Archive for the 'Divulgazione' Category

Secondo Round

9 giugno 2014

Ad inizio maggio il Governo ha lanciato un appello per ricevere dai suoi dipendenti (ma anche dal resto dei cittadini, essendo diventata l’iniziativa cosa di dominio pubblico)  suggerimenti e consigli su come migliorare la Pubblica Amministrazione italiana. E l’altro giorno il Ministero per la Semplificazione ha pubblicato qualche dettaglio sul numero e sui contenuti delle mail ricevute, tra i quali mi sono sinceramente stupito di vedere nell’elenco degli argomenti piu’ spesso citati la voce “Software libero e gratuito nella PA”.

Dati alla mano, non si puo’ negare che questa storia del freesoftware sia (piu’) un tema specifico per smanettoni ed addetti ai lavori: se piu’ di 1000 persone, su 40000 partecipanti (inclusi i tanti che hanno scritto solo per il rinnovo del proprio contratto, richiesta forse legittima ma certo non in linea con lo scopo dell’iniziativa), hanno spontaneamente ed autonomamente avuto lo spirito di comporre una mail di senso compiuto su di esso e spedirla (azione nient’affatto scontata, nell’era del “vaffanculo” dilagante), e’ forse perche’ piu’ persone di quanto non si creda hanno almeno vagamente presente che esiste e che vale la pena sbattersi due minuti per segnalarlo.

Almeno vagamente.

Cio’ che mi pone qualche perplessita’ e’ la dicitura “e gratuito” che accompagna “Software libero”. E l’atroce dubbio e’ che una parte delle suddette 1000 mail (forse addirittura la maggioranza?) siano state motivate non gia’ dalle numerose opportunita’ tecniche offerte dalle licenze libere e dal modello di sviluppo opensource ma piu’ banalmente dal puro e semplice risparmio economico che si trarrebbe usando applicazioni gratuite (quali sono molto spesso le applicazioni libere, ma non solo). Se cosi’ fosse, tutti i proclami sulla competizione, sul lock-in, sulle ricadute locali degli investimenti, sulla trasparenza, sui formati aperti, si risolverebbero presso la pubblica opinione con “LibreOffice e’ aggratis, scaricatevelo”.

Cosa alquanto grave, per due motivi. Primo: Microsoft e compagnia gia’ offrono abitualmente pacchetti scontati per le pubbliche amministrazioni, addirittura gratuiti per le scuole, al fine di mantenere la posizione in settori strategici come l’istruzione (si sa, la prima dose e’ gratis…) e l’amministrazione (che deve relazionarsi con migliaia di altri enti, sia pubblici che soprattutto privati, scambiandosi documenti e dati puntualmente fruibili solo con altri prodotti dello stesso produttore). Penso che in situazione di emergenza, qualora arrivassero pressioni politiche sollecitate dall’opinione di massa, i grandi vendor di soluzioni proprietarie non si farebbero grandi scrupoli a regalare mazzi di licenze in questo ambito, appunto per tutelare i propri interessi di larga scala, nullificando di fatto il vantaggio economico del software libero e facendoci tornare al punto daccapo. Secondo: anche il software libero ha bisogno di soldi, per garantire un livello elevato di qualita’ e di rapidita’ di sviluppo (anche i developers mangiano, a volte), o anche solo per pagare i servizi di installazione, manutenzione, formazione. Non essendoci i costi fissi di licenza, che spesso si reiterano annualmente e non portano alcun valore reale, la spesa totale e’ probabilmente inferiore rispetto all’alternativa proprietaria, ma comunque da qui a “gratis” ce ne corre. E se si instaura l’idea che il software libero e’ sempre e solo gratis, certo nel momento in cui una amministrazione dovesse allocare dei quattrini per le suddette necessarie spese ci sarebbe chi si staccerebbe le vesti per il presunto immotivato magna-magna ed ostacolerebbe l’altresi’ virtuoso investimento: un rischio politico non accettabile.

Appurato che, finalmente, il termine “software libero” e’ diventato di uso popolare, ed altrettanto popolare ne e’ il consenso, piu’ di quanto precedentemente immaginato, e’ forse giunta l’ora di porre un accento piu’ marcato sui suoi effettivi vantaggi e benefici. Non solo quelli relativi al prezzo. Del resto anche il pubblico odierno, oramai avvezzo alla tecnologia digitale ed un poco piu’ abituato che non in passato a concetti prettamente tecnici come “codice sorgente”, e’ forse adesso sufficientemente maturo per cogliere la sfumatura tra “libero” e “gratuito”. E molte altre cose.

Ho speso il weekend per accrocchiare e mettere in bella vista una pagina su linux.it (il sito web di maggior visibilita’ su cui posso metter le mani) che spieghi in modo semplice, per mezzo di schemini, cosa distingue il software libero da cio’ che libero non e’. E dopo aver pubblicato un chiarimento sul sito ILS l’ho pure twittato all’attuale ministra Madia per buona misura. Dall’altra parte, il tema “Community” del prossimo Linux Day si presta ad essere sfruttato per affrontare l’altro grosso fraintendimento che avvolge il software libero – e per estensione il mondo della cultura libera -: la community non esiste se tutti applaudono e pochi partecipano attivamente.

Sembra strano, ma nonostante tutto qualcosina si muove. Abbiam fatto Linux, ora facciamo i linuxari.

Firme Anonime

20 marzo 2014

Nell’ultimo periodo ho viste transitare ben due velleitarie petizioni, di quelle che talvolta si vedono nel mondo linuxaro: quella per togliere Silverlight dal sito RAI e quella per Linux nelle scuole italiane.

La prima aveva come obiettivo 20000 firme, si e’ fermata a meno di 3000 pur avendola vista rimbalzare pressoche’ ovunque nei circoli filo-linuxofili (social networks e mailing list). Il promotore, un fanciullo che nella foto dell’avatar ostenta uno strabuzzante Panariello (chissa’ se anche lui ha aderito o si e’ fatto portavoce dell’iniziativa presso l’ente, al mio tweet non ha risposto…), lascia intendere di aver contattato appunto la televisione di Stato e questi – non viene specificato chi – hanno risposto che “non si muoveranno finchè non avranno la lista delle firme via fax o raccomandata”. Da anni si parla della questione, le raccolte firme online ci sono gia’ state cosiccome le mail dirette e le segnalazioni alle associazioni di consumatori, l’accanimento nei confronti dello “scandalo” digitale e’ perpetuo e perpetuamente vano.

La seconda pseudo-iniziativa e’ ancor piu’ stravagante: il testo presentato, malamente formattato e sconnesso nella presentazione, enumera i “vantaggi” (almeno quelli di carattere economico) di una migrazione massiva delle scuole a Linux, ma fallisce nell’identificare un destinatario dell’appello, delle modalita’ operative, dei traguardi, insomma e’ un messaggio fine a se’ stesso. Che ha pero’ gia’ convinto piu’ di 3500 persone a compilare il form annesso con nome e cognome delle 5000 poste come obiettivo. Non e’ dato sapere cosa succedera’ nell’improbabile caso in cui tale obiettivo sara’ raggiunto.

Iniziative analoghe abbondano, periodicamente emergono e circolano, spesso provocando moti di indignazione, e mai portando ad un qualsivoglia risultato. Ma del resto neanche fanno alcun male, aiutano ad estendere la sensibilizzazione su certi temi, e magari “questa e’ la volta buona”. Giusto? No.

Il presupposto di massima e’ che le petizioni online che si trovano adesso sono a prescindere inutili, anche laddove dovessero raggiungere quota 10000 firme, per il semplice fatto che mai nessun ente prendera’ sul serio un elenco di nomi ed indirizzi mail cosi’ facilmente falsificabile. Stando a quanto ne so io qualsiasi raccolta firme a fine istituzionale (per accettare una candidatura ad una elezione, per approvare un referendum, per chiedere una qualsiasi cosa ad una amministrazione) si fa su carta, con delle firme vere vergate con una penna, accompagnate da numeri di documenti di identita’ validi e verificabili. Chiaramente anche cosi’ si puo’ barare, come ben sappiamo qui in Piemonte, ma almeno ci sono alcuni strumenti per controllare e validare; per quanto riguarda la controparte digitale, in cui le sottoscrizioni sono confermate da una semplice mail (che peraltro serve al fornitore della piattaforma per raccogliere indirizzi validi da rivendere in blocco allo spammer miglior offerente), chiunque puo’ registrarsi quante volte vuole con nominativi diversi – io personalmente ne ho almeno una dozzina – e nessuno sara’ mai in grado di garantire la loro univocita’.

Ma oltre che inutili le petizioni sono soprattutto dannose. Per due motivi.

Il primo e’ che nella stragrande maggioranza dei casi la realta’ rivelata e’ esattamente opposta all’intento che muove ogni promotore ad avviare la sua propria campagna, e quel che nasce come atto di forza mediatico atto a raccogliere l’interesse di molte persone su un particolare tema per aggregare la voce di tutti in un unico coro finisce con lo svelare la debolezza intrinseca di un movimento privo di canali di comunicazione interna efficienti, incapace di suscitare attenzione anche tra i propri stessi componenti, numericamente modesto se non addirittura irrilevante, incoerente nella sua attivita’ (come si puo’ chiedere ad altri l’adozione di software libero, quando per la petizione stessa si usano piattaforme closed?), presso cui un testo sommariamente steso da un ragazzino che difficilmente prendera’ mai un 8 in italiano viene orgogliosamente eretto a manifesto. Quando un non-linuxaro clicca su uno di questi link fatti circolare su Facebook, e guarda la pagina con la sobrieta’ di chi non si sente direttamente coinvolto nell’azione promossa, dinnanzi all’esiguo numero di sottoscrizioni raccolte (si, 3500 e’ un numero oggettivamente esiguo) davvero non puo’ far altro che rafforzare la sua propria idea che Linux lo usano in quattro gatti e non se lo fila nessuno.

Il secondo e’ la falsa percezione che per molti accompagna l’atto di sottoscrivere un appello. Gran parte degli utenti Linux sa che Linux e’ una community fatta da volontari e appassionati, ognuno dei quali porta un suo contributo; la summa dei contributi e’ un sistema operativo completo, supportato, ricco di funzioni e pure gratuito. Molti si sentono parte di questa community pur non avendo mai attivamente partecipato in alcun modo, e trovano appunto nella sottoscrizione alla raccolta firme di turno il proprio alibi: ho messo il mio nome, ho supportato la causa, ho fatto la mia parte, ho la coscienza pulita. E invece no. Scrivere una patch e’ un contributo. Fare una donazione e’ un contributo. Tradurre della documentazione e’ un contributo. Persino dedicare un po’ di tempo nell’assistere qualcuno che ha appena iniziato e’ un contributo. Firmare una petizione senza utilita’, senza scopo e senza valore non e’ un contributo. Non arricchisce in alcun modo il patrimonio comune, e non favorisce in alcun modo la diffusione ne’ del software libero ne’ dei principi di collaborazione propri del software libero. Se ciascuna delle persone che hanno letto ed approvato la lamentazione nei confronti di Silverlight avesse invece impiegato lo stesso tempo per tradurre una riga di testo su Transifex, il mondo sarebbe certamente un posto migliore.

Chissa’, forse potrei avviare una petizione contro le petizioni sulle mailing list linuxare…

Quattrocento al Giorno

14 marzo 2014

Un anno fa mettevo online il nuovo linux.it, e come ho pubblicato qualche analisi sul punto di partenza trascrivo ora qualche dato e qualche considerazione sul punto cui si e’ arrivati sinora.

Innanzitutto, le visite sono raddoppiate: dalle mediamente 200 al giorno del marzo 2013 siamo alle mediamente 400 al giorno di oggi. Quelle provenienti da macchine Linux sono rimaste pressoche’ invariate, mentre sono nettamente cresciute quelle da macchine Windows (ovvero quelle che contano davvero: francamente di spiegare cosa sia Linux a chi Linux lo usa mi interessa poco). Una curiosita’: la maggior parte degli utenti e’ su Windows 7, laddove ci si sarebbe forse aspettati un piu’ grande interesse – dettato dalla disperazione – da parte dei disgraziati che si trovano sull’inutilizzabile Windows Vista, sull’abominevole Windows 8 o sull’obsoleto Windows XP.

Finalmente linux.it e’ il primo risultato che Google fornisce per la keyword “linux”, prima della relativa pagina Wikipedia (che caoticamente aggrega informazioni sul kernel propriamente detto, sulle distribuzioni, su Stallman, su GNU/Linux, ed insomma rischia di essere un tantino confusionaria per chi non conosce affatto l’argomento) e prima di Ubuntu-IT (che giustamente e’ focalizzato su Ubuntu, ma dice poco in merito a quanto ci sta attorno). La “promozione” e’ avvenuta in periodo Linux Day, ovvero probabilmente quando il nuovo sito e’ stato effettivamente per la prima volta notato dai piu’ ed hanno iniziato ad aumentare i riferimenti sparsi online.

Gli iscritti alla newsletter sono aumentati meno di quanto auspicato: recentemente e’ stata toccata quota 2000, ma considerando che di questi 1500 erano stati ereditati da una precedente e fortunata operazione di raccolta si nota che in termini relativi la crescita e’ stata modesta. Sta di fatto che questo e’ il principale canale di comunicazione di Italian Linux Society, essendo numericamente piu’ vasto di tutti gli accounts Twitter messi insieme o della pagina Facebook dedicata all’evento nazionale di fine ottobre. A oggi, quando nel calendario eventi di linux.it viene aggiunta una nuova attivita’ a Roma sono notificate circa 200 persone.

Le pagine piu’ visitate dell’ultimo mese sono la homepage (ovviamente), quella che spiega a grandi linee cosa sia Linux, e quella delle “Domande Frequenti“. Che e’ anche quella su cui il pubblico passa mediamente la maggior parte del tempo. Sintomo del fatto che i piu’ leggono effettivamente cosa ci sia scritto, e dunque nuova evidenza del fatto che i piu’ sono completamente all’oscuro del tema e cerchino delle informazioni basilari ed essenziali. Purtroppo troppo spesso, durante le attivita’ promozionali e di comunicazione, si da per scontato che le persone sappiano cosa sia Linux (o anche solo che Linux esista…), ma questi dati raccontano una realta’ differente che non puo’ e non deve essere ignorata.

Le prossime evoluzioni? Mi piacerebbe introdurre, fin dalla homepage, tre sezioni tematiche che illustrino – sempre a grandi linee, la documentazione gia’ esistente online abbonda e non mi sembra il caso di duplicarla o ridondarla – l’uso di soluzioni libere a scuola, nell’impresa e nella PA, ovvero nei tre macro-settori piu’ comuni e discussi. Per offrire una informazione un pochino piu’ dettagliata e completa, carpire l’attenzione di determinate categorie di pubblico in transito, e per trasmettere l’idea che questo benedetto Linux non sia solo un giocattolo per smanettoni ma puo’ persino avere degli utilizzi pratici.

Prossimo aggiornamento: marzo 2015.

Con Linux Potresti

6 marzo 2014

Ora che la pagina “Con Linux Puoi” e’ online, posso raccontare un piccolo retroscena su come l’idea sia nata ma soprattutto su come si sia sviluppata.

Tutti i lettori di codesto blog certo sanno della oramai imminente dismissione di Windows XP, dunque non mi dilungo. Sulla mailing list privata di Italian Linux Society uno dei soci, vicino al progetto LibreUmbria, fece notare come a Perugia si stessero organizzando con un incontro pubblico per fare divulgazione in merito, e proporre come soluzione non gia’ l’aggiornamento ad un ennesimo Windows ma la migrazione a Linux. Il concetto ufficiale e’ “si risparmia”, quello di fondo “gia’ che si deve cambiare radicalmente qualcosa cui si e’ abituati, tanto vale almeno provare tutt’altro”. L’invito fu quello di estendere l’invito ad altri LUG italiani, affinche’ a loro volta allestissero incontri locali sul tema e contribuissero alla promozione, ma l’appello esteso a fine gennaio ebbe scarso riscontro: solo una minoranza rispose, di questi solo una minoranza rispose esprimendo interesse per partecipare, di questi nessuno aveva gia’ iniziato a mettersi in moto. Il proposito di fare una sottospecie di “Linux Day XP” sfumo’ in breve tempo per ovvi limiti organizzativi: inutile sarebbe stato insistere dati quei presupposti.

Ho iniziato pertanto a ragionare in merito ad una “campagna” informativa online, senza troppe pretese (per quanto molto migliorata nel corso dell’ultimo anno, la presenza web di ILS non e’ ancora cosi’ massiccia) ma comunque con una ragione di esistere. Soprattutto, una ragione non auto-referenziale e non fine a se’ stessa: dato l’argomento prettamente tecnico (e la dismissione di un sistema operativo e’, sotto ogni punto di vista, un argomento prettamente tecnico) troppo facile sarebbe stato optare per un messaggio destinato agli smanettoni linuxari piu’ che agli effettivi utilizzatori di XP, celebrativo di un evento che nessuno al di fuori della schiera nerd avrebbe potuto comprendere, che sarebbe passato totalmente inosservato ai piu’.

Alche’ sono incappato in questo tweet, dunque in questo articolo, dunque in questo video, in cui un ragazzotto non meglio identificato spara a zero su “Linux”. Riassumendo in pochi minuti quelli che sono i luoghi comuni in assoluto piu’ popolari in merito all’opensource: e’ gratis dunque necessariamente di scarso valore, non ci si puo’ combinare nulla (il protagonista insiste sulla professionalita’ delle sue mansioni non applicabili su Linux, ma nel canale YouTube parla estensivamente di videogiochi e viene spontaneo pensare che quella sia la sua attivita’ principale), i virus non ci sono perche’ nessuno lo usa, ed i linuxari sono mediamente degli invasati che pretendono di avere sempre ragione. Sorvolando sull’ultima sacrosanta verita’ (comunque fondata solo se si restringe il cerchio agli incalliti che infestano le mailing list, il bacino di utenti Linux oramai va anche ben oltre i soli addetti ai lavori), le altre sono posizioni decisamente opinabili – ed espresse in maniera ancor piu’ opinabile nel video, costruito appositamente con fare provocatorio per diventare virale – che, volenti o nolenti, sono ampiamente diffuse e radicate presso la massa. E che pertanto vanne prese di mira in modo selettivo.

Da qui il “Con Linux Puoi”: non ha niente a che fare con Windows XP, non ha niente a che fare con il riuso di vecchio hardware (che invece e’ il filone comunicativo adottato da altri), grammaticalmente e’ una mezza frase che puo’ essere conclusa in vari modi – un appello propagandistico o un fatto – dunque si presta ad essere usata come hashtag sui social network, ma soprattutto e’ una affermazione in simmetrica contrapposizione con una di quelle sopra (ovvero: “non ci si puo’ combinare nulla”).

Il motto sembra sinora essere stato apprezzato dal comunque modesto bacino raggiungibile ed ha ricevuto un poco di esposizione da parte degli entusiasti della prima ora, mi sono giocato un paio di carte (la dignitosa newsletter ILS ed il relativo account Twitter) ed un altro paio sono in dirittura (il banner su linux.it, sito su cui il 19% delle visite arriva proprio da Windows XP, e gli account social del Linux Day), staremo ora a vedere se effettivamente il messaggio riuscira’ a raggiungere i diretti interessati.

Perche’ con Linux “puoi”, ma solo se qualcuno te lo dice.

Del Linux Day 2013

3 novembre 2013

E un altro Linux Day e’ passato. Il tredicesimo, mio quinto come coordinatore torinese e quarto cui partecipo nell’organizzazione nazionale.

Avrei tanto da dire e considerare, ma in questo brano mi limitero’ a dare una mia risposta ad alcuni post di analisi e valutazione che ho letto in giro in queste settimane. Alcuni critici, altri meno critici, tutti degni di una reazione.

Marco Fioretti il 9 ottobre prendeva il ridotto numero di Linux Day registrati sul relativo sito web come riprova della crisi di identita’ della community italiana, insieme all’annullamento della ConfSL. La ConfSL e’ effettivamente data per dispersa, ma su linuxday.it i pallini sulla mappa sono aumentati da 80 a 107 in 10 giorni. Prevedibilmente, considerando che ogni anno i ritardatari abbondano (come ben so io, che ho l’ingrato compito di mandare mail di sollecito a chi una settimana prima dell’evento non ha ancora pubblicato uno straccio di programma). Certo meno dello scorso anno, anzi questo e’ il numero piu’ basso dal 2007, ma non mi sembra cosi’ male per una manifestazione data per morta innumerevoli volte, e che patisce la “concorrenza” del Software Freedom Day internazionale promosso direttamente da Free Software Foundation. Per quanto imperfetto, ed ancor piu’ imperfetto e’ stato quest’anno, il Linux Day resta il momento di massima risonanza dell’intera comunita’ italiana: quando sara’ morto per davvero, vorra’ dire che avremo seppellito l’intero movimento e mi comprero’ un Mac.

Simone Aliprandi il 28 ottobre constatava come l’appuntamento linuxaro per antonomasia abbia perso la sua connotazione propriamente linuxara, finendo con l’includere anche temi trasversali quali le Creative Commons, la privacy, l’open hardware, e tutto lo scibile delle liberta’ digitali. Il suo intervistato, Giacomo Rizzo (che conobbi personalmente ai tempi della ConfSL 2009), sembra critico nei confronti di tale spontaneo cambiamento di rotta, ma personalmente lo accolgo con favore: quale miglior modo per rinnovare l’evento – come tante volte auspicato – ed ampliare il pubblico interessato? Mesi fa, sapendo che proprio il 26 ottobre a Firenze si sarebbe tenuto un appuntamento organizzato da Wikimedia Italia sui dati bibliografici, ho spedito mail in lungo ed in largo per fare in modo che fosse presente anche Libera Informatica (una delle associazioni linuxofile locali) e portasse in quella stessa sede il messaggio del software libero, cosa che e’ avvenuta con gran piacere di tutti. Alla luce di tale esperienza positiva, e di una serie di altre motivazioni, per il 2014 intendo stimolare ancora maggiormente questo genere di “contaminazioni” tentando di coinvolgere in modo piu’ diretto gli enti che in Italia rappresentano le numerose sfumature della cultura digitale, facendo diventare il Linux Day un riferimento a tutto tondo.

A questo punto qualcuno inevitabilmente dira’ “E allora cambiamogli nome!”. Ma gia’ c’e’ qualcuno che vorrebbe farlo, e per motivazioni molto piu’ lasche e con toni molto piu’ polemici. Mi riferisco ovviamente alla diatriba senza fine (e senza senso) sul GNU/Linux Day, quest’anno eccezionalmente sollevata da Richard Stallman in persona. Il quale pare abbia contattato tutti – o comunque gran parte – dei LUG italiani per muovere il suo appello ad usare il nome alternativo. Risultato: l’unico GNU/Linux Day che ho visto e’ stato quello di Benevento, la dicitura e’ stata dismessa anche dai gruppi piu’ ortodossi. Inutile che ripeta per l’ennesima volta la mia contrarieta’ all’iniziativa, che antepone l’interesse di uno allo sforzo di tutti (n.b. in una mail circolata sulla mailing list privata dei soci AsSoLi, Stallman dichiara che “the way the name is handled has more influence, to help the GNU Project or make it forgotten”. Dopo trent’anni di sviluppo il progetto GNU e’ ancora utopia, la causa del mancato successo globale e’ davvero il nome di una manifestazione italiana?), ma ribadisco solo che alterare – per qualsiasi motivo – l’intestazione dell’unica e sola manifestazione massivamente conosciuta del nostro Paese non puo’ davvero portare a nulla di buono, per nessuno.

Dal comunicato sovversivamente distribuito da Stallman ai LUG trova il suo incipit Enrico Zini il 25 ottobre, che appunto nel suo post parla di una community “balcanizzata” e dice ‘the only way Italian LUGs manage to do something together, is to say “let’s not care what we all do, let’s just do it on the same day and call it a national event”‘. Impossibile dargli torto, ed impossibile e’ negare la mancanza non solo di modalita’ e contenuti condivisi ma anche solo di una comunicazione interna degna di questo nome. La mailing list di coordinamento nazionale quest’anno e’ stata ancor piu’ silente che nel 2012, scarse sono state le reazioni anche all’esplicita richiesta di feedback sull’esito della giornata, indubbiamente manca diffusamente il senso di partecipare ad una mobilitazione collettiva. Forse piu’ massiccie dovrebbero essere le comunicazioni “ufficiali” inviate agli organizzatori (quest’anno ho spedito una sola mail di notifica, per annunciare l’apertura delle registrazioni e poco altro), per dare realmente l’idea di non essere soli ed abbandonati. E forse ci si dovrebbe davvero decidere a predisporre una piattaforma unica ed unificata di pubblicazione di foto, slides, video ed altri contenuti collaterali, per aggregare e condividere piu’ efficacemente l’output della giornata. Ma ovviamente, meno c’e’ partecipazione e meno cose si riescono a fare; meno cose si riescono a fare, meno c’e’ partecipazione.

In qualche modo, anche quest’anno e’ andata. Non posso dire “bene”, non posso dire “male”, posso solo dire che e’ andata. I margini di miglioramento assolutamente non mancano, ed occorre non solo esserne consapevoli ma agire per ridurli.

Ora, prima del Linux Day 2014, ci sono altri 11 mesi da riempire.

Inutile e Indispensabile

3 agosto 2013

Piu’ spesso di quanto non si creda – e non si vorrebbe – sento ripetere il mantra secondo cui i Linux Users Groups sono diventati inutili. Nessuno frequenta i corsi che vengono organizzati, la desertificazione erode le mailing lists, e non gliene frega piu’ niente a nessuno.

Eppure forse e’ il caso di fare un passo indietro, contestualizzare i catastrofismi, e ragionare in prospettiva futura anziche’ passata.

E’ assolutamente vero che nei primi anni 2000 l’atmosfera era ben diversa, entusiastica, ma forse persino troppo: ogni anno era l’anno di Linux sul desktop, c’era un unico “grande nemico” (nella fattispecie: Microsoft) da battere e verso cui rivolgere tutte le invettive e la contro-propaganda, e nella mano del movimento freesoftware c’erano l’asso di cuori e quello di quadri (Mozilla e OpenOffice, rilasciati alla comunita’ opensource a breve distanza l’uno dall’altro). Si era talmente certi di vincere la partita che nessuno si e’ curato del poker di due dell’avversario.

La crescente (e benvenuta!) semplificazione nell’utilizzo di un sistema operativo libero ha permesso a molti di arrangiarsi per proprio conto, ignorando il supporto offerto dagli Users Groups. I quali si sono comunque ostinati a tenere corsi e Install Party, laddove se ne e’ progressivamente perso il bisogno, vuoi per masochismo o vuoi per incapacita’ di inventare altre forme di attivita’ che giustificassero l’esistenza del gruppo. Ai sempre meno utenti che avrebbero potuto godere di assistenza tecnica e’ sempre stato chiesto di iscriversi ad una mailing list, canale di comunicazione di elezione per un po’ tutto l’universo open ma, nell’ottica dell’utilizzatore finale, poco conveniente (nella misura in cui si ricevono molte mail da parte di altri che non interessano) e scomodo (a meno di avere esperienza nella gestione dei filtri della propria casella di posta, attitudine difficilmente attribuibile ai novizi). Per buona misura molti LUG si sono costituiti in associazione, aggiungendo una complessita’ burocratica alla gia’ di per se’ impegnativa attivita’ volontaristica. E nel momento in cui ci si e’ assegnati una identita’ ufficiale, questa identita’ ha prevalso sugli scopi originali della combriccola: la promozione dell’associazione ha in molti casi prevaricato sulla promozione del software libero, effetto oggi molto ben visibile in occasione di una qualsiasi proposta di lettera aperta da inviare ad una qualsiasi istituzione (contributi al testo: zero, adesioni con la firma dell’associazione: cinquanta).

La concomitanza di attivita’ molto impegnative, molto noiose e poco gratificanti, la necessita’ forzata di aderire ad una gerarchia associativa, ed una diffusa mancanza di spunti nuovi e stuzzicanti hanno portato i LUG ad invecchiare, ed e’ in gran parte venuto meno il ricambio generazionale da cui dipende la sopravvivenza di pressoche’ ogni iniziativa umana. Intendiamoci: non e’ che manchino i giovani interessati all’argomento, semplicemente e’ difficile coinvolgerli se l’unica cosa che gli si propone di fare e’ impazzire due ore alla settimana per tenere una lezione a persone incapaci di imparare da sole (dunque, presumibilmente, adulti di per loro non particolarmente inclini).

Dunque? Tutto questo vuol dire che i LUG siano diventati inutili? Tutt’altro, oggi la presenza territoriale e’ piu’ importante che mai.

Perche’ e’ periodicamente necessario tirare la giacchetta alle proprie amministrazioni locali in funzione della normativa per l’adozione del software libero nella pubblica amministrazione, che sara’ ulteriormente potenziata entro la fine dell’anno dai risultati del tavolo di lavoro in corso presso l’Agenzia Digitale per l’Italia. Perche’ oramai un po’ tutti hanno sentito parlare di Linux, ma il grosso del pubblico tende a dimenticarne le relative opportunita’ e va dunque ciclicamente ristimolato sull’argomento (e, ricordiamoci: no opinione pubblica formata = no stimolo politico alla migrazione dell’amministrazione. Dovrebbero ricordarsene tutti coloro che piagnicolano sulle mailing lists). Perche’ una volta all’anno almeno 15000 persone si aspettano di partecipare ad un Linux Day, possibilmente senza dover andare troppo lontano da casa. Perche’ in un’era in cui proliferano startup, fablab e spazi di co-working diventa una necessita’ storica avere dei punti di riferimento territoriali sul tema del software libero.

I LUG decisamente non sono inutili. Piuttosto, andrebbero revisionati gli approcci.

In Officina Informatica Libera non abbiamo nessuna mailing list pubblica, da un pezzo abbiamo abbandonato i corsi, ma abbiamo sempre mantenuto lo sportello di assistenza informatica settimanale ed occasionalmente partecipiamo con un banchetto a qualche iniziativa di piazza organizzata da altri (istituzioni, o altre associazioni amiche). Cio’ che accomuna tali due tipi di attivita’ e’ la birra, che non manca mai e coadiuva la creativita’. All’appuntamento settimanale c’e’ sempre qualcosa di cui discutere nelle rare occasioni in cui non si presenta pubblico: un progetto di sviluppo piu’ o meno correlato all’associazione stessa, o il setup di un qualche dispositivo o di una qualche applicazione. Presso i banchetti ci portiamo sempre una gran quantita’ di attrezzature, per il networking e a volte per l’audio/video, e in tali occasioni di volta in volta improvvisiamo streaming in diretta web, configurazioni di routing piu’ o meno bizzarre, o reti wireless aperte (di cui ficcanasiamo il traffico in transito). Oltre, ovviamente, distribuire volantini divulgativi sul software libero, invitare gli scettici a sedersi alle postazioni allestite, e soffermarci a chiaccherare con chiunque abbia domande o esperienze da raccontare. Le assemblee dei soci si svolgono a casa del presidente, al sabato o alla domenica a pranzo: brasato, vino, e poi si pensa all’ordine del giorno. Diversi consiglieri comunali ci conoscono e sanno quel che facciamo, e siamo stati invitati a partecipare al tavolo di lavoro menzionato nell’ultima mozione pro-software libero del Comune (che all’atto pratico non si e’ mai tenuto e per il quale prima o poi dovro’ decidermi a mandare qualche mail, non fossi un po’ troppo preso su altre questioni extra-cittadine…). Nell’ultimo anno si sono avvicinate quattro persone nuove, di cui tre sotto i trent’anni: un sistemista che da una mano allo sportello una volta al mese, un altro sistemista che allo sportello c’e’ pressoche’ sempre, uno studente intercettato all’ultimo Linux Day Torino che da fruitore dell’assistenza verra’ promosso a settembre ad assistente, ed un altro ragazzo che partecipa abbastanza frequentemente alle iniziative outdoor.

Probabilmente non e’ neanche questo l’assetto perfetto e definitivo, ma perlomeno di quando in quando abbiamo qualcosa di nuovo da scrivere sul sito, il numero di soci attivi cresce anziche’ diminuire, e nessuno ha mai proposto neanche per scherzo di chiudere baracca. Uno scenario ben diverso da quello che si vede presso una buona maggioranza di realta’ analoghe nel Paese.

Dal 2000 i tempi sono cambiati. E altrettanto deve cambiare la comunita’. Ragionando sul presente e magari anche sul futuro, anziche’ pretendendo di vivere ancora nel passato – e dunque non capendo dove sia la ragione di fondo delle aule dei corsi vuote e delle mailing list silenti.

Attitudine Vestigiale

25 luglio 2012

Molto spesso, per non dire sempre, quando su una mailing list di nerd linuxari si tocca l’argomento “migrazione delle imprese e/o della pubblica amministrazione” la discussione finisce col degenerare nell’invettiva generalista. “I dirigenti sono ottusi”, “No, i dipendenti sono ottusi”, “Se gli cambi Office si lamentano”, “Non capiscono niente”. E via dicendo.

Tutte affermazioni in linea di principio fondate (magari formulate in modo sommario, ma che fanno riferimento ad un fenomeno ben noto: l’inerzia), almeno nel 95% dei casi. Dopodiche’ esiste un 5% di casi che nessuno e’ in grado di affrontare, e che trovano il tipico linuxaro entusiasta completamente spaesato e privo di appigli. Sono i casi in cui e’ il dirigente dell’impresa e/o dell’ufficio pubblico che dice “Software libero? Opensource? Bellissimo! Da dove iniziamo?”.

Negli ultimi mesi mi sono capitati all’orecchio almeno quattro casi di funzionari di piccoli comuni che, convintisi della bonta’ e delle virtu’ del freesoftware, hanno chiesto lumi. Un consigliere di un centro siciliano, non sapendo a chi rivolgersi, ha scritto al form di contatti sul sito del LinuxDay (cui rispondiamo a turno Napo ed io); una consigliera di un altro comune negli immediati pressi di Torino l’ho incontrata alla ConfSL 2012 di Ancona; un altro ancora nell’alto mantovano si e’ appellato all’amico Fausto del LugMAN; il quarto ha scritto sulla mailing list Discussioni@AsSoLi. Quattro casi, richieste piu’ o meno simili, stessa reazione: “Boh!”. Pare non esistere una completa soluzione libera dedicata ai comuni che contempli gli applicativi essenziali (anagrafe, catasto, tributi…), se esiste nessuno ne ha mai sentito parlare, la fatidica legge sul riuso software viene puntualmente menzionata come riempitivo ma tutti sappiamo che muoversi nella giungla frammentata di offerte (molte delle quali peraltro nient’affatto libere) non e’ assolutamente facile neppure per un addetto ai lavori. Al promotore della liberta’ digitale improvvisatosi consulente non resta che citare i sempreverdi LibreOffice, Firefox e Thunderbird, e sperare che tale modesta risposta possa bastare per almeno far avviare il processo di migrazione salvo intimamente auspicare che il benintenzionato interlocutore si rivolga a qualcun’altro per ottenere indicazioni piu’ precise e puntuali la volta successiva.

Ancor piu’ grave e’ quando si discutono tali argomenti con qualche personaggio rilevante. A me e’ capitato l’altro giorno con l’Assessore al Lavoro della Provincia di Torino. Ho chiesto un appuntamento con l’intenzione di rastrellare qualche risorsa per il Linux Day sabaudo (ovvero il patrocinio dell’ente, una dritta su eventuali contenuti “istituzionali” e qualche contatto consono al tema dell’edizione 2012 della manifestazione nazionale) ma comunque mantenendo un profilo basso, sono stato ricevuto, ho spiegato il come ed il perche’, e laddove mi sarei aspettato una qualche innocua domanda di pura astrazione teorica – campo in cui i freesoftware advocate eccellono – il buon Assessore si e’ confessato sostenitore in-pectore della Causa e si e’ quasi stupito della limitatezza delle mie richieste. E’ finita con un pacco di contatti (CNA provinciale, Camera di Commercio di Torino, e l’impegno ad organizzarmi un altro incontro pure con l’Assesore alle Attivita’ Produttive) e la suggestione di un corso di formazione finanziato dalla Provincia stessa su strumenti open professionali. Insomma: non gli ho chiesto niente e m’ha dato tutto quello che gli passava per la testa. E’ forse lecito chiedersi cosa avrei ottenuto se avessi portato delle proposte mirate.

Ed il punto sta tutto qui: nella concretezza.

Dopo anni e anni passati a cercare di convincere il prossimo sulle virtu’ del software libero, qualcuno incredibilmente sta iniziando a crederci sul serio. E non siamo (io, ma anche molti altri. Quel che e’ successo a me in Provincia e’ capitato non molto tempo fa ad altri a Roma…) minimamente preparati a cio’. Le dichiarazioni di principi non bastano piu’: ora ci vogliono le soluzioni. Quelle pratiche, materiali, tangibili, da installare sulle workstation e nei CED. Molto spesso tali soluzioni o non esistono o sono ben nascoste. E di certo non si puo’ chiedere all’ente di turno di accollarsi in toto la spesa per farne svilupparne daccapo. Forse si potrebbe far leva sui famigerati articoli 68 e 69 del Codice di Amministrazione Digitale, quelli che dicono che quando una amministrazione acquista un prodotto software ne acquisisce anche il sorgente, ma questo vorrebbe dire scaricare il barile a funzionari che non necessariamente hanno competenze sufficienti ad affrontare la questione e si trovano quasi sempre in posizione di gia’ perpetrato vendor lock-in. Sarebbe come dire: “Io ho voluto la bicicletta, adesso pedali”.

Stesso ragionamento si puo’ applicare non solo al prodotto software in se’ quanto al contorno. Al modello economico correlato, alle strategie di riferimento, ai progetti su medio e lungo periodo. Tutti sappiamo (!) che un ecosistema ICT basato su software libero favorisce e stimola la competitivita’, l’innovazione, l’interoperabilita’ e lo sviluppo locale, ma nel Manuale del Perfetto Linuxaro nessuno ha scritto l’appendice che dice da dove si inizia, quali sono i primi passi da effettuare, quali sono i piu’ comuni problemi e quali sono i piu’ comuni approcci. Sappiamo qual’e’ l’obiettivo, ma non sappiamo qual’e’ la strada per arrivarci. Ce la dobbiamo inventare, non senza un po’ di fantasia.

Ho iniziato a drizzare le antenne, per capire cosa realmente c’e’ e cosa realmente non c’e’ al di la’ della retorica. C’e’ in corso una esperienza del LUG di Avola (giovine gruppo recentemente ammesso in LugMap) che sta dando una mano per il rifacimento del sito della propria citta’ seguendo tutti i crismi amministrativi ma anche quelli della riusabilita’ del software. Ci sono numeri statistici – aggregati e non particolarmente dettagliati, ma comunque interessanti – sulle esigenze di aziende e PA, almeno qui in Piemonte. E d’altro canto, come detto, qua e la’ ci sono funzionari e dirigenti ben disposti a dire la loro, se si ha il buon senso di starli a sentire senza la pretesa di andargli ad insegnare qualcosa.

Penso sia ora di disfarsi dell’antica attitudine all’approccio teorico e filosofico. Essa poteva andar bene quando eravamo pochi e inberbi, e ci dovevamo sperticare per comunicare il nostro messaggio. Il messaggio e’ passato, ora tocca a tutto il resto.

Cyberpunk

29 febbraio 2012

Spesso non ce ne rendiamo conto, ma il nostro mondo, il mondo in cui tutti i giorni viviamo, e’ molto piu’ “cyberpunk” di quanto non si creda.

I sintomi piu’ evidenti e noti della compenetrazione tra tecnologia e societa’ li troviamo nella cronaca internettiana (e non) dell’ultimo anno. Torme di ragazzini che in massa si muovono sul web attaccando, e piegando, siti governativi e di colossi del credito, agendo in nome di una entita’ collettiva senza nome e senza volto (e talvolta senza motivazione). Intere nazioni che, coordinandosi sui social network, rovesciano despoti, ed altri despoti da rovesciare che prima di mobilitare le truppe antisommossa badano di spegnere i router verso l’Internet. L’onnipresenza di telefoni cellulari nel continente africano, ed una Internet parallela su GSM che, per mezzo di telefonate ed SMS, mima il comportamento dell’occidentale web 2.0. Dubito che Sterling, anche all’apice del suo successo, avrebbe potuto inventare qualcosa di meglio.

Ma questi sono ancora percepiti come eventi lontani, estranei, che non toccano la nostra quotidiana esistenza e che dunque non meritano particolare attenzione se non quella di curiosita’ mediatica del giorno.

Eppure, la tecnologia – ed il bisogno di tecnologia – permea ogni anfratto delle nostre citta’. Anche, e soprattutto, i piu’ celati e sconosciuti. Nel corso dell’ultimo anno e mezzo, frequentando l’Officina Informatica Libera e di conseguenza le svariate persone che le si rivolgono per ricevere assistenza informatica a costo zero, ho toccato con mano realta’ concrete altrimenti difficilmente immaginabili.

Iniziamo dagli anziani. Ovvero una delle categorie sociali che universalmente vengono percepite come piu’ lontane dai nuovi media.

Tra gli svariati pensionati cui OIL ha ceduto un PC ricondizionato in comodato gratuito, almeno due meritano menzione nelle mie cronache urbane. I primi, una coppia: all’atto della consegna non avrebbero saputo riconoscere il pulsante di accensione del computer, sette mesi (ed un corso organizzato da SPI-CGIL) dopo avevano un account Facebook a testa con cui seguivano l’andamento delle vite dei figli, adulti e vaccinati e andati via di casa anni prima, condividendo con orgoglio le loro foto e comunicando la loro approvazione famigliare elargendo non gia’ pacche sulle spalle ma una pioggia di “Like”. La seconda: una anziana signora che aveva particolarmente insistito per avere un computer funzionante in sostituzione del suo scassato, quando andammo a portarglielo e montarglielo scoprimmo che tale premura era dettata dalla volonta’ compulsiva di consultare, evidentemente con una certa regolarita’, i CD di foto digitali appartenuti al figlio mancato prematuramente due anni prima.

Due aneddoti semplici, probabilmente comuni e rintracciabili in gran parte dei condomini dei quartieri cittadini, che ci insegnano una morale: forse per i “nativi digitali” la telematica rischia di essere uno strumento di isolamento ed alienazione, come sostengono i puristi dei rapporti sociali “vecchio stile”, ma per le classi storicamente gia’ isolate ed alienate (come appunto quella degli anziani, per decenni relegati ai campi da bocce o ai tavoli da briscola) risultano invece una evoluzione positiva, un modo per tenere vicino a se’ i beneamati figli, ed una betoniera di cemento con cui riempire il decantato “gap generazionale”.

Continuiamo con i senzatetto. Ovvero una delle ultime categorie sociali cui verrebbe da pensare parlando di nuovi media (o di qualsiasi altro tema che non sia condito di ipocrita melensaggine).

Da quando abbiamo installato un access point libero e gratuito presso Casa del Quartiere, vivace centro di incontro in zona San Salvario, la saletta dell’ingresso e’ diventata il fulcro di una piccola comunita’ tecno-bohemienne internazionale assiduamente frequentata sia da semplici utenti (spesso intenti a chiamare i famigliari rimasti in patria con Skype) che da esperti improvvisati del settore, che non di rado sottopongono alla nostra attenzione problemi tecnici riscontrati sui numerosi PC di ignota provenienza su cui mettono le mani. Non si pensi comunque alla classica e stereotipata immagine del “barbone” con il carrello della spesa, qui si tratta di persone la cui condizione e’ solo intuibile con la prolungata frequentazione e che spesso si confondono con il pubblico canonico del luogo, ma una volta accertato il loro status non puo’ che colpire il possesso da parte loro di un computer, talvolta di una chiavetta 3G (da usare quando non trovano un access point aperto, evento ben raro) e di altri ammenicoli digitali, che tendono ad usare con dimestichezza. Il fatto che anche chi non ha nulla ha comunque una casella di posta elettronica la dice lunga sui bisogni essenziali dell’Uomo odierno – e su quelli che dovrebbero essere i suoi diritti -, sugli strumenti informatici oramai talmente facilmente reperibili da essere diventati una commodity al pari di acqua e corrente elettrica, e sul ruolo della comunicazione e dell’accesso all’informazione.

Dalle constatazioni pratiche sopra elencate non traggo nessuna conclusione, quanto semmai un invito. Quello a non lasciarsi condizionare dai proclami e dalle previsioni dei futurologhi della domenica, che all’introduzione di qualsiasi novita’ nel settore della tecnologia di consumo azzardano analisi – sin troppo spesso disattese – sull’impatto che esse avranno nella vita di tutti i giorni. Al contrario, il progresso e’ osservabile e percepibile intorno a noi. E, come ci insegno’ Henry Ford, c’e’ vero progresso solo quando i vantaggi di una nuova tecnologia diventano per tutti.

Canali Promozionali

1 agosto 2011

I lavori su LugMap.it, il mio personale playground di sperimentazione per la LugMap di ILS, un poco alla volta procedono ed anzi negli ultimi giorni hanno subito un picco di attivita’.

Il componente cui ho dedicato maggiore attenzione e’ quello che anche reputo piu’ importante al momento, ovvero il widget web che chiunque puo’ includere sul proprio sito. Tale ammenicolo permette di avere esposto sulle proprie pagine un elenco dei Linux Users Groups della regione prescelta (o anche di tutte le regioni, ma diventa un po’ ingombrante…), sempre aggiornato in quanto dinamicamente generato a partire dai dati raw pubblici su cui si fonda l’opera messa a punto negli ultimi mesi.

Il motivo percui ho voluto accelerare la raffinazione di tale elemento, nonostante ce ne siano diversi altri che meriterebbero un po’ di cure, e’ stata la volonta’ di renderlo pubblico al piu’ presto ed invitare la community ad usarlo ed implementarlo sui rispettivi siti in vista del Linux Day 2011. Si sa, i LUG sono cronicamente a corto di risorse umane per l’organizzazione dell’evento linuxofilo per eccellenza, e cercare di convogliare verso di loro qualche potenziale volontario cui assegnare un talk o qualche installazione di sicuro non mi sembra una brutta idea (che poi il Linux Day qui a Torino sia organizzato da un comitato indipendente anziche’ dal LUG e’ un’altra storia, un caso isolato…).

Trascendendo dal Linux Day, mi sembra comunque urgente cercare un metodo per coinvolgere almeno marginalmente la comunita’ italica dei blog, dei forum, degli aggregatori, dei Pollycoke e degli ZioBudda, quelli che simpatizzano per Linux e per il software libero ma che si tengono ben alla larga dalle mailing list o dalle gerarchie complesse dei LUG. A questi individui, che certamente rappresentano il grosso della popolazione linuxofila nazionale, e’ dedicato il widget di LugMap.it: e’ una opportunita’ di dare una mano, di fare qualcosa, di collaborare ad un movimento, quello del freesoftware, fondato sulla collaborazione. Non si chiede loro di fare la tessera all’associazione o di assistere l’utente sfigato di turno che non sa configurarsi la webcam su Ubuntu, ma semplicemente di copiare ed incollare qualche riga di HTML sul proprio sito per dare visibilita’ a chi invece intende sobbarcarsi il lavoro da fare.

Ma… Cosa ho scritto? “Far promuovere i LUG da coloro che non vogliono far parte di un LUG”? Esatto: per quanto strano, e’ cosi’.

Per quanto piu’ e piu’ volte io abbia criticato – su questo blog o altrove – l’autoreferenzialita’, la rigidita’, la scarsa attivita’ ed il carente senso di partecipazione che si riscontrano presso la maggior parte delle associazioni e dei gruppi pro-freesoftware nostrani, comunque credo nella definizione di LUG inteso come “punto di riferimento locale”, nel senso di continuita’ e stabilita’ impresso da un ente individuabile e riconoscibile che agisce su una precisa area geografica, i cui membri si ritrovano occasionalmente ed hanno un nome ed un cognome nonche’ un rapporto con il resto della popolazione (ivi compresi addetti alle pubbliche amministrazioni, operatori scolastici, imprenditori ed altri). Un LUG che organizza a malapena il Linux Day una volta all’anno vale piu’ di un forum online con 1000 iscritti, appunto perche’ interagisce di persona con il pubblico del posto e funge da interlocutore diretto per i curiosi ed i meno tecnici (che sono tante, tantissime). Sicuramente essere parte attiva di un Users Group, tantopiu’ se costituito ad associazione, puo’ risultare essere una gran rottura di scatole – riunioni cui partecipare, beghe burocratiche, votazioni, rapporti con le istituzioni… –  e non si puo’ pretendere che tutti coloro che hanno un qualsiasi Linux installato sul PC dall’oggi al domani aderiscano spontaneamente a tale genere di strutture. Ma si puo’ invece pretendere che le promuovano e ne accrescano la visibilita’, al fine di facilitare e rendere possibili incontri tra persone accomunate dagli stessi interessi e con una quantita’ di entusiasmo variabile e compensabile. Gia’ sono tanti quelli che arricchiscono il proprio blog col banner del countdown che precede ogni nuova release di Ubuntu, penso che questi possano anche fare lo sforzo di aggiungere un riferimento ai gruppi regionali che spiegano alla gente cosa sia Ubuntu a chi non lo sa.

Inevitabilmente io ho gia’ integrato il widget recante i gruppi piemontesi su codesto blog (anzi ho implementato l’opzione per generare una immagine statica apposta per permettermi di cacciarlo dentro WordPress), chiedero’ un poco di beta-testing agli amici nerd, e vedro’ di propagare la notizia della disponibilita’ di tale strumento presso qualche canale convenzionale.

Se son rose, fioriranno.

Gli Altri

27 giugno 2011

Su questo blog sono solito commentare vizi e virtu’ della community linuxara, ma stando a quanto si e’ letto nella blogosfera internazionale nell’ultimo periodo anche gli altri, la “community” orientata alla tecnologia chiusa e proprietaria, non stanno messi molto meglio.

In breve: Microsoft ha annunciato alcune delle novita’ previste per Windows 8 mettendo l’accento sull’apertura verso standard condivisi (HTML5 e JavaScript) per la realizzazione delle applicazioni e tacendo sugli sviluppi dello stack .NET e Silverlight, e la comunita’ degli sviluppatori e’ insorta. Perche’? Perche’ loro hanno investito tempo e risorse per imparare ed implementare .NET e Silverlight, e non gli sta bene che adesso venga tutto buttato via solo per stare appresso a questa futile facezia degli standard.

Questo semplicissimo aneddoto, che nella sua modestia offre innumerevoli spunti di interpretazione, e’ a parer mio abbastanza esplicativo dell’abisso esistente tra le due diverse mentalita’, quella da “programmatore open” e quella da “programmatore closed”.

Il developer open e’ tradizionalmente uno smanettone, abituato ai cambiamenti, anzi trae quasi godimento dall’opportunita’ di imparare qualcosa di nuovo ad ogni ciclo di release. Python 3.0 e’ incompatibile con Python 2.0, Qt 4.0 e’ stato riscritto rispetto a Qt 3.0, l’aggiornamento dello stack di Gnome 3.0 (GTK+, Glib…) ha prodotto un immenso API break, eppure tutti sono sempre ben contenti di avere qualche novita’. E quando un ambiente di sviluppo non piace piu’, si passa rapidamente ad un altro: le possibilita’ sono infinite, i linguaggi sia per il desktop che per il web sono innumerevoli e per ognuno esistono innumerevoli librerie con cui costruire. E se quando esce una versione nuova del framework non si provvede ad allinearsi, tanto peggio: qualcun’altro ha gia’ implementato un’altra alternativa, piu’ bella e piu’ fresca, verso cui il pubblico naturalmente migra (senza peraltro troppo fatica: se entrambe la vecchia e la nuova soluzione sono open, la migrazione dei dati e’ relativamente semplice da effettuare). Magari tutto questo puo’ essere scomodo nel momento in cui si deve mantenere una applicazione business, che una azienda produce e mantiene presso dei clienti paganti, ma fa comunque parte del complesso e crudele gioco del libero mercato: chi si ferma e’ perduto, non esiste pieta’.

Il developer closed e’ invece l’esatto contrario. Ama la tecnologia legacy, la esige, la pretende. Ha imparato quello quando aveva 15 anni, e non ha mai piu’ voluto imparare altro. Gente troppo indaffarata, che ha ben altro da fare che leggere un manuale o un tutorial su qualcosa di nuovo; molto meglio continuare a mantenere occasionalmente la proprio applicazione Visual Basic (ambiente a tutt’ora ampiamente mantenuto) basata su Access, poco importa che sembri uscita dagli anni ’80 se fa quel che deve fare. Tanto comunque il proprio prodotto e’ chiuso, inaccessibile, intoccabile: se il cliente volesse migrare a qualcos’altro gli costerebbe troppo in termini di tempo e denaro, gli conviene accontentarsi, non c’e’ ragione di affannarsi troppo.  Gli standard sono non solo una facezia ma una minaccia: a che e’ servito specializzarsi su una tecnologia che ai fatti non usa nessuno (mai visto un sito Silverlight, a parte quello della RAI) apposta per avere poca concorrenza, a che e’ servito pagare il pizzo per ottenere un certificato “Microsoft Developer” da sfoggiare nel proprio ufficio, a che e’ servito farsi sbeffeggiare dai programmatori Java, se adesso si spalancano le porte alla nuova generazione di smanettoni che sanno realizzare cose molto piu’ belle e funzionali ad una frazione del costo? Eresia, follia, raccapriccio! Urge chiedere a Microsoft protezione, urge mantenere le barricate che garantiscono di difendere il proprio status quo industriale, urge tappare la piccola falla che si aperta sul guscio chiuso.

Pare che in fin dei conti le reazioni isteriche registrate presso la community Windows-based siano state esagerate, in quanto comunque .NET e compagnia non solo rimarranno parte integrante di Windows 8 ma verranno ulteriormente potenziati ed integrati e che HTML5 sara’ offerto solo come una ennesima opzione di sviluppo (credibilmente limitata e vincolata). Sta di fatto che e’ stato particolarmente divertente ed istruttivo osservare il popolo del closed allarmarsi tanto al primo cenno della parola “standard”, recriminare sui forum e sui blog, scoprire le carte e dichiarare pubblicamente che loro gli standard e le tecnologie aperte non li vogliono.

Son ben strani, quegli altri…

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