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Attitudine Vestigiale

25 luglio 2012

Molto spesso, per non dire sempre, quando su una mailing list di nerd linuxari si tocca l’argomento “migrazione delle imprese e/o della pubblica amministrazione” la discussione finisce col degenerare nell’invettiva generalista. “I dirigenti sono ottusi”, “No, i dipendenti sono ottusi”, “Se gli cambi Office si lamentano”, “Non capiscono niente”. E via dicendo.

Tutte affermazioni in linea di principio fondate (magari formulate in modo sommario, ma che fanno riferimento ad un fenomeno ben noto: l’inerzia), almeno nel 95% dei casi. Dopodiche’ esiste un 5% di casi che nessuno e’ in grado di affrontare, e che trovano il tipico linuxaro entusiasta completamente spaesato e privo di appigli. Sono i casi in cui e’ il dirigente dell’impresa e/o dell’ufficio pubblico che dice “Software libero? Opensource? Bellissimo! Da dove iniziamo?”.

Negli ultimi mesi mi sono capitati all’orecchio almeno quattro casi di funzionari di piccoli comuni che, convintisi della bonta’ e delle virtu’ del freesoftware, hanno chiesto lumi. Un consigliere di un centro siciliano, non sapendo a chi rivolgersi, ha scritto al form di contatti sul sito del LinuxDay (cui rispondiamo a turno Napo ed io); una consigliera di un altro comune negli immediati pressi di Torino l’ho incontrata alla ConfSL 2012 di Ancona; un altro ancora nell’alto mantovano si e’ appellato all’amico Fausto del LugMAN; il quarto ha scritto sulla mailing list Discussioni@AsSoLi. Quattro casi, richieste piu’ o meno simili, stessa reazione: “Boh!”. Pare non esistere una completa soluzione libera dedicata ai comuni che contempli gli applicativi essenziali (anagrafe, catasto, tributi…), se esiste nessuno ne ha mai sentito parlare, la fatidica legge sul riuso software viene puntualmente menzionata come riempitivo ma tutti sappiamo che muoversi nella giungla frammentata di offerte (molte delle quali peraltro nient’affatto libere) non e’ assolutamente facile neppure per un addetto ai lavori. Al promotore della liberta’ digitale improvvisatosi consulente non resta che citare i sempreverdi LibreOffice, Firefox e Thunderbird, e sperare che tale modesta risposta possa bastare per almeno far avviare il processo di migrazione salvo intimamente auspicare che il benintenzionato interlocutore si rivolga a qualcun’altro per ottenere indicazioni piu’ precise e puntuali la volta successiva.

Ancor piu’ grave e’ quando si discutono tali argomenti con qualche personaggio rilevante. A me e’ capitato l’altro giorno con l’Assessore al Lavoro della Provincia di Torino. Ho chiesto un appuntamento con l’intenzione di rastrellare qualche risorsa per il Linux Day sabaudo (ovvero il patrocinio dell’ente, una dritta su eventuali contenuti “istituzionali” e qualche contatto consono al tema dell’edizione 2012 della manifestazione nazionale) ma comunque mantenendo un profilo basso, sono stato ricevuto, ho spiegato il come ed il perche’, e laddove mi sarei aspettato una qualche innocua domanda di pura astrazione teorica – campo in cui i freesoftware advocate eccellono – il buon Assessore si e’ confessato sostenitore in-pectore della Causa e si e’ quasi stupito della limitatezza delle mie richieste. E’ finita con un pacco di contatti (CNA provinciale, Camera di Commercio di Torino, e l’impegno ad organizzarmi un altro incontro pure con l’Assesore alle Attivita’ Produttive) e la suggestione di un corso di formazione finanziato dalla Provincia stessa su strumenti open professionali. Insomma: non gli ho chiesto niente e m’ha dato tutto quello che gli passava per la testa. E’ forse lecito chiedersi cosa avrei ottenuto se avessi portato delle proposte mirate.

Ed il punto sta tutto qui: nella concretezza.

Dopo anni e anni passati a cercare di convincere il prossimo sulle virtu’ del software libero, qualcuno incredibilmente sta iniziando a crederci sul serio. E non siamo (io, ma anche molti altri. Quel che e’ successo a me in Provincia e’ capitato non molto tempo fa ad altri a Roma…) minimamente preparati a cio’. Le dichiarazioni di principi non bastano piu’: ora ci vogliono le soluzioni. Quelle pratiche, materiali, tangibili, da installare sulle workstation e nei CED. Molto spesso tali soluzioni o non esistono o sono ben nascoste. E di certo non si puo’ chiedere all’ente di turno di accollarsi in toto la spesa per farne svilupparne daccapo. Forse si potrebbe far leva sui famigerati articoli 68 e 69 del Codice di Amministrazione Digitale, quelli che dicono che quando una amministrazione acquista un prodotto software ne acquisisce anche il sorgente, ma questo vorrebbe dire scaricare il barile a funzionari che non necessariamente hanno competenze sufficienti ad affrontare la questione e si trovano quasi sempre in posizione di gia’ perpetrato vendor lock-in. Sarebbe come dire: “Io ho voluto la bicicletta, adesso pedali”.

Stesso ragionamento si puo’ applicare non solo al prodotto software in se’ quanto al contorno. Al modello economico correlato, alle strategie di riferimento, ai progetti su medio e lungo periodo. Tutti sappiamo (!) che un ecosistema ICT basato su software libero favorisce e stimola la competitivita’, l’innovazione, l’interoperabilita’ e lo sviluppo locale, ma nel Manuale del Perfetto Linuxaro nessuno ha scritto l’appendice che dice da dove si inizia, quali sono i primi passi da effettuare, quali sono i piu’ comuni problemi e quali sono i piu’ comuni approcci. Sappiamo qual’e’ l’obiettivo, ma non sappiamo qual’e’ la strada per arrivarci. Ce la dobbiamo inventare, non senza un po’ di fantasia.

Ho iniziato a drizzare le antenne, per capire cosa realmente c’e’ e cosa realmente non c’e’ al di la’ della retorica. C’e’ in corso una esperienza del LUG di Avola (giovine gruppo recentemente ammesso in LugMap) che sta dando una mano per il rifacimento del sito della propria citta’ seguendo tutti i crismi amministrativi ma anche quelli della riusabilita’ del software. Ci sono numeri statistici – aggregati e non particolarmente dettagliati, ma comunque interessanti – sulle esigenze di aziende e PA, almeno qui in Piemonte. E d’altro canto, come detto, qua e la’ ci sono funzionari e dirigenti ben disposti a dire la loro, se si ha il buon senso di starli a sentire senza la pretesa di andargli ad insegnare qualcosa.

Penso sia ora di disfarsi dell’antica attitudine all’approccio teorico e filosofico. Essa poteva andar bene quando eravamo pochi e inberbi, e ci dovevamo sperticare per comunicare il nostro messaggio. Il messaggio e’ passato, ora tocca a tutto il resto.

Cyberpunk

29 febbraio 2012

Spesso non ce ne rendiamo conto, ma il nostro mondo, il mondo in cui tutti i giorni viviamo, e’ molto piu’ “cyberpunk” di quanto non si creda.

I sintomi piu’ evidenti e noti della compenetrazione tra tecnologia e societa’ li troviamo nella cronaca internettiana (e non) dell’ultimo anno. Torme di ragazzini che in massa si muovono sul web attaccando, e piegando, siti governativi e di colossi del credito, agendo in nome di una entita’ collettiva senza nome e senza volto (e talvolta senza motivazione). Intere nazioni che, coordinandosi sui social network, rovesciano despoti, ed altri despoti da rovesciare che prima di mobilitare le truppe antisommossa badano di spegnere i router verso l’Internet. L’onnipresenza di telefoni cellulari nel continente africano, ed una Internet parallela su GSM che, per mezzo di telefonate ed SMS, mima il comportamento dell’occidentale web 2.0. Dubito che Sterling, anche all’apice del suo successo, avrebbe potuto inventare qualcosa di meglio.

Ma questi sono ancora percepiti come eventi lontani, estranei, che non toccano la nostra quotidiana esistenza e che dunque non meritano particolare attenzione se non quella di curiosita’ mediatica del giorno.

Eppure, la tecnologia – ed il bisogno di tecnologia – permea ogni anfratto delle nostre citta’. Anche, e soprattutto, i piu’ celati e sconosciuti. Nel corso dell’ultimo anno e mezzo, frequentando l’Officina Informatica Libera e di conseguenza le svariate persone che le si rivolgono per ricevere assistenza informatica a costo zero, ho toccato con mano realta’ concrete altrimenti difficilmente immaginabili.

Iniziamo dagli anziani. Ovvero una delle categorie sociali che universalmente vengono percepite come piu’ lontane dai nuovi media.

Tra gli svariati pensionati cui OIL ha ceduto un PC ricondizionato in comodato gratuito, almeno due meritano menzione nelle mie cronache urbane. I primi, una coppia: all’atto della consegna non avrebbero saputo riconoscere il pulsante di accensione del computer, sette mesi (ed un corso organizzato da SPI-CGIL) dopo avevano un account Facebook a testa con cui seguivano l’andamento delle vite dei figli, adulti e vaccinati e andati via di casa anni prima, condividendo con orgoglio le loro foto e comunicando la loro approvazione famigliare elargendo non gia’ pacche sulle spalle ma una pioggia di “Like”. La seconda: una anziana signora che aveva particolarmente insistito per avere un computer funzionante in sostituzione del suo scassato, quando andammo a portarglielo e montarglielo scoprimmo che tale premura era dettata dalla volonta’ compulsiva di consultare, evidentemente con una certa regolarita’, i CD di foto digitali appartenuti al figlio mancato prematuramente due anni prima.

Due aneddoti semplici, probabilmente comuni e rintracciabili in gran parte dei condomini dei quartieri cittadini, che ci insegnano una morale: forse per i “nativi digitali” la telematica rischia di essere uno strumento di isolamento ed alienazione, come sostengono i puristi dei rapporti sociali “vecchio stile”, ma per le classi storicamente gia’ isolate ed alienate (come appunto quella degli anziani, per decenni relegati ai campi da bocce o ai tavoli da briscola) risultano invece una evoluzione positiva, un modo per tenere vicino a se’ i beneamati figli, ed una betoniera di cemento con cui riempire il decantato “gap generazionale”.

