ quasi stupito della limitatezza delle mie richieste. E’ finita con un pacco di contatti (CNA provinciale, Camera di Commercio di Torino, e l’impegno ad organizzarmi un altro incontro pure con l’Assesore alle Attivita’ Produttive) e la suggestione di un corso di formazione finanziato dalla Provincia stessa su strumenti open professionali. Insomma: non gli ho chiesto niente e m’ha dato tutto quello che gli passava per la testa. E’ forse lecito chiedersi cosa avrei ottenuto se avessi portato delle proposte mirate.

Ed il punto sta tutto qui: nella concretezza.

Dopo anni e anni passati a cercare di convincere il prossimo sulle virtu’ del software libero, qualcuno incredibilmente sta iniziando a crederci sul serio. E non siamo (io, ma anche molti altri. Quel che e’ successo a me in Provincia e’ capitato non molto tempo fa ad altri a Roma…) minimamente preparati a cio’. Le dichiarazioni di principi non bastano piu’: ora ci vogliono le soluzioni. Quelle pratiche, materiali, tangibili, da installare sulle workstation e nei CED. Molto spesso tali soluzioni o non esistono o sono ben nascoste. E di certo non si puo’ chiedere all’ente di turno di accollarsi in toto la spesa per farne svilupparne daccapo. Forse si potrebbe far leva sui famigerati articoli 68 e 69 del Codice di Amministrazione Digitale, quelli che dicono che quando una amministrazione acquista un prodotto software ne acquisisce anche il sorgente, ma questo vorrebbe dire scaricare il barile a funzionari che non necessariamente hanno competenze sufficienti ad affrontare la questione e si trovano quasi sempre in posizione di gia’ perpetrato vendor lock-in. Sarebbe come dire: “Io ho voluto la bicicletta, adesso pedali”.

Stesso ragionamento si puo’ applicare non solo al prodotto software in se’ quanto al contorno. Al modello economico correlato, alle strategie di riferimento, ai progetti su medio e lungo periodo. Tutti sappiamo (!) che un ecosistema ICT basato su software libero favorisce e stimola la competitivita’, l’innovazione, l’interoperabilita’ e lo sviluppo locale, ma nel Manuale del Perfetto Linuxaro nessuno ha scritto l’appendice che dice da dove si inizia, quali sono i primi passi da effettuare, quali sono i piu’ comuni problemi e quali sono i piu’ comuni approcci. Sappiamo qual’e’ l’obiettivo, ma non sappiamo qual’e’ la strada per arrivarci. Ce la dobbiamo inventare, non senza un po’ di fantasia.

Ho iniziato a drizzare le antenne, per capire cosa realmente c’e’ e cosa realmente non c’e’ al di la’ della retorica. C’e’ in corso una esperienza del LUG di Avola (giovine gruppo recentemente ammesso in LugMap) che sta dando una mano per il rifacimento del sito della propria citta’ seguendo tutti i crismi amministrativi ma anche quelli della riusabilita’ del software. Ci sono numeri statistici – aggregati e non particolarmente dettagliati, ma comunque interessanti – sulle esigenze di aziende e PA, almeno qui in Piemonte. E d’altro canto, come detto, qua e la’ ci sono funzionari e dirigenti ben disposti a dire la loro, se si ha il buon senso di starli a sentire senza la pretesa di andargli ad insegnare qualcosa.

Penso sia ora di disfarsi dell’antica attitudine all’approccio teorico e filosofico. Essa poteva andar bene quando eravamo pochi e inberbi, e ci dovevamo sperticare per comunicare il nostro messaggio. Il messaggio e’ passato, ora tocca a tutto il resto.

La Sequenza Corretta

26 novembre 2011

Il 5 agosto scrissi un post non particolarmente lusinghiero nei confronti di alcuni servizi web di pseudo-e-government che invitavano alla trasparenza senza essere a loro volta trasparenti, chiusi tanto nel codice quanto nei dati raccolti. Tra questi, anche DecoroUrbano.

Il 29 settembre ricevetti il primo contatto da parte di una persona addetta presso MaioraLabs, societa’ che produce e hosta lo stesso DecoroUrbano: molto cordialmente mi fece intendere di aver letto il mio articolo e mi annunciava in anteprima che non solo la piattaforma stava per essere rilasciata in licenza opensource, ma che l’intero progetto sarebbe stato incluso in una misteriosa (all’epoca dei fatti) fondazione “per creare una suite di applicazioni per i comuni“. Il 3 ottobre venne pubblicato l’annuncio ufficiale sul sito e sulla relativa pagina Facebook. Il 18 ottobre la fondazione Wikitalia e’ stata svelata ai media.

Piu’ di un mese dopo, del codice e dei dati non c’e’ traccia. Il sito Wikitalia continua ad essere povero di contenuti, il link “Open DU” nel footer delle pagine di DecoroUrbano continua a linkare alla dichiarazione di intenti originale.

A questo punto potrei scrivere “Ve lo avevo detto” e concludere il post. Ma ci sono numerosi altri dettagli. E, dopotutto, non e’ nel mio stile scrivere pezzi cosi’ brevi.

Presso il pubblico la popolarita’ del progetto cresce e la summenzionata pagina Facebook pullula di segnalazioni di persone che hanno invitato i rispettivi comuni ad aderire (da notare che la maggior parte di questi commenti arrivano da accounts che riconducono al Movimento a 5 Stelle, che gia’ ha dato prova di avere scarsa cognizione degli strumenti partecipativi digitali nonostante le sue radici telematiche). Come volevasi dimostrare l’opportunita’ di lamentarsi delle buche nella strada viene prima dell’idea di gestire tali lamentele in maniera sistematica e strutturale – accedendo ai dati grezzi ed integrandoli con altri strumenti – magari con la velleita’ di porvi rimedio.

Dall’altra parte, cogliendo nell’aria l’imminenza della fondazione Wikitalia iniziai con anticipo a tastare il terreno in giro, e per vie private ero gia’ ero stato allertato della scarsa consistenza dell’intera baracca non da una ma da ben due distinte persone informate dei fatti, esponenti dell’intelligentsia tecnofila nostrana. Una si e’ limitata a biasimare l’ennesima iniziativa rivolta a far proprio il vessillo – altamente abusato – del movimento opendata; l’altra ha commentato in modo piu’ deciso con “Bellissima iniziativa, ma non c’e’ assolutamente niente” ed un piu’ sibillino “C’e’ Riccardo Luna dietro… E’ tutto un programma…”. Parole non incoraggianti, ma che fanno capire come anche presso gli Illuministi dell’era post-moderna si inizi a percepire quel che e’ noto da sempre presso gli smanettoni: i proclami non servono a nulla se non sono seguiti – o meglio ancora anticipati – da un riscontro concreto.

Nel mezzo, la politica. Perche’ quando si parla di e-Government, inevitabilmente prima o dopo si arriva alla politica. E’ noto, in quanto pubblicato sui giornali, il dato che diverse citta’ hanno “aderito” al progetto, sebbene non sia esplicitato da nessuna parte in cosa consista tale “adesione”. Tra i comuni partecipanti, anche Torino. Il di cui Assessore ai Servizi Informativi, Stefano Gallo, ha ricevuto visita di un paio di portavoce circa a meta’ settembre. Forse per spiegargli l’idea e ricevere la sua “benedizione”, o forse per ufficializzare l’adozione della piattaforma da parte della citta’, o forse per avere un nullaosta con cui presentarsi presso i locali enti di manutenzione urbana (Amiat, Iren, Smat e compagnia) e pianificare l’integrazione dei rispettivi help desk con le segnalazioni raccimolate su DecoroUrbano. Non e’ dato saperlo.

