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L’Alternativa Precoce

22 febbraio 2012

L’altro giorno e’ circolata sulle mailing list linuxare (o, almeno, su Annunci@ILS) una mail. Questa. E non nego di esserne stato colpito, sia per i contenuti che per i firmatari.

In breve, essa annuncia la costituzione della Rete Italiana dell’Open Source Professionale (questo dovrebbe essere il sito, al momento alquanto vuoto), nuovo ente regolamentato secondo i criteri di legge sulle “reti di imprese” che mira a potenziare e sfruttare al meglio la collaborazione tra aziende che sull’opensource fondano il proprio business model. Proposito ottimo, ma che non suona nuovo. Anzi, suona ancor meno nuovo a fronte del fatto che una iniziativa in tutto e per tutto analoga – se non per i dettagli tecnici – e’ stata formalizzata meno di tre mesi fa a Roma: l’Associazione Imprese Software Libero. Forse i promotori della Rete hanno annunciato la propria iniziativa senza essere a conoscenza di AISL, considerando anche la (purtroppo) scarsa visibilita’ di cui gode attualmente lo spin-off ufficioso dell’Associazione Software Libero? Non credo, considerando che tra i firmatari dell’appello c’e’ anche Flavia Marzano, che di AISL e’ vice-presidente.

Proprio a Flavia Marzano ho istantaneamente mandato una mail per avere qualche delucidazione, ed essa mi ha rimandato alla discussione tenutasi, con mio ulteriore stupore, proprio sulla mailing list di AISL (che si trova qui, benche’ non ne abbia trovato un link sul sito. Si noti che l’archivio non e’ pubblico, ma basta iscriversi ed attendere la – nel mio caso, estremamente celere – approvazione della propria richiesta). Qui ho trovato un thread di nove mail, iniziato sabato 18 febbraio, con sei partecipanti: il proponente, uno che ha appoggiato subito l’idea, due che chiedevano maggiori informazioni e due che si chiedevano l’utilita’ della ridondanza Rete/AISL. La decima mail e’ stata quella di annuncio (la medesima riportata, come detto, pubblicamente).

Le domande, a questo punto, sorgono spontaneamente ed in copiosa quantita’.

Per quale motivo creare un nuovo ente parallelo ad AISL? E, soprattutto, perche’ adesso? Quando poco tempo fa contattai AISL per avere qualche dritta in merito ai contenuti di BusinessMap.it (episodio qui narrato), emerse che la giovane realta’ associativa ancora non aveva avuto modo di raccogliere proseliti ed aderenti. Cosa piu’ che comprensibile, essendo nata due mesi prima ed oltretutto in prossimita’ delle festivita’ natalizie. Ma a fronte di tale temporaneo vuoto, qual’e’ il senso di avviare entro cosi’ breve tempo un’altra attivita’, forse diversa nei metodi formali ma identica negli scopi? Avrei potuto capire se AISL fosse nata due anni fa ed avesse fallito nei suoi intenti, e dunque qualcuno volesse ricominciare da zero implementando un diverso approccio, ma quale strategia viene attuata nel proporre adesso, gia’ in partenza, alle aziende del settore di entrare a far parte di due enti diversi e uguali anziche’ uno solo?

A fronte di tali constatazioni, appare particolarmente imbarazzante il paragrafo della mail di proclamazione che dice:

il brand di Rete e l’azione di “lobbing”*. L’organismo “Rete” promuove, con il suo brand, azioni di marketing a favore di tutte le sue aziende, permettendo loro di aumentare la propria visibilità tramite azioni che probabilmente sarebbero troppo onerose per la singola azienda (partecipazione ad eventi come ForumPA, SMAU, ecc…, presentazioni a PA, a grandi system integrator e ad associazioni di categoria come Confindustria, ANIA, ecc..). Inoltre il soggetto “Rete” è un interlocutore diretto con i livelli politico/amministrativi, nel rappresentare le esigenze, le proposte e le opportunità che provengono da una realtà economica diffusa, coesa ed attiva

Tutte queste cose non dovrebbero essere competenza di AISL? Non e’ per questi motivi che AISL e’ sorta? Se si: cosa spinge alcuni soci AISL (e la sua stessa vice-presidente) a promuovere una alternativa il giorno dopo aver aderito ad AISL? Spero che almeno parte delle risposte arrivino il 2 marzo, imminente data in cui e’ stato fissato il primo incontro della Rete (cui non posso partecipare neppure in videoconferenza per pregressi impegni di lavoro, ma di cui auspico sara’ pubblicata la registrazione audio/video).

Perche’ se da una parte posso essere lieto della proliferazione di iniziative e spunti, dall’altra non riesco a non essere perplesso dall’eccessiva abbondanza di progetti concorrenti, tantopiu’ in un settore delicato come quello dell’industria. Ottime le alternative; un po’ meno quelle precoci.

Il Tesoro della Mappa

20 gennaio 2012

Gia’ da tempo avevo nella mia sterminata ed infinita todolist il progetto qui di seguito descritto, ma solo ora si sono verificate le condizioni necessarie per almeno iniziare a metterlo in atto.

L’idea e’ nata – o meglio, e’ stata rinnovata in modo definitivo – partecipando ad una discussione in lista Discussioni@AsSoLi: realizzare un indice di aziende che forniscono assistenza e servizi su Linux e prodotti open. Detta cosi’ sembra una banalita’, ma ai fatti non lo e’. In parte per le finalita': di quando in quando si sente qualcuno che lamenta il fatto di voler passare a soluzioni open ma di non riuscire a trovare qualcuno che gli dia assistenza professionale, in quanto la maggior parte degli operatori sono piccoli ed invisibili nella massa, ed il fatto di mettere a disposizione una mappa magari non esaustiva ma comunque indicativa potrebbe essere incentivante per qualche migrazione in piu’. In parte per l’implementazione: mettere insieme un catalogo non e’ si per se’ complicato, complicato e’ invece riuscire a mantenerlo coerente e consistente nel tempo onde evitare che faccia la fine della vecchia LugMap o di LinuxSi (bellissima iniziativa, lasciata a marcire).

In pieno stile Discussioni@AsSoLi la questione e’ morta nel momento in cui qualcuno ha detto “Bella idea! Chi lo fa?”. Ma a me e’ rimasta a ronzare nella testa, alimentata dell’esperienza appena accumulata con la pubblicazione della LugMap abusiva. Il caso ha voluto che di li’ a breve e’ stato votato come tema del Linux Day 2012 (di cui seguo l’organizzazione) proprio “Il Software Libero nella Piccola e Media Impresa”, pretesto ideale per darsi una mossa ed attuare il progetto in vista dell’evento ottobrino. Aggiungendo, tra le altre motivazioni, il fatto di permettere ai LUG nazionali di identificare rapidamente aziende pro-linuxare presso cui pescare relatori di qualita’ per i talk del 27 ottobre e, perche’ no?, magari pure qualche sponsor.

Qualche serata a rastrellare riferimenti online, in particolare sugli elenchi di professionisti gia’ esistenti (manco a dirlo: a loro volta elenchi per meta’ oramai invalidi e popolati di links defunti), qualche correzione al codice di LugMap.it, ed in breve BusinessMap.it e’ stato piazzato online.

Tutt’altro che ricco, tutt’altro che perfetto, ma c’e’.

Su suggerimento del buon Alessandro Rubini ho preso contatti con un paio di rappresentanti dell’Associazione Imprese Software Libero, spin-off dell’Associazione Software Libero di cui si e’ iniziato a parlare tanto tempo fa (n.b. articolo datato ottobre 2010) ma che solo recentemente e’ stato formalizzato, per vedere se gia’ avevano qualche contenuto da fornire. Ma non ne ho ottenuto nulla (essendosi messi insieme praticamente ieri, non hanno ancora coinvolto nessuno), se non l’inattesa informazione che il presidente dell’ente e’ nientemeno che l’ottimo Prof. Meo, personaggio assai noto nel giro linuxaro e di stanza qui a Torino: evidentemente quanto prima dovro’ passare a trovarlo per fargli presente il target del prossimo Linux Day, codesta nuova iniziativa “community-based”, e vedere se si riesce a mettere insieme qualcosa di simpatico.

Sicche’, una nuova mappa arricchisce la cartografia linuxara italiana. Anzicheno’ incompleta, ma di buone speranze. Spero si riveli utile per trovare la retta via.

Non e’ Cosi’

18 maggio 2011

Lo scorso mercoledi sera ho avuto modo di partecipare ad un evento incluso nella campagna elettorale di Fosca Nomis, candidata per il Partito Democratico alle elezioni per il Comune di Torino, interamente incentrato sul tema dell’innovazione e del suo rapporto con il mercato del lavoro ed alla qualita’ della vita, articolato in una serie di interventi da parte di vari personaggi piu’ o meno (soprattutto “meno”) rappresentantivi del settore ICT pedemontano.

Non commento dettagliatamente sui contenuti della serata, in quanto si puo’ facilmente indovinare quale sia stato il tetto massimo di concretezza e pragmatismo di un appuntamento elettorale cui hanno partecipato politici, amministratori delegati e presidenti (ovvero: chi in assoluto e’ piu’ lontano dalla sperimentazione e dalla ricerca applicata), ma mi soffermo – e a lungo, anche – sulle parole di uno degli ospiti che si sono avvicendati al microfono: Rinaldo Ocleppo, Presidente del gruppo ICT dell’Unione Industriale di Torino.

Contestualizziamo. Come detto gli spunti degni di nota sono stati pochi, anzi nulli, e pare quasi che gli oratori avessero fatto una scommessa sotto banco su chi riusciva a pronunciare per il maggior numero di volte la parola “innovazione” nella stessa frase (ma fin qui nulla di nuovo: succede in qualsiasi  evento istituzionale presso cui si ha la pretesa di parlare di tecnologia). Come prevedibile l’unico che ha almeno tentato di proporre qualche questione fondata e’ stato Fabio Malagnino, che si e’ presentato alla platea con i 6 punti elencati nell’appello “Torino Digitale” da lui stesso promosso e almeno minimamente assecondato dai media online. Tra questi 6 punti si trova anche, ovviamente, l’invito all’adozione del software libero da parte dell’amministrazione pubblica.

Ma quando e’ stato il turno del dott. Ocleppo, esso si e’ sentito in dovere di dire la sua in merito.

Qui si trova la registrazione integrale dell’evento (il suddetto intervento inizia a 1:31:30 circa. La qualita’ audio e’ scarsa, consiglio di usare un paio di cuffie per meglio apprezzarlo), e per comodita’ trascrivo qui la prima parte, quella di maggiore interesse:

Grazie, buonasera a tutti.

Io ovviamente, rappresentando le aziende, cerchero’ di portare qualche punto di vista… proprio… aziendale direi sul mercato e sul nostro settore che e’ quello dell’ICT. Cerchero’ cosi’ di dare qualche spunto forse un po’ diverso dalle cose che si leggono normalmente e che si sentono normalmente in generale sul nostro settore e anche sulle aziende, non solo quelle ICT.

Innanzitutto prima si e’ parlato di software libero, o di opensource. Io vorrei chiarirlo bene questo concetto, perche’ visto che l’amministrazione pubblica in qualche modo ha la possibilita’ di orientare molto degli investimenti bisogna capire bene cos’e’, perche’ io quando sento parlare di software libero mi sembra quasi ci sia stata la guerra di liberazione del software, che adesso c’e’ il software libero per tutti, che sia stato chissa’ quale conquista sociale.

In realta’ il software… l’opensource e’ semplicemente un modo di fare ricavi, inventato dalle aziende che hanno deciso di andare sul mercato proponendo il software in un certo modo per poi fare ricavi con dei servizi. Non e’ nient’altro.

Quindi ci sono delle aziende che vendono il software e ci sono aziende che lo, tra virgolette, regalano per vendere i servizi che sono collaterali a questo.

Quindi non vorrei che l’opensource diventasse in qualche modo un dogma da perseguire ad ogni costo immaginandosi che poi alla fine ci sia chissa’ quale vantaggio per l’amministrazione, per le aziende, per le persone. Non e’ cosi’. E’ semplicemente un modo di generare ricavi.

Il secondo aspetto, penso che sia banale e ovvio, per fare le cose servono soldi e quindi penso che, purtroppo, occorra mettere grande attenzione nel cercare di ridurre la spesa, per creare fondi che in qualche modo consentano di fare investimenti che servono allo sviluppo.

Quasi non so da che parte iniziare…

Innanzitutto, una constatazione piuttosto ovvia: la posizione del dott. Ocleppo e’ in contraddizione con la posizione normativa nazionale, regionale e comunale (soprattutto di Torino, ma anche di altre realta’). A tutti i livelli amministrativi sono state emesse mozioni e leggi che raccomandano l’esatto contrario di quanto da lui suggerito, ovvero di rivolgersi laddove possibile prevalentemente a soluzioni software di cui sia accessibile il codice sorgente, e gia’ tanto basterebbe a prendere le dichiarazioni espresse con le molle e a soppesarle con cura.

L’unico fattore considerato e’ il punto di vista della singola azienda, per cui si assume che l’unica differenza nel business model sta nell’entita’ che viene fatta pagare per generare profitto (il prodotto piuttosto che i servizi legati al prodotto). Quasi accettabile come illustrazione iper-semplificata del modello, ma non sufficiente a reggere il peso delle conclusioni che ne vengono tratte. Se proviamo a cambiare il punto di vista e ci immedesimiamo non nel produttore ma nel fruitore (ovvero, nel caso specifico, l’ente pubblico), la scelta dell’adozione dell’open cambia tutto in modo radicale.

Partiamo dalla prospettiva amministrativa. Tante aziende che offrono ciascuna una propria soluzione, ognuna con i suoi relativi pregi e difetti, sono piu’ complesse da valutare rispetto a tante aziende che offrono competenza su una soluzione condivisa. Nel momento in cui il punto di riferimento diventa un prodotto open, pubblico, accessibile a tutti i competitor esistenti sul mercato, i contratti di assistenza tecnica e di sviluppo possono essere assegnati in funzione a criteri precisi, sapendo a priori qual’e’ il punto di partenza e quale deve essere il punto di arrivo. Il mercato diventa piu’ omogeneo, stabile, gestibile, e la competizione avviene sul rapporto qualita’/prezzo anziche’ su parametri incerti e non necessariamente completi quali potrebbero essere quelli elencati in un capitolato.

Contemporaneamente, il mercato diventa piu’ dinamico e fertile. Prospettiva strutturale. All’atto pratico, trascendendo la pura analisi economica della questione, nel momento in cui viene adottata una soluzione software closed source essa deve necessariamente essere mantenuta per un periodo di tempo indefinito in quanto la migrazione dei dati memorizzati e gestiti ad un altro prodotto ha un costo spesso elevato e deve essere decisa da qualcuno (il quale solitamente preferisce non decidere affatto…), e non mi si venga a dire il contrario in quanto proprio non mi risulta che la piattaforma gestionale per l’anagrafe, o delle ASL, o il catasto venga sostituita priodicamente in funzione dell’offerta di mercato una volta all’anno (ma neanche ogni due o ogni cinque). Questo vuol dire che l’acquirente resta vincolato al primo che ha vinto l’appalto finche’ non si arriva a condizioni talmente critiche da giustificare tale costo e tale operazione massiva. E nessun’altro puo’ metter mano alla piattaforma, essendo di esclusiva proprieta’ del produttore. Da cio’ se ne desume che il produttore assume una posizione di monopolio, con tutte le dovute implicazioni: decide autonomamente il prezzo di ogni modifica e aggiunta, ha potere di contrattazione assoluto su quel che e’ o non e’ da aggiungere o togliere, tende a ridurre lo sviluppo fino alla piu’ essenziale manutenzione, e piu’ in generale non sentendo la pressione di un mercato competitivo si siede sugli allori. Il che’, non serve un esperto per capirlo, non e’ un bene per il fruitore del prodotto. Al contrario un sistema fondato su software libero garantisce la separazione tra prodotto e fornitore di assistenza/servizi, e permangono tutte le condizioni per un confronto paritario. Incredibilmente si potrebbe pubblicare un bando ogni anno per l’assegnazione della manutenzione dell’anagrafe o del catasto o di qualsiasi altro ingranaggio della macchina amministrativa, con una lista di modifiche e migliorie decisa in modo autoritario dal Comune (in funzione delle sue proprie esigenze o delle richieste dei cittadini), ed ogni anno il manutentore potrebbe cambiare sempre in relazione al gia’ citato rapporto qualita’/prezzo. Con una piu’ equa e giusta distribuzione dei fondi allocati per sostenere i vari reparti, assegnati non sempre e necessariamente allo stesso ente ma a quello che si dimostra, oggettivamente, migliore e superiore.

Da queste considerazioni si origina la prospettiva strategica. Maggiori possibilita’ di ingresso nel mercato determinano una maggiore vitalita’ da parte del mondo dell’impresa visto nel suo insieme, cui vengono garantite migliori opportunita’ di mettersi in gara e di proporre soluzioni innovative. Per non parlare del fatto che gli sviluppi implementati per conto di un Comune possono essere riutilizzati da altri e rivenduti a costi decisamente minori, e piu’ rapidamente gli avanzamenti tecnologici possono essere propagati ai Comuni piu’ piccoli (che altrimenti non avrebbero le risorse economiche per farsi sviluppare da zero le stesse funzioni e ne starebbero senza), nutrendo l’offerta della piccola impresa ed incentivando ulteriormente la crescita.

Queste osservazioni sono solo le piu’ comuni e popolari che possono essere mosse sull’impatto di un mercato opensource applicato alla pubblica amministrazione, e stupisce che il responsabile del reparto ICT di una istituzione rilevante come l’Unione Industriale le ignori. O che magari le taccia volutamente, ben conscio del fatto che un ecosistema realmente e fortemente concorrenziale finirebbe col distruggere lo status-quo dei grandi operatori da lui rappresentati, che gia’ hanno acquisito appalti milionari da cui non e’ possibile svincolarsi (a causa del gia’ citato problema della migrazione) e vi rimangono attaccati come cozze allo scoglio.

Le dichiarazioni del dott. Ocleppo sono quanto di piu’ anti-innovativo, anti-competitivo ed anti-liberale ci si possa immaginare. Un mercato sano e prospero e’ l’esatto contrario di quanto da egli promulgato e difeso. Ma altro non ci si puo’ francamente aspettare da una lobby che trova nella dipendenza dal software proprietario la leva con cui estorcere quattrini a tempo indeterminato ad un apparato statale incapace di valutare e fare gli interessi propri e dei cittadini.

Il Terreno Fertile

31 agosto 2010

Qualche tempo addietro la redazione di TechCruch Europe, filiale nostrana del rinomato TechCrunch statunitense, ha invitato i lettori a scrivere articoli in merito alla situazione tecno/sociale dei Paesi del Vecchio Continente al fine di collezionare qualche impressione di prima mano sullo stato di salute delle locali startups tecnologiche e dell’ambiente in cui si muovono. Ed io ho ben pensato di comporre un brano sulla condizione italiana. Il pezzo e’ stato bellamente ignorato e non ho ricevuto risposta alcuna, vuoi perche’ forse un pochino melodrammatico, vuoi perche’ fortemente inconcludente, vuoi perche’ la mia traduzione in lingua inglese non era esattamente impeccabile.

Sta di fatto che lo ripropongo ora qui nella versione originale (appunto in italiano; per decenza e pudore evito di pubblicare la copia vagliata), affinche’ il mio – opinabile – sforzo letterario non sia del tutto disperso.

Tengo a precisare che non si tratta di un editoriale ma di un post enumerativo, non porta a nessuno spunto concreto ma mira semplicemente a fornire al lettore straniero un quadro dell’approccio tricolore all’information technology. Dato il pubblico di riferimento, il perno intorno cui ruota l’argomentazione e’ il mondo del business, ed in questa occasione ho menzionato il software libero (o, meglio, l’opensource) solo marginalmente e come condimento alla tesi portante; contenuto assai inusitato per questo mio blog spiccatamente comunitario, ma che nel bene e nel male rispecchia la mia posizione sulle potenzialita’ e sulle piaghe del Bel Paese.

L’Italia potrebbe essere un terreno estremamente fertile per l’innovazione digitale. Abbiamo il piu’ alto numero al mondo di smartphone e connessioni 3G pro-capite, con un bacino di potenziali consumatori di contenuti mobili immenso. Abbiamo imprese multinazionali leader nei rispettivi settori, tra cui FIAT, ST Microelectronics, Enel, e Finmeccanica, sempre piu’ inclini al mondo dell’Information Technology ed intorno a cui orbita un fortissimo indotto (per esempio: in Torino, sede appunto dell’azienda automobilistica FIAT, buona parte delle aziende IT sviluppano soluzioni per l’automotive). Abbiamo una delle community opensource piu’ popolose ed attive del pianeta, con centinaia di Linux User Groups sparpagliati su tutto il territorio nazionale entro cui giovani e veterani scambiano idee, conoscenze ed esperienze, ed in cui maturano competenze altissime. Abbiamo risorse ambientali, storiche e culturali infinite, le quali attraggono ogni anno milioni di turisti desiderosi di fruire di servizi di informazione ed approfondimento.

L’Italia potrebbe essere un terreno estremamente fertile per l’innovazione digitale. Ma non lo e’. Dal 2005 esiste una legge percui non e’ concesso condividere una connessione wireless con qualcuno che non abbia fornito i propri documenti di identita’, e percui copia di tali documenti deve essere conservata per un lungo periodo di tempo affinche’ le Forze dell’Ordine possano essere informate su chi si e’ connesso all’Internet in un dato giorno ad una data ora da un dato luogo. La connettivita’ in fibra ottica esiste solo in alcune zone delle piu’ grandi citta’, e del resto il 20% della popolazione non e’ raggiunta da alcun tipo di connessione in banda larga ed e’ completamente tagliata fuori da ogni forma di mercato telematico. Per aprire una “Societa’ a Responsabilita’ Limitata” (l’equivalente statunitense della “Limited Liability Company”) occorre un capitale sociale di 10000 euro, cifra difficilmente raccimolabile da qualsiasi giovanotto con una idea da sviluppare e su cui costruire una attivita’. I piu’ antichi e radicati problemi del Paese (la lotta alla mafia, i fenomeni sismici, il tasso di invecchiamento piu’ alto al mondo) da sempre mettono in secondo piano l’evoluzione tecnologica nei programmi politici interni e nella pubblica opinione, e non esiste nessuno stimolo statale per la ricerca e lo sviluppo. La burocrazia certamente esiste in ogni angolo del globo, ma qui non esiste nessuno sportello online per sbrigare le proprie pratiche ed ogni singolo modulo (ivi compresa l’autocertificazione con cui si garantisce di non essere collusi con enti mafiosi) va presentato a mano presso una serie di uffici spesso distanti tra loro.

L’Italia potrebbe essere un terreno estremamente fertile per l’innovazione digitale. A causa delle suddette difficolta’ la concorrenza e’ scarsa, quasi tutte le realta’ che operano nel settore sono dedicate alla manutenzione di gestionali scritti anni fa’ in Visual Basic. Il mercato non ha “nicchie” ma “voragini” intere. Io ne sono convinto, e sebbene abbia avuto modo di osservare piu’ di un episodio finito male sto attualmente mettendo ordine tra le idee con l’intento di mettere insieme qualcosa di buono. I progetti non mancano, le buone intenzioni neanche, i modelli di business da esplorare sono molteplici. Ammetto di essere frenato dinnanzi alle incognite del nostro sistema fiscale bizantino, percui spesso l’ammontare delle tasse da pagare e’ stabilito in modo scorrelato rispetto all’effettivo reddito ed il rischio di dover sborsare allo Stato piu’ di quanto non finisca in tasca e’ reale, ma con la consulenza di una mezza dozzina di commercialisti amici degli amici confido di cavare il bandolo dalla matassa.

Cristoforo Colombo (italiano, nato nei pressi di Genova) dovette farsi finanziare dagli spagnoli il suo viaggio verso le Indie, sfociato poi nella scoperta delle Americhe. Leonardo da Vinci (italiano, dalla Toscana), negli ultimi anni della sua vita, migro’ in Francia per trovare l’apprezzamento negato in patria per le sue opere ed il suo genio. Molti sono i giovani italiani che ogni anno preferiscono abbandonare il Paese, pensando che la situazione qui sia irrecuperabile o nella migliore delle ipotesi riparabile in tempi molto lunghi, e buona parte di essi ottiene all’estero piu’ di quanto abbiano mai osato sperare entro i sacri confini. Ma io preferisco stare qui, e fare personalmente quel che c’e’ da fare. Perche’ l’Italia e’ un terreno estremamente fertile per l’innovazione digitale.

Conflitto di Interessi

24 agosto 2010

Terzo post consecutivo in cui parlo della relazione tra software libero ed affari economici: staro’ mica diventando un po’ opensource anche io?

Dopo aver osservato chi guadagna molto facendo poco e chi guadagna poco facendo molto, questa volta ci soffermiamo sul rapporto che intercorre tra le due categorie. Constatando che, piu’ spesso di quanto non si creda, le persone son sempre le stesse.

Tra i temi piu’ spinosi e contrastati che occasionalmente si sussurrano all’interno della community nostrana, senza peraltro mai sfociare in un dibattito vero e proprio e restando addirittura quasi un tabu’ da evitare, c’e’ quello della concorrenza (presunta o reale, lo vedremo) che i gruppi linuxofili operano ai danni delle piccole societa’ che offrono servizi (a pagamento) analoghi a quelli erogati (gratuitamente) dai LUG. La sostanza di questo ragionamento e’ abbastanza evidente: se, ad esempio, una scuola decide di migrare a Linux e deve scegliere tra l’assistenza da parte di una azienda o il supporto dello User Group locale, molto spesso finisce con l’optare per la soluzione piu’ economica (lo User Group, per inciso, che agisce o senza compenso o accontentandosi di una donazione all’associazione), lasciando a bocca asciutta chi con la fattura di quel lavoro ci si sarebbe comprato la pagnotta.

In breve, la questione e’ questa. In breve, la mia posizione e': “bella cagata”.

Partiamo dall’assunto che tale ritrosia allo spirito di competizione e’ una estensione dell’inclinazione al mutuo soccorso che accomuna noi italiani, da sempre soggetti a guerre tra fazioni (“Noi siamo da secoli / Calpesti, derisi, / Perche’ non siam popolo / Perche’ siam divisi“) o schiacciati da entita’ di piu’ alto livello (la Mafia, il Governo colluso con la Mafia, la Chiesa…). Gli italiani sono cosi’ poco propensi alla competizione che recentemente pure il New York Times ha scritto un articolo in merito, provocando certo moti di stupore tra i lettori statunitensi. Nessuno si e’ mai eretto contro il reverse engineering del protocollo NetBIOS all’interno del progetto Samba obiettando che la povera Microsoft avrebbero perso potenziali clienti, ma se qualcuno suggerisce di fare altrettanto con un prodotto closed source italiano un’altro risponde che non sarebbe “corretto”.

La seconda considerazione e’ che spesso i membri attivi dei LUG sono anche coloro che campano svolgendo le stesse attivita’, dunque sono in una posizione di conflitto di interessi seconda solo a quella di Berlusconi. Questo fattore e’ noto da sempre, ma personalmente mi e’ apparso lampante durante una recente chiaccherata con alcuni rappresentanti del LUG di Biella che lo hanno ammesso in modo distinto. In condizioni particolari si potrebbe arrivare al punto di dubitare della buona fede di chi promuove il software libero per poi rifiutarsi di svolgere il lavoro di migrazione per “non rubare il pane a chi lo fa di mestiere”. Che spesso e’ lui stesso. In tale scenario i membri non-professionisti del LUG vengono meramente utilizzati come canale pubblicitario, affinche’ convettano e diffondano le lodi proprie del freesoftware per poi essere bloccati nel momento in cui c’e’ da agire, per dare spazio a chi agisce emettendo fattura. Configurazioni di tal fatta ancora non ne ho viste, ma solo intuite in un paio di occasioni: spero che non siano la norma, ma certo il dubbio e’ lecito constatando la ridotta attivita’ concreta di numerosissimi Users Groups “capitanati” da professionisti del settore.