Continuiamo con i senzatetto. Ovvero una delle ultime categorie sociali cui verrebbe da pensare parlando di nuovi media (o di qualsiasi altro tema che non sia condito di ipocrita melensaggine).

Da quando abbiamo installato un access point libero e gratuito presso Casa del Quartiere, vivace centro di incontro in zona San Salvario, la saletta dell’ingresso e’ diventata il fulcro di una piccola comunita’ tecno-bohemienne internazionale assiduamente frequentata sia da semplici utenti (spesso intenti a chiamare i famigliari rimasti in patria con Skype) che da esperti improvvisati del settore, che non di rado sottopongono alla nostra attenzione problemi tecnici riscontrati sui numerosi PC di ignota provenienza su cui mettono le mani. Non si pensi comunque alla classica e stereotipata immagine del “barbone” con il carrello della spesa, qui si tratta di persone la cui condizione e’ solo intuibile con la prolungata frequentazione e che spesso si confondono con il pubblico canonico del luogo, ma una volta accertato il loro status non puo’ che colpire il possesso da parte loro di un computer, talvolta di una chiavetta 3G (da usare quando non trovano un access point aperto, evento ben raro) e di altri ammenicoli digitali, che tendono ad usare con dimestichezza. Il fatto che anche chi non ha nulla ha comunque una casella di posta elettronica la dice lunga sui bisogni essenziali dell’Uomo odierno – e su quelli che dovrebbero essere i suoi diritti -, sugli strumenti informatici oramai talmente facilmente reperibili da essere diventati una commodity al pari di acqua e corrente elettrica, e sul ruolo della comunicazione e dell’accesso all’informazione.

Dalle constatazioni pratiche sopra elencate non traggo nessuna conclusione, quanto semmai un invito. Quello a non lasciarsi condizionare dai proclami e dalle previsioni dei futurologhi della domenica, che all’introduzione di qualsiasi novita’ nel settore della tecnologia di consumo azzardano analisi – sin troppo spesso disattese – sull’impatto che esse avranno nella vita di tutti i giorni. Al contrario, il progresso e’ osservabile e percepibile intorno a noi. E, come ci insegno’ Henry Ford, c’e’ vero progresso solo quando i vantaggi di una nuova tecnologia diventano per tutti.

Canali Promozionali

1 agosto 2011

I lavori su LugMap.it, il mio personale playground di sperimentazione per la LugMap di ILS, un poco alla volta procedono ed anzi negli ultimi giorni hanno subito un picco di attivita’.

Il componente cui ho dedicato maggiore attenzione e’ quello che anche reputo piu’ importante al momento, ovvero il widget web che chiunque puo’ includere sul proprio sito. Tale ammenicolo permette di avere esposto sulle proprie pagine un elenco dei Linux Users Groups della regione prescelta (o anche di tutte le regioni, ma diventa un po’ ingombrante…), sempre aggiornato in quanto dinamicamente generato a partire dai dati raw pubblici su cui si fonda l’opera messa a punto negli ultimi mesi.

Il motivo percui ho voluto accelerare la raffinazione di tale elemento, nonostante ce ne siano diversi altri che meriterebbero un po’ di cure, e’ stata la volonta’ di renderlo pubblico al piu’ presto ed invitare la community ad usarlo ed implementarlo sui rispettivi siti in vista del Linux Day 2011. Si sa, i LUG sono cronicamente a corto di risorse umane per l’organizzazione dell’evento linuxofilo per eccellenza, e cercare di convogliare verso di loro qualche potenziale volontario cui assegnare un talk o qualche installazione di sicuro non mi sembra una brutta idea (che poi il Linux Day qui a Torino sia organizzato da un comitato indipendente anziche’ dal LUG e’ un’altra storia, un caso isolato…).

Trascendendo dal Linux Day, mi sembra comunque urgente cercare un metodo per coinvolgere almeno marginalmente la comunita’ italica dei blog, dei forum, degli aggregatori, dei Pollycoke e degli ZioBudda, quelli che simpatizzano per Linux e per il software libero ma che si tengono ben alla larga dalle mailing list o dalle gerarchie complesse dei LUG. A questi individui, che certamente rappresentano il grosso della popolazione linuxofila nazionale, e’ dedicato il widget di LugMap.it: e’ una opportunita’ di dare una mano, di fare qualcosa, di collaborare ad un movimento, quello del freesoftware, fondato sulla collaborazione. Non si chiede loro di fare la tessera all’associazione o di assistere l’utente sfigato di turno che non sa configurarsi la webcam su Ubuntu, ma semplicemente di copiare ed incollare qualche riga di HTML sul proprio sito per dare visibilita’ a chi invece intende sobbarcarsi il lavoro da fare.

Ma… Cosa ho scritto? “Far promuovere i LUG da coloro che non vogliono far parte di un LUG”? Esatto: per quanto strano, e’ cosi’.

Per quanto piu’ e piu’ volte io abbia criticato – su questo blog o altrove – l’autoreferenzialita’, la rigidita’, la scarsa attivita’ ed il carente senso di partecipazione che si riscontrano presso la maggior parte delle associazioni e dei gruppi pro-freesoftware nostrani, comunque credo nella definizione di LUG inteso come “punto di riferimento locale”, nel senso di continuita’ e stabilita’ impresso da un ente individuabile e riconoscibile che agisce su una precisa area geografica, i cui membri si ritrovano occasionalmente ed hanno un nome ed un cognome nonche’ un rapporto con il resto della popolazione (ivi compresi addetti alle pubbliche amministrazioni, operatori scolastici, imprenditori ed altri). Un LUG che organizza a malapena il Linux Day una volta all’anno vale piu’ di un forum online con 1000 iscritti, appunto perche’ interagisce di persona con il pubblico del posto e funge da interlocutore diretto per i curiosi ed i meno tecnici (che sono tante, tantissime). Sicuramente essere parte attiva di un Users Group, tantopiu’ se costituito ad associazione, puo’ risultare essere una gran rottura di scatole – riunioni cui partecipare, beghe burocratiche, votazioni, rapporti con le istituzioni… –  e non si puo’ pretendere che tutti coloro che hanno un qualsiasi Linux installato sul PC dall’oggi al domani aderiscano spontaneamente a tale genere di strutture. Ma si puo’ invece pretendere che le promuovano e ne accrescano la visibilita’, al fine di facilitare e rendere possibili incontri tra persone accomunate dagli stessi interessi e con una quantita’ di entusiasmo variabile e compensabile. Gia’ sono tanti quelli che arricchiscono il proprio blog col banner del countdown che precede ogni nuova release di Ubuntu, penso che questi possano anche fare lo sforzo di aggiungere un riferimento ai gruppi regionali che spiegano alla gente cosa sia Ubuntu a chi non lo sa.

Inevitabilmente io ho gia’ integrato il widget recante i gruppi piemontesi su codesto blog (anzi ho implementato l’opzione per generare una immagine statica apposta per permettermi di cacciarlo dentro WordPress), chiedero’ un poco di beta-testing agli amici nerd, e vedro’ di propagare la notizia della disponibilita’ di tale strumento presso qualche canale convenzionale.

Se son rose, fioriranno.

Gli Altri

27 giugno 2011

Su questo blog sono solito commentare vizi e virtu’ della community linuxara, ma stando a quanto si e’ letto nella blogosfera internazionale nell’ultimo periodo anche gli altri, la “community” orientata alla tecnologia chiusa e proprietaria, non stanno messi molto meglio.

In breve: Microsoft ha annunciato alcune delle novita’ previste per Windows 8 mettendo l’accento sull’apertura verso standard condivisi (HTML5 e JavaScript) per la realizzazione delle applicazioni e tacendo sugli sviluppi dello stack .NET e Silverlight, e la comunita’ degli sviluppatori e’ insorta. Perche’? Perche’ loro hanno investito tempo e risorse per imparare ed implementare .NET e Silverlight, e non gli sta bene che adesso venga tutto buttato via solo per stare appresso a questa futile facezia degli standard.

Questo semplicissimo aneddoto, che nella sua modestia offre innumerevoli spunti di interpretazione, e’ a parer mio abbastanza esplicativo dell’abisso esistente tra le due diverse mentalita’, quella da “programmatore open” e quella da “programmatore closed”.

Il developer open e’ tradizionalmente uno smanettone, abituato ai cambiamenti, anzi trae quasi godimento dall’opportunita’ di imparare qualcosa di nuovo ad ogni ciclo di release. Python 3.0 e’ incompatibile con Python 2.0, Qt 4.0 e’ stato riscritto rispetto a Qt 3.0, l’aggiornamento dello stack di Gnome 3.0 (GTK+, Glib…) ha prodotto un immenso API break, eppure tutti sono sempre ben contenti di avere qualche novita’. E quando un ambiente di sviluppo non piace piu’, si passa rapidamente ad un altro: le possibilita’ sono infinite, i linguaggi sia per il desktop che per il web sono innumerevoli e per ognuno esistono innumerevoli librerie con cui costruire. E se quando esce una versione nuova del framework non si provvede ad allinearsi, tanto peggio: qualcun’altro ha gia’ implementato un’altra alternativa, piu’ bella e piu’ fresca, verso cui il pubblico naturalmente migra (senza peraltro troppo fatica: se entrambe la vecchia e la nuova soluzione sono open, la migrazione dei dati e’ relativamente semplice da effettuare). Magari tutto questo puo’ essere scomodo nel momento in cui si deve mantenere una applicazione business, che una azienda produce e mantiene presso dei clienti paganti, ma fa comunque parte del complesso e crudele gioco del libero mercato: chi si ferma e’ perduto, non esiste pieta’.

Il developer closed e’ invece l’esatto contrario. Ama la tecnologia legacy, la esige, la pretende. Ha imparato quello quando aveva 15 anni, e non ha mai piu’ voluto imparare altro. Gente troppo indaffarata, che ha ben altro da fare che leggere un manuale o un tutorial su qualcosa di nuovo; molto meglio continuare a mantenere occasionalmente la proprio applicazione Visual Basic (ambiente a tutt’ora ampiamente mantenuto) basata su Access, poco importa che sembri uscita dagli anni ’80 se fa quel che deve fare. Tanto comunque il proprio prodotto e’ chiuso, inaccessibile, intoccabile: se il cliente volesse migrare a qualcos’altro gli costerebbe troppo in termini di tempo e denaro, gli conviene accontentarsi, non c’e’ ragione di affannarsi troppo.  Gli standard sono non solo una facezia ma una minaccia: a che e’ servito specializzarsi su una tecnologia che ai fatti non usa nessuno (mai visto un sito Silverlight, a parte quello della RAI) apposta per avere poca concorrenza, a che e’ servito pagare il pizzo per ottenere un certificato “Microsoft Developer” da sfoggiare nel proprio ufficio, a che e’ servito farsi sbeffeggiare dai programmatori Java, se adesso si spalancano le porte alla nuova generazione di smanettoni che sanno realizzare cose molto piu’ belle e funzionali ad una frazione del costo? Eresia, follia, raccapriccio! Urge chiedere a Microsoft protezione, urge mantenere le barricate che garantiscono di difendere il proprio status quo industriale, urge tappare la piccola falla che si aperta sul guscio chiuso.

Pare che in fin dei conti le reazioni isteriche registrate presso la community Windows-based siano state esagerate, in quanto comunque .NET e compagnia non solo rimarranno parte integrante di Windows 8 ma verranno ulteriormente potenziati ed integrati e che HTML5 sara’ offerto solo come una ennesima opzione di sviluppo (credibilmente limitata e vincolata). Sta di fatto che e’ stato particolarmente divertente ed istruttivo osservare il popolo del closed allarmarsi tanto al primo cenno della parola “standard”, recriminare sui forum e sui blog, scoprire le carte e dichiarare pubblicamente che loro gli standard e le tecnologie aperte non li vogliono.

Son ben strani, quegli altri…

Quel che i Linuxari non Dicono

29 aprile 2011

Qualche tempo fa’, non ricordo piu’ attraverso quale strada, mi sono imbattuto in una chicca pubblicata sul sito del Progetto GNU: la lista di “Parole da evitare (o usare con cura) perche’ male interpretabili o confusionarie”. Per la gioia di tutti gli stallmaniani che non perdono occasione di stracciarsi le vesti in nome della liberta’ del software invece di starsene quieti a scrivere del codice utile, che dispongono cosi’ di un rapido indice da consultare quando sono in dubbio se attaccare o meno il disgraziato di turno che ha avuto l’incuria di scrivere una parola di troppo sul web. Vale la pena commentare punto per punto codesto opinabile vademecum dell’integralista, per identificare le cause “filosofiche” di alcuni stravaganti comportamenti reperibili in giro sull’Internet e per far emergere alcuni concetti che, di contro, sono totalmente ignorati da troppi sedicenti supporters del software libero.

BSD-Style: viene fatto notare che ci sono diversi tipi di licenza BSD, una e’ compatibile con la GPL e l’altra no, dunque il generico termine “BSD-Style” per descrivere tutte le licenze di tale famiglia e’ scorretto. L’unico problema e’ che codesta dicitura si riferisce nella stragrande maggioranza dei casi alla non-viralita’ propria della BSD (la quale, contrariamente alla GPL ed alle licenze GPL-Style, permette di ridistribuire il codice secondo altri vincoli ed anzi pure come software chiuso) e di ogni sua variante, percio’ il consiglio qui espresso e’ totalmente scorrelato dal contesto d’uso reale.

Closed: gia’ dalla voce “closed” si inizia a prendere le distanze dal termine “opensource”, che in assoluto e’ la parola piu’ odiata da gran parte dei cultori del freesoftware (come vedremo sotto). Questo lemma sarebbe da evitare non perche’ scorretto ma perche’ troppo facilmente riconoscibile come contrario di “open”, e sia mai che qualcuno si confonda. Ogni commento e’ superfluo.

Cloud Computing: sul fatto che questa sia una buzzword senza alcun significato specifico concordo, ma del resto questa voce non riporta altre dichiarazioni rilevanti nel contesto del freesoftware o del copyleft (altrimenti ampiamente trattato dopo). Neppure le altrettanto poco significative dichiarazioni di Stallman su codesta pseudo-tecnologia, che viceversa altri alti esponenti del movimento stanno cercando di ritorcere sul mercato.

Commercial: il software libero non necessariamente non e’ commerciabile, in quanto puo’ essere venduto al pari di tutti gli altri. E, contrariamente a quanto si ostinano a sostenere alcuni, stando alla licenza GPL il codice sorgente deve essere rilasciato solo a coloro che acquisiscono l’applicazione (eventualmente dietro pagamento di una somma di denaro) e non a priori all’intera Internet (magari pure gratis). Dunque il fatto di voler evitare tale termine come contrario di “freesoftware” e’ legittimo. Ma basta dare una occhiata al feed RSS di ZioBudda per constatare che oramai la community piu’ becera, quella per cui la gratuita’ e’ uno se non il principale vantaggio del software libero, per accorgersi che questa nozione stenta ad entrare in numerose zucche seppur altrimenti estremiste

Compensation: da questo punto ci si inizia ad immergere nella astrusa discussione sul copyright, di cui ammetto non aver ancora pienamente afferrato la concezione stallmaniana. Codesta voce critica l’uso dell’espressione “compenso per l’autore”, riferendosi alla pratica in uso nel mercato dei contenuti “tradizionale” per cui ogni opera deve essere sempre ricompensata all’autore indipendentemente dal fatto che la si sia acquistata direttamente da lui o da un intermediario. Appunto, il “diritto di copia”. Che nel sistema parallelo del copyleft, implementato da GPL e Creative Commons, si perde: una volta acquisita una copia dell’opera (gratuitamente o pagando), chiunque puo’ farci all’incirca quel che vuole (venderla o distribuirla gratis) entro i limiti della licenza stessa. Trovo che la presenza del lemma nella “lista di parole da evitare” sia fuori luogo: una volta accertata la distinzione tra copyright e copyleft, ed appurato che il copyright e’ brutto e cattivo e puzza, in qualche modo si dovranno pur avere delle espressioni che servano a descrivere il suo funzionamento, giusto o sbagliato che sia; qui e altrove, sin troppo spesso si tende a voler mettere da parte alcuni termini non perche’ sbagliati o usati impropriamente ma semplicemente perche’ in conflitto con la visione della FreeSoftware Foundation.

ConsumeConsumer: sempre in tema di copyright e diritti, i termini “consumare” e “consumatore” sono ereditati dalle vecchie nozioni di mercato basato su beni materiali (che, appunto, si consumano con l’uso) e non possono dunque essere applicati efficacemente in relazione al mercato dei beni digitali (un film o un brano musicale possono essere riprodotti e copiati all’infinito senza alterare l’originale). Nella lingua italiana risentiamo relativamente poco di tali inflessioni, in quanto si sono discretamente diffusi i termini “fruire” e “fruitore” per indicare chi gode di un contenuto virtuale mentre “consumatore” e’ adoperato a mo’ di sinonimo laddove la costruzione grammaticale lo esige. La parte criticabile di questo paragrafo sta nel fatto di voler assumere a tutti i costi che l’utente moderno non solo “consuma” ma anche interagisce attivamente coi contenuti, anche se all’atto pratico il bacino di chi davvero, ad esempio, con un brano musicale fa qualcosa piu’ che ascoltarlo e’ talmente ridotto che a parer mio non val la pena rinominare l’intera categoria con questo solo presupposto.

Content: simpatico guazzabuglio linguistico dovuto al fatto che in inglese la parola “content” descrive quelli che in italiano sono “contento” e “contenuto”. In questo frangente non posso far altro che rallegrarmi per la ricchezza della mia lingua madre. Al fondo della voce si biasima l’uso dell’espressione “content management system” per indicare le piattaforme per la pubblicazione online di contenuti, in quanto troppo generica e poco specifica (qualsiasi applicazione software e’ destinata ad elaborare informazione), ma qui come altrove considero vani e patetici gli sforzi di voler dirottare a tavolino il significato di una formula oramai accettata, radicata, e compresa da chiunque abbia una minima dimestichezza tecnica.

Creator: altro paragrafo che tange poco il pubblico italofono: ho visto usare il termine “creatore” in luogo di “autore” talmente poche volte da non essere considerato rilevante. E comunque non capisco la volonta’ di voler evitare una parola solo perche’ e’ incidentalmente usata anche in un contesto completamente diverso come quello della religione: i termini “creatore”, “creazione”, “creatura” ed affini sono di uso comune ed indipendenti dall’ambito, inutile fasciarsi la testa ed appigliarsi a contorte interpretazioni nascoste. L’espressione consigliata come alternativa, traducibile in “detentore del copyright”, potrebbe secondo me essere scartata da Stallman per via dell’accezione italiana del termine “detenzione” (riconducibile alla carcerazione ed alla prigionia).

Digital Goods: ennesima critica all’uso di termini propri dell’economia classica basata sulle merci materiali nell’ambito del mercato virtuale.

Digital Rights Management: da sempre la FreeSoftware Foundation fa capo ad una campagna contro le tecnologie considerate restrittive nei confronti degli utenti, ed in particolare non manca mai di precisare che la “gestione dei diritti digitali” fa riferimento ai diritti di chi genera i contenuti (software, audio, video…) piu’ che di chi ne fruisce (chi possiede il PC su cui sono riprodotti). L’espressione alternativa “Digital Restriction Management” e’ sicuramente una simpatica parodia, ma che a mia volta sconsiglio di usare in ambiti che vadano fuori dalle chiaccherate al bar con gli amici: se il DRM si chiama cosi’ va chiamato cosi’, che piaccia o no, e’ come se io mandassi appelli ai giornali perche’ il nome “Popolo della Liberta’” secondo me non si addice al relativo movimento politico e volessi che tutti lo chiamassero “Popolo della Sudditanza”. Un dettaglio a pochi noto: nella prima draft della GPLv3, pubblicata nel gennaio 2006, viene esplicitamente usata la dicitura “Digital Restriction Management”, la quale e’ stata poi soppressa nella versione finale della licenza appunto perche’ evidentemente giudicata inopportuna per un documento con velleita’ di valenza legale

Ecosystem: il concetto messo qui in discussione e’ che il mondo del freesoftware non si basa su puri e semplici meccanismi di causa ed effetto, come puo’ essere un habitat naturale (governato da fragili equilibri tra gli organismi che lo vivono), ma su comportamenti dettati dall’etica e dalla morale dei partecipanti. Il che’, a parer mio, e’ vero solo fino ad un certo punto. Le dinamiche che governano la community freesoftware sono in buona parte misurabili e analizzabili, nonche’ rispettate in modo diverso a seconda della diversa interpretazione dei singoli individui (la quale e’ a sua volta prevedibile secondo criteri in gran parte noti). E’ normale che dopo ogni notizia (piu’ o meno esagerata) che parla di una parziale chiusura di un progetto open nasca un fork, la cui credibilita’ dipende direttamente dai nomi delle persone e delle societa’ che vi prendono parte, e dalla cui credibilita’ si desume l’aspettativa di vita.

For free e Freely available: un prodotto freesoftware non e’ a priori distribuito gratis. Dunque “freesoftware” e “gratuito” non sono sinonimi. E fin qui non fa una piega. Non si spiega comunque perche’ non usare tale dicitura per quelli che lo sono per davvero, ovvero quelli utilizzati dalla stragrande maggioranza delle casistiche domestiche. Maliziosamente io credo che la ripetizione di questo concetto all’interno della pagina, peraltro in aperta contraddizione con tutti gli altri passaggi che descrivono in modo negativo l’industria “classica” incentrata sull’accumulo iniquo di capitale, sia dovuto al desiderio di ribadire la non implicita gratuita’ del freesoftware, nozione che viene piu’ popolarmente riconosciuta nel pluri-odiato termine “opensource”.

Freeware: “freesoftware” e “freeware” indicano due tipi di licenze software totalmente diverse: nel primo caso e’ prevista la disponibilita’ del codice sorgente, nel secondo si indica che l’applicazione e’ gratuita. Pertanto, evidentemente, usare i termini come sinonimi e’ errato. Non spesso, ma qualche volta ho visto ripetere tale errore sui blog della community italica. Notevole il fatto che, sebbene almeno in parte legittimo, i due termini non siano mai accostati: ad esempio Gimp e’ software libero ed e’ disponibile gratuitamente, ma nessuno lo ha mai definito come “freesoftware e anche freeware”; piu’ che riportare una osservazione banale, questo paragrafo avrebbe dovuto secondo me meglio dettagliare il rapporto tra le due diverse metodologie di distribuzione.

Hacker: classica raccomandazione sul fatto che “hacker” e’ colui che crea ed inventa mentre quello cattivo che buca i server e ruba i numeri di carte di credito e’ indicato con il termine “cracker”. Data la gia’ menzionata inutilita’ del voler modificare a tavolino il significato che le parole assumono in una lingua con l’uso comune, a mia volta consiglio di lasciar proprio perdere la definizione di “hacker” ed adottare in toto il termine “smanettone”, molto piu’ significativo e a prova di fraintendimento in italiano.

Intellectual property: ennesimo paragrafo di denuncia nei confronti dell’abitudine a voler associare caratteri propri dell’economia “tradizionale” (nel caso specifico, la “proprieta’”) con il sistema di scambio e diffusione delle opere digitali e virtuali. Benche’ riconosca nella locuzione uno scarso significato pratico, a me pare sufficientemente rappresentativa dei meccanismi di assegnazione e detenzione del copyright all’interno dell’industria “tradizionale” dei contenuti digitali; che poi tali meccanismi siano giusti o sbagliati, dovrebbe essere argomento a parte.

LAMP system e Linux system: inevitabile appunto sul fatto che “GNU” dovrebbe essere nominato insieme a “Linux” nel nome del sistema operativo da noi tutti amato. Argomentazione trita e ritrita, e sinceramente noiosa, che gia’ ho toccato precedentemente. Il fatto di aggrapparsi pure alla sigla LAMP (Linux/Apache/MySQL/PHP), in uso almeno dal 2002, e’ uno dei passaggi piu’ bassi e tristi dell’intera pagina.

Market: francamente non ricordo di aver mai letto da nessuna parte dell’esistenza di un “mercato del software libero”. Piuttosto ho letto (e magari anche scritto) piu’ volte che il software libero compete sul mercato con le soluzioni proprietarie, e questa non mi pare una cosa cattiva: vuol dire che il freesoftware (o, per meglio dire, il software sviluppato con metodologia opensource) ha raggiunto un grado di maturita’ tale da poter essere usato al posto di quello proprietario, e che anche laddove la qualita’ non sia eguagliata comunque in molti apprezzano la liberta’ di azione e personalizzazione concessa da tal tipologia di applicativi. Di contro credo che ben pochi siano coloro che abbiano adottato il freesoftware solo per le sue proprieta’ etiche e morali, e che dunque abbiano operato completamente al di fuori delle dinamiche di una qualche sorta di mercato.

MP3 Player: essendo l’MP3 un formato proprietario e brevettato non merita di essere rappresentativo di una categoria. Come altri prodotti elencati sotto. Su questo posso essere abbastanza d’accordo, se non che all’atto pratico e’ ingenuo pensare che l’utenza casalinga riconosca davvero nell’MP3 l’unica forma con cui la musica viene distribuita: con ogni probabilita’ presso questi non esiste neanche la nozione di “formato”, e comunque a forza di prelevare contenuti pirata dall’Internet (pratica oramai estremamente diffusa) e’ inevitabile che gia’ si siano imbattuti in numerosi altre tipologie di files senza sapere quali fossero quelli aperti e quelli chiusi. E’ possibile che per una ampia fetta di popolazione “MP3″ sia semplicemente sinonimo di “brano musicale digitale”, sia esso pure un MIDI o un FLAC.

Open: l’ovvio paragrafo sulla parola “opensource”. Quella che i Veri Linuxari non dicono. Mi stupisco addirittura di quanto sia breve, forse anche in virtu’ del link alla ben piu’ corposa pagina che dettaglia l’esposizione. Gia’ mi sono espresso in merito alla differenza tra freesoftware e opensource, la quale del resto viene anche qui citata blandamente: “Free software is a political movement; open source is a development model“. I cultori della politica stallmaniana dovrebbero rileggere questa frase almeno cento volte prima di rimettersi a lagnarsi.

PC: evidente riferimento alla campagna pubblicitaria “I’m a Mac, I’m a PC” di Apple, in cui figurano due personaggi uno sfigato (il PC) e l’altro cool (il Mac). Per l’appunto, in gran parte delle sceneggiate rappresentate il PC sfigato e’ sfigato non perche’ e’ un PC ma perche’ ha installato Windows, ma come ovvio la relazione “personal computer = Windows” non e’ fondata. Non credo che questo paragrafo abbia un gran significato per il lettore occasionale, tanto piu’ se italiano: stando a quanto ho constatato qui da noi si sta diffondendo l’uso di esplicitare il sistema operativo in dotazione sul proprio computer domestico in virtu’ della persistenza di Windows XP e dell’inevitabile propagazione dettata dal mercato di Windows 7, anche se non sempre la risposta e’ una qualche versione della piattaforma Microsoft…

Photoshop e PowerPoint: in due punti della lista si mettono in discussione quelli che probabilmente sono diventati i due nomi di applicativi software (proprietari) piu’ popolarmente associati alle relative funzioni, al punto da essere usati rispettivamente come sinonimi di “fotoritocco” e “slides”. Tale pratica e’ anzicheno’ diffusa anche in Italia, ed il verbo “photoshoppare” e’ di ampia adozione presso la popolazione mediamente tecnica. Sebbene condivida la raccomandazione a non cedere a tale malsana abitudine, e’ comunque notevole che lo stesso trattamento non sia stato subito da “Google” (“to google”, “googlare“) forse anche perche’ in questo caso non c’e’ nessun software libero degno di essere considerato una alternativa e sarebbe stato imbarazzante farlo notare troppo.

Piracy: nuovo volo pindarico sulla visione alternativa ed anti-conformista della nozione di “copyright”. Gia’ mi sono espresso altrove sulla pirateria e sulle sue implicazioni.

Protection: altra critica al copyright classico ed all’esagerazione che accompagna le parole tipicamente usate in tale contesto. Nel sistema in cui l’autore di un’opera gode di tutti i diritti, a discapito del fruitore, mi pare che il termine “protezione” sia adeguato; il fatto che poi tale termine (e tale sistema) sia moralmente giusto o sbagliato andrebbe discusso in separata sede.

RAND: uno dei pochi punti della lista che mi trovano in accordo. Descrivere come “ragionevoli e non discriminatori” i vincoli per cui il prezzo di una applicazione che implementa un dato brevetto debba sempre contenere una cifra destinata al detentore del brevetto stesso e’ alquanto infelice, in quanto collide con il fatto che l’applicazione potrebbe benissimo essere distribuita gratuitamente e dunque non avere un prezzo. Questo e’ discriminante. L’alternativa proposta, “UFO” (“uniform fee only”), e’ pero’ altrettanto infelice, non per il contenuto quanto per l’acronimo da barzelletta.

Sell software e Software Industry: stando a questi paragrafi, le locuzioni “vendere software” e “industria del software” sono troppo facilmente riconducibili al mercato, dunque alla proprieta’, dunque alle restrizioni, dunque a tutte le cose brutte che fanno piangere Stallman, e pertanto non andrebbero utilizzate. Personalmente, come collegamento mi sembra un tantino esagerato. Piu’ in generale, spesso non riesco a comprendere come nei testi divulgati da FreeSoftware Foundation possano convivere posizioni estreme di tal fatta e raccomandazioni sul fatto che il software libero non necessariamente deve essere distribuito gratuitamente e puo’ anche essere venduto e ci si puo’ costruire un business.

Theft: chi infrange le leggi sul copyright non e’ propriamente un ladro, in quanto non sottrae nulla alla “vittima” ma effettua copie senza intaccare nessun prodotto originale. La definizione torna, ed e’ anche diffusa nel senso comune (ai tempi dello spot contro la pirateria proiettato nei cinema, costruito appunto sul concetto che scaricare film da Internet e’ un furto, si sono levate risate in ogni dove). Non e’ chiaro comunque come dovrebbe essere definito chi compie tale genere di reato (in quanto volenti o nolenti sempre di reato si tratta): “ladro” no, “pirata” come visto prima no, ci sono altre alternative?

Trusted Computing: vale lo stesso ragionamento applicato per il DRM: in quel caso i “diritti digitali” erano quelli del produttore di contenuti piu’ che dell’utente (e proprietario del PC su cui il DRM viene eseguito), in questo caso il computer e’ “affidabile” non per chi lo ha in casa ma per chi distribuisce il materiale che ci viene installato sopra. Indubbiamente si tratta di definizioni subdole, studiate appositamente per incutere un senso di sicurezza senza specificare a chi questa sicurezza giova realmente, ma esattamente come appunto nel caso del DRM se questo e’ il nome proprio assegnato alla tecnologia in oggetto cosi’ ha da essere chiamato per evitare fraintendimenti.

Vendor: chi produce software non necessariamente e’ un “vendor”. Che e’ anche giusto, nel momento in cui il dizionario Paravia suggerisce come traduzione di codesto lemma “venditore” o “distributore”, termini che hanno ben poco a che fare con la produzione. Ma certamente in italiano non esiste una parola di uso comune che rispecchi il senso completo di “vendor”, dunque per noi italofoni questo paragrafo e’ poco comprensibile.

Think More Different

30 gennaio 2011

Da qualche tempo l’indice accusatorio della moralita’ e della decenza sorretto dalla community freesoftware e’ puntato contro Apple. Apple limita la liberta’ degli utenti per mezzo del DRM, Apple butta fuori le applicazioni GPL dall’App Store, addirittura Apple e’ identificata come “L’Impero del Male”. Roba da far sembrare la stessa Microsoft un baluardo di liberta’ e dignita’.

Eppure quello che maggiormente mi turba dell’operato Apple non sono le sue strategie di marketing, bensi’ come essa coi suoi successi ben evidenzi i forti, fortissimi limiti della nostra community.

Partiamo dagli aspetti tecnici.

Come tutti sanno MacOS X e’ costruito partendo da un kernel BSD, dunque per alcuni aspetti esso puo’ essere considerato un cugino di Linux. Con la differenza che in MacOS il potenziale di Unix viene realmente sfruttato per rendere servigi all’utente finale, mentre in Linux buona parte delle avanzate funzioni esistenti a basso livello sono pressoche’ ignorate a livello applicativo e/o sono adottate da tools o estremamente complessi o estremamente trascurati. Un esempio su tutti, tra i piu’ recenti che mi sono capitati sotto gli occhi: Folder Actions, che sul sistema operativo Apple viene spacciato come utilissimo, comodissimo e potentissimo strumento con cui automatizzare gran parte delle procedure ripetitive, all’atto pratico risulta essere nulla piu’ che una interfaccia grafica a inotify (o, se vogliamo, una interfaccia grafica a incron), una API che in Linux esiste dal 2005 e che sinora ho raramente visto usare in modo opportuno. Lo stesso discorso puo’ essere applicato a numerosi altri frangenti: la funzione di auto-discovery dei servizi in rete e’ pervasiva in MacOS, ma ben pochi sono i progetti open che usano l’analogo Avahi, e mentre Spotlight per molti discepoli di Steve Jobs ha soppiantato il file manager su Linux i vari Tracker e Nepomuk vengono lasciati in un angolino anziche’ essere integrati e messi in risalto come meriterebbero.

Sulla carta, lo stack GNU/Linux gia’ contiene tutto l’indispensabile per implementare tutte le “innovative” funzioni del pluri-osannato MacOS. E molto altro ancora. E dimostrare che in Apple non fanno i miracoli, hanno solo un po’ di creativita’. Ma nessuno lo fa, nessuno ci pensa, nessuno ne ha voglia. Molto meglio implementarsi ognuno il suo client di posta (o la sua libreria JSON). Laddove gli ingegneri di Cupertino aggregano con poco sforzo le tonnellate di tecnologie software gia’ esistenti – in buona parte, open – e le impacchettano in graziose ed eleganti finestrelle per cavarne prodotti funzionali e facilmente usabili dall’utente, gli smanettoni freesoftware fanno a gara per implementare (o re-implementare) l’API piu’ complessa ed arzigogolata possibile senza curarsi del fatto che nessuno la utilizzi a livello applicativo. “Il genio e’ 1% ispirazione e 99% traspirazione“: destino vuole che loro abbiano come motto “Think Different“, noi abbiamo “sudo“.

Analoghi ragionamenti, forse meno marcati ma ugualmente significativi, possono essere trasposti sull’hardware. Negli ultimi anni il marchio Apple e’ stato popolarmente affiancato a due devices in particolare: l’iPhone e l’iPad. Forse non tutti hanno notato il fatto che il “rivoluzionario” smartphone senza tastiera e’ arrivato con diversi mesi di ritardo rispetto al primo annuncio ufficiale dell’OpenMoko, antagonista simile nel concetto ma completamente aperto sia nell’hardware che nel software, e che gli Internet tablet hanno iniziato a farsi strada tra il popolo nel lontano 2005 grazie ai modelli Nokia che montavano Maemo (ovvero: Linux). C’era un vantaggio temporale sulla tabella di marcia. L’OpenMoko e’ morto a causa della completa incapacita’ di tenere insieme una community da parte del produttore, il quale ha cambiato cosi’ spesso la piattaforma e l’API di riferimento da rendere impossibile qualsiasi sviluppo di applicazioni dedicate. Gli apparecchi Nokia hanno avuto un maggiore successo, ma pure in quel caso l’instabilita’ del sistema, la scarsita’ di developers e di conseguenza il modesto interesse indotto nel pubblico dalle limitazioni operative li hanno sempre tenuti in una nicchia di mercato. Al solito: siamo partiti bene, meglio di chiunque altro, e ci siamo persi strada facendo.

Per quanto riguarda gli aspetti per cosi’ dire “filosofici” siamo messi ancora peggio.

Di tutte, basta menzionarne una: anni di critiche e lamentele nei confronti di Flash, tecnologia web chiusa e misteriosa talvolta difficile da fruire sui sistemi operativi liberi, non hanno dato neppure una frazione dei risultati ottenuti da quattro parole in croce divulgate da Steve Jobs improvvisatosi per un giorno paladino della giustizia e degli standard aperti. Dato l’intervallo di tempo necessario a far fare alla notizia il giro del globo, e l’utilizzo di HTML5 per la riproduzione dei video (settore fino a quel momento prerogativa assoluta del Flash Player) si e’ quintuplicato. Molti azzardano a prevedere che dopo tale batosta la suite targata Adobe verra’ entro non molto tempo convertita in uno strumento di authoring basato su formati e protocolli liberi, e dunque il core proprietario verra’ soppiantato. Fine della Crociata.

Senza voler citare altri successi Apple nel campo degli standard: la decisiva spinta verso il formato iCalendar, oramai divenuto universale per la rappresentazione di eventi ed integrato in pressoche’ ogni applicazione calendar degna di menzione, oppure WebKit, l’engine di rendering HTML piu’ amato del momento e rigorosamente rispettoso delle specifiche W3C, cuore di numerosi tra i browser che attualmente minano il predominio del mai sufficientemente odiato Internet Explorer. Si sono presi pure Unix: MacOS X e’ conforme all’architettura Unix 03, Linux no.

Tutta questa lunga manfrina non e’ per dire “Apple e’ grande e Steve Jobs e’ il suo profeta”, quanto invece l’esatto contrario: come mai una delle aziende piu’ ambigue ed oggettivamente irrispettose delle liberta’ digitali macina traguardi ed obiettivi ad un ritmo assai superiore di quelli della community freesoftware? Siamo cosi’ tanto messi male da farci superare anche da chi ha tutto l’interesse a chiudere e mettere paletti? E’ normale che gli occasionali contentini pro-apertura di un aspirante monopolista oltrepassino in numero ed in efficacia gli sforzi di un intero movimento che dovrebbe operare giorno e notte in favore della collettivita’? E, dall’altra parte, chi campa (o dice di campare) a pane e freesoftware conosce il panorama e le tecnologie disponibili a sorgente aperto meno di un pugno di colletti bianchi americani, i quali sono capaci di accrocchiare il bendiddio recuperabile dall’Internet meglio degli smanettoni domestici?

Non sono del tutto pessimista su questo fronte, in fin dei conti la community freesoftware sta dolorosamente imparando che per competere con i colossi commerciali non bastano le belle parole ed i buoni propositi – o peggio ancora i proclami e le accuse – ma occorre fornire una alternativa tecnicamente superiore e funzionalmente accettabile, i concetti di “usabilita’” e “design” si stanno molto lentamente facendo strada tra le torme di developers con le dita consumate a forza di scrivere comandi in un terminale, pionieri come Mairin Duffy riempiono il web di mockups per mostrare a tutti come dovrebbe essere fatto un programma affinche’ sia utilizzabile anche senza leggere necessariamente una manpage.

Ma, come sempre, tra il dire e il fare c’e’ di mezzo la voglia.

