Archive for the 'Conflitti' Category

Avanti il Prossimo

20 agosto 2013

Ci mancava solo FSFE Italia. Dopo Italian Linux Society, GFOSS, Associazione Software Libero e FSUG Italia (e sicuramente mi sono pure dimenticato qualcuno…), un’altro ente di ispirazione all’incirca nazionale sul tema del software libero. La notizia della volonta’ di aprire una sezione specificatamente italiana della Free Software Foundation Europe mi e’ solo transitata dinnanzi e non ho trovato riscontri online, ma tanto basta a farmi rizzare i capelli in testa.

Intendiamoci: in altre circostanze avrei probabilmente esaltato alla nuova, “Finalmente il pezzo da 90 scende in campo e viene a darci una mano!”, ma cosi’ non e’. Per due ragione fondamentali.

La prima e’ la gia’ esistente comunita’ nostrana legata alla fondazione, che si concretizza sull’apposita mailing list. Una sola volta ci ho avuto a che fare, e mi e’ bastata: in occasione della stesura della lettera aperta al Garante per la Privacy, in merito ad un documento PDF compilabile solo usando Adobe Acrobat Reader e nessun’altra applicazione (libera o proprietaria che sia). Passo’ l’annuncio dell’iniziativa in lista LUG, in cui si dichiarava che il suddetto documento era fruibile solo con una certa versione del programma che per Linux manco esisteva, all’ennesima mail di lamentazioni volli toccare con mano e constatai empiricamente che tale assunto era falso. Dieci persone coinvolte, impegnate a scambiarsi commenti sull’intollerabilita’ dell’episodio, e nessuno aveva neppure verificato le accuse che stavano per essere inviate all’istituzione incaricata di vigilare su uno dei temi collaterali piu’ prossimi a quello del software libero, la privacy, e dunque con cui sarebbe conveniente mantenere dei rapporti quantomeno cordiali. A seguito della mia mail di notifica il testo della lettera venne modificato e l’impatto dell’azione venne pesantemente ridimensionato, ma indubbiamente qualche perplessita’ sulla credibilita’ del nucleo italiano di FSFE mi e’ rimasta fin da allora.

Il secondo motivo di dubbio e’ legato al conflitto di interessi nei confronti dei costumi tipicamente italiani. In concreto: il Linux Day, che essendo da sempre motivo di polemiche e lamentele all’interno della comunita’ nostrana non puo’ non avere un ruolo anche sulle dispute internazionali. FSF di suo promuove il Software Freedom Day: stesso format del Linux Day (eventi distribuiti organizzati dai gruppi locali tutti nello stesso giorno), ma di respiro internazionale e, soprattutto, a settembre. Ovvero: in un periodo tradizionalmente difficile per l’Italia, che si sta rimettendo in moto dopo la classica chiusura per ferie nazionale del mese di agosto. Dettaglio logistico non da poco, in quanto va ad inficiare su tutta la gia’ difficile organizzazione di tale genere di manifestazioni, ma ciononostante non mancano (ovviamente) coloro che non badano alla realta’ dei fatti e regolarmente propongono di soppiantare l’evento Made in Italy in nome di quello mondiale (che poi forse cosi’ mondiale non e’: nel 2012 sono state registrate 301 iniziative, poco piu’ del doppio dei Linux Day svolti nella sola Italia il mese successivo). A parte la diretta collisione degli intenti, va inoltre – nuovamente – rammentata la mai sciolta questione del nome “Linux Day” in luogo di “GNU/Linux Day”: Stallman stesso si e’ piu’ volte espresso in merito alla questione, arrivando a scrivere in una mail dello scorso luglio

[...] This means that ILS would cooperate with those groups that use the term “GNU/Linux Day”, and we would avoid splitting the community.

Arrivare a minacciare (con garbo) di spezzare la comunita’ nazionale proprio sull’unico punto in cui e’ piu’ o meno all’incirca unita per pura vanagloria certo non e’ una buona premessa, ne’ un buon precedente.

La concomitanza di questi due fattori – la presenza di un gruppo di coloni FSFE molto poco credibile che agiscono senza cognizione di causa e viene legittimato dal Gran Visir del Movimento a piantar grane – certo non rende rosee le prospettive per l’insediamento di FSFE Italia. Troppi i possibili punti di attrito con la gia’ traballante struttura nazionale locale, anzi troppi i punti di attrito gia’ esistenti che non possono che inasprirsi con l’ufficializzazione dell’interlocutore.

