Archive for the 'Dubbi Amici' Category

E Se…

11 agosto 2013

Qualche tempo fa si scherzava tra nerd, e qualcuno tra serio e faceto esclamo’ “Pensate se Free Software Foundation avesse finito Hurd ed il sistema operativo GNU fosse stato completo!”. Io ridacchiai, pensando allo stato attuale di Hurd e alla definizione di “finito”. Dopo un secondo mi son fatto serio. E dopo un altro secondo mi e’ stato impossibile evitare di dichiarare ad alta voce “Sarebbe stata la catastrofe”.

Come immagino tutti i lettori di questo blog sanno (e se no, sapevatelo) nell’era pre-opensource Stallman e compagnia si erano messi in testa di fare un sistema operativo completamente libero, e dopo aver scritto l’editor di testo per scrivere il codice, il compilatore per compilarlo, ed il debugger per debuggarlo, si piantarono nell’implementazione del kernel. Ovvero il pezzo che serviva ad eseguirlo, quello che stando a quanto che mi hanno insegnato all’universita’ e’ il sistema operativo propriamente definito. E, posti dinnanzi alla difficile scelta di rimandare il raggiungimento dell’obiettivo primario al 2043 o di sfruttare l’alternativa che gli era stata presentata su un piatto d’argento – il kernel Linux sviluppato da Linus Torvalds dalla parte opposta del pianeta – fecero buon viso a cattivo gioco ed optarono per la seconda, iniziando a costruire intorno ad esso. A cio’ si deve la doppia dicitura GNU/Linux, che a tutt’oggi caratterizza pressoche’ tutte le distribuzioni installate sui nostri PC e buona parte di grane e grattacapi all’interno della community.

E’ successo pero’ che Stallman e Torvalds non siano proprio sempre d’accordo su tutto: il primo ha una visione estremamente rigida ed inflessibile sulla liberta’ del software, il secondo ha un approccio piu’ libertario e pragmatico. Ed e’ cosi’ che al kernel Linux possono essere agganciati anche moduli non liberi senza eccessivi patemi, permette di inizializzare i driver con informazioni che si trovano in file di firmware pre-compilati, e contiene esso stesso blob binari di cui nessuno ha il codice sorgente che li ha generati. Insomma: una buona parte dell’hardware supportato da Linux, e’ supportato – che lo si voglia o no – in virtu’ di componenti tutt’altro che liberi. E tutti sappiamo quanto il supporto all’hardware sia fattore enormemente critico nella diffusione, soprattutto in ambiente desktop.

Se FSF avesse completato Hurd, non avesse dovuto ricorrere a Linux come kernel del proprio sistema, e non avesse dovuto dipendere dal reazionario Torvalds, tutto questo semplicemente non sarebbe successo: niente driver proprietari, niente blob binari, niente supporto hardware, e niente pubblico. Stallman lo ha sempre espressamente dichiarato: l’importante e’ garantire la massima apertura del codice, non raggiungere il piu’ ampio numero possibile di persone; data questa premessa mai si sarebbe piegato ad accettare compromessi nel suo sistema, e certo nessuno lo avrebbe supplicato per farlo. Qualcuno potra’ oggi sostenere che in fin dei conti le odierne gNewSense e Trisquel, distribuzioni “halal” benedette da Free Software Foundation che montano una versione speciale del kernel Linux “epurato” dai bit proibiti, in fin dei conti riconoscono una buona quantita’ di dispositivi – benche’ mai tanti quanti una piu’ lasciva Ubuntu – ma va detto che a questo punto ci siamo arrivati solo dopo venti anni di lenta ma costante espansione ed un coinvolgimento di un numero massivo di sviluppatori; se l’esperienza Linux (o in questo caso GNU) non fosse stata in un certo qual modo semplificata e resa piu’ morbida fin dall’inizio, sarebbe stato ben difficile avere tale progressivo coinvolgimento.

Ma va considerato anche un altro aspetto, meno appariscente ma probabilmente piu’ rilevante: GNU sarebbe stato certamente un sistema operativo libero, ma molto poco opensource. Fin dall’inizio della sua missione Stallman non si e’ mai dimostrato particolarmente incline ad accettare patch e correzioni dal mondo esterno, come ci racconta Eric Raymond nel celeberrimo “La Cattedrale ed il Bazaar” (nel saggio, Emacs e GCC rientrano nella categoria “Cattedrale”), e il “caso GnuTLS” del dicembre scorso ci racconta che le cose non sono cambiate nel tempo: a fronte di alcuni contrasti con lo sviluppatore principale appunto di GnuTLS in merito alla governance interna del progetto GNU, saltarono fuori dichiarazioni del calibro di “There is no process for decision making or transparency in GNU. The only existing process I saw is ‘Stallman said so’”. Torvalds non e’ uno stinco di santo e lo sappiamo tutti (per dirne due: CFS e ReiserFS 4), ma e’ legittimo chiedersi quanti componenti, anche importanti, non sarebbero stati inclusi nel kernel GNU sotto una guida puritana ed ortodossa: l’implementazione del protocollo SMB, indispensabile per interoperare con la condivisione file di Windows? I vari moduli per la virtualizzazione, che a loro volta permettono di eseguire altri sistemi operativi non necessariamente liberi? Per non parlare del supporto al DRM, che ha determinato una apertura spaccatura tra Torvalds e Stallman.

“Altola’! Hurd e’ sempre stato progettato come un micro-kernel, dunque chiunque avrebbe potuto implementare i suoi moduli anche senza il permesso di Stallman, ci sarebbero state tutte le funzioni del mondo e avremmo potuto cantare Kumbaya nudi sulla spiaggia!”. O forse no. Torvalds stesso, nel primo annuncio assoluto del suo kernel amatoriale, prendeva le distanze dal progetto GNU definendolo “professionale”: qualcosa di lontano, intoccabile, etereo. Vien da pensare che non fosse l’unico a vederla cosi’ – anche in funzione della gia’ citata tendenza a non accogliere in modo particolarmente entusiastico i contributi provenienti dai comuni mortali fuori da FSF – e che dunque il mondo GNU sia sempre stato visto – e sempre sarebbe stato visto – come un mondo parallelo. Talmente parallelo che, forse, non ci sarebbero neppure state “distribuzioni” messe insieme spontaneamente dalla community, come nella notte dei tempi e’ successo per Debian e Slackware: perche’ occuparsene, quando ci avrebbe pensato gia’ FSF? E delle distribuzioni “commerciali”, manco a parlarne: se mai una Red Hat o una Novell avessero messo mano a GNU, lo avessero compilato per proprio conto, e per una qualche necessita’ di esigenza dei propri clienti ci avessero aggiunto anche per sbaglio un qualche componente proprietario (cosa assai facilmente credibile, soprattutto all’inizio, quando necessariamente non ci poteva ancora essere una implementazione libera di ogni cosa), la contro-propaganda sarebbe stata sufficientemente spinta da fare terra bruciata intorno all’aspirante imprenditore. Gia’ oggi possiamo osservare l’attitudine dei nostri alla polemica nei confronti di Canonical, che, pur talvolta andando oggettivamente oltre il lecito, prova a far sfondare la sua Ubuntu sul mercato di massa benche’ la Fondazione non perda una singola occasione per muovere rimostranze piu’ o meno fondate (e, conseguentemente, tenendo lontani i potenziali collaboratori esterni al progetto open); figurarsi se fossero ancor piu’ direttamente toccati dalla questione, ovvero se Canonical cercasse di “manomettere” il loro proprio sistema operativo!

Alla luce di tutte queste considerazioni, c’e’ di che’ ringraziare che le cose siano andate cosi’ come sono andate. Il governo delle larghe intese gnulinuxaro, in cui devono necessariamente convivere scuole di pensiero diverse e persino contrastanti, forse non e’ il migliore possibile ma, pur non facendo contento nessuno (esattamente come la sua controparte parlamentare italiana) permette di non eccedere in nessuna direzione ed avere un ambiente bilanciato tra principi e pragmatismo (contrariamente alla sua controparte parlamentare italiana).

E se ci fosse stato Hurd? Sarebbe stata la catastrofe.

Cosa e Come

5 agosto 2011

Ieri, in mezzo alle solite notifiche Facebook che quasi ognuno di noi riceve, me ne e’ arrivata una dal gruppo (privato) di AxT, novella associazione astigiana per la promozione dell’open-data e dell’open-government di cui in qualche modo faccio parte (e per cui ho persino scritto un articolo, spero di trovare il tempo per stenderne altri in futuro). Tale notifica era relativa ad un link condiviso da un giovane membro dei Radicali Italiani evidentemente interessato alle tematiche del potenziale democratico offerto dalle odierne tecnologie ma, mi si permetta di dirlo senza cattiveria e senza malizia, un tantinello sprovveduto.

In breve, nel post linkato l’autore fa sfoggio di entusiasmo e buona volonta’ dichirando di aver invitato il sindaco di Asti, Giorgio Galvagno, ad aderire al network di Decoro Urbano, sbrilluccicante piattaforma di segnalazioni da parte dei cittadini su problemi di rifiuti, dissesti, atti di vandalismo e quant’altro.

Inevitabilmente ho fatto un giretto sul sito, trovando quello che mi aspettavo di trovare: brochures assai curate dal punto di vista grafico ma nei cui contenuti si ripetono sempre le stesse medesime buzzwords, gran abbondanza di widgets social che istigano alla condivisione ed alla promozione, e grandi ammicchi rivolti ai decisori politici che devono valutare se far adottare il sistema dal comune che rappresentano. Le stesse cose che del resto trovai su ePart, iniziativa in tutto e per tutto simile cui l’eco e’ giunta a me quando il servizio venne inaugurato ad Udine. Con la differenza che ePart non dichiara pubblicamente quanto costa la fruizione dei dati dal punto di vista amministrativo da parte del comune aderente (disclosure: se non ricordo male tra i 10000 ed i 30000 euro, dipende dalle dimensioni della localita’ stessa dunque chi piu’ ne ha piu’ ne spende. Ho un amico che lavora presso un comune piemontese e che gli ha scritto in via ufficiale per far finta di informarsi…), mentre su DecoroUrbano e’ scritto a chiare lettere che e’ tutto gratis per tutti. I malpensanti potrebbero dire “finche’ e’ in beta”, ma concediamogli il beneficio del dubbio.

Essendo tutto gratuito verrebbe da pensare che codesti benefattori non abbiano doppi fini, come ad esempio la squallida aspirazione di raggirare i contribuenti prima inducendoli a promuovere e pubblicizzare un servizio dedicato al loro esclusivo bene salvo poi estorcere cifre folli agli enti pubblici che ci cascano, dunque non ci sarebbe problema alcuno a rilasciare tutto il codice in licenza opensource e pubblicare i dati raccolti in formato grezzo per permettere ulteriori analisi e manipolazioni da parte di terzi. Esattamente come fanno gli altri progetti americani da cui, come si evidenzia nella presentazione in PDF (a pagina 4), loro prendono ispirazione. E invece… sorpresa (!): niente codice e niente API. Tutto chiuso, tutto proprietario, tutto segreto. La trasparenza e la partecipazione sono cose buone solo finche’ si applicano agli altri, meglio ancora se sono clienti paganti.

Da questa ennesima esperienza emerge non solo un poco di sdegno (ma solo un poco: oramai per queste cose abbiamo gli anticorpi…), ma soprattutto una grande preoccupazione.

In questi tempi moderni fatti di movimenti digitali e tecnologie spicce le iniziative rivolte all’e-Government, all’e-Democracy, all’e-Partecipation e a tutto quello che riporta un prefisso con “e-” (o anche un post-fisso “2.0″, va bene uguale) abbondano. Ci sono associazioni, ci sono eventi, ci sono appelli ai governanti affinche’ attuino politiche finalizzate alla cooperazione attiva. Attiva, ma troppo spesso non consapevole. Tutti poggiano le loro richieste e le loro attivita’ su una serie di concetti essenziali: la trasparenza, i dati aperti, il software libero. Tutte cose giuste, ma troppe tutte insieme. Il messaggio rischia di arrivare deformato all’orecchio di chi alla fine decide per l’implementazione di queste idee. Soprattutto quando questo messaggio viene trasmesso e rimbalzato da chi non ha competenze appropriate, e con il cranio imbottito di slogan e parole chiave recepite casualmente in giro prende per oro colato quanto scritto nelle brochure colorate. Passandole con entusiasmo al suddetto decisore finale, che a sua volta ha competenze ancora meno appropriate e recepisce solo le ricadute politiche delle sue scelte (il cittadino puo’ mandare la sua segnalazione = e’ contento = mi vota. Cfr. pagina 10 della presentazione PDF di DecoroUrbano) dunque approva opzioni a dir poco azzardate.

La minaccia, concreta, e’ che l’epocale passaggio alla nuova generazione di strumenti collaborativi si risolva in una immensa presa per i fondelli: il progetto viene inaugurato in pompa magna, lautamente pagato di nascosto, e, come ogni opera pubblica che si rispetti, abbandonato dalle istituzioni nel giro di due anni, con l’impossibilita’ di recuperare quanto prodotto in quanto la piattaforma usata fino a quel momento non permette l’accesso alle informazioni. e-CazziNostri.

L’utente medio facilmente si illumina davanti alla mappa Google su cui cliccare e scrivere improperi a proposito della buca nella strada, non fa altro che assecondare la sua natura di piagnone. Ma spetta ai promotori dell’OpenGovernment (o comunque lo si voglia chiamare…), quelli che ci capiscono – o dicono di capirne – qualcosa badare non solo al “cosa” ma anche al “come”. Intervenire nettamente, a gamba tesa se necessario, dinnazi agli abbozzi monchi che via via emergeranno dall’offerta di mercato in funzione del crescente interesse per il tema, i quali peccano sul versante dell’accesso ai dati o che non garantiscono la fruizione della tecnologia a tutti. Impedire che il sogno della democrazia telematica si trasformi in una farsa, l’ennesima farsa, da cui i soliti squali traggono profitto e che non lascia niente di concreto alle spalle.

eGovernment ed affini vengono intesi come metodo di innovazione. E’ il momento di innovare. Radicalmente, in modo distruttivo, senza compromessi.

I Pazzi Sono Fuori

28 ottobre 2010

Qualche giorno fa’ ho ricevuto una mail da parte di uno squilibrato che, in buona sostanza, mi accusava di non capire niente di software libero.

Risalendo, credo da una mia mail inviata alla mailing list degli annunci gestita da ILS, al sito del progetto GASdotto, egli ha isolato dalla pagina dedicata al download una singola frase:

E’ possibile scaricare GASdotto gratuitamente, cosiccome ridistribuirlo a chiunque ed utilizzarlo senza limitazioni o costi di licenza. GASdotto è software libero, dunque sei libero di farci ciò che vuoi.

E in una mail ricca di stralci presi pressoche’ a caso da testi di Stallman mi contestava quanto segue:

  • non e’ vero che il software libero puo’ essere utilizzato senza limitazioni, perche’ occorre rispettare l’obbligo di ridistribuire i sorgenti
  • non e’ vero che il software libero sia esente da costi di licenza, perche’ esso puo’ essere venduto
  • i files PHP non sono software libero
  • i sorgenti devono per forza essere ridistribuiti insieme ai binari

Credo sia immaginabile quale sia stata la mia prima reazione: non sapevo con quale epiteto iniziare la mail di risposta. Dopodiche’ mi sono ricomposto, e colto da infinita’ pieta’ ho cercato di spiegare al mio arrogante interlocutore i dettagli che evidentemente non aveva afferrato.

  • “utilizzare” e “ridistribuire” sono due azioni ben distinte, e non mi risulta che nessuna definizione di “software libero” (a parte forse quella implicita nella licenza AGPL) imponga ad un utilizzatore di mettere in piedi un mirror del codice nel momento in cui si limita ad usare il prodotto
  • “costo di licenza” e’ un concetto ben specifico, piu’ specifico di “costo” e basta. Tale termine indica il prezzo che il produttore del software (o meglio, il licenziatario) impone sul suo prodotto, e giacche’ GASdotto e’ scaricabile gratuitamente e’ piu’ che corretto dire che esso non ha “costi di licenza”. Se poi qualcuno vuol venderlo o farsi pagare per l’hosting o l’assistenza, faccia pure
  • l’unica interpretazione che sono riuscito a dare alla ardita dichiarazione sull’uso di PHP e’ che il personaggio abbia confuso “PHP” con la “PHP License” che appare elencata sul sito del progetto GNU: il primo e’ un linguaggio di programmazione, che di per se’ puo’ essere licenziato in qualsiasi modo, la seconda e’ una licenza applicata ad una mezza manciata di progetti al mondo che non e’ compatibile con GPL (pur continuando ad essere considerata “software libero” a tutti gli effetti da Free Software Foundation)
  • per quanto sia una best practise quella di affiancare i pacchetti sorgenti a quelli binari, la sezione 6 della GPLv3, licenza da me adottata appunto per GASdotto, dettaglia per filo e per segno le modalita’ di distribuzione del codice e non trovo motivi per lamentarsi della mia insana pigrizia in sede di release

Nella seconda mail i motivi di contestazione si erano gia’ drasticamente ridotti, ed ho ancora risposto.

Nella terza rimaneva il chiodo fisso della legittimita’ della vendita dei servizi al software (cosa mai negata da parte mia, ed anzi ulteriormente confermata facendo notare che io stesso offro hosting dietro pagamento di un contributo per l’applicazione), e la raccapricciante osservazione (copio e incollo) “Comunque non capisco perchè non possiate fare le medesime cose con l’HTML invece del PHP”. E’ stato imbarazzante spiegargli che uno e’ un linguaggio di formattazione e l’altro un linguaggio di programmazione, certe nozioni elementari le ritenevo date per scontate da chi pretende di spiegare agli altri (con saccenza, peraltro) cos’e’ il software libero. Ma ho comunque risposto.

La quarta mail conteneva una gratuita invettiva a Berlusconi (!): ho troncato la discussione.

Gli indizi degli ultimi due messaggi mi portano a pensare che il mittente fosse un ragazzino di 12 anni che, cavalcando l’onda dell’intellettualismo stallmaniano (tendenza internettiana sub-culturale che cronologicamente segue l’intellettualismo hacker), pensava di rendere il mondo un posto migliore rompendo le scatole al primo malcapitato capitato a tiro. Ed il suo sito web, piu’ e piu’ volte linkato invitandomi a leggerlo per meglio comprendere cosa fosse il freesoftware (…), non fa che confermare la tesi: solo chi e’ troppo giovane per aver navigato abbastanza pagine sull’Internet puo’ credere che davvero ci sia bisogno di un ennesimo mirror di foto di Stallman, che proprio un bell’uomo non e’.

Cosa insegna questa esperienza. Fondamentalmente niente: che di pazzi esaltati fosse pieno il mondo gia’ lo sapevamo, una ulteriore conferma non era ne’ richiesta ne’ necessaria.

Resta solo un ennesimo motivo per preoccuparsi della esponenziale crescita (ed invadenza) dei parolai, e della lenta ma costante diminuzione dei developers. Di questo passo del software libero restera’ solo una affascinante corrente filosofica da studiare presso le facolta’ umanistiche.

Colpo di Stato

18 giugno 2009

Nei mesi passati si e’ svolta una vicenda, o anche piu’ di una tra loro intrecciate, che nella mia visione delle cose assume risvolti grotteschi, ambigui, e preoccupanti. Il tutto si e’ snodato e continua a svilupparsi su un paio di mailing list di sviluppo e qualche blog, ovvero in quella zona d’ombra del cyberspazio lontana dalla maggior parte dei sedicenti supporters del software libero, e dalla loro relativa opinione, ma in cui le sorti del software libero si decretano.