Egoismo Solidale

28 settembre 2010

Piu’ spesso di quanto non si creda raccolgo opinioni di smanettoni linuxofili che non vedono di buon occhio la diffusione del software libero presso l’utenza informatica di bassa lega, quella meno consapevole e meno desiderosa di passare le nottate a cristonare su un applicativo server o su un frammento di codice sorgente. Tale sentimento si riscontra in numerosi comportamenti: la denigrazione di Ubuntu o di specifici software che automatizzano alcuni processi operativi sul desktop, la scarsa disponibilita’ ad affiancare chi ha qualche problema tecnico, o il fatto di incaponirsi nel voler insegnare a tutti i costi gli strumenti piu’ avanzati e complessi (tipo: il terminale a linea di comando) anche a chi non ha mai visto Linux in vita sua. Le argomentazioni mosse per giustificare tale inettitudine alla condivisione dei saperi sono altrettanto numerose: “Se hai un problema, cercati la soluzione su Google“, “Devi imparare a far le cose complicate, che tu lo voglia o no”, ma anche aberrazioni tipo “Linux e’ per gli hackers, gli utonti si tengono Windows o MacOS”. Per un approfondimento su tali opinabili posizioni, rimando ad un mio precedente post specifico.

Comunque a me par tanto che pressoche’ tutti questi scudi levati in favore della purezza e della rigorosita’ tecnico/morale del software libero corrispondano ad altrettanti pretesti per non voler fare il lavoro sporco di supporto, assistenza, ed in molti casi sopportazione del pubblico domestico, che molto spesso ha poche o nulle nozioni di informatica e di quando in quando osano chiedere un parere o un aiuto durante le fasi piu’ delicate. Posso essere d’accordo nel non volere assecondare tutti quei novelli utente che arrivano a pretendere di avere assistenza semi-professionale e continuativa dal ragazzotto che per primo ha fatto l’errore di rispondere alle sue domande, ed io stesso ho mandato a quel paese piu’ di un personaggio di tal fatta; ma d’altra parte sono numerosi i casi in cui basta solo un poco di pazienza per ottenere buoni risultati, ed e’ proprio questa pazienza (e questa volonta’) che manca ai sopra menzionati Paladini dell’Etica, i quali ricorrono a motivazioni velleitariamente filosofiche per malcelare un radicato menefreghismo.

Ed arriviamo finalmente al punto. Tutte le geremiadi, i piagnistei e gli scalpiccii si riassumono in un unico pensiero: “Io uso software libero e ne godo i benefici, gli altri si arrangino”. E l’errore sta tutto qui, in questa concezione isolazionista.

Volenti o nolenti, tutto il mondo dell’informatica casalinga ruota intorno alla condivisione di informazione. Ci si scambiano contenuti di tutti i tipi ed in tutte le forme, si producono e si consumano materiali, si distribuiscono artefatti digitali. Io in questo momento sto scrivendo un post sul mio blog e qualcuno (forse…) lo leggera’; in un’altra tab del browser ho aperto Facebook, su cui tutto il giorno i miei “amici” fanno ciclare links ad articoli (stesi da qualcun’altro) o video divertenti su YouTube (girati e montati da altri ancora); nel frattempo ascolto una radio in streaming, su cui vengono trasmessi brani musicali di artisti vari occasionalmente commentati dallo speaker; compulsivamente vado a consultare la posta elettronica, e nella mia inbox quotidianamente arrivano dozzine di messaggi scritti da persone che da un capo all’altro del mondo fanno domande e rispondono passando attraverso una qualche mailing list.

In questo scenario di perenne e costante connessione e condivisione, come si puo’ pensare che il software libero installato sul proprio solo PC sia condizione sufficiente a garantire la liberta’ al suo utilizzatore? Di quando in quando mi arrivano documenti in formato Office da parte di alcuni collaboratori, con tutte le relative imprecazioni del caso. La Rete abbonda di schifezze Flash o Silverlight, formati chiusi e proprietari fruibili solo con plugins altrettanti chiusi e proprietari la cui esistenza dipende in larga parte dalla facilita’ con cui possono essere spacciati anche senza consapevolezza da parte dell’utente sulle piattaforme operative closed. I sopra menzionati Facebook e YouTube sono piattaforme closed, ma cui ci si deve piegare a causa della loro popolarita’ presso la massa (senza frequentatori non ci sarebbero contenuti, e senza contenuti non servirebbero a niente). Non conto piu’ gli archivi ZIP che devo maneggiare, e che proliferano anche perche’ questo genere di compressione e’ built-in in Windows e dunque tanto comodo. E, fuori dalla mia esperienza personale, molti devono ancora confrontarsi con i server Exchange, LotusNotes e SharePoint in uso presso le relative aziende, e chiunque abbia a che fare magari per lavoro con enti statali deve far girare lo spesso orripilante software chiuso pagato a caro prezzo con i soldi delle mie tasse e distribuito in modo esclusivo dallo Stato.

Installare (e far usare) Linux ad un nuovo utente e’ sempre, a priori, un successo. Se va bene, esso si interessera’ alla questione e gli si aprira’ un mondo di consapevolezza tecnologica. Se va male, esso continuera’ ad utilizzare il computer come un elettrodomestico senza capire come funziona. In entrambi i casi, quel PC contribuira’ a far massa critica. L’utente iniziera’, magari anche inconsapevolmente, a distribuire archivi compressi in formato libero, documenti formattati in formato libero, navigare il web con un browser libero e quant’altro. Numeri che presto o tardi finiscono nel calderone del market-share, l’indice che implicitamente determina le scelte future del mercato.

Se proprio non se ne vuole sapere di assistere l’utenza per solidarieta’, lo si faccia almeno per preservare le proprie liberta’ e nella prospettiva di estenderle. Laddove non arriva la beneficienza, puo’ arrivare l’egoismo.

Un Fiorino

20 luglio 2010

Nello scorso post abbiamo discusso di chi cerca il consenso della community freesoftware mentre alle sue spalle arraffa l’arraffabile, questa volta al contrario parliamo di chi un consenso potrebbe persino gia’ averlo e, in modo assai piu’ trasparente, magari raccimola anche qualche quattrino.

Chi segue occasionalmente le news provenienti dall’Internet avra’ gia’ letto qualcosa in merito a Flattr. Flattr e’ un servizio relativamente recente e, a parer mio, estremamente interessante: sostanzialmente si tratta di un incrocio tra l’oramai onnipresente tasto “Like” di Facebook e le donazioni Paypal (disclosure: questa figura retorica mi e’ stata suggerita da TechCrunch), per cui e’ possibile premiare con un singolo click i contenuti piu’ meritevoli non gia’ con una innocua (e forse inutile) condivisione ma cedendo una percentuale della somma “investita” dall’utente ogni mese. Il meccanismo e’ talmente innovativo che desisto dal proposito di descriverlo qui a parole: se gia’ non lo avete visto, date una occhiata al ben piu’ chiaro video di presentazione.

La cosa mi e’ talmente piaciuta che appena ne ho avuto la possibilita’ mi sono registrato e ho versato una (modesta) somma di 20 euri da distribuire in (ancor piu’ modeste) quote mensili da 2 euri, anche se chiaramente all’inizio i contenuti “flattrabili” erano ben pochi ed ho assegnato i primi quarti di euro a qualche pagina anche solo vagamente di mio interesse. Ma sta di fatto che un poco alla volta inizio a vedere l’iconcina arancione e verde in un numero crescente di siti. Inclusi ovviamente quelli dei progetti che gestisco io.

E proprio sul rapporto tra piccoli (e grandi) progetti di sviluppo e questo nuovo sistema di “donazioni” vorrei soffermarmi.

Da che mondo e’ mondo, numerosi sono gli sviluppatori piu’ o meno occasionali che sulle proprie homepage chiedono un qualsiasi contributo monetario ai visitatori, che possono in tal modo esprimere il proprio apprezzamento per il lavoro svolto. Credo che nessuno conti di comprarcisi il Ferrari con tali soldi (sebbene il maintainer di FreeNet qualche anno fa’ pretendeva che gli si pagasse uno stipendio di 2300 dollari al mese, ma e’ un caso abbastanza isolato), ma certamente un apporto pecuniario per quanto piccolo incentiva e premia anche solo simbolicamente lo sforzo. Nel 2008, ad esempio, quando l’Organizzazione del Linux Day Torino dono’ 129 miseri dollari (al secolo, 100 euri) al progetto MadWiFi questi mandarono piu’ di una mail di ringraziamento e pubblicarono la notizia sul loro sito, manco fossimo dei mecenati.

Eppure quelli che una donazione la fanno davvero non sono cosi’ tanti: in alcuni casi perche’ e’ una scocciatura dover seguire la non immediata procedura di Paypal (il mezzo usato pressoche’ da chiunque in tale contesto) e scappa la voglia, in altri perche’ donare solo 5 euri sembra brutto e donarne 20 sembra fuori portata dunque nel dubbio si lascia perdere del tutto, in altri perche’ trattandosi di quattrini li si vuol tenere da parte per i progetti davvero meritevoli e si procrastina l’azione fino a non compierla, in altri perche’ i progetti davvero meritevoli gia’ accumulano quantita’ piu’ che generose di soldi e quelli di nicchia non raggiungono la soglia psicologica necessaria per far aprire il portafogli virtuale… Insomma, per un motivo o per l’altro questi premi in denaro non si versano mai.

Qui torniamo a Flattr. Ovvero a questo strumento ideato appositamente per effettuare micro-donazioni (senza pene per le cifre sborsate) eque (a tutti va una parte uguale della propria quota mensile), ed in modo immediato (senza potersi appellare alla scomodita’ dell’attivita’). Le potenzialita’ del servizio sono piuttosto evidenti.

Questo lo penso non solo io ma anche ad esempio tal Raphael Hertzog, il quale ha avviato una iniziativa chiamata (poco fantasiosamente) Flattr FOSS che null’altro e’ se non una newsletter mensile in cui compare una lista di progetti open che accettano micro-donazioni appunto con Flattr. Scarso il successo riscosso sinora, non saprei dire se a causa della scarsa promozione dell’idea o di una ancora limitata penetrazione di Flattr presso la community freesoftware, ma ritengo comunque positivo il fatto che qualcuno si faccia venire in mente di ingegnerizzare la raccolta di micro-fondi per i lavori a codice aperto meno conosciuti.

Se tutti quelli che passano lasciassero un fiorino (e magari anche piu’ d’uno, giacche’ le assegnazioni Flattr si azzerano ogni mese) tutti ne trarrebbero giovamento. E, piu’ in generale, tutti trarrebbero giovamento dal fatto di destinare una maggiore quantita’ dei fondi che orbitano intorno al mondo open a chi il software lo scrive, anziche’ a chi passivamente lo installa e lo configura o peggio lo promuove e basta.

I soldi non sono tutto. Ma aiutano.

L’Arrocco

5 luglio 2010

Il tema del Linux Day 2010 sara’ la scuola, con il motto “investiamo in oro grigio”.

Evidentemente in ILS la fantasia latita: lo stesso tema era gia’ stato proposto nel 2009, primo anno in cui si e’ provato a dare un filo conduttore uguale per tutti ma la cui proposta e’ stata scarsamente recepita (forse anche perche’ in lista LUG la cosa non e’ stata affatto menzionata, se ne e’ parlato alla ConfSL di Bologna ma l’unico riferimento scritto che ho trovato in merito e’ su un sito che ci azzecca poco), e gia’ era stato lontanamente citato pure nel 2008. Solo per pigrizia non procedo a ritroso cercando negli archivi delle mailing lists, ma probabilmente agli enti di istruzione si e’ provato a strizzare l’occhio anche nel 2007, nel 2006 e prima ancora.

Ma anche al di fuori del giro di User Groups che orbitano intorno alla Linux Society “la scuola” e’ considerata il Sacro Graal della crociata linuxofila: un esempio su tutti, in una recente mail il buon Alexjan Carraturo esplicitamente esclama “[le] scuole [sono il] pubblico d’elezione per gli eventi come il DFD o il SFD.

Ma siamo proprio sicuri che questo interesse, in molti casi esclusivo e monotematico, e sinanche morboso, nei confronti della scuola sia cosi’ decisivo? E’ credibile che il fatto di chiudersi in difesa in un angolo della scacchiera sia la mossa vincente per muovere lo scacco al software proprietario?

Tipicamente le motivazioni di questa scelta di campo ricadono in tre categorie:

  • Taglio dei costi: il software libero e’ gratuito, non si pagano le licenze, gran risparmio di quattrini (per lo piu’ pubblici), eccetera eccetera…
  • Educazione: software libero e’ sinonimo di condivisione della conoscenza, e facendolo usare ai ragazzi implicitamente si trasmettono anche questi valori “morali”
  • Strategia: giochiamo in anticipo su Microsoft, che di tutto combina per far usare i suoi prodotti in ambito scolastico e domestico apposta per far assuefare gli utenti, e facciamoli abituare a qualcos’altro

Ma…

La questione del risparmio e’ probabilmente la piu’ aderente al vero: anche laddove non ci siano volonterosi linuxofili pronti ad immolarsi per la messa in opera di un’aula informatica e ci si debba rivolgere ad una azienda commerciale specializzata comunque i costi sarebbero verosimilmente ridotti, perche’ al prezzo dell’assistenza non si dovrebbe sommare quello delle licenze. Comunque questa e’ l’argomentazione in assoluto piu’ adottata presso chiunque si voglia convincere ad usare software open, certamente non e’ esclusiva per l’ambito scolastico.

Sull’educazione potrei iniziare ad avere qualcosa da ridire. Innanzitutto, il target di riferimento di tali insegnamenti necessariamente si riduce agli studenti delle scuole medie superiori: i bambini delle elementari devono imparare a leggere, scrivere e far di conto, difficilmente gli si puo’ illustrare la filosofia platoniana che si cela dietro al software libero, mentre i fanciulli delle medie inferiori vanno educati alla civilta’ ed alle relazioni con gli altri, e gia’ si fa fatica a carpire la loro attenzione nel periodo della vita in cui iniziano a ribollire le pulsioni adolescenziali. Indipendentemente dal bacino di giovinotti disposti e capaci di afferrare il tema, comunque ci si imbatte in problematiche squisitamente strutturali: come si pretende di convettere la morale della liberta’ del codice sorgente a chi ancora deve capire che diamine e’ il codice sorgente? In questo scenario il valore della condivisione viene illustrato per mezzo di un esempio, il software libero appunto, ma se il vettore dell’insegnamento non e’ piu’ che chiaro a tutti come si puo’ giungere ad una conclusione comprensibile? Questo e’ il motivo percui ho sempre rinunciato a spiegare a mia madre il mio impegno nel mondo opensource, ma persino il mio stesso mestiere (sa che “lavoro sul computer”, ma tanto quanto “lavora sul computer” una segretaria in un ufficio…), e l’ultima volta in cui tentai di spiegarlo a qualcuno di non tecnico (mia zia, per la cronaca), ha iniziato a storcere il naso dopo due minuti e, avendo io fatto un esempio in merito ad un ipotetico software gestionale di un ipotetico negozio nella speranza di essere chiaro, e’ giunta alla conclusione che il mio lavoro e’ simile a quello del commerciante. Insomma: la pedogogia del software libero delinea un percorso a ritroso, in cui l’effetto arriva prima della causa, e ben difficilmente puo’ essere recepita presso chi, peraltro come gia’ detto, e’ di suo gia’ troppo impegnato a comprendere i meccanismi essenziali della societa’.

Infine, la parte strategica e’ quella su cui mantengo le maggiori riserve. Per un semplice presupposto: come possono le quattro ore settimanali passate nel laboratorio di informatica competere con le numerose ore di utilizzo del proprio PC domestico, utilizzato oltretutto per impieghi ben piu’ divertenti quali i videogiochi o Facebook? Piu’ della meta’ delle famiglie italiane ha un PC connesso all’Internet, posso immaginare che tra queste la stragrande maggioranza siano quelle che hanno almeno un figlio in eta’ scolare in casa, dunque arrotondando per eccesso si puo’ affermare che oramai pressoche’ tutti i ragazzi dispongono di un computer, ed e’ proprio da li’ che arriva la “concorrenza”. Qualcuno puo’ affermare “gli si fa vedere che esiste qualcosa di alternativo”, ma non credo che in aula si dimostri l’utilizzo di un instant messenger alternativo a MSN o quanto YouPorn funzioni bene su browser alternativi a Explorer. Quello che si fa a casa e’ un conto, quello che si fa a scuola e’ un’altro, non esistono punti in comune e dunque non esistono “alternative”: per guardare i film porno si usa un programma, per implementare le liste in Pascal se ne usa un’altro, e se si deve optare per una singola piattaforma da installare sulla macchina in cameretta presumibilmente si preferira’ quella che permette la suddetta prima attivita’.

Chiaramente lo scopo di questo post non e’ dimostrare l’inutilita’ della migrazione dell’apparato educativo su software open, anzi confermo che ogni singola aula informatica spostata su Linux sia un successo ragguardevole ed ammirevole che fa bene sia alla cultura libera che all’educazione delle future generazioni, ma sono qui per esprimere la mia titubanza nei confronti di quella che sembra essere diventata una ossessione piu’ che una opportunita’.

Va benissimo lavorare presso le scuole, collaborare con loro per fornirgli gli strumenti che meritano (e che spesso non arrivano dal Ministero), ma di quando in quando non sarebbe male diversificare i propri obiettivi e, perche’ no, “riposarsi” un po’ dedicandosi a target che ugualmente necessitano di consiglio ma risultano persino piu’ comodi da afferrare.

Tanto per dire: chi si occupa in modo assennato e metodico alla piccola e media impresa? Ce ne sono piu’ di 4 milioni in Italia, quasi un milione sono quelle che si occupano di informatica: questi certamente sono interessati al solito discorso sul risparmio dei soldi per le licenze, e ci vuol veramente poco a dimostrargli le possibilita’ sia di organizzazione interna che di business che si possono costruire partendo dalle tecnologie open. Ma su PMI.it, che pare essere uno dei siti di riferimento del settore, l’intera pagina dedicata ai “tutorial” e’ dedicata a templates di Microsoft Office. Oppure: nessuno pensa al mondo del no-profit? 21000 organizzazioni di volontariato (tra cui presumibilmente qualche LUG…), piu’ di 7000 cooperative sociali, 3000 fondazioni, tutta gente che si suppone gia’ di per se’ sensibile alle tematiche della liberta’ e della condivisione, e mai nessun progetto rivolto a queste realta’, che pure (come tutti) gradirebbero risparmiare qualche euro e avrebbero solo di che guadagnare da una guida alle opportunita’ oggi offerte a costo zero dal codice aperto.

La partita concettuale contro il software proprietario necessita ben piu’ determinazione nelle mosse, ed un pizzico di aggressivita’. Invece di concentrarsi esclusivamente su una torre e’ venuto il tempo di far saltare i cavalli, far scivolare gli alfieri, e magari pure incomodare la regina.

Caro Elettore

3 gennaio 2010

Della campagna “Caro Candidato”, promossa dall’Associazione Software Libero, gia’ parlai in passato con un post per certi aspetti duro, fondato su sentimenti in buona parte soggettivi, e ritenuto facinoroso da chi mi ha inviato mail di critica e biasimo per la posizione assunta. Questa volta torno sul tema, non gia’ esprimendo un sommario e legittimamente opinabile pensiero ma commentando fatti osservabili (e, ovviamente, altrimenti interpretabili) da altri.

Oltre ai ricchissimi inviti a seguire e promuovere la campagna, divulgati in lungo ed in largo ad ogni tornata elettorale sui vari canali della community italiana, non mi pare di essere sinora incappato in concreti esempi dei frutti ottenuti dall’immane sforzo condotto presso la classe politica italiana. Persino il piu’ recente articolo appunto pubblicato sul sito di AsSoLi riguardante l’argomento elenca numeri e cifre, ma pochi traguardi raggiunti sul campo. E volendo accostare a cio’ gli accordi conseguiti nell’anno appena concluso tra Brunetta (attuale Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione) e Microsoft (massimo esponente della corrente anti-opensource), verrebbe quasi naturale pensare che tante fanfare abbiano sortito l’effetto di un sasso scagliato contro la Grande Muraglia Cinese, ovvero nessuno.

Ma sarebbe assolutamente sbagliato trarre conclusioni tanto affrettate e pure negative a fronte di una iniziativa in fin dei conti giovane, che ancora non ha avuto modo di radicarsi, soprattutto in un contesto dai tempi cosi’ notoriamente lunghi come la politica. Prima di cercare il risultato macroscopico, preferisco osservare i fenomeni mirati: chi sono i candidati che hanno aderito alla campagna, e perche’ lo hanno fatto?

Il giorno 31 ottobre 2009 si e’ tenuta a Torino una manifestazione di promozione ed informazione dai contenuti assai variegati: un dibattito sulle Creative Commons, un’area destinata ad un Linux Installation Party, ed una conferenza sulle posizioni assunte da politici di schieramenti diversi sulle tematiche del software libero. Manco a dirlo, proprio su quest’ultimo frangente volgo la mia attenzione, considerando anche il fatto che tutti i rappresentanti del popolo li’ presenti avevano e/o hanno (in tempi e modi diversi) assecondato l’appello di AsSoLi, dunque sulla carta sono tutti favorevolmente propensi all’introduzione di tecnologie opensource negli affari della Pubblica Amministrazione.

Fortuna vuole che qualcuno abbia provveduto a filmare l’evento e ne abbia pubblicato i diversi frammenti su YouTube, affinche’ possano essere facilmente visionati e commentati da chicchessia. Ordunque, andiamo a visionarli e commentarli in ordine cronologico.

Il primo e’ un markettone fuori tema del presidente di GlugTo in favore della sua associazione, parentesi pretesa per il ruolo che il gruppo ha avuto nel mettere insieme il teatrino. Non mi dilungo oltre, per avere un mio parere in merito all’onnipresenza di associazioni ed enti di promozione che appongono etichette a destra e a mancina si legga l’apposito post.

Il secondo e’ una semplice presentazione dei personaggi che hanno preso parte al dibattito: c’e’ poco da sviscerare.

Un poco alla volta entriamo nel vivo con il terzo frammento, che vede protagonista il presidente di AsSoLi, avvocato Marco Ciurcina. Il primo minuto e mezzo e’ ovviamente il markettone di turno per l’associazione, dopodiche’ si passa alla presentazione della campagna “Caro Candidato”.

Al minuto 4:00 si mostrano interessantissimi dati statistici sulla percentuale di candidati coinvolti e alla fine realmente eletti per i diversi contesti elettorali all’interno dei quali la campagna e’ stata condotta. Peccato siano malamente presentati. Concentriamoci sui dati delle elezioni Europee 2009 (piu’ che altro perche’ se ne parla approfonditamente anche dopo): il numero interpretabile come “totale dei candidati” (72) in realta’ e’ il numero di seggi per l’Italia al parlamento europeo, e la quantita’ di aderenti (50) viene esposta senza un metro di valutazione (50 su quanti???). Purtroppo non sono riuscito ad individuare questa cifra, essenziale per fare ulteriori constatazioni sulla profondita’ e l’efficienza reale dell’operazione, pertanto taccio e passo avanti.

A 5:13, pressoche’ alla fine dello spezzone, viene fatto un primo cenno ad una iniziativa analoga a “Caro Candidato” svoltasi in Francia, ripresa nella seconda parte dell’intervento.

Dopo una introduzione al sito di FreeSoftwarePact, ovvero l’aggregazione delle altre implementazioni europee della campagna in oggetto, si pone l’accento sul parallelo francese, condotto dall’associazione April ed i cui risultati sono consultabili qui. 104 candidati hanno aderito (non conosco i partiti francesi ma a occhio mi sembrano tutti di sinistra), 17 sono stati alla fine eletti, anche qui ignoto e’ il numero di candidati totale.

A partire da 1:24, l’enunciazione di una grande verita’: la community italiana e’ estremamente frammentata, soprattutto se confrontata con altre realta’ europee ed extra-europee. A tale fattore viene imputato il relativo successo (stimato come buono ma non ottimo) della campagna, e l’abisso tra il traguardo francese e quello italiano (17 eletti e’ quasi il triplo di 6), anche se non sono particolarmente convinto di tale nesso: sara’ pur vero che l’associazione April conta tre, quattro, cinque mila iscritti, contro i 67 nomi riportati tra i soci di AsSoLi, ma matematicamente il rapporto non torna – una mole 50 volte superiore non ha indotto un risultato 50 volte superiore – e, come oramai gia’ si sa, indipendentemente dal totale dei frequentatori di un circolo la differenza la fanno le persone che praticamente collaborano attivamente sul campo.

Al minuto 4:08 si parla della ambiziosa volonta’ di costituire un intergruppo dedicato al software libero presso il Parlamento Europeo, ma viene ammesso che tale azione abbia degli ostacoli di natura fondamentalmente di natura burocratica. A maggior riprova del fatto che le manovre attuate in ambiente politico sono lente, senza tempistiche e modalita’ certe, guidate non gia’ dal buon senso ma da regolamenti piu’ o meno ufficiali che ne mettono in perenne discussione la fattibilita’.

Finalmente parlano i protagonisti: i rappresentanti eletti. Il primo della serie e’ Carlo Giacometto, consigliere della Provincia di Torino, Popolo della Liberta’.

Esso e’ quello che, a parer mio, piu’ di tutti tende a strumentalizzare la sua adesione alla campagna: ad ogni pie’ sospinto cita il suo partito, i colleghi del partito, le dichiarazioni (non si sa se ufficiali o meno) dei suoi pari, insomma le sue proprie argomentazioni a favore del software libero rimangono assai in secondo piano rispetto agli elogi retorici nei confronti di un tema che, nella sede specifica, si premura di assecondare e far assecondare – a parole – dall’intero suo schieramento. Particolarmente chiaro cio’ che viene espresso al minuto 2:00: il supporto al software libero e’ stato espresso soprattutto da schieramenti di sinistra, ma “ci tengo a precisare” della sinistra nazionale; in tempi di imminenti elezioni regionali, e’ bene cercare di isolare i propri antagonisti politici locali dai traguardi raggiunti dai loro spalleggiatori.

Una dichiarazione utile all’analisi dei successivi interventi, a 2:59, riguarda le competenze dei diversi livelli gerarchici e burocratici dello stato italiano: non e’ la Provincia a dover decidere se e come usare freesoftware, ma spetta agli organi nazionali (in primis il Parlamento) istruire le sedi decentralizzate su come operare. Un pochino imbarazzata e’ l’inclusione in extremis dell’ente Regione nella lista delle istituzioni legittimate a prendere tale tipo di decisioni: come vedremo sotto, infatti, sarebbe stato sconveniente girare il coltello nella piaga della Legge Regionale su cui ci illumina il consigliere Robotti nell’ultimo intervento.

Ida Vana, assessore della Provincia di Torino, e’ la meno soggetta al campanilismo partitocratico, rientrando in una lista civica e non dovendo pesare le parole a favore o contro specifici gruppi. Ma sebbene sia anche l’unica di cui si trova traccia sul sito di “Caro Candidato” sembra anche la meno sicura sul tema, procedendo un po’ a tentoni.

A 2:11, la problematica prioritaria: la migrazione all’opensource richiede un approccio culturale. Vale a dire “non importa quanto il codice aperto sia ai fatti meglio o peggio: bisogna convincere quelli che lo adoperano”. Addio sogni di gloria: gia’ sappiamo come gli statali reagiscano ai cambiamenti consigliati e proposti, e quali siano gli unici metodi che sinora abbiano sortito qualche effetto.

Alla fine, a 4:23, si calano le braghe: nessun chiaro impegno, la linea da seguire e’ “chi vivra’ vedra’”. Da elettore, nel bene e nel male abituato ad altri toni, la reputo un po’ poco soddisfacente.

Il consigliere regionale Luca Robotti e’ un personaggio che meriterebbe piu’ ampio spazio, ma mi limito qui al commento delle sue parole, che vertono unicamente sulla sopra menzionata Legge Regionale da lui stesso stesa e promossa.

Sorvolando sull’introduzione abbastanza abbozzata, e sul simpatico aneddoto (a 3:55) dell’intervento di responsabili Microsoft in reazione alla presentazione della legge al Consiglio Regionale, a 5:29 (prima di descrivere il documento in se’, cosa che avviene dopo) si arriva al punto cruciale (gia’ citato sopra): la legge e’ stata presto impugnata dal Governo, che l’ha dichiarata in contrasto con le normative vigenti che regolamentano il principio di concorrenza. Non mi soffermo qui a filosofeggiare sull’accaduto, ma nuovamente faccio notare come ogni procedura eseguita sul piano politico, sia essa pure la piu’ ammirevole, immancabilmente soffra di vincoli e paletti burocratici che a lungo andare producono gran sperpero di tempo e risorse nella sola ipotesi di poter, in un giorno non meglio precisato, ottenere frutti.

Mi rammarico che i video resi pubblici non mostrino anche la sessione di domande da parte del pubblico presente in sala, in cui come spesso accade in queste circostanze piu’ che domande si sono uditi interventi abbastanza sciapiti sull’arretratezza in campo tecnologico dell’Italia. Si sono toccati vari argomenti, da CSI Piemonte (che non e’ la versione in dialetto di un telefilm poliziesco ma l’ente para-statale che detiene il monopolio dell’intera infrastruttura regionale, e che finalmente sembra essere sull’orlo del collasso con buona pace di molti) ai 500000 – diconsi cinquecentomila – euro previsti dalla legge e in attesa di essere erogati in circostanze non ancora particolarmente chiare.

All’interno di tale momento di riflessione l’unico intervento che ho ritenuto apprezzabile e’ stato quello dell’assessore Vana, che rispondendo ad un libero professionista che recriminava ha detto esplicitamente che se vogliamo (noi cittadini) che le cose cambino dobbiamo essere noi a muoverci. Faccio mio questo pensiero (cosa non nuova), aggiungendo che non solo dobbiamo muoverci concretamente ma anche smettere di illuderci che altri possano combinare qualcosa al posto nostro.

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