Al momento non resta che capire nomi e cognomi di chi e’ coinvolto direttamente in tale iniziativa, per sapere se iniziare a pensare male o malissimo. Se va male avremo solo un ennesimo nome – oltre a quelli citati in apertura – in coda agli appelli che periodicamente vengono spediti a enti e istituzioni varie, appelli che tutti tengono sempre a firmare e sottoscrivere per assecondare in modo inutile iniziative gia’ di per loro inutili. Se va malissimo… ci saranno ancora piu’ gatte da pelare, ed ancora piu’ tempo da dedicare alla mediazione interna anziche’ all’azione esterna.

Avanti il prossimo. Piu’ gente entra, piu’ bestie si vedono.

E Se…

11 agosto 2013

Qualche tempo fa si scherzava tra nerd, e qualcuno tra serio e faceto esclamo’ “Pensate se Free Software Foundation avesse finito Hurd ed il sistema operativo GNU fosse stato completo!”. Io ridacchiai, pensando allo stato attuale di Hurd e alla definizione di “finito”. Dopo un secondo mi son fatto serio. E dopo un altro secondo mi e’ stato impossibile evitare di dichiarare ad alta voce “Sarebbe stata la catastrofe”.

Come immagino tutti i lettori di questo blog sanno (e se no, sapevatelo) nell’era pre-opensource Stallman e compagnia si erano messi in testa di fare un sistema operativo completamente libero, e dopo aver scritto l’editor di testo per scrivere il codice, il compilatore per compilarlo, ed il debugger per debuggarlo, si piantarono nell’implementazione del kernel. Ovvero il pezzo che serviva ad eseguirlo, quello che stando a quanto che mi hanno insegnato all’universita’ e’ il sistema operativo propriamente definito. E, posti dinnanzi alla difficile scelta di rimandare il raggiungimento dell’obiettivo primario al 2043 o di sfruttare l’alternativa che gli era stata presentata su un piatto d’argento – il kernel Linux sviluppato da Linus Torvalds dalla parte opposta del pianeta – fecero buon viso a cattivo gioco ed optarono per la seconda, iniziando a costruire intorno ad esso. A cio’ si deve la doppia dicitura GNU/Linux, che a tutt’oggi caratterizza pressoche’ tutte le distribuzioni installate sui nostri PC e buona parte di grane e grattacapi all’interno della community.

E’ successo pero’ che Stallman e Torvalds non siano proprio sempre d’accordo su tutto: il primo ha una visione estremamente rigida ed inflessibile sulla liberta’ del software, il secondo ha un approccio piu’ libertario e pragmatico. Ed e’ cosi’ che al kernel Linux possono essere agganciati anche moduli non liberi senza eccessivi patemi, permette di inizializzare i driver con informazioni che si trovano in file di firmware pre-compilati, e contiene esso stesso blob binari di cui nessuno ha il codice sorgente che li ha generati. Insomma: una buona parte dell’hardware supportato da Linux, e’ supportato – che lo si voglia o no – in virtu’ di componenti tutt’altro che liberi. E tutti sappiamo quanto il supporto all’hardware sia fattore enormemente critico nella diffusione, soprattutto in ambiente desktop.

Se FSF avesse completato Hurd, non avesse dovuto ricorrere a Linux come kernel del proprio sistema, e non avesse dovuto dipendere dal reazionario Torvalds, tutto questo semplicemente non sarebbe successo: niente driver proprietari, niente blob binari, niente supporto hardware, e niente pubblico. Stallman lo ha sempre espressamente dichiarato: l’importante e’ garantire la massima apertura del codice, non raggiungere il piu’ ampio numero possibile di persone; data questa premessa mai si sarebbe piegato ad accettare compromessi nel suo sistema, e certo nessuno lo avrebbe supplicato per farlo. Qualcuno potra’ oggi sostenere che in fin dei conti le odierne gNewSense e Trisquel, distribuzioni “halal” benedette da Free Software Foundation che montano una versione speciale del kernel Linux “epurato” dai bit proibiti, in fin dei conti riconoscono una buona quantita’ di dispositivi – benche’ mai tanti quanti una piu’ lasciva Ubuntu – ma va detto che a questo punto ci siamo arrivati solo dopo venti anni di lenta ma costante espansione ed un coinvolgimento di un numero massivo di sviluppatori; se l’esperienza Linux (o in questo caso GNU) non fosse stata in un certo qual modo semplificata e resa piu’ morbida fin dall’inizio, sarebbe stato ben difficile avere tale progressivo coinvolgimento.