Dal basso della mia posizione di “smanettone di periferia” credo che l’approccio a questo genere di questioni dovrebbe essere un altro. Non perche’ io ho ragione e gli altri hanno torto, ma perche’ se si fanno propri certi principi sulla trasparenza e sull’operativita’ si dovrebbe essere anche in grado di sapervi aderire in prima persona, coi fatti tangibili prima che con le parole. Prima si mette insieme una beta dello strumento, poi ne si pubblica il codice in un repository, dopodiche’ si fanno gli annunci ed infine ci si rivolge agli stakeholders istituzionali. Mi pare una modalita’ sufficientemente logica, entro cui e’ possibile gestire eventuali ritardi e complicazioni (che legittimamente possono sempre avvenire) senza venir meno alle promesse e senza doversi inventare scuse all’ultimo momento, e che garantisce un minimo di credibilita’ a chi sta agendo – come dice di fare – sul campo ed in nome del bene comune. Ogni altro percorso, soprattutto quelli che all’interno di un progetto forzatamente etichettato come “open” prevedono l’atto della pubblicazione del codice come ultimo step a bassa priorita’, non rientrano nella mia personale definizione di “funzionale”.

Ma c’e’ una sequenza corretta per ogni esigenza. Una per fare le cose, un’altra per raccontarle.

Servizio Ludico

12 novembre 2011

Qualche tempo fa mi e’ gia’ capitato di commentare la distanza abissale esistente tra tecnici (che fanno le cose) e classe dirigente (che decide quali cose vanno fatte), e ne e’ emerso che la cattiva interpretazione dei requisiti minimi tecnologici per la corretta implementazione di quel che universalmente viene definito come “e-Democracy” produce una serie di danni infinita, dallo sperpero di risorse (sempre e rigorosamente pubbliche) al lock-in delle informazioni vitali presso vendor commerciali spesso senza particolari scrupoli. Fino a qui si potrebbe imputare la causa del diffuso fraintendimento alla pura e semplice ignoranza: il politico non sa di cosa sta parlando, ergo navigando a vista finisce con l’optare per la scelta piu’ immediata e conveniente (e.g. la mappa Google su cui segnalare le buche nella strada) ma assolutamente inutile in una visione strategica di medio e lungo termine. Ma, purtroppo, sembra non essere cosi’ tanto facile.

L’altro giorno ho avuto il piacere di incontrare per la prima volta Enzo Lavolta, Assessore all’Innovazione del Comune di Torino. Quasi non sembra un politico vero: giovane, diretto, dinamico, con inventiva, capisce le cose senza spiegargliele, e pur non essendo un tecnico ha una idea abbastanza precisa di quel che ascolta e dice. Tra una parola e l’altra si e’ arrivati al tema “opendata”, ed ho avuto modo di avere una conferma pratica ad una mia vecchia perplessita’.

Noi tutti sappiamo che la disponibilita’ di dati raw, strutturati e non formattati, intrecciabili e confrontabili, permette di avere visione di insieme su una quantita’ arbitraria di fattori e, con un poco di fantasia ed iniziativa, possono essere un insostituibile strumento sia per prendere decisioni che per misurare l’efficacia delle stesse. Questa e’ una nozione che da sempre accompagna ogni appello per la liberazione dei dati, e pure il summenzionato assessore pare averla assorbita e compresa.

Ma… Una cosa sono i dati, un’altra cosa e’ mettergli un “open” davanti.

Senza entrare nel merito, la sensazione avuta e’ che il nostro abbia scarsa fiducia nei confronti della comunita’ di smanettoni (e, per estensione, in tutto i potenziali fruitori tecnologici al di fuori della ristretta cerchia istituzionale). Non per partito preso o per alterigia, ma per un semplicissimo e facilmente intuibile motivo: sull’Internet, piu’ che mappe coi pallini colorati e infografiche fighette ma di limitato valore conoscitivo si trova ben poco. Pertanto, la percezione che si ha e’ che i nerd – e l’intelligentsia tecnofila – rompano tanto le scatole per avere i dati ma che alla fine non sappiano farci null’altro oltre che giocarci dunque tanto vale prendersi la briga di fornirglieli.

Chi sta dall’altra parte potrebbe obiettare “I dati ad oggi a disposizione sono scarsi, spesso non strutturati a modo, aggregati in macro-aree, impossibile farci qualcosa che abbia una ricaduta pratica se non appunto qualche applicazioncina ludica”, ma la situazione di stallo e’ evidente: le cose interessanti si fanno con piu’ dati, piu’ dati sono rilasciati quando c’e’ l’evidenza che ci si fa davvero qualcosa di interessante.

Tutti coloro che davvero hanno a cuore l’apertura pubblica delle informazioni nella loro forma piu’ grezza (e dunque piu’ versatile) possibile da parte delle pubbliche amministrazioni dovrebbero smettere di stare a raccontarla tanto, ripetendo fino alla nausea “sono importanti, sono importanti, sono importanti…”, perche’ che siano importanti da qualcuno e’ gia’ stato recepito, ma fattivamente dimostrare la loro utilita’. Come al solito: una opera compiuta vale piu’ di mille parole. E non mi riferisco ad una ennesima visualizzazione con l’ennesima libreria HTML5 tutta colorata ed animata, ma ad una applicazione che porti ad un risultato concreto. Certo non e’ semplice, in quanto come detto sopra i dataset oggi a portata degli innovatori nostrani sono molto spesso una presa per i fondelli e trovare qualcosa di abbastanza preciso da costruirci qualcosa di pragmatico risulta una impresa a se’, ma allo stato attuale e’ fortemente necessario un atto dimostrativo, una prova di forza, che una volta per tutte possa chiarire il concetto per cui se col poco esistente si riesce a fare molto non resta che immaginarsi cosa si potrebbe fare se a disposizione ci fosse tutto.

E realizzare, cosi’, che i passatempi ludici degli smanettoni possono essere anche un servizio per la collettivita’.

Quale Strada?

8 maggio 2011

Nelle ultime settimane il mio grado di sconforto nei confronti dell’intero panorama comunitario e del suo teorico indotto e’ salito a livelli allarmanti, in quanto ho rapidamente esplorato e trovato sbarrate tutte le strade che avrei potuto percorrere. Il contesto e’ quello della gia’ menzionata legge regionale 9/2009, quella per il supporto e la diffusione del software libero in Piemonte, approvata presso il Consiglio della Regione piu’ di due anni fa’ e sinora neppure lontanamente toccata sul piano pratico.

In primis mi sono rivolto ai tecnici.

Secondo il decreto attuativo predisposto per la legge (DGR 8-12657 del 30 ottobre 2009) una delle prime misure cui provvedere entro la fine del 2010 doveva essere la stesura di un catalogo di software libero dedicato alla scuola. Qualcosa che difficilmente puo’ essere piu’ complicato di un copia&incolla dal Dossier Scuola pubblicato da ILS. In occasione dell’EOLE 2010 a Torino seppi che se ne stava occupando il Laboratorio ICT della Regione Piemonte e mi sono fatto dare gli estremi del responsabile del progetto: alla prima mail (del 1 dicembre 2010) non ha mai risposto, alla seconda (del 9 marzo 2011) ha replicato che dovevano ancora essere coinvolti “gli attori istituzionali coinvolti” ovvero, detto in altre parole, non avevano ancora iniziato a fare assolutamente nulla. Quando gli ho nuovamente scritto per chiedergli un appuntamento dal vivo onde ricevere chiarimenti, nuovamente e’ scomparso. Un vicolo cieco. E dire che il direttore del Laboratorio ICT, tal Roberto Moriondo, mi e’ stato indicato dal prof. Raffaele Meo in persona (personaggio che non dovrebbe necessitare di presentazioni su codesto blog) come “linuxaro d’eccellenza”, persona fidatissima ed al servizio della Causa: quel che ho visto (o meglio, non ho visto) fino a questo momento sembra confutare completamente tale presentazione, e vien da chiedersi cosa ci si puo’ aspettare se persino quelli che sono i capisaldi della community dimostrano la piu’ totale inattivita’.

Proviamo con la politica.

Da sempre critico l’iniziativa “Caro Candidato” promossa da AsSoLi, in quanto mi e’ sempre sembrata una operazione monca, poco credibile e priva dell’unica componente realmente rilevante, quella della vigilanza sulle promesse espresse dai candidati in sede di campagna elettorale. Ma poiche’ a criticare e basta son buoni tutti ho ben deciso di sperimentare a mia volta una analoga forma di pressione sugli aspiranti rappresentanti politici per vedere cosa ne saltava fuori. Giovedi 5 maggio ho organizzato, col cappello di Officina Informatica Libera, un confronto coi candidati alle imminenti elezioni comunali di Torino sul tema dell’innovazione e, piu’ nello specifico, sul wireless pubblico e sul software libero in amministrazione. Abbiam fatto le cose per bene, agendo per mezzo di contatti personali per raggiungere i vari partiti ed anzi andando pure a parlare personalmente con alcuni di essi. Meta’ degli schieramenti (tutta l’ala destra) non ha affatto risposto all’appello. Dei restanti, meta’ ha confermato l’appuntamento per poi bidonarlo all’ultimo minuto. Dei restanti, meta’ ha mandato candidati completamente impreparati (sebbene per pieta’ gli avessi mandato via mail le domande che sarebbero state poste) ed anzi poco convincenti su qualsiasi fronte anche non tecnologico. Ai fatti l’unico che sapeva cosa stava dicendo e’ stato Vittorio Bertola, candidato sindaco per conto del Movimento a 5 Stelle (che gia’ ho avuto modo di commentare su questo blog quando candidato non era), cui e’ stato alla peggio affiancato un altrettanto preparato rappresentante del Partito Democratico che con le elezioni non c’entrava nulla ma che si trovava in loco per tutt’altro motivo. Particolarmente interessante e’ stata la presenza del ben noto avvocato Ciurcina, primo promotore della suddetta campagna “Caro Candidato” invitato all’evento e che il giorno prima ha chiesto di portare un altro candidato al confronto: Mario Trematore, gia’ firmatario dell’appello per il freesoftware, ma all’atto pratico incapace di formulare un giudizio proprio su qualsiasi tema vagamente correlato all’innovazione; quando gli ho chiesto la sua posizione sul wireless pubblico e’ partito per la tangente raccontando la sua visione spirituale della liberta’ del software, ho dovuto strappargli il microfono di mano per rimetterlo in carreggiata. Se questi sono i rappresentanti politici schierati al nostro fianco, possiamo metterci subito una pietra sopra.

Michele, socio dell’Officina Informatica presente al fallimentare evento, ha tentato di rincuorarmi sostenendo che appunto a seguito di questa (ridondante) dimostrazione dello scarso interesse riposto dalla politica su temi a noi cari e’ evidente che sia compito della societa’ civile mettere il dito nella piaga e far emergere i problemi e le soluzioni. Ma dov’e’ la societa’ civile?

Il 18 aprile 2011 la Regione Piemonte ha presentato il Piano Triennale per l’ICT, una maxi manovra da 150 milioni di euro che, almeno sulla carta, con qualche pretesto dovrebbero essere elargiti alle imprese tecnologiche del territorio (sebbene c’e’ chi giustamente prevede che finiranno in tasca ai soliti). All’interno del documento non v’e’ la benche’ minima menzione al software libero, sebbene appunto secondo la legge 9/2009 (piu’ precisamente, secondo l’articolo 6) tutto quello che verra’ implementato con quei quattrini dovra’ essere poi rilasciato pubblicamente. Il 21 aprile ho portato la questione sulla mailing list dei LUG piemontesi, aperta qualche mese fa’ appunto per discutere dell’applicazione pratica della legge ma sinora rimasta pressoche’ immobile e/o in contemplazione di se’ stessa, proponendo di fare una cosa molto semplice: un comunicato stampa unificato con cui esprimere il nostro disappunto in merito a codesta mancanza e rammentare che nella formulazione dei bandi di assegnazione del tesoretto si dovra’ esplicitare l’obbligo dell’adozione di licenze free. Una azione estremamente blanda, di bassissimo profilo, per molti versi inutile, ma avanzata proprio nella convinzione che piu’ di questo non e’ possibile cavar fuori da quelli che sinora non sono stati neanche in grado di formulare posizioni non dico “forti” ma almeno “chiare”. Ad oggi, 8 maggio, ho ricevuto due adesioni. Una e’ indirettamente la mia (a nome della gia’ citata Officina Informatica Libera), l’altra del Progetto Radis di Asti. Lo SLiP di Pinerolo aderira’ solo dopo aver discusso e votato la cosa in assemblea: ci sarebbe da dire molto su una associazione che, pur facendo della tecnologia e del suo utilizzo consapevole il proprio cavallo di battaglia, preferisce l’alzata di mano alla firma digitale GPG, ma per stavolta sorvolo. Altri due gruppi hanno espresso un vago interesse e sono spariti nel nulla. Tutti gli altri (tre) hanno taciuto. Sebbene i LUG dovrebbero essere la porzione di “societa’ civile” maggiormente interessata a far sentire la propria voce in merito, a scassare i maroni a destra e a manca affinche’ il software libero prosperi e dilaghi in ogni dove, a mettere – come si diceva sopra – tutte e dieci le dita in tutte le piaghe esistenti e addirittura a fornire le soluzioni piu’ innovative e creative, si vede qui come ai fatti tutto cio’ non interessi a nessuno, come nessuno abbia la benche’ minima voglia di essere coinvolto o peggio di compromettersi in questioni che evidentemente si ritengono troppo distanti dal proprio gruppetto di amici che giocano a fare gli hackers. Sempre tutti pronti ad indignarsi in mailing list, tutti pronti ad applaudire i microscopici progressi operati da qualcun’altro, ma di attivarsi in prima persona – o di fare qualcosa piu’ che firmare una petizione online senza alcun valore – non se ne parla neanche. Anche questa sembra una strada senza uscita, una opzione che non solo non produce i risultati che legittimamente ci si dovrebbero aspettare ma neanche quel minimo che giustificherebbe lo sforzo.

Non resta che il mondo dell’impresa.

Ammetto di non aver insistito oltremodo su questo fronte, in quanto i miei contatti personali sono piuttosto scarsi e spesso lo considero a priori una perdita a seguito del gia’ tentato (e fallito) esperimento di floss.piemonte.it (nato nel 2007 come associazione di aziende opensource piemontesi, non e’ mai andato oltre un paio di riunioni nella prima settimana di vita), ma come sempre tentar non nuoce ed un paio di mail le mando comunque. Nello specifico ho inviato un messaggio al mio imprenditore freesoftware preferito, Fabrizio Reale di Redomino, per chiedergli un parere sul sopra descritto Piano ICT e per ufficiosamente tastare il terreno per valutare la possibilita’ di dirottare il comunicato originariamente pensato per i LUG alle imprese attive sul campo, ma la replica e’ stata perentoria: se e’ un progetto della Regione c’e’ di mezzo CSI, e se c’e’ di mezzo CSI me ne tengo alla larga. Stando a quanto ho recepito negli ultimi anni un po’ tutti i professionisti ICT locali sono nella stessa posizione: hanno gia’ in qualche modo approcciato il potente ed onnipotente maxi-consorzio para-statale para-culato mangia-quattrini che monopolizza il settore, ne sono stati pesantemente raggirati e/o sono stati sfruttati oltre i limiti del tollerabile, e non ci tengono affatto a replicare l’esperienza. Anche se questo implica rinunciare a fondi milionari, o lasciare lo sviluppo tecnologico della Regione al primo che passa (o, peggio, all’amico del nipote del cugino…). In fin dei conti neppure mi sento di bustigare e stuzzicare piu’ di tanto quei pochi che per il software libero gia’ hanno dato (e per cui magari ci hanno pure perso), e che ci credono cosi’ tanto da far dipendere il proprio pane da esso.

A questo punto credo di averle provate tutte, e di non essere riuscito in niente. Ci fosse almeno un campo, una nicchia che offrisse maggiori appigli e maggiori speranze mi dedicherei solo a quello, ma evidentemente non c’e’. Le possibilita’ si riducono a due: lasciar perdere, o continuare a perseverare a turno su tutti. Ovviamente opto per la seconda, ma non nascondo che la mole di insuccessi che continuo ad accumulare stiano lentamente logorando il mio stesso entusiasmo.

Codice & Codice

8 dicembre 2010

Nei giorni 29 e 30 novembre si e’ svolta a Torino l’edizione 2010 dell’European Opensource & Freesoftware Law Event, per gli amici “EOLE”. Tema dell’anno, scelto in funzione della location e della “recente” legge regionale piemontese 9/2009: il software libero nella pubblica amministrazione.

Chiaramente non potevo mancare. Sebbene debba confessare che solo una parte del mio interesse era dedicata ai contenuti in scaletta: buona parte della mia motivazione e’ stata indotta dall’opportunita’ di scambiare quattro chiacchere con personaggi interessanti ai fini della analisi dell’effettivo grado di penetrazione della suddetta legge, che come gia’ abbiamo visto pare languire, e per raccogliere qualche spunto e qualche dritta. Come politico me la cavo maluccio, ma qualcosa e’ comunque saltata fuori.

Sugli interventi ufficiali non mi soffermo a lungo, mi basta dire che notevole e’ la quantita’ di progetti gia’ esistenti in vari Paesi sia europei che non completamente immolati all’introduzione di software libero nella pubblica amministrazione. Non so quali risultati oggettivi abbiano realmente ottenuto (tecnicamente anche in Italia ne esistono, tutti con scarse produzioni), chiaramente quando uno dei responsabili presenta la sua creatura su un palco non puo’ fare a meno di lodarla in lungo ed in largo indipendentemente da quali traguardi sono stati raggiunti, ma c0munque e’ interessante che ci siano. Degni di nota: la piattaforma OSOR.eu, che sostanzialmente e’ “il SourceForge per il settore pubblico in Europa” e potrebbe contenere qualcosa di potenzialmente interessante (se solo fosse un poco meglio indicizzato…), e la EUPL, stravagante licenza aspramente criticata nel secondo giorno di lavori in quanto a detta degli avvocati presenti non tutela le volonta’ dello sviluppatore originale permettendo eccessiva flessibilita’ nel ri-licenziare il codice.

Presenti, oltre all’avvocato Ciurcina (ex presidente di AsSoLi, e sostanziale organizzatore dell’evento) e al professor Meo (professore al Politecnico di Torino, che ha avuto un ruolo decisivo nella stesura della normativa nazionale sul software libero sinora bellamente ignorata da qualsiasi ente), anche Renzo Davoli (attuale presidente di AsSoLi), Italo Vignoli (presidente di PLIO), Carlo Piana (noto all’interno della community per i suoi alti e bassi nella lotta legale contro i brevetti software) e qualche altro volto conosciuto. Il Davoli e’ stato critico nei confronti dell’esposizione dei portavoce nostrani ed in particolare di Ida Vana, assessore della Provincia di Torino che gia’ abbiamo avuto modo di commentare qui, la quale sembrava afflitta dall’obbligo della migrazione al software libero piu’ che contenta per le nuove prospettive offerte dall’operazione; Meo ha mosso qualche commento ironico sul nuovo direttore del CSI-Piemonte (di cui parliamo dopo), il quale pare che sin dal primo giorno del suo mandato non si sia dimostrato incline al freesoftware; a Ciurcina avrei voluto chiedere qualcosa in piu’ sull’Associazione Imprese Software Libero, annunciata quasi in sordina ad ottobre e di cui ad oggi ancora nulla si sa, ma non mi sembrava il caso di disturbarlo dalle sue veci di “padrone di casa” nei confronti degli ospiti internazionali intervenuti all’evento.

Una parola di riguardo la merito, appunto, il CSI-Piemonte. Presente all’evento era Stefano De Capitani, recentemente nominato alla guida del consorzio tecnologico pedemontano e dunque, almeno in teoria, personaggio chiave per una rapida attuazione della legge regionale sul software libero. Ha espresso diversi dubbi, del resto in buona parte condivisibili, sui grattacapi derivanti da una migrazione invasiva nei confronti del mercato e degli utilizzatori, abituati da sempre a ben precise piattaforme operative e a ben precisi strumenti produttivi, ma alla mia esplicita domanda se fosse possibile rilasciare il codice del software gia’ sinora prodotto ed ampiamente utilizzato mi ha risposto che sarebbe stato possibile ma non sarebbe stato fatto in quanto “tali prodotti non sono stati realizzati nella prospettiva di renderli pubblici” (che in termini diplomatici vuol dire “li abbiamo scritti alla meno peggio e se qualcuno ne vedesse i sorgenti faremmo una figuraccia”). Sempre del CSI-Piemonte e’ intervenuto pure tal Pier Paolo Gruero, che ha presentato un utilissimo framework per la convergenza di diversi canali di comunicazione (mail, instant messaging, VoIP…) prima lasciando intendere che fosse produzione interna all’azienda, poi precisando che si tratta di un prodotto open realizzato da altri di nome “OpenUC”, ma col senno di poi constato che l’unico “OpenUC” di cui riesco a trovare traccia con caratteristiche simili a quanto elencato in sede di talk non e’cosi’ tanto open (si appoggia su componenti liberi, ma libero non e’). Vabbe’, ci ha provato…

Parentesi anche per il Laboratorio ICT della Regione Piemonte, che in questo momento, pur con tutti i limiti del caso (si tratta pur sempre di una succursale di un ente statale, dunque coi suoi tempi e le sue modalita’ ed i suoi vezzi), sembrerebbe essere il migliore alleato per l’avanzamento dei lavori per la legge sul software libero. Stando a quanto recepito, e nonostante sinora abbia ricevuto solo risposte negative dalle associazioni di docenti che avrebbero dovuto essere coinvolte, presso tale struttura qualcuno sta davvero lavorando sul catalogo di freesoftware per la scuola previsto dalle norme attuative della 9/2009 (documento datato 30 novembre 2009); perdendomi a discutere con altri mi e’ sfuggito colui che mi e’ stato indicato come responsabile della cosa, il quale al momento non ha ancora risposto alle domande che gli ho sottoposto via mail, ma tanto quanto adesso ho una persona cui rompere le scatole per sapere come, quando e perche’.