Laddove non si manifesti tale bieco conflitto di interessi, il ragionamento puo’ essere capovolto pur mantenendo il suo significato: se sono i LUG a creare il “mercato”, ovvero il desiderio e la necessita’ di migrare al software libero presso aziende o enti pubblici, sostanzialemente il concetto distorto e’ che essi rubino il pane che loro stessi sfornano. Senza attivita’ di promozione condotte localmente ben pochi dei potenziali clienti si porrebbero il problema di usare Linux o qualsiasi altro componente a sorgente aperta nel proprio ambiente, pertanto non esisterebbe affatto la richiesta su cui i professionisti campano. A questo punto, che il lavoro sporco sia condotto gratuitamente o a pagamento non conterebbe nulla, perche’ nessuno ne avrebbe bisogno.

In ultimo, l’osservazione in assoluto meno politically correct: se una azienda specializzata in produzione/configurazione/installazione di software open non e’ in grado di offrire a giusto prezzo un servizio migliore di quello offerto da un pugno di sfaccendati nerd cui piace smanettare nel tempo libero, e’ meglio per tutti se lasciano perdere ed aprono un banchetto ortofrutticolo al mercato. Se l’azienda IT italiana pretende di restare in eterno quella che e’ stata negli ultimi dieci o piu’ anni, ovvero uno spaccio di pessimo software customizzato alla meno peggio da far strapagare a qualche cliente appropriatamente circùito, intimamente preferirei vederli andare tutti in bancarotta. Non si aiuta l’economia locale chiudendo un occhio sul suo scarso valore, ma anzi mettendola sotto assedio per istigarla a reagire. Se la community agisse come si suppone che debba agire, sarebbero un ottimo esempio di “disruptive innovation”: una ondata di competenze di base messe a disposizione a costo nullo o quasi, che lascerebbe dietro di se’ una scia di morte economica e distruzione industriale su cui ricostruire un intero nuovo mondo di offerte e servizi qualificati con fondamenta meglio piantate nel terreno dell’innovazione.

Fin troppo spesso si lamenta una assenza di supporto di tipo “business” a Linux, si imputa alla mancanza di assistenza professionale la mancata penetrazione del freesoftware in settori produttivi delicati ed esigenti. Chi copre queste aree? Dov’e’ colui che risponde a questa forte richiesta di mercato? Chi e’ cosi’ sicuro delle proprie competenze da assumersi la responsabilita’, cosi’ come dovrebbe fare ogni societa’? I margini di crescita esistono, esistono in abbondanza, ma fintantoche’ le “prede facili” (soprattutto le piccole aziende senza tante pretese che necessitano di una qualche forma di informatizzazione) sono lasciate a disposizione nessuno osa fare il passo per colmare la lacuna, nessuno accenna ad accollarsi rischi, e tutti si accontentano di barcamenarsi alla meno peggio.

Chi agisce per passione e curiosita’ e voglia non dovrebbe avere remore, o temere di ostacolare l’interesse altrui. Se questo “altrui” e’ davvero capace di fare il suo mestiere sara’ in grado di trovare alla perfezione il suo ruolo. Altrimenti perira’, come e’ giusto che sia. Questa e’ la chiave dell’Evoluzione.

Un Fiorino

20 luglio 2010

Nello scorso post abbiamo discusso di chi cerca il consenso della community freesoftware mentre alle sue spalle arraffa l’arraffabile, questa volta al contrario parliamo di chi un consenso potrebbe persino gia’ averlo e, in modo assai piu’ trasparente, magari raccimola anche qualche quattrino.

Chi segue occasionalmente le news provenienti dall’Internet avra’ gia’ letto qualcosa in merito a Flattr. Flattr e’ un servizio relativamente recente e, a parer mio, estremamente interessante: sostanzialmente si tratta di un incrocio tra l’oramai onnipresente tasto “Like” di Facebook e le donazioni Paypal (disclosure: questa figura retorica mi e’ stata suggerita da TechCrunch), per cui e’ possibile premiare con un singolo click i contenuti piu’ meritevoli non gia’ con una innocua (e forse inutile) condivisione ma cedendo una percentuale della somma “investita” dall’utente ogni mese. Il meccanismo e’ talmente innovativo che desisto dal proposito di descriverlo qui a parole: se gia’ non lo avete visto, date una occhiata al ben piu’ chiaro video di presentazione.

La cosa mi e’ talmente piaciuta che appena ne ho avuto la possibilita’ mi sono registrato e ho versato una (modesta) somma di 20 euri da distribuire in (ancor piu’ modeste) quote mensili da 2 euri, anche se chiaramente all’inizio i contenuti “flattrabili” erano ben pochi ed ho assegnato i primi quarti di euro a qualche pagina anche solo vagamente di mio interesse. Ma sta di fatto che un poco alla volta inizio a vedere l’iconcina arancione e verde in un numero crescente di siti. Inclusi ovviamente quelli dei progetti che gestisco io.

E proprio sul rapporto tra piccoli (e grandi) progetti di sviluppo e questo nuovo sistema di “donazioni” vorrei soffermarmi.

Da che mondo e’ mondo, numerosi sono gli sviluppatori piu’ o meno occasionali che sulle proprie homepage chiedono un qualsiasi contributo monetario ai visitatori, che possono in tal modo esprimere il proprio apprezzamento per il lavoro svolto. Credo che nessuno conti di comprarcisi il Ferrari con tali soldi (sebbene il maintainer di FreeNet qualche anno fa’ pretendeva che gli si pagasse uno stipendio di 2300 dollari al mese, ma e’ un caso abbastanza isolato), ma certamente un apporto pecuniario per quanto piccolo incentiva e premia anche solo simbolicamente lo sforzo. Nel 2008, ad esempio, quando l’Organizzazione del Linux Day Torino dono’ 129 miseri dollari (al secolo, 100 euri) al progetto MadWiFi questi mandarono piu’ di una mail di ringraziamento e pubblicarono la notizia sul loro sito, manco fossimo dei mecenati.

Eppure quelli che una donazione la fanno davvero non sono cosi’ tanti: in alcuni casi perche’ e’ una scocciatura dover seguire la non immediata procedura di Paypal (il mezzo usato pressoche’ da chiunque in tale contesto) e scappa la voglia, in altri perche’ donare solo 5 euri sembra brutto e donarne 20 sembra fuori portata dunque nel dubbio si lascia perdere del tutto, in altri perche’ trattandosi di quattrini li si vuol tenere da parte per i progetti davvero meritevoli e si procrastina l’azione fino a non compierla, in altri perche’ i progetti davvero meritevoli gia’ accumulano quantita’ piu’ che generose di soldi e quelli di nicchia non raggiungono la soglia psicologica necessaria per far aprire il portafogli virtuale… Insomma, per un motivo o per l’altro questi premi in denaro non si versano mai.

Qui torniamo a Flattr. Ovvero a questo strumento ideato appositamente per effettuare micro-donazioni (senza pene per le cifre sborsate) eque (a tutti va una parte uguale della propria quota mensile), ed in modo immediato (senza potersi appellare alla scomodita’ dell’attivita’). Le potenzialita’ del servizio sono piuttosto evidenti.

Questo lo penso non solo io ma anche ad esempio tal Raphael Hertzog, il quale ha avviato una iniziativa chiamata (poco fantasiosamente) Flattr FOSS che null’altro e’ se non una newsletter mensile in cui compare una lista di progetti open che accettano micro-donazioni appunto con Flattr. Scarso il successo riscosso sinora, non saprei dire se a causa della scarsa promozione dell’idea o di una ancora limitata penetrazione di Flattr presso la community freesoftware, ma ritengo comunque positivo il fatto che qualcuno si faccia venire in mente di ingegnerizzare la raccolta di micro-fondi per i lavori a codice aperto meno conosciuti.

Se tutti quelli che passano lasciassero un fiorino (e magari anche piu’ d’uno, giacche’ le assegnazioni Flattr si azzerano ogni mese) tutti ne trarrebbero giovamento. E, piu’ in generale, tutti trarrebbero giovamento dal fatto di destinare una maggiore quantita’ dei fondi che orbitano intorno al mondo open a chi il software lo scrive, anziche’ a chi passivamente lo installa e lo configura o peggio lo promuove e basta.

I soldi non sono tutto. Ma aiutano.

Processo al Processo

24 gennaio 2010

La notizia dell’acquisizione di Sun da parte di Oracle fece un certo scalpore in tutta la blogosfera nerd. E molto di piu’ nei dintorni della blogosfera linuxofila. “Che fine fara’ OpenOffice?”, “Che fine fara’ ZFS?”, e, forse piu’ di tutti, “Che fine fara’ MySQL?”.

Il primo software citato sarebbe anche un po’ ora di cederlo interamente alla community, sarebbe certamente meglio che continuare a lasciarlo in balia di un pugno di developers che a fronte di una chiusura completa verso l’esterno (persino scaricare il sorgente dai repository rischia di essere un trauma) hanno pure il coraggio di lamentarsi degli scarsi contributi. Il secondo non lo vedo particolarmente a rischio in mano ad Oracle, che suppongo avere tutto l’interesse per un filesystem distribuito e fault tolerant da cui i suoi propri prodotti possono trarre solo giovamento.

In merito al terzo, e’ tutta un’altra storia.

Tutto inizio’ quando all’ufficio Antitrust della Commissione Europea, i soliti malfidati, avviarono una pratica per indagare sugli effetti di mercato della paventata unione tra Oracle e Sun. Il buon Monty, fondatore di MySQL AB (societa’ che mantiene e sviluppa l’omonimo database, acquisita nel 2008 da Sun stessa e pertanto rientrante nel pacchetto chiavi in mano prossimo ad essere ceduto ad Oracle), intravvide in tale evento la possibilita’ di attuare un colpo di mano per evitare che la sua amata creatura venisse ridotta in brandelli dalla nuova dirigenza, ed inizio’ ad inviare alla community accorati appelli per reagire e convincere i giudici che quel matrimonio non s’aveva da fare. Si avviarono campagne, petizioni, arrivo’ qualche critica, e si arrivo’ a negare il fatto che la natura opensource di MySQL potesse salvarlo dalla distruzione con un qualche fork piu’ o meno ufficiale (tipo i gia’ esistenti Drizzle e MariaDB) che spostasse il fulcro dello sviluppo al di fuori di Oracle indipendentemente dal suo benestare.

Proprio intorno al punto “open/non open” si sono incentrate le maggiori discussioni e diatribe, sia per capire se la nota piattaforma potesse davvero sopravvivere al di fuori dell’ambiente enterprise in cui e’ nata e sempre stata sviluppata, sia perche’ una delle massime argomentazioni pro-Oracle si fondava sull’esistenza di PostgreSQL in qualita’ di alternativa e dunque contrappeso competitivo sul libero mercato. Il momento piu’ caldo e vissuto della vicenda e’ stato raggiunto con la pubblica dichiarazione di Monty che anche tale prodotto avrebbe potuto essere facilmente assassinato dal colosso statunitense, e l’infastidita risposta della community Postgre alle provocazioni sullo stato di salute del progetto non si e’ fatta attendere.

L’elemento inedito in tutta codesta bagarre, sufficiente a suscitare una meditazione (e a me, a scrivere un post sul blog), e’ proprio nel riconoscimento di PostgreSQL nel ruolo di spartiacque. Contrariamente al rivale MySQL, suddetto applicativo non e’ mantenuto e controllato direttamente da nessuna azienda ufficiale, la sua proprieta’ intellettuale non appartiene a nessuno di preciso (o quantomeno, a nessuno che individualmente ne possa rivendicare diritti e privilegi), viene condotto interamente da una comunita’ completamente aperta di persone con nessun legame burocraticamente riconosciuto. Al fondo delle pagine del sito, il copyright viene assegnato al “PostgreSQL Global Development Group”, che non sembra essere ne’ una associazione ne’ un ente ne’ una fondazione ne’ tantomeno una software house. Insomma: sulla carta, non esiste. Eppure la sua concretezza e’ stata motivo fondante per far concludere il famoso procedimento dell’Antitrust a favore di Oracle: a pochi giorni fa’ risale il verdetto conclusivo, in cui precisamente PostgreSQL viene citato come alternativa competitiva opposta al blocco Oracle/MySQL, con buona pace dell’esacerbato Monty.

A mia memoria questa e’ stata la prima occasione in cui l’opensource e’ entrato in un’aula di tribunale. E non mi riferisco qui alla validita’ legale delle diverse licenze che tra loro possono o non possono essere miscelate oppure possono o non possono prevedere l’inclusione del codice in applicativi proprietari (le licenze hanno comunque gia’ dimostrato la loro efficacia in diversi altri casi), ma proprio del processo di sviluppo aperto. I giudici, con la loro decisione, indirettamente garantiscono il fattore di indipendenza ed impossibilita’ di appropriazione indebita di un progetti open, e respingendo la possibilita’ di una azione ostile di Oracle nei confronti degli sviluppatori chiave di PostgreSQL (che, secondo Monty, potrebbero essere individualmente sedotti dal colosso americano ed indotti a lasciar perdere nella loro opera) sanciscono formalmente una delle regole non scritte alla base del modello open: nessun individuo e’ determinante, tutti collaborano o possono collaborare. Inoltre la sentenza sdogana una volta per tutte la concezione per cui un prodotto emerso dalla community, senza nessun diretto vincolo economico con enti terzi, e’ alla pari con il frutto di una azienda vera e propria con tanto di fatturato e bilancio.

Questa volta non ha vinto un paletto legale, ma una idea.

Qualcuno potra’ sostenere che si tratti di una vittoria di Pirro, in quanto determina l’assorbimento e la potenziale distruzione di MySQL (personalmente non credo che Oracle tema particolarmente la sua crescita, coprendo un segmento di mercato totalmente diverso dal suo proprio, ma neanche che abbia smania di investirci dei soldi di tasca propria o di curarsene…), ma in termini assoluti accolgo molto positivamente la sentenza e spero che altri, soprattutto nel mondo businness, ne percepiscano il senso di fondo.

L’udienza e’ tolta.

Cornuti e Gabbati

21 maggio 2009

Negli ultimi giorni questo e’ stato uno dei temi principali su tutti i circoli di news in qualche modo legati al software libero, e a rischio di sembrare banale voglio commentare a mia volta la vicenda. Non e’ mia intenzione aggiungere nulla di particolarmente nuovo, ma semplicemente esprimere il mio profondissimo disappunto.

Che Microsoft abbia implementato la specifica ODF in Office e’ cosa nota.

Che tale implementazione non sia compatibile con assolutamente nient’altro disponibile al mondo anche e’ cosa nota.

Gia’ e’ meno noto che tal Gray Knowlton, uno dei manager della divisione Office in Microsoft, abbia espressamente dichiarato che Rob Weir (vicepresidente della Commissione Tecnica ODF, nonche’ appunto autore del sopra linkato articolo di denuncia) dovrebbe lasciare la sua carica perche’… beh, perche’ non se ne e’ stato zitto.

Ancora meno noto, o quantomeno ai piu’ ignoto, il fatto che Microsoft sia oramai abituata ad implementare a modo suo gli standard quel tanto che basta a passare i test di validazione ma fregandosene della (o deliberatamente evitando la) reale interoperabilita': il caso piu’ eclatante, come ricordato anche da un altro (a parer mio azzeccatissimo) recente post sulla questione di ODF, e’ la presunta adozione della specifica POSIX in Windows NT, che come riferisce anche la documentazione del sito Microsoft, non espone alcuna funzionalita’ di networking ne’ permette di usare alcun applicativo Windows, ed in pratica “c’e’, ma non serve a niente”.

L’intento dell’operazione e’ quantomai palese: far certificare Office come ODF-compliant, nell’ottica di assecondare il crescente interesse delle pubbliche amministrazioni di tutto il mondo e convincerle che non val la pena migrare su altre piattaforme quando gia’ quella che hanno va benissimo, ed allo stesso modo mantenere la posizione di monopolio su tale prolificissimo mercato, il quale a sua volta e’ strategico in virtu’ delle relazioni che le suddette pubbliche amministrazioni hanno con le imprese (le quali per forza di cose devono adattarsi a quanto esposto loro da parte dei relativi governi).

Limpido e trasparente.

Gia’ tante parole sono state impiegate per esprimere ogni sorta di posizione, ed altre continuano ad arrivare. E tanti sono anche coloro che difendono Microsoft in quanto essa ha effettivamente introdotto una implementazione perfettamente aderente allo standard ISO (approfittando delle ambiguita’ presenti in alcuni parti della specifica per iniettare un proprio comportamento totalmente inedito, si’ da far cornuti e gabbati tutti gli altri). Ma a codesti personaggi rivolgo la domanda: se davvero MS Office e’ un prodotto cosi’ tanto superiore rispetto alla concorrenza, tanto da valere i suoi 400 dollari per l’ottimo lavoro che svolge, per quale motivo si fa di tutto per evitare l’interoperabilita’? Se fosse cosi’ tanto al di sopra degli altri, non ci sarebbe alcun rischio a giocare ad armi pari, no? O forse mette paura il fatto documentato che in contesti in cui il lock-in stretto si e’ affievolito il colosso statunitense mostra la sua incapacita’ puramente competitiva in tutto il suo splendore, perdendo di vigore ogni giorno che passa?

Dalla Cosca di Redmond non ci si puo’ aspettare assolutamente nulla di buono. Nulla. Mai.

Libero e Brevettato

10 aprile 2009

Dopo aver letto accusa, difesa e discussione del tema, credo di essermi costruito una opinione in merito alla recentissima (e tutt’ora in corso) vicenda della licenza MXM.

Riassunto: e’ stata sottoposta ad OSI una licenza, la MXM appunto, espressamente costruita per gestire in modo esplicito i brevetti con cui il codice puo’ essere coperto e “protetto”. Lo scopo e’ quello di garantire al licenziatario del prodotto il diritto di far valere i propri brevetti (in soldoni: far pagare delle royalties) sull’implementazione e su qualsiasi utilizzo commerciale, e nello specifico di permettere all’MPEG Working Group di divulgare il codice di una implementazione di riferimento di un iper-brevettato standard in fase di lavorazione presso ISO/IEC.

Ora, il dubbio e’ lecito: ci siamo fumati il cervello??? In questa storia, non c’e’ un solo tassello che sia al posto giusto!

Siamo qui a scapicollarci per combattere l’assurdo sistema che regolamenta la brevettabilita’ delle idee implementate nel software, fior di manifestazioni sono organizzate negli USA per far sparire tale anti-concorrenziale, anti-innovativo e dannosissimo fenomeno dalla locale legislazione, lo stesso si dica dell’Europa su cui la minaccia da anni incombe e si ripresenta ad intervalli regolari nella vana speranza di approfittare di un attimo di distrazione della community per introdurre un set di leggi che andrebbe ad esclusivo appannaggio dei sin troppo noti colossi del mercato IT, e l’avvocato Piana, promotore della lotta ai brevetti ma anche insospettabile autore e supporter della nuova licenza, viene a scrivere

the sad truth is that if we did not offer a patent-agnostic license we would have made all efforts to have an open source reference implementation moot.

Del resto, dal testo della licenza si evince che

Patent Covenant is however extended to the compilation and use of a compiled version (as Executable) of this software for study and evaluation purposes only, with the exclusion of distribution of compiled code or any other commercial exploitation.

E che la licenza stessa e’ “virale”, dunque si estende anche a prodotti derivati

The Modifications which You create or to which You contribute are governed by the terms of this License.

Dunque, per fare un esempio terra terra: una qualsiasi distribuzione Linux, che e’ pur sempre un prodotto usabile all’interno di un contesto commerciale, non potrebbe contenere nei suoi repository alcun software realizzato a partire dal codice in oggetto.

Bella implementazione di riferimento della malora! Tutto quello che realizzo a partire da essa non puo’ essere usato, se non pagando il pizzo. Si tengano pure il loro codice.

Piu’ in generale: credo che un compromesso tra opensource e brevetti non possa esistere, neppure in via temporanea, per il fatto stesso che i due concetti sono totalmente incompatibili. Uno rappresenta la liberta’ di tutti, l’altro il privilegio di alcuni. Il Piana asserisce che tale misura servirebbe come cuscinetto in attesa che la regolamentazione dei brevetti venga cancellata e soppressa, ma il buon senso mi suggerisce che non si puo’ sperare che cio’ accada finche’ il comportamento viene incentivato con l’introduzione di licenze di questo genere. Mi domando maliziosamente a quanto ammonti la parcella dell’avvocato in questione per aver messo cosi’ in bilico la sua propria reputazione di Paladino del Freesoftware, strenuamente ostentata nel sopra linkato post di auto-difesa.

L’approvazione di MXM da parte di OSI avrebbe il solo effetto di “diluire” (azzeccatissimo termine preso dall’articolo di Linux Journal) il significato della parola “opensource”, compito in cui gia’ Microsoft si prodiga promuovendo il suo Shared Source farlocco, e la mira in questo caso e’ semplicemente quella di poter etichettare felicemente con tale termine il proprio software che tanto “open” non e’. Una operazione di marketing, niente di piu’ e niente di meno, che se assecondata metterebbe in crisi una delle piu’ forti argomentazioni e le radici stesse del movimento.

Tralasciando per un momento l’analisi della licenza, mi piacerebbe soffermarmi invece sul fatto che ISO abbia lavorato e continui a lavorare nella standardizzazione di un formato, l’MPEG, non solo cosi’ pesantemente condizionato da protezioni legali ma per cui anche cosi’ stringente e tassativo e’ l’utilizzo. Non mi dilungo qui a causa della mancanza di fonti, ancora vorrei documentarmi meglio su codesto frangente, ma almeno ad una prima e superficiale analisi c’e’ qualcosa che non quadra.

Credo che quanto esposto sia una ottima dimostrazione di come il confronto sulla brevettabilita’ del software sia ancora aperto, e richieda sempre costante attenzione.

Orecchie Tese

7 gennaio 2009

Viaggiando in treno da Milano (ove mi sono recato per il primo giorno del mio nuovo lavoro) e Torino su un treno preso al volo grazie ai ritardi indotti dalle disastrose condizioni meteo in Nord Italia, mi capita di allungare l’orecchio ed ascoltare la conversazione telefonica tenuta da un altro viaggiatore mio vicino. Da cio’, il pretesto di scrivere qualche considerazione sull’emblematico andamento della condizione IT nel Bel Paese, ed un suggerimento.

L’ignaro mia ispiratore, dall’accento milanese ed in tenuta sportiva, sembra lamentarsi con quello che evidentemente e’ un collega di lavoro sulla condizione delle attivita’ produttive dell’azienda in cui lavora: stando al poco che comprendo essi si occupano di software gestionale, che deve sottostare a leggi e regolamenti di cui pero’ talvolta non sono al corrente o cui non riescono a star dietro, e la pressante concorrenza (molta, posso immaginare, in un mercato in cui il software gestionale, la sua personalizzazione ed il suo aggiornamento fa funzionare una buona parte del settore terziario) mette a dura prova la capacita’ di cambiamento e flessibilita’ del marchio. In un’ora di dialogo (si, sta parlando da un’ora, e pure ad alta voce: si e’ beccato piu’ di una occhiataccia dalla signorina del posto accanto che tentava di leggere il giornale) ho sentito le peggiori invettive sia verso i concorrenti che verso gli altri colleghi, eppure pare che nessuno dei due interlocutori riesca a focalizzare quella che sarebbe la sola, unica e reale soluzione per i loro problemi (oltre a quella di cambiare mestiere, naturalmente): innovare.

Nello scorso periodo il termine “innovazione” e’ stato abusato persino piu’ che in altre ere, essendo un ottimo talismano da sfoggiare ed ostentare per esorcizzare gli effetti della Crisi Internazionale, ma in fin dei conti almeno dal punto di vista prettamente economico e monetario e’ vero: se ci si inventa qualcosa di nuovo, il cliente e’ maggiormente stimolato a comprare. E l’economia gira.

Tutti lo dicono, nessuno lo fa. Ivi compreso il mio viaggiatore meneghino (che sta ancora telefonando, e’ passato al cliche’ “l’Italia fa schifo, che Paese di merda…”). Esiste soluzione?

Concentriamoci sul settore a me caro, quello dell’Information Technology, in modo da semplificare il discorso mettendo da parte divagazioni sulla necessita’ di strumentazioni e laboratori che permettano di condurre attivita’ di ricerca. Dunque riduciamo il tutto ad un computer e ad una connessione all’Internet. La tecnologia, si sa, cambia dall’oggi al domani: ieri c’era il mainframe, oggi il PC e domani ci sara’ il cloud computer. Anche se, ammettiamolo, buona parte di quello che ci sta nel mezzo e’ fuffa, e vitale e’ saper discernere un trend modaiolo che si spegnera’ nel giro di una settimana (tempo necessario a fare il giro di tutti i blog della Rete e tornare al mittente) da un reale nuovo strumento su cui val la pena costruire il proprio businness.

Abbiamo cosi’ una piccola azienda che deve riuscire a suscitare interesse nei suoi clienti, ed una pletora di possibilita’ per l’implementazione di nuovi servizi e l’integrazione di quelli esistenti con altri. Cosa manca?.

Qui sta il vero protagonista di questo post. Pensavate fosse il loquace bauscia del sedile qui dietro (si, si, e’ ancora al telefono. Due minuti fa’ adduceva al proposito di scappare all’estero), ed invece no. Il mio protagonista e’ “il Nerd”. Il Nerd e’ quel personaggio solitamente di eta’ compresa tra i 17 ed i 27 anni che costantemente si tiene aggiornato su ogni novita’ del settore tecnologico, che dipendentemente dalla sua nicchia di maggior interesse assimila ogni modello di cellulare touchscreen o ogni framework per lo sviluppo di applicazioni Web2.0: lungi dal riflettere l’immagine costruita dall’impietosa Hollywood, egli molto spesso non si distingue alla vista apparendo come un individuo del tutto normale (nell’accezione piu’ ampiamente diffusa di “normale”) ma una volta dinnanzi ad un PC connesso al World Wide Web inevitabile gli e’ andare a buttare un occhio a Slashdot (se e’ un nostalgico) o Gizmodo (per i piu’ gadgettari).

Osservando attentamente l’andamento della popolazione nerd in Italia, si evince che e’ desiderio diffuso quello di trovare un modo per lavorare facendo cio’ che piu’ piace, ovvero leggere, documentarsi e sperimentare quanto appreso: dai tempi dell’assai noto pollycoke, passato dallo scrivere un blog su WordPress ad un sito quotidinamente aggiornato popolato di annunci pubblicitari da cliccare e richieste di donazioni, battaglioni di smanettoni tentano di replicare il colpaccio scrivendo posts, tips, reviews, commenti ed approfondimenti su ogni singolo sommovimento dell’universo hi-tech, pubblicizzando le proprie pagine in lungo ed in largo sperando di avere un minimo profitto dai banner strategicamente posizionati ed avere di che’ campare facendo, si puo’ dire, il mestiere dell’opinionista.

Siamo arrivati al dunque: abbiamo una azienda in cerca di nuovi sbocchi, abbiamo un mondo di strumenti per incrementare la produttivita’, ed abbiamo chi puo’ filtrare il flusso di segnalazioni per cavarne qualcosa di usabile e ben volentieri lo farebbe per mestiere. … C’e’ bisogno di aggiungere altro?

Se la piccola impresa riuscisse ad uscire dalla sua ottusa, obsoleta e sempre meno remunerativa ottica di vendere il meno possibile al piu’ alto prezzo mediabile, ed aprisse gli occhi sulla prateria di possibilita’ che ha dinnanzi per variare la sua offerta e sbaragliare la concorrenza, il salto in avanti sarebbe piu’ che notevole: una maggiore qualita’ dell’IT italico, un maggiore livello di consapevolezza nei confronti dell’informatica, ed a lungo andare uno stimolo a produrre internamente nuove tecnologie anziche’ importare sempre quelle che vengono dall’estero. Impossibile sarebbe per me suggerire di far assumere smanettoni ed appassionati cosi’, di punto in bianco, per tenerli in ufficio a cazzeggiare e farsi dire ogni tanto quali sono le novita’, ma un compromesso lo si puo’ trovare: l’importante sarebbe mettere in relazione il Nerd con l’Imprenditore, e vedere cosa ne salta fuori.

Utopico? Irrealizzabile? Completamente campato per aria? Forse. Ve lo faro’ sapere con esattezza quando avro’ fatto un certo test che da qualche tempo porto avanti su tal fronte (e di cui non preludo niente).

E comunque, alla fine il milanese ha messo giu’.

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