Ma va considerato anche un altro aspetto, meno appariscente ma probabilmente piu’ rilevante: GNU sarebbe stato certamente un sistema operativo libero, ma molto poco opensource. Fin dall’inizio della sua missione Stallman non si e’ mai dimostrato particolarmente incline ad accettare patch e correzioni dal mondo esterno, come ci racconta Eric Raymond nel celeberrimo “La Cattedrale ed il Bazaar” (nel saggio, Emacs e GCC rientrano nella categoria “Cattedrale”), e il “caso GnuTLS” del dicembre scorso ci racconta che le cose non sono cambiate nel tempo: a fronte di alcuni contrasti con lo sviluppatore principale appunto di GnuTLS in merito alla governance interna del progetto GNU, saltarono fuori dichiarazioni del calibro di “There is no process for decision making or transparency in GNU. The only existing process I saw is ‘Stallman said so’”. Torvalds non e’ uno stinco di santo e lo sappiamo tutti (per dirne due: CFS e ReiserFS 4), ma e’ legittimo chiedersi quanti componenti, anche importanti, non sarebbero stati inclusi nel kernel GNU sotto una guida puritana ed ortodossa: l’implementazione del protocollo SMB, indispensabile per interoperare con la condivisione file di Windows? I vari moduli per la virtualizzazione, che a loro volta permettono di eseguire altri sistemi operativi non necessariamente liberi? Per non parlare del supporto al DRM, che ha determinato una apertura spaccatura tra Torvalds e Stallman.

“Altola’! Hurd e’ sempre stato progettato come un micro-kernel, dunque chiunque avrebbe potuto implementare i suoi moduli anche senza il permesso di Stallman, ci sarebbero state tutte le funzioni del mondo e avremmo potuto cantare Kumbaya nudi sulla spiaggia!”. O forse no. Torvalds stesso, nel primo annuncio assoluto del suo kernel amatoriale, prendeva le distanze dal progetto GNU definendolo “professionale”: qualcosa di lontano, intoccabile, etereo. Vien da pensare che non fosse l’unico a vederla cosi’ – anche in funzione della gia’ citata tendenza a non accogliere in modo particolarmente entusiastico i contributi provenienti dai comuni mortali fuori da FSF – e che dunque il mondo GNU sia sempre stato visto – e sempre sarebbe stato visto – come un mondo parallelo. Talmente parallelo che, forse, non ci sarebbero neppure state “distribuzioni” messe insieme spontaneamente dalla community, come nella notte dei tempi e’ successo per Debian e Slackware: perche’ occuparsene, quando ci avrebbe pensato gia’ FSF? E delle distribuzioni “commerciali”, manco a parlarne: se mai una Red Hat o una Novell avessero messo mano a GNU, lo avessero compilato per proprio conto, e per una qualche necessita’ di esigenza dei propri clienti ci avessero aggiunto anche per sbaglio un qualche componente proprietario (cosa assai facilmente credibile, soprattutto all’inizio, quando necessariamente non ci poteva ancora essere una implementazione libera di ogni cosa), la contro-propaganda sarebbe stata sufficientemente spinta da fare terra bruciata intorno all’aspirante imprenditore. Gia’ oggi possiamo osservare l’attitudine dei nostri alla polemica nei confronti di Canonical, che, pur talvolta andando oggettivamente oltre il lecito, prova a far sfondare la sua Ubuntu sul mercato di massa benche’ la Fondazione non perda una singola occasione per muovere rimostranze piu’ o meno fondate (e, conseguentemente, tenendo lontani i potenziali collaboratori esterni al progetto open); figurarsi se fossero ancor piu’ direttamente toccati dalla questione, ovvero se Canonical cercasse di “manomettere” il loro proprio sistema operativo!

Alla luce di tutte queste considerazioni, c’e’ di che’ ringraziare che le cose siano andate cosi’ come sono andate. Il governo delle larghe intese gnulinuxaro, in cui devono necessariamente convivere scuole di pensiero diverse e persino contrastanti, forse non e’ il migliore possibile ma, pur non facendo contento nessuno (esattamente come la sua controparte parlamentare italiana) permette di non eccedere in nessuna direzione ed avere un ambiente bilanciato tra principi e pragmatismo (contrariamente alla sua controparte parlamentare italiana).