In conclusione, una chicca assolutamente non confermata proveniente da fonte anonima: la Regione intende giustificare il forte ritardo nell’erogazione dei finanziamenti previsti dalla sua stessa legge (500.000 euro all’anno, che non si sono visti ne’ nel 2009 ne’ nel 2010) con un “disguido”. Ora: d’accordo che la burocrazia e’ lenta ed articolata, pero’ almeno una scusa migliore potevano far lo sforzo di inventarla.

Come probabilmente speravano gli organizzatori, l’EOLE 2010 a Torino e’ stata una buona occasione per approfondire un poco sulla situazione locale. Forse i miei metodi non sono stati particolarmente convenzionali, essendo piombato piu’ di una volta dinnanzi a perfetti sconosciuti per fare domande non propriamente “rilassate”, ma almeno non son stato sbattuto fuori ed e’ gia’ un successo.

Dopo due giorni di codici legali, torno al codice sorgente.

C’era una Volta in Piemonte…

16 novembre 2010

Il 27 marzo 2009 veniva approvata dal Consiglio della Regione Piemonte una legge regionale denominata “Norme in materia di pluralismo informatico, sull’adozione e la diffusione del software libero e sulla portabilità dei documenti informatici nella pubblica amministrazione”. Informalmente: la nostra legge per il software libero.

Ad oggi, dopo piu’ di un anno e mezzo, tale legge non e’ stata minimamente applicata.

Nessuno dei passaggi previsti dalla norma e’ stato compiuto: nessuna azione di promozione del software libero presso la pubblica istruzione (articolo 7), nessun progetto avviato nell’intento di condividerne il risultato (articolo 8), nessun fondo istituito per la ricerca (articolo 9), nessuna applicazione destinata al trattamento di dati personali (banalmente: qualsiasi cosa contempli una anagrafica) migrato a soluzioni free (articolo 12), nessun finanziamento di supporto ed incentivo erogato a chicchessia per lo sviluppo del codice (articolo 13). Le linee guida definite nell’articolo 10 ci sono e non sono neanche malaccio, peccato che nessuna delle scadenze passate e’ stata sinora rispettata e ho forti dubbi su quelle future.

Turbati da cio’, qualcuno ha iniziato a muoversi. Luca Robotti, ex consigliere regionale e firmatario della legge, ha indotto la sua “erede” politica (Monica Cerutti) a scrivere e presentare in Consiglio una interrogazione per fare il punto della situazione, ed io ho chiamato all’appello pressoche’ tutti i LUG piemontesi per discutere la questione e vedere cosa si riesce a fare partendo, come si suol dire, “dal basso”.

Entrambe le manovre hanno ad oggi dato pochi frutti. All’interrogazione e’ arrivata risposta oggi (16 novembre) in aula da parte dell’assessore Massimo Giordano, ed e’ stata particolarmente evasiva: sono stati menzionati progetti sperimentali vecchi di anni pur di citare una qualche attivita’ svolta da e per conto della Regione, ed ipotetici sviluppi futuri che sulla carta avrebbero dovuto essere compiuti mesi addietro. Di contro, dalla community sinora ho raccattato solo qualche raro abbozzo di sostegno morale ed un flame sulla mailing list appositamente allestita sull’eterna diatriba “freesoftware e opensource”.

La situazione e’ complessa. E l’idea che me ne sono fatto chiaccherando con alcuni addetti ai lavori torinesi e’ persino peggiore. La Giunta non sembra particolarmente interessata a collaborare, se non occasionalmente approvando finanziamenti milionari per sperimentazioni da parte del CSI-Piemonte (l’ente para-statale che detiene una sorta di monopolio sull’infrastruttura ICT pubblica regionale, recentemente assai discusso) le quali puntualmente non risolvono nulla. I piu’ importanti enti “non governativi” che operano la sperimentazione delle nuove tecnologie nella scuola gia’ sappiamo cosa combinano. Le imprese pedemontane che agiscono nel mondo opensource gia’ in passato hanno provato a fare squadra ma con risultati deludenti, l’esperienza ha segnato gli animi e nessuno sembra piu’ credere in una nuova iniziativa del genere. Dalla community non emerge alcun entusiasmo, nessuna voglia di impegnarsi in alcunche’, neanche una idea per quanto strampalata, e manco la persona che ha scritto e fatto approvare il testo in Consiglio (si, al secolo ci ha lavorato uno solo, quasi di nascosto. Molti linuxari piemontesi hanno saputo della cosa leggendo Punto Informatico) risponde alle mail.

Da quando questa vicenda e’ iniziata ho preso contatti con diversa gente in giro per il nord-Italia, dal FUSS di Bolzano (ove hanno migrato tutte le scuole della provincia in una manciata di mesi) al NetGarage di Modena (altra migrazione, ma della pubblica amministrazione), onde carpirne le metodologie e il know-how necessari almeno per comprendere una operazione impegnativa come puo’ essere la riconversione di una intera Regione. Raccolgo documentazione, spunti, riferimenti, commenti. Ho ideato, discusso con altri e scartato piu’ di un piano di azione. Ma alle condizioni attuali le mie sono esclusivamente seghe mentali, chiaramente da solo non posso far molto altro oltre lamentarmi sul blog e sperare in un estremamente improbabile colpo di scena.

C’era una volta in Piemonte una legge. Manca tutto il pezzo in mezzo prima di poter vivere “felici e contenti”.

Un Altro Giorno

25 ottobre 2010

Il 23 ottobre 2010 si e’ svolto, come ogni anno, il Linux Day. Dopo le prime militanze in veste di curioso ad Alessandria, gli anni da smanettone e poi da organizzatore a Torino, e l’anomala partecipazione come semplice visitatore nel 2009, quest’anno ho deciso di andare a dare una occhiata a qualcosa di nuovo. Quest’anno sono stato al Linux Day di Brescia.

Gli amici bresciani, conosciuti un po’ per caso anche grazie a codesto blog, mesi addietro mi invitarono a partecipare alla loro manifestazione ottobrina, e poiche’ al secolo nulla mi teneva legato al Linux Day torinese (avendo io temporaneamente lasciato il comitato organizzativo lo scorso anno), son stato ben lieto di accettare. Anche e soprattutto per la curiosita’ di vedere e valutare una diversa implementazione dell’evento nazionale, dopo aver vissuto sempre e solo uno specifico “format”.

Sabato mi sono alzato alle 5:15 del mattino, e in treno mi sono recato nel bel mezzo della Lombardia.

Nel corso della mattinata si e’ svolta una ricca sessione dedicata completamente al software libero nella scuola. Erano presenti numerosi insegnati, maestri e professori di vari istituti scolastici della zona (e non: se non ho capito male uno arrivava da vicino Vicenza), singolarmente invitati con largo anticipo badando di far riconoscere l’attivita’ come ufficialmente formativa grazie al supporto del distaccamento bresciano di Mathesis (si’ da arginare i problemi dovuti all’assenza da scuola in orario di lezione). I diversi talks che si sono succeduti in questa fase erano sostanzialmente finalizzati a fornire indicazioni dirette e schiette sul perche’ del software open nelle scuole (piu’ e piu’ volte e’ stato ripetuto il peso educativo di usare e far usare applicativi costosi che incidono nelle finanze famigliari o devono essere piratati) e sui componenti aperti e gratuiti gia’ oggi riccamente disponibili per ogni fascia scolastica ed esigenza.

Ammetto di non aver assistito all’intera mattinata di interventi, in quanto piu’ o meno a meta’ mi sono spostato negli spazi destinati al proseguimento pomeridiano per sistemare tavoli e prese elettriche, ma e’ stato per me assai interessante il dibattito aperto ad un bel momento tra gli insegnanti stessi del pubblico: era evidentemente come alcuni di essi avessero gia’ presente cosa fosse il software libero, e come questi fossero frustrati dal completo disinteresse dei colleghi dei rispettivi istituti nei confronti di tutte le tematiche sia economiche che sociali che filosofiche dell’introduzione di Linux. Diverse sono state le invettive dirette a chi non sa guardare oltre al proprio naso, a chi non si pone il problema culturale che si cela dietro l’adozione di software chiuso in ambito scolastico, e sebbene tutte queste argomentazioni mi siano gia’ ampiamente note mi ha stupito constatare la quantita’ di insegnati presenti entro un’area geograficamente ristretta gia’ consci di tali problematiche.

Durante il pomeriggio si e’ invece tenuto il Linux Day “general purpose”, popolato di vari contenuti sul software libero a 360 gradi. Ed e’ stato qui che ho avuto modo di osservare da vicino l’inedita (per me) modalita’ con cui i bresciani conducono il loro evento: laddove tutti o quasi hanno una o piu’ scalette di talks, loro hanno adottato il modello a “banchetti monotematici”. Il meccanismo si spiega da se’: all’interno di una area circoscritta si piazzano una serie di tavoli, ognuno dei quali e’ presidiato da due o tre persone che illustrano agli interessati di passaggio l’utilizzo di Linux e delle applicazioni a codice aperto entro ben specifici settori. Ed e’ cosi’ che sabato 23 c’era un banchetto dedicato alla scuola, uno dedicato ai videogiochi, uno per i programmi di varia utilita’ disponibili anche per Windows e MacOS, uno rivolto alla multimedialita’ e numerosi altri. Nonche’ l’inevitabile area LIP, presso cui ho operato tre installazioni in parallelo (sebbene con risultati non ottimali: oramai ho perso il tocco e non sono piu’ abituato a stare in prima linea durante l’Install Party…).

Stando a quanto recepito, pare che la “scoperta” dei banchetti monotematici sia stata del tutto casuale (come ogni grande scoperta, secondo le leggende): durante un passato Linux Day avevano organizzato, come sempre, il loro programma di interventi e dibattiti, ed avevano piazzato in disparte un paio di banchetti generici presso cui erogare informazioni varie. Ebbene: in quella occasione la maggior parte del pubblico si era assiepata attorno ai tavoli anziche’ andare a sentire i talk, e gli si accese la lampadina. Devo dire che come strategia questa non e’ affatto male: evita di doversi preparare lunghi interventi mirati con tanto di slides, piu’ facilmente si trovano volontari disposti a presiedere il banchetto che non ad esporsi al pubblico ludibrio su un palco, non c’e’ bisogno di proiettori, ne’ di sedie, ne’ di numerose aule (ma la disponibilita’ di un unico spazio molto grande e’ consigliata), la gente puo’ andare e venire e gironzolare senza sentirsi a disagio, facilmente si intercettano le singole persone realmente interessate a particolari ambiti…

Ricordo che tempo addietro era stata proposta una organizzazione del genere anche per il Linux Day di Torino, ma la proposta cadde nel vuoto e continuammo a mantenere i talks. Credo che per il 2011 mi faro’ portavoce di questa linea di pensiero, in quanto il prossimo anno intendo tornare ad occuparmi della manifestazione sabauda.

Alla fine della giornata, il bilancio penso sia stato positivo: l’afflusso e’ stato superiore a quanto preventivato nonostante il fatto che lo spazio riservato alle attivita’ fosse piuttosto nascosto all’interno del gigantico istituto scolastico ove si sono svolte, sono stati raccolti numerosi contatti con persone (soprattutto insegnanti) interessate al mondo del software libero, e non si sono registrati eccessivi problemi logistici. Una bella manifestazione, insomma.

Il tutto si e’ concluso con una cena, una inaspettatamente lunga dormita a casa di Luisa (che mi ha gentilmente ospitato nella sua dimora), ed il pomeriggio successivo passato a giocare a Mario Kart sulla Wii di Andrea.

Un doveroso ringraziamento va al LugBS, i cui membri mi hanno accolto con simpatia trattandomi come se fossi nel gruppo da sempre: non posso promettere di partecipare al vostro prossimo Linux Day in quanto gia’ so che ci sara’ bisogno di me qui a Torino, ma non e’ escluso che torni a farvi visita nel prossimo futuro.

Democrazia Tecnocratica Partecipata

28 maggio 2010

Ieri leggendo come al solito le news sono incappato in una iniziativa di natura politica e, almeno nell’intento, innovativa: una “piattaforma di partecipazione democratica”.

Clicco sul link, vado al sito di riferimento, e mi trovo dinnanzi un breve testo, il pulsante “Registrati” e la casella di login per chi gia’ lo e’. “Strano”, penso, “che i contenuti siano accessibili solo a chi si e’ registrato”. Leggo il testo il cima, e scopro il funzionamento della baracca (testo copiato ed incollato): “Quando dovrò prendere una posizione politica, chiederò per e-mail a tutti gli elettori registrati nel sistema di esprimere il loro parere e lo userò come guida.“. Non ci voglio credere, mi registro, mi autentico, e l’unica cosa che si puo’ fare e’ modificare i propri dati personali.

La grande innovazione si riduce a poco piu’ di una newsletter. Nell’Anno Domini 2010, il massimo della tecnologia che un rappresentante politico puo’ immaginarsi e’ di mandare e ricevere mail. Con l’ingenua pretesa poi di leggere tutte le risposte che gli arriveranno, e da esse trarre spunti concreti e posizioni chiare: evidentemente questa persona non e’ mai stata iscritta alla mailing list degli sviluppatori FreeDesktop.

I casi sono due: o ci si aspetta una scarsa quantita’ di feedback, vanificando pero’ tutti gli intenti e gli sforzi di democrazia partecipata, oppure non ci si capacita della mole di testo che tocchera’ leggere col risultato di saperne pure meno di quando s’e’ iniziato. Sempre che qualcuno abbia davvero tempo e voglia di esprimere in modo esaustivo e completo il proprio pensiero su una missiva digitale: in questi tempi di pulsanti social e “retweet” il rischio e’ quello di tagliare fuori lo (spesso) strato demografico che si arrangia e si arrabatta e che dopo una giornata di lavoro non ha proprio desiderio di mettersi dinnanzi al PC per commentare dettagliatamente la proposta di legge 42/69-13, che magari sarebbe pure contenta di essere privata della responsabilita’ perversa della “partecipazione” ma che in ogni caso non ci si puo’ permettere di ignorare se si parte dalla pretesa di essere “democratici” per davvero.

Colto da infinita pieta’ umana ho deciso di mandare un messaggio al suddetto personaggio, per fargli presente che ad oggi l’informatica offre qualcosa di un pochino piu’ consono agli scopi. Riporto qui integralmente il testo inviato, steso nella maniera piu’ diretta possibile e senza eccessivi giri di parole (e, col senno di poi, pure sgrammaticato):

Ho appena scoperto l’esistenza della “piattaforma collaborativa” esposta in http://movimento.bertola.eu/ , e benche’ reputi lodevole l’intento di coinvolgere la cittadinanza nel processo decisionale sono estremamente titubante sul metodo. Voglio dire: non ho idea di quante persone hanno aderito o aderiranno, ma e’ fattibile leggere anche solo 100 mail su un determinato argomento, magari molte delle quali riportanti opinioni estremamente simili?
Da tecnico (sono un programmatore) consiglierei l’adozione di strumenti un poco piu’ specifici, che permettano di raccogliere i pareri, le sfumature e la percentuale di gradimento in maniera un poco piu’ agile.

Shapado ( http://shapado.com/ ) mi sembra un punto di partenza, in quanto permette di esprimere delle domande e raccogliere delle risposte che possono a loro volta essere votate (onde evitare o arginare la ridondanza, ed arrivare al succo), e’ opensource ed installabile sul proprio server in modo da averne una istanza propria e mirata alla bisogna.
Alternativamente di son pure Google Moderator o IdeaTorrent, che adottano approcci diversi ma per cui la chiave resta sempre la possibilita’ di far emergere le posizioni piu’ diffuse anziche’ replicarle una volta per ogni persona che aderisce – metodo ideale, ma impossibile da gestire nel momento in cui quelli che partecipano sono tanti.

Spero che queste indicazioni possano essere di aiuto per migliorare il suo lavoro e permetterle di concretizzare la sua strategia di democrazia partecipata.
Resto a disposizione per quesiti di carattere squisitamente tecnico (e ci tengo a precisare che non sono un consulente, dunque lo faccio a titolo puramente gratuito ;-) ).

L’inciso al fondo mi e’ sembrato doveroso, per fugare ogni sospetto di eventuali miei subdoli interessi personali o sotterfugi per propinargli un sito nuovo dietro emissione di fattura: coi tempi che corrono, e’ facile interpretare un “amichevole consiglio” per un “annuncio pubblicitario”.

Credo che questo episodio sia l’ennesimo (ed assolutamente non necessario) esempio di come gli strumenti tecnologici per il miglioramento e la crescita siano a disposizione di tutti, in abbondanza e a costi infinitamente bassi se non nulli, eppure vengono lasciati in disparte, vuoi per (legittima?) ignoranza o vuoi per reverenziale timore nei confronti di si’ sofisticati garbugli che capiscono solo gli addetti ai lavori.

E siccome solo i tecnici sanno gestirli e padroneggiarli, tocca ai tecnici fare quel che s’ha da fare: idearli, implementarli, metterli in opera e renderli usabili all’utenza. Magari anche laddove non esplicitamente richiesto, per il solo fatto che chi dovrebbe richiederli non sa cosa puo’ essere fatto e non si pone nemmanco il problema. Esattamente per questo motivo ho inviato il messaggio di cui sopra, esattamente per questo motivo “resto a disposizione”. E se c’e’ da installargli una delle piattaforme citate, ben venga: fosse la prima volta che mi improvviso sistemista per fare un favore a qualcuno.

Per completezza riporto il fatto che alle ultime Elezioni Regionali io non abbia votato il nostro eroe, ne’ tantomeno il suo partito / lista civica, ne’ comunque nessun altro: a votare non ci sono proprio andato, e me ne vanto pure. Come gia’ detto preferisco non illudermi che un cambiamento possa realmente arrivare da una poltrona in Consiglio Regionale, o men che meno da una poltrona in Parlamento, e a dirla tutta ho anche seri dubbi sull’efficacia propria della democrazia (la lista di deputati e senatori oggi a Roma, regolarmente eletti in base alla preferenza popolare, dovrebbe essere argomentazione sufficiente per questa tesi), eppure volenti o nolenti al momento e’ cosi’ che funziona e dunque tanto vale far si’ che funzioni a pieno regime e nel migliore dei modi.

Che tutti dicano la propria. E che tutti abbiano la possibilita’ di farlo.

Caro Elettore

3 gennaio 2010

Della campagna “Caro Candidato”, promossa dall’Associazione Software Libero, gia’ parlai in passato con un post per certi aspetti duro, fondato su sentimenti in buona parte soggettivi, e ritenuto facinoroso da chi mi ha inviato mail di critica e biasimo per la posizione assunta. Questa volta torno sul tema, non gia’ esprimendo un sommario e legittimamente opinabile pensiero ma commentando fatti osservabili (e, ovviamente, altrimenti interpretabili) da altri.

Oltre ai ricchissimi inviti a seguire e promuovere la campagna, divulgati in lungo ed in largo ad ogni tornata elettorale sui vari canali della community italiana, non mi pare di essere sinora incappato in concreti esempi dei frutti ottenuti dall’immane sforzo condotto presso la classe politica italiana. Persino il piu’ recente articolo appunto pubblicato sul sito di AsSoLi riguardante l’argomento elenca numeri e cifre, ma pochi traguardi raggiunti sul campo. E volendo accostare a cio’ gli accordi conseguiti nell’anno appena concluso tra Brunetta (attuale Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione) e Microsoft (massimo esponente della corrente anti-opensource), verrebbe quasi naturale pensare che tante fanfare abbiano sortito l’effetto di un sasso scagliato contro la Grande Muraglia Cinese, ovvero nessuno.

Ma sarebbe assolutamente sbagliato trarre conclusioni tanto affrettate e pure negative a fronte di una iniziativa in fin dei conti giovane, che ancora non ha avuto modo di radicarsi, soprattutto in un contesto dai tempi cosi’ notoriamente lunghi come la politica. Prima di cercare il risultato macroscopico, preferisco osservare i fenomeni mirati: chi sono i candidati che hanno aderito alla campagna, e perche’ lo hanno fatto?

Il giorno 31 ottobre 2009 si e’ tenuta a Torino una manifestazione di promozione ed informazione dai contenuti assai variegati: un dibattito sulle Creative Commons, un’area destinata ad un Linux Installation Party, ed una conferenza sulle posizioni assunte da politici di schieramenti diversi sulle tematiche del software libero. Manco a dirlo, proprio su quest’ultimo frangente volgo la mia attenzione, considerando anche il fatto che tutti i rappresentanti del popolo li’ presenti avevano e/o hanno (in tempi e modi diversi) assecondato l’appello di AsSoLi, dunque sulla carta sono tutti favorevolmente propensi all’introduzione di tecnologie opensource negli affari della Pubblica Amministrazione.

Fortuna vuole che qualcuno abbia provveduto a filmare l’evento e ne abbia pubblicato i diversi frammenti su YouTube, affinche’ possano essere facilmente visionati e commentati da chicchessia. Ordunque, andiamo a visionarli e commentarli in ordine cronologico.

Il primo e’ un markettone fuori tema del presidente di GlugTo in favore della sua associazione, parentesi pretesa per il ruolo che il gruppo ha avuto nel mettere insieme il teatrino. Non mi dilungo oltre, per avere un mio parere in merito all’onnipresenza di associazioni ed enti di promozione che appongono etichette a destra e a mancina si legga l’apposito post.

Il secondo e’ una semplice presentazione dei personaggi che hanno preso parte al dibattito: c’e’ poco da sviscerare.

Un poco alla volta entriamo nel vivo con il terzo frammento, che vede protagonista il presidente di AsSoLi, avvocato Marco Ciurcina. Il primo minuto e mezzo e’ ovviamente il markettone di turno per l’associazione, dopodiche’ si passa alla presentazione della campagna “Caro Candidato”.

Al minuto 4:00 si mostrano interessantissimi dati statistici sulla percentuale di candidati coinvolti e alla fine realmente eletti per i diversi contesti elettorali all’interno dei quali la campagna e’ stata condotta. Peccato siano malamente presentati. Concentriamoci sui dati delle elezioni Europee 2009 (piu’ che altro perche’ se ne parla approfonditamente anche dopo): il numero interpretabile come “totale dei candidati” (72) in realta’ e’ il numero di seggi per l’Italia al parlamento europeo, e la quantita’ di aderenti (50) viene esposta senza un metro di valutazione (50 su quanti???). Purtroppo non sono riuscito ad individuare questa cifra, essenziale per fare ulteriori constatazioni sulla profondita’ e l’efficienza reale dell’operazione, pertanto taccio e passo avanti.

A 5:13, pressoche’ alla fine dello spezzone, viene fatto un primo cenno ad una iniziativa analoga a “Caro Candidato” svoltasi in Francia, ripresa nella seconda parte dell’intervento.

Dopo una introduzione al sito di FreeSoftwarePact, ovvero l’aggregazione delle altre implementazioni europee della campagna in oggetto, si pone l’accento sul parallelo francese, condotto dall’associazione April ed i cui risultati sono consultabili qui. 104 candidati hanno aderito (non conosco i partiti francesi ma a occhio mi sembrano tutti di sinistra), 17 sono stati alla fine eletti, anche qui ignoto e’ il numero di candidati totale.

A partire da 1:24, l’enunciazione di una grande verita’: la community italiana e’ estremamente frammentata, soprattutto se confrontata con altre realta’ europee ed extra-europee. A tale fattore viene imputato il relativo successo (stimato come buono ma non ottimo) della campagna, e l’abisso tra il traguardo francese e quello italiano (17 eletti e’ quasi il triplo di 6), anche se non sono particolarmente convinto di tale nesso: sara’ pur vero che l’associazione April conta tre, quattro, cinque mila iscritti, contro i 67 nomi riportati tra i soci di AsSoLi, ma matematicamente il rapporto non torna – una mole 50 volte superiore non ha indotto un risultato 50 volte superiore – e, come oramai gia’ si sa, indipendentemente dal totale dei frequentatori di un circolo la differenza la fanno le persone che praticamente collaborano attivamente sul campo.

Al minuto 4:08 si parla della ambiziosa volonta’ di costituire un intergruppo dedicato al software libero presso il Parlamento Europeo, ma viene ammesso che tale azione abbia degli ostacoli di natura fondamentalmente di natura burocratica. A maggior riprova del fatto che le manovre attuate in ambiente politico sono lente, senza tempistiche e modalita’ certe, guidate non gia’ dal buon senso ma da regolamenti piu’ o meno ufficiali che ne mettono in perenne discussione la fattibilita’.

Finalmente parlano i protagonisti: i rappresentanti eletti. Il primo della serie e’ Carlo Giacometto, consigliere della Provincia di Torino, Popolo della Liberta’.

Esso e’ quello che, a parer mio, piu’ di tutti tende a strumentalizzare la sua adesione alla campagna: ad ogni pie’ sospinto cita il suo partito, i colleghi del partito, le dichiarazioni (non si sa se ufficiali o meno) dei suoi pari, insomma le sue proprie argomentazioni a favore del software libero rimangono assai in secondo piano rispetto agli elogi retorici nei confronti di un tema che, nella sede specifica, si premura di assecondare e far assecondare – a parole – dall’intero suo schieramento. Particolarmente chiaro cio’ che viene espresso al minuto 2:00: il supporto al software libero e’ stato espresso soprattutto da schieramenti di sinistra, ma “ci tengo a precisare” della sinistra nazionale; in tempi di imminenti elezioni regionali, e’ bene cercare di isolare i propri antagonisti politici locali dai traguardi raggiunti dai loro spalleggiatori.

Una dichiarazione utile all’analisi dei successivi interventi, a 2:59, riguarda le competenze dei diversi livelli gerarchici e burocratici dello stato italiano: non e’ la Provincia a dover decidere se e come usare freesoftware, ma spetta agli organi nazionali (in primis il Parlamento) istruire le sedi decentralizzate su come operare. Un pochino imbarazzata e’ l’inclusione in extremis dell’ente Regione nella lista delle istituzioni legittimate a prendere tale tipo di decisioni: come vedremo sotto, infatti, sarebbe stato sconveniente girare il coltello nella piaga della Legge Regionale su cui ci illumina il consigliere Robotti nell’ultimo intervento.

Ida Vana, assessore della Provincia di Torino, e’ la meno soggetta al campanilismo partitocratico, rientrando in una lista civica e non dovendo pesare le parole a favore o contro specifici gruppi. Ma sebbene sia anche l’unica di cui si trova traccia sul sito di “Caro Candidato” sembra anche la meno sicura sul tema, procedendo un po’ a tentoni.

A 2:11, la problematica prioritaria: la migrazione all’opensource richiede un approccio culturale. Vale a dire “non importa quanto il codice aperto sia ai fatti meglio o peggio: bisogna convincere quelli che lo adoperano”. Addio sogni di gloria: gia’ sappiamo come gli statali reagiscano ai cambiamenti consigliati e proposti, e quali siano gli unici metodi che sinora abbiano sortito qualche effetto.

Alla fine, a 4:23, si calano le braghe: nessun chiaro impegno, la linea da seguire e’ “chi vivra’ vedra’”. Da elettore, nel bene e nel male abituato ad altri toni, la reputo un po’ poco soddisfacente.

Il consigliere regionale Luca Robotti e’ un personaggio che meriterebbe piu’ ampio spazio, ma mi limito qui al commento delle sue parole, che vertono unicamente sulla sopra menzionata Legge Regionale da lui stesso stesa e promossa.

Sorvolando sull’introduzione abbastanza abbozzata, e sul simpatico aneddoto (a 3:55) dell’intervento di responsabili Microsoft in reazione alla presentazione della legge al Consiglio Regionale, a 5:29 (prima di descrivere il documento in se’, cosa che avviene dopo) si arriva al punto cruciale (gia’ citato sopra): la legge e’ stata presto impugnata dal Governo, che l’ha dichiarata in contrasto con le normative vigenti che regolamentano il principio di concorrenza. Non mi soffermo qui a filosofeggiare sull’accaduto, ma nuovamente faccio notare come ogni procedura eseguita sul piano politico, sia essa pure la piu’ ammirevole, immancabilmente soffra di vincoli e paletti burocratici che a lungo andare producono gran sperpero di tempo e risorse nella sola ipotesi di poter, in un giorno non meglio precisato, ottenere frutti.

Mi rammarico che i video resi pubblici non mostrino anche la sessione di domande da parte del pubblico presente in sala, in cui come spesso accade in queste circostanze piu’ che domande si sono uditi interventi abbastanza sciapiti sull’arretratezza in campo tecnologico dell’Italia. Si sono toccati vari argomenti, da CSI Piemonte (che non e’ la versione in dialetto di un telefilm poliziesco ma l’ente para-statale che detiene il monopolio dell’intera infrastruttura regionale, e che finalmente sembra essere sull’orlo del collasso con buona pace di molti) ai 500000 – diconsi cinquecentomila – euro previsti dalla legge e in attesa di essere erogati in circostanze non ancora particolarmente chiare.

All’interno di tale momento di riflessione l’unico intervento che ho ritenuto apprezzabile e’ stato quello dell’assessore Vana, che rispondendo ad un libero professionista che recriminava ha detto esplicitamente che se vogliamo (noi cittadini) che le cose cambino dobbiamo essere noi a muoverci. Faccio mio questo pensiero (cosa non nuova), aggiungendo che non solo dobbiamo muoverci concretamente ma anche smettere di illuderci che altri possano combinare qualcosa al posto nostro.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.