L’epilogo, o quantomeno lo status attuale, e’ che il mio nome e’ ad oggi elencato tra i maintainers di una delle ontologie Nepomuk, che per chi non lo sapesse e’ il maxi-progetto sponsorizzato (almeno, come vedremo, fino a qualche mese fa’…) dall’Unione Europea con 11 milioni di euro volto alla stabilizzazione di un framework opensource per il semantic desktop e condotto, tra gli altri, da messer Sebastian Trueg. Per la cronaca, quello che fino al giorno prima si era occupato dei programmi per masterizzare i CD: ne ha fatta di strada, l’amico!

Questa parte l’ho gia’ menzionata sul mio blog “tecnico”, vediamo adesso qual’e’ stato il percorso che mi ha portato a tale condizione. Per essere il piu’ chiaro e completo possibile, proseguiro’ cronologicamente passo per passo.

  • Per motivi su cui non sto a dilungarmi, giungo sulla mailing list del progetto Xesam. Suddetto progetto, promosso da Freedesktop.org, ha tra le sue finalita’ la definizione di uno standard per l’accesso all’informazione semantica sul desktop Linux, ma prima del mio arrivo da diversi mesi languiva e rantolava ad un passo dalla release 1.0 della specifica per l’assoluta incuria e la scarsita’ di partecipazione, dovuta in massima parte al grande hype generatosi intorno al gia’ menzionato progetto Nepomuk (con cui condivide almeno una parte degli scopi) ed allo spostamento dell’attenzione della community. Gia’ qui ci si potrebbe soffermare osservando il paradossale scenario in cui un progetto viene pressoche’ abbandonato in favore di un’altro che offre solo una parte delle funzionalita’ (Nepomuk descrive il formato con cui vengono descritti i metadati, Xesam sia il formato che l’API per accedervi), ma chiunque bazzichi la blogosfera linuxofila italiana ed internazionale gia’ ha una idea dei fiumi di parole stesi in lode del miracolo semantico del profeta Trueg o, per dirla con altre parole, del grado di fidelizzazione raggiunto presso una crescente porzione della community grazie anche alle ottime skills da venditori di enciclopedie dei ragazzi nel team KDE (desktop environment in cui Nepomuk e’ stato sinora molto parzialmente implementato, ma il cui nome e’ stato legato a doppio nodo), sbizzarritosi in occasione della piu’ recente versione del sistema, la 4
  • Quattro chiacchere col maintainer di Xesam, Mikkel Kamstrup Erlandsen, e ne risulta che per ufficializzare suddetta release “stable” del documento occorre solo sistemare qualche formalismo nel wiki. Procedo personalmente (o meglio, con la complicita’ dell’amico Netvandal) alle correzioni, e con qualche titubanza viene infine annunciato sebbene un po’ in sordina Xesam 1.0. Nel frattempo il modesto ma serrato traffico generato dalla suddetta discussione ha indotto qualcuno degli altri iscritti alla lista ad uscire allo scoperto, sono stati puntualizzate le limitazioni indotte da una specifica stabile ma ne’ ottimale ne’ completa (a causa dei metodi sbrigativi adottati nell’ultimo periodo di reale attivita’ dal gruppo), e ci si e’ proiettati nelle disquisizioni in merito a Xesam 2.0. Primo passo di tale evoluzione: prendere l’ontologia Nepomuk, oggettivamente superiore, e migrare lo sviluppo di un suo eventuale fork in un ambiente community-driven aperto alle partecipazioni di tutti, cosa che non e’ mai stata per il progetto originario (condotto da poche persone e poco incline ad interventi esterni)
  • Come si e’ parlato di “fork”, il Trueg (a sua volta iscritto in lista Xesam, dunque consapevole del movimento in corso, ma fino a tal momento pressoche’ silente) dal nulla interviene per dire che il fork non e’ necessario, si puo’ tranquillamente aprire lo sviluppo del Nepomuk originale, ed anzi un progetto su SourceForge e’ gia’ stato aperto con tale scopo. Il progetto si chiama… OSCAF. Nulla di piu’. E soprattutto nessuna menzione alla fondazione in principio menzionata nella pagina stessa su SF. Intanto, mentre scriveva tale mail, con l’altra mano Sebastian annunciava al mondo che era stato stretta una alleanza per la piena collaborazione tra Xesam e Nepomuk, non senza un minimo di alterigia nel far notare che in fin dei conti quella era l’unica soluzione dal momento che l’ontologia Xesam era “deprecated” fin dalla nascita dai suoi stessi autori. Ora, delle due l’una: o sia il mio client di posta che l’installazione Mailman della citata mailing list sono fallati, o entrambe queste informazioni sono false come una banconota da 12 euri, giacche’ negli archivi almeno fino al 29 aprile non v’e’ alcun riferimento ne’ alla collaborazione tra i due progetti ne’ tantomeno alla deprecazione della specifica. Ma purtroppo la storia la scrivono i vincitori, e come abbiamo gia’ detto il Don Chisciotte del Semantic Desktop gode di grande fama e notorieta’, tanto che il dato fallace ha in breve fatto il giro della Rete (qui un esempio nella giurisdizione italica) e nessuno si e’ curato di verificarne l’attendibilita’
  • Nel corso della discussione, finalmente qualcuno si decide a fare un poco poco di chiarezza su OSCAF: essa e’ una associazione che, all’atto pratico, eredita la proprieta’ intellettuale del progetto Nepomuk, terminato il 31 dicembre 2008 (da qui, le precedente menzione alla chiusura del flusso di soldi proveniente dall’Unione Europea…), i cui frutti sono coperti da copyright, dunque non riutilizzabili. Un chiaro messaggio per dire “O fate come diciamo noi, o non fate niente”. Chi pubblica tale mail? Tal Leo Sauermann, dipendente DFKI (ovvero l’azienda che all’atto pratico ha usato Nepomuk come copertura per pigliarsi i gia’ detti 11 milioni di euro), ed elencato tra i fondatori di OSCAF stessa. Insieme a Trueg, universalmente riconosciuto come primo maintainer di Nepomuk. Insomma, se la cantano e se la suonano tra di loro. Inizia una lunghissima discussione per il cappello con cui continuare il progetto, se sotto il nome Xesam o Nepomuk o OSCAF o ChissaCheAltro, e tutti hanno ovviamente tirato l’acqua al loro mulino accusandosi l’un l’altro di perdere un sacco di tempo in diatribe fondamentaliste anziche’ sul lavoro vero da svolgere
  • Nonostante i toni accesi di un flame cui inevitabilmente ho preso parte, sono stato assai turbato di ricevere poche o nulle risposte da parte degli esponenti OSCAF: scarse sono state le mail che hanno ricevuto una risposta diretta dalla controparte, e anche le piu’ ovvie e scontate richieste (come la pubblicazione dei membri dell’associazione) sono state totalmente ignorate nonostante la reiterata esposizione. Ancora piu’ turbato sono stato dai metodi con cui talune decisioni sono state letteralmente imposte con una abile strategia dialettica: laddove all’inizio era stato concesso di appoggiarsi a Freedesktop.org per il mantenimento della piattaforma di sviluppo in breve si sono addotti i piu’ variegati pretesti per allontanarsi da una realta’ troppo poco suscettibile al controllo oligarcico, e sebbene sia stato offerto il server Xesam (gia’ predisposto con tutti i tools di sviluppo e ovviamente contenente il materiale concernente almeno uno dei due progetti coinvolti nell’operazione) di tutto e’ stato fatto per aggrapparsi al progetto SourceForge ed al server OSCAF, di cui ovviamente al contrario di quanto speculato in lista non si delegano permessi di amministrazione a nessuno
  • Il colpo di scena e’ giunto con una mail di Sauermann, abilmente costruita ed il cui senso e’ “basta chiacchere, si deve fare cosi’ e cosa’, chi ha rotto le scatole fino adesso abbia il fegato di accollarsi la manutenzione di una delle ontologie Nepomuk a queste condizioni o se ne stia zitto”. Poca scelta e’ stata lasciata alla fazione anti-OSCAF: o partecipare a OSCAF stessa, o perdere autorita’ di dire la propria. Ed e’ per questo motivo che, seppur assai controvoglia, mi sono offerto (e sono stato accettato) come maintainer di NMO. Altri hanno intrapreso la medesima via, tra cui Ivan Frade, sviluppatore Tracker e strenuo difensore del modello community, probabilmente con il medesimo spirito: piegarsi, ma non spezzarsi. E gia’ ancora prima che si sia presa qualche decisione abbondano le contraddizioni di coloro che fino a tal momento hanno ostentato partecipazione ed interesse esclusivo per la concretezza e non per i nomi e la governance: per dirne una, in principio l’argomento della scarsa reattivita’ da parte degli amministratori Freedesktop.org e’ stata adottata come cardine della campagna denigratoria e dunque come motivazione all’abbandono di tale ambito di produzione, poche settimane dopo e’ arrivata la protesta del fatto che non si puo’ pretendere di avere subito gli strumenti di lavoro pronti all’uso sul server prescelto (= imposto) perche’ Stefan Derek (indicato come proprietario fisico del server OSCAF, nonche’ guarda un po’ dipendente DERI, ovvero l’altra azienda pappa e ciccia con DFKI) e’ una “persona molto impegnata” e non ha tempo di dedicare all’amministrazione. E neppure si vuol dare accesso SSH a qualsivoglia membro della community che avrebbe interesse nel partecipare attivamente: sia mai che qualcuno possa mettere mano all’amministrazione del server…

La storia e’ ancora tutta in divenire, i rallentamenti nella prosecuzione del lavoro di messa in opera degli strumenti di sviluppo evidenziano come ogni precedente velleita’ di attivismo e concretezza siano state adottate esclusivamente per mettere a tacere ogni obiezione nei confronti della migrazione sotto il cappello OSCAF, e ad oggi ben poco e’ cambiato dalla situazione precedente: Nepomuk continua ad essere un progetto di derivazione industriale, che ben poco ha a che spartire con la community, ed i soliti noti ne detengono il controllo e di conseguenza il ritorno personale in termini di immagine e profitto. Ancor piu’ preoccupante e’ stato il sopra descritto take-over del progetto Xesam, unico competitor di Nepomuk ed in cui lo squadrone punitivo e’ entrato a gamba tesa nel momento a cui ha visto del movimento che ne dimostrava la (seppur modesta) vitalita’ ed orientamento alla crescita.

L’aspetto piu’ drammatico della vicenda e’ che al momento una buona parte del futuro in termini di tecnologie semantiche open e’ in mano ad un ente i cui unici nodi decisionali operano nell’interesse di un solo vendor, KDE, e sebbene la partnership sia aperta a tutti non credo che la Gnome Foundation (pesantemente colpita dalla crisi internazionale, e privata recentemente di una buona parte dei finanziamenti) abbia di che sperperare 1000 o 2000 euro solo per aver diritto di dire la propria su una specifica che dovrebbe invece essere trasparente ed accessibile a tutti. Non escludo che se mai davvero le ontologie Nepomuk venissero ri-licenziate con una licenza Creative Commons un fork community-friendly avverra’, ma producendo cosi’ una spaccatura insanabile che rendera’ vano ogni proposito di unificare gli sforzi in tale frangente.

Se qualche anno fa’ sostenevo che un developer di software libero dovesse essere prima di tutto un avvocato, per districarsi nella giungla di licenze piu’ o meno compatibili tra loro, dopo l’ingresso nel mondo dello sviluppo vero constato che ancora di piu’ occorre essere politici: sempre crescenti sono gli interessi di carattere economico che minano i principi di collaborazione e condivisione che dovrebbero invece costituire il fondamento portante del movimento, e dura e’ contrastare appropriazioni indebite e pilotazioni della pubblica opinione.

[Update: qui la versione politically correct della storia, senza approfondimenti e rivolta solo ed esclusivamente all'aspetto tecnico]

Cornuti e Gabbati

21 maggio 2009

Negli ultimi giorni questo e’ stato uno dei temi principali su tutti i circoli di news in qualche modo legati al software libero, e a rischio di sembrare banale voglio commentare a mia volta la vicenda. Non e’ mia intenzione aggiungere nulla di particolarmente nuovo, ma semplicemente esprimere il mio profondissimo disappunto.

Che Microsoft abbia implementato la specifica ODF in Office e’ cosa nota.

Che tale implementazione non sia compatibile con assolutamente nient’altro disponibile al mondo anche e’ cosa nota.

Gia’ e’ meno noto che tal Gray Knowlton, uno dei manager della divisione Office in Microsoft, abbia espressamente dichiarato che Rob Weir (vicepresidente della Commissione Tecnica ODF, nonche’ appunto autore del sopra linkato articolo di denuncia) dovrebbe lasciare la sua carica perche’… beh, perche’ non se ne e’ stato zitto.

Ancora meno noto, o quantomeno ai piu’ ignoto, il fatto che Microsoft sia oramai abituata ad implementare a modo suo gli standard quel tanto che basta a passare i test di validazione ma fregandosene della (o deliberatamente evitando la) reale interoperabilita’: il caso piu’ eclatante, come ricordato anche da un altro (a parer mio azzeccatissimo) recente post sulla questione di ODF, e’ la presunta adozione della specifica POSIX in Windows NT, che come riferisce anche la documentazione del sito Microsoft, non espone alcuna funzionalita’ di networking ne’ permette di usare alcun applicativo Windows, ed in pratica “c’e’, ma non serve a niente”.

L’intento dell’operazione e’ quantomai palese: far certificare Office come ODF-compliant, nell’ottica di assecondare il crescente interesse delle pubbliche amministrazioni di tutto il mondo e convincerle che non val la pena migrare su altre piattaforme quando gia’ quella che hanno va benissimo, ed allo stesso modo mantenere la posizione di monopolio su tale prolificissimo mercato, il quale a sua volta e’ strategico in virtu’ delle relazioni che le suddette pubbliche amministrazioni hanno con le imprese (le quali per forza di cose devono adattarsi a quanto esposto loro da parte dei relativi governi).

Limpido e trasparente.

Gia’ tante parole sono state impiegate per esprimere ogni sorta di posizione, ed altre continuano ad arrivare. E tanti sono anche coloro che difendono Microsoft in quanto essa ha effettivamente introdotto una implementazione perfettamente aderente allo standard ISO (approfittando delle ambiguita’ presenti in alcuni parti della specifica per iniettare un proprio comportamento totalmente inedito, si’ da far cornuti e gabbati tutti gli altri). Ma a codesti personaggi rivolgo la domanda: se davvero MS Office e’ un prodotto cosi’ tanto superiore rispetto alla concorrenza, tanto da valere i suoi 400 dollari per l’ottimo lavoro che svolge, per quale motivo si fa di tutto per evitare l’interoperabilita’? Se fosse cosi’ tanto al di sopra degli altri, non ci sarebbe alcun rischio a giocare ad armi pari, no? O forse mette paura il fatto documentato che in contesti in cui il lock-in stretto si e’ affievolito il colosso statunitense mostra la sua incapacita’ puramente competitiva in tutto il suo splendore, perdendo di vigore ogni giorno che passa?

Dalla Cosca di Redmond non ci si puo’ aspettare assolutamente nulla di buono. Nulla. Mai.

Asino chi Legge

28 aprile 2009

Da qualche tempo mi capita saltuariamente di leggere qualche menzione al rapporto tra Creative Commons (il set di licenze che per la community sono sinonimo di “condivisione”, l’equivalente della GPL applicata ai contenuti multimediali anziche’ al software) e SIAE (il non troppo amato ente che regolamente la distribuzione e soprattutto l’incasso degli introiti per lo stesso genere di opere), senza pero’ mai approfondire il tema e comprendere in che modo le due realta’ potessero avere qualcosa a che fare tra loro. Ma quando l’altro giorno bazzicando l’Internet ho trovato l’annuncio del fatto che un incontro su tale argomento si sarebbe svolto qui a Torino e’ stato questione di poco fare una doccia ed uscire di casa per andare a sentire di cosa si tratta.

Nella elegante sala pullulante di avvocati e consulenti in giacca e cravatta e’ stato esposto il lavoro attualmente in corso presso SIAE, che in poche parole consiste nel convincere la Societa’ ad essere piu’ flessibile nei confronti della licenziazione delle singole opere e dei canali di distribuzione. L’obiettivo e’ quello di garantire agli autori un margine decisionale sugli ambiti in cui chiedono la partecipazione (e la vigilanza) da parte dell’istituto para-statale, che invece ad oggi pretende di avere l’esclusiva su ogni frammento creativo prodotto dai propri iscritti e diffuso con qualunque mezzo, e far si’ dunque che il detentore del copyright abbia modo di gestire come meglio crede, anche in forma diversa da quanto previsto e vincolato dall’associazione di cui e’ membro, parte del suo proprio repertorio.

Indubbiamente questo e’ un intento lodevole, in particolar modo nell’ottica delle odierne dinamiche di distribuzione dei contenuti multimediali (sempre piu’ orientate al mondo digitale), ma la domanda sorge spontanea: in tutto questo, che c’erano le Creative Commons? Sebbene presente e all’ascolto dell’incontro non sono riuscito a comprendere in che modo una variazione del comportamento del Colosso Burocratico abbia come fattore determinante l’adozione di una qualsiasi delle licenze proposte sotto il marchio CC: nel momento in cui l’autore puo’ gestire come meglio preferisce la distribuzione dei propri pezzi, sollevando SIAE dalla responsabilita’ di tracciarne l’uso e l’abuso in ben determinate circostanze, cosa importa a SIAE che essi siano licenziati in Creative Commons, Public Domain, o qualunque altro modo?

Ma anche volendo assumere che in realta’ mi sia sfuggito qualche dettaglio, e dunque la correlazione Creative Commons / SIAE abbia un fondamento specifico (e non si tratti solo di un accostamento inventato per promuovere e far accettare la manovra alla pubblica opinione…), ho constatato da parte dei suddetti avvocati ed esperti un discreto imbarazzo quando ho avuto l’ardire di muovere una ingenua domanda sulla sorte destinata alle Opere Derivate, ovvero opere concesse e permesse secondo quel particolare attributo che, almeno dal punto di vista della community (e mio), rende le Creative Commons uno strumento realmente diverso dal classico copyright ed apre le porte ad una condivisione a tutto tondo, garantendo riutilizzi non previsti a priori del creatore originale. Il lecito dubbio sul ruolo di SIAE nei confronti di contenuti derivati da quelli mantenuti sotto la sua supervisione e’ stato esposto, ma non posso affermare di aver ricevuto una netta e limpida risposta: gli interlocutori dall’altra parte della scrivania si sono tra loro consultati come se mai gli fosse passata per l’anticamera del cervello le implicazioni di tale atto ed il dettaglio fosse privo di rilevanza, anche se come gia’ detto esso e’ tra le tre proprieta’ essenziali di qualsiasi licenza CC insieme all’attribuzione delle opere al rispettivo autore e all’utilizzo commerciale. Gli unici borbotti intelleggibili sono stati rivolti a contenuti Share-Alike (che non prevedono opere derivate: troppo semplice cosi’, io avevo chiesto un’altra cosa!) e al riutilizzo a fini di lucro.

E proprio attorno alla commerciabilita’ dei lavori Creative Commons si condensano le mie perplessita’ piu’ marcate: stando alle FAQ trovate sul sito (ovvero: nella seconda pagina che viene naturale andare a leggere, subito dopo le news) e’ scritto a chiare lettere che un contenuto rilasciato come “Commercial” si riferisce al diritto concesso al fruitore di riutilizzarlo anche per trarne profitto (diretto o indiretto non ha importanza), non gia’ alla possibilita’ dell’autore originale di ottenere un guadagno. Eppure piu’ e piu’ volte gli esperti di cui sopra sembravano assecondare l’interpretazione secondo cui l’attributo “Commercial” implica il fatto che ogni introito debba essere destinato all’artista creatore, il quale in questo modo intende esprimere la sua propria volonta’ di “vendere” l’opera e di farsi pagare per essa. Tale argomentazione e’ addirittura stata usata come discriminante nella formulazione della intricata risposta alla esplicita domanda sulle Opere Derivate, dunque posso essere abbastanza certo di non aver frainteso la loro posizione, talmente netta e smaccata che ho evitato di rimarcare la mia titubanza ed ho lasciato correre.

Insomma: a mio modestissimo parere, questa storia del tavolo SIAE / Creative Commons e’ una farsa.

Magari anche condotta in buona fede, da persone che evidentemente tengono ad una formalizzazione della legge italiana nei confronti delle amate licenze CC, ma comunque in modo assai abbozzato, non aderente alla realta’ dei fatti, e soprattutto con l’elevato rischio di snaturare le CC stesse: nel momento in cui SIAE, ovvero l’ente in assoluto meno benvoluto dai giovani creativi e dalla pubblica opinione, ci mette il suo zampino, magari pretendendo poi di intervenire senza nozione di causa laddove sinora la community ha condiviso e riusato le opere multimediali distribuite in tale forma, che guadagno se ne trae?

Quando si maneggiano temi come le licenze libere (per il software o per l’arte), gli aspetti forensi dovrebbero essere solo una componente dell’analisi, da affiancare alla partecipazione ed al sentimento provato dalla community che inevitabilmente si e’ venuta a creare intorno ad ideali di carattere etico piu’ che amministrativo; finche’ si trova fuori da un tribunale, ovvero per la maggior parte del tempo, una licenza libera non e’ un documento legale ma un manifesto con cui i componenti della community stessa esprimono una propria posizione, la quale spesso sfocia in contesti ben diversi che non il software e l’arte e va alle radici stesse dalla conoscenza.

Per quanto possibile cerchero’ di frequentare anche i prossimi appuntamenti fissati a Torino, che per la cronaca si svolgono ogni secondo mercoledi del mese, al fine di approfondire meglio i punti sinora esposti ed altri, ben pronto a smentire le mie prime impressioni qualora nuovi dettagli dovessero essermi illustrati in modo piu’ chiaro: stay tuned.

Libero e Brevettato

10 aprile 2009

Dopo aver letto accusa, difesa e discussione del tema, credo di essermi costruito una opinione in merito alla recentissima (e tutt’ora in corso) vicenda della licenza MXM.

Riassunto: e’ stata sottoposta ad OSI una licenza, la MXM appunto, espressamente costruita per gestire in modo esplicito i brevetti con cui il codice puo’ essere coperto e “protetto”. Lo scopo e’ quello di garantire al licenziatario del prodotto il diritto di far valere i propri brevetti (in soldoni: far pagare delle royalties) sull’implementazione e su qualsiasi utilizzo commerciale, e nello specifico di permettere all’MPEG Working Group di divulgare il codice di una implementazione di riferimento di un iper-brevettato standard in fase di lavorazione presso ISO/IEC.

Ora, il dubbio e’ lecito: ci siamo fumati il cervello??? In questa storia, non c’e’ un solo tassello che sia al posto giusto!

Siamo qui a scapicollarci per combattere l’assurdo sistema che regolamenta la brevettabilita’ delle idee implementate nel software, fior di manifestazioni sono organizzate negli USA per far sparire tale anti-concorrenziale, anti-innovativo e dannosissimo fenomeno dalla locale legislazione, lo stesso si dica dell’Europa su cui la minaccia da anni incombe e si ripresenta ad intervalli regolari nella vana speranza di approfittare di un attimo di distrazione della community per introdurre un set di leggi che andrebbe ad esclusivo appannaggio dei sin troppo noti colossi del mercato IT, e l’avvocato Piana, promotore della lotta ai brevetti ma anche insospettabile autore e supporter della nuova licenza, viene a scrivere

the sad truth is that if we did not offer a patent-agnostic license we would have made all efforts to have an open source reference implementation moot.

Del resto, dal testo della licenza si evince che

Patent Covenant is however extended to the compilation and use of a compiled version (as Executable) of this software for study and evaluation purposes only, with the exclusion of distribution of compiled code or any other commercial exploitation.

E che la licenza stessa e’ “virale”, dunque si estende anche a prodotti derivati

The Modifications which You create or to which You contribute are governed by the terms of this License.

Dunque, per fare un esempio terra terra: una qualsiasi distribuzione Linux, che e’ pur sempre un prodotto usabile all’interno di un contesto commerciale, non potrebbe contenere nei suoi repository alcun software realizzato a partire dal codice in oggetto.

Bella implementazione di riferimento della malora! Tutto quello che realizzo a partire da essa non puo’ essere usato, se non pagando il pizzo. Si tengano pure il loro codice.

Piu’ in generale: credo che un compromesso tra opensource e brevetti non possa esistere, neppure in via temporanea, per il fatto stesso che i due concetti sono totalmente incompatibili. Uno rappresenta la liberta’ di tutti, l’altro il privilegio di alcuni. Il Piana asserisce che tale misura servirebbe come cuscinetto in attesa che la regolamentazione dei brevetti venga cancellata e soppressa, ma il buon senso mi suggerisce che non si puo’ sperare che cio’ accada finche’ il comportamento viene incentivato con l’introduzione di licenze di questo genere. Mi domando maliziosamente a quanto ammonti la parcella dell’avvocato in questione per aver messo cosi’ in bilico la sua propria reputazione di Paladino del Freesoftware, strenuamente ostentata nel sopra linkato post di auto-difesa.

L’approvazione di MXM da parte di OSI avrebbe il solo effetto di “diluire” (azzeccatissimo termine preso dall’articolo di Linux Journal) il significato della parola “opensource”, compito in cui gia’ Microsoft si prodiga promuovendo il suo Shared Source farlocco, e la mira in questo caso e’ semplicemente quella di poter etichettare felicemente con tale termine il proprio software che tanto “open” non e’. Una operazione di marketing, niente di piu’ e niente di meno, che se assecondata metterebbe in crisi una delle piu’ forti argomentazioni e le radici stesse del movimento.

Tralasciando per un momento l’analisi della licenza, mi piacerebbe soffermarmi invece sul fatto che ISO abbia lavorato e continui a lavorare nella standardizzazione di un formato, l’MPEG, non solo cosi’ pesantemente condizionato da protezioni legali ma per cui anche cosi’ stringente e tassativo e’ l’utilizzo. Non mi dilungo qui a causa della mancanza di fonti, ancora vorrei documentarmi meglio su codesto frangente, ma almeno ad una prima e superficiale analisi c’e’ qualcosa che non quadra.

Credo che quanto esposto sia una ottima dimostrazione di come il confronto sulla brevettabilita’ del software sia ancora aperto, e richieda sempre costante attenzione.

Una Grande Famiglia

5 febbraio 2009

Io sono un atipico sostenitore del software libero: mi affanno per promuoverlo e divulgarlo in ogni dove, faccio il tifo per tantissime grandi e piccole iniziative che spontaneamente nascono nei piu’ disparati luoghi, eppure non proprie tutte le attivita’ (e soprattutto non proprio tutti i promotori) mi vanno a genio. Sara’ forse perche’ sono “all’antica”, ho troppo ben presente la distinzione tra freesoftware ed opensource, e sebbene non sia un estremista per nessuna delle due fazioni mi turba vedere quanto talune volte un movimento tenta di contaminare (e sfruttare) l’altro.

E’ per questo motivo che ieri, leggendo l’annuncio della piu’ recente manovra di AsSoLi, ho avuto una reazione non particolarmente entusiasta.

Quel che si propone di fare sul sito carocandidato.org e’ ingegnerizzare una gia’ passata esperienza vissuta in occasione delle scorse elezioni politiche, ovvero costituire una sorta di “forza popolare” di elettori che faccia pressione sui politici che stanno per affrontare una consultazione elettorale e, in sostanza, fargli aggiungere tra le promesse anche qualcosa sul supporto al software libero all’interno della Pubblica Amministrazione. Una cosa fondamentalmente inutile, considerando che tutti sappiamo come un qualsiasi aspirante parlamentare/presidente/sindaco sia sempre assolutamente incline ad assecondare qualsivoglia richiesta proveniente da chi dovra’ poi apporre la propria crocetta sulla scheda destinata all’urna per poi fatalmente dimenticare tutto quello che aveva promesso esattamente il giorno dopo la nomina, ma non voglio criticare qui la finalita’ in se’ dell’operazione quanto il dubbio sfondo su cui agisce.

Dopo anni di militanza tra le schiere linuxofile italiane ho constatato la pressoche’ totale onnipresenza in qualsiasi gruppo ed associazione di numerosi esponenti del suddetto movimento opensource, persone che costruiscono la propria attivita’ commerciale intorno a prodotti a codice aperto di cui forniscono vendita, assistenza e personalizzazione. Fin qui, assolutamente nulla di male: non solo questo atteggiamento e’ perfettamente legale ed anzi supportato da qualsivoglia ente promotore del software libero con un minimo di cognizione di causa, ma ha pure il pregio di accellerare la penetrazione di applicativi open nel mondo delle attivita’ economiche e supplire alla naturale diffidenza che nasce nei confronti di “programmi che si possono scaricare gratis da Internet” e che, nell’ottica ottusa di molti, sono dunque inferiori ai corrispettivi proprietari.

Cio’ che mi turba e’ il modo in cui tali aziende – perche’ pur sempre di aziende si parla, che vendono prodotti ed hanno un guadagno – un po’ troppo spesso ricorrano all’ingenuo, spensierato e disinteressato entusiasmo della community (la componente freesoftware, per dir cosi’, formata per lo piu’ da giovani smanettoni col pallino per l’informatica) per rastrellare consensi e mettere in luce il proprio catalogo.

Torniamo al “Caro Candidato”: facendo un giro per il modestissimo sito, dalla pagina delle entita’ aderenti al progetto si approda in fretta al homepage di ApritiSoftware, ennesima associazione (si legge dal sito) “nata per iniziativa di un gruppo di professionisti“, tra cui “consulenti della Pubblica Amministrazione“. Gente, insomma, la cui fatturazione dipende dai sopra menzionati politici che saranno eletti, e con cui ben volentieri stringono rapporti di amicizia oppure, nel peggiore dei casi, di ritorsione. Suddetto gruppo non ha ancora combinato nulla e, a naso, sembra essere nato solo in funzione delle imminenti elezioni regionali in Sardegna, dunque torniamo al sito di AsSoLi in cerca di qualcosa di interessante: qui troviamo una serie di azione intraprese, tra cui tra le altre piu’ recenti troviamo una lettera aperta al Ministro Brunetta, in cui si invita a spendere un po’ di palanche in software libero, o un bel rapporto sui soldi ceduti a Microsoft da parte del Governo, in cui si invita a orientare meglio la destinazione degli stanziamenti.

C’e’ qualcosa che non torna: e’ una pura coincidenza che tutte le azioni svolte da AsSoLi, sbandierate in lungo ed in largo sull’Internet e presentate alla blogosfera italica come importantissimi movimenti di supporto e protezione del software libero coinvolgano sempre enti statali e soldi? Con tutte le notizie che quotidianamente arrivano in merito a violazioni delle licenze, abusi dei formati proprietari e minacce all’ecosistema Linux, sempre li’ si va a parare? Non pretendo che essi possano seguire proprio tutte tutte le problematiche esistenti in tale contesto, ma… Per la legge dei grandi numeri, prima o dopo dovrebbe arrivare a combinare qualcosa di diverso!

Stando al poco che posso comprendere leggendo i testi che loro stessi scrivono, sommato alla mia breve eppure intensa esperienza avuta con alcuni di tali personaggi (che raccontero’ in futuro su questo blog), a me par tanto che questo eroico e temerario gruppo di paladini difensori della virtu’ del freesoftware altro non sia che un canale pubblicitario per una ristretta cerchia di consulenti rampanti che cerca di smuovere quel poco di opinione di massa per poi presentarsi dall’istituzione pubblica di turno dicendo “Vedi? Un sacco di cittadini vogliono che sui PC del Comune ci sia Linux! Ed io sono la persona piu’ indicata per farti questo lavoro, del resto il sito l’ho aperto io e certamente sono un esperto!”. Chiunque conosca la gilda dei consulenti, instancabili ed insaziabili cacciatori di facili prede cui spillare tanti quattrini a fronte di poco lavoro e pertanto sempre sulle tracce dell’inesauribile e mastodontico Stato, non dura fatica a comprendere come uno scenario del genere non sia solo plausibile ma anzi estremamente probabile: i tasselli del puzzle sono tanti, alcuni elencati in questo post e molti altri reperibili ispezionando gli archivi di news con un briciolo di acume oggettivo, ma accostandoli ed incastrandoli sembra emergere una suggestiva foto di una grande famiglia in cui le donne hanno il capo coperto e gli uomini portano la coppola in testa e la lupara al fianco…

Ovviamente le mie sono illazioni, supposizioni, provocazioni, frecciatine… Dunque, poiche’ non pretendo di essere Custode Supremo della Suprema Verita’, lascio ai lettori il compito di formarsi una propria idea personale. Purche’ essa sia veramente una idea personale fondata su impressioni di prima mano, e non suggerita con un contorno di sedicente moralita’.

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