E se ci fosse stato Hurd? Sarebbe stata la catastrofe.

Statisticamente

1 maggio 2013

Oramai sempre piu’ spesso ripeto che ho smesso di credere nelle mailing list come mezzo di coordinamento ed organizzazione per la community linuxara italiana. E non si tratta di una opinione immotivata, magari sottilmente dettata dall’abitudine ad un mezzo di comunicazione antico come l’opensource o peggio di una velleita’ pseudo-innovativa verso altri strumenti piu’ social 2.0 (di cui peraltro non me ne viene in mente nessuno altrettanto efficiente), bensi’ di una constatazione statistica.

Fatti 100 gli iscritti ad una mailing list linuxara (ed intendo una lista nazionale qualunque), il pubblico e’ sommariamente cosi’ ripartito:

  • 80 lurker. Non scrivono mai, o forse hanno scritto una volta in tre anni, e neppure sempre leggono. Me ne sono capitati alcuni che nelle rispettive caselle di posta hanno impostato un filtro che redirige i messaggi destinati alla lista cui sono iscritti direttamente nel cestino. Altri, i piu’, si sono registrati per “tenersi informati”, ovvero sapere di cosa stanno parlando gli altri, e questo in generale e’ un sintomo della mancanza di altri canali di informazione interni alla community stessa. Nella maggior parte dei casi, la loro presenza e’ uno spreco di risorse in termini di banda per inoltrare le mail in transito
  • 10 commentatori allo sbaraglio. Persone che, quasi sempre in buona fede, fanno commenti fuori luogo, pubblicano opinioni inutili e banali, condividono proposte impossibili da attuare e senza una visione di insieme, salvo poi scomparire nel momento in cui c’e’ da metterle in atto. Sono coloro che, nell’intimo, realmente sono convinti di star dando un contributo alla community e alla crescita del software libero semplicemente dicendo la loro e partecipando al discorso. All’implementazione ci pensera’ qualcun’altro (quasi sempre qui ci si appella a “quelli di ILS”). La mia preferita e’ certamente Elena of Valhalla
  • 5 troll. Inconsapevoli e non. Scrivono per affossare qualsiasi idea, adducendo a qualsiasi motivo, spesso con toni arroganti e altre volte saccenti. In questa categoria si concentrano soprattutto i “Tutori della Liberta’”, quelli per i quali Stallman ha sempre ragione (a prescindere) e scrivere Linux anziche’ GNU/Linux e’ un peccato mortale. Sono la causa principale del progressivo spopolamento delle mailing list: i loro interventi a gamba tesa fanno desistere qualunque altro aspirante partecipante – magari non ancora iniziato ai misteri della Sacra Terminologia – a dire la propria. Tra questi mi e’ impossibile non citare Grillini in qualsiasi lista @linux.it, Menardi del gruppo WiiLD e Bertorello su Discussioni@AsSoLi
  • 3 sono quelli che cercano di portare ad un dialogo costruttivo, o meglio ad un dialogo che possa servire a costruire qualcosa. E non mi riferisco solo al “costruire opinione”, ma a far uscire dal gruppo di persone un risultato tangibile che possa avere un impatto anche fuori dal canale. Menzione d’onore qui per Menini, Ruffoni e anche per Salvi (che non sempre riesce, ma e’ estremamente apprezzabile come almeno ci provi)
  • 2 spammer. Scrivono al quasi esclusivo scopo di mettere in evidenza il proprio progetto / il proprio sito / la propria associazione, approfittando dell’ampio pubblico papabile raggiungibile comodamente per mezzo della lista. Gli spammer ruotano abbastanza rapidamente nel tempo: vedendo che nessuno mai se li fila, cedono nella loro attivita’ promozionale e lasciano il posto al prossimo esponente di categoria. Emerita eccezione alla regola: Fioretti in lista Discussioni@AsSoLi, un sempreverde che da anni impassibilmente tenta di portare qualsiasi conversazione in corso sul proprio blog personale. Sulla lista NeXa – non propriamente linuxara, ma attinente – la proporzione spammer / lurker e’ invertita

Date queste precondizioni, e’ evidente che difficilmente qualcosa di buono possa uscire ad oggi dalle mailing list: la situazione e’ “fucked up beyond any repair“, qualche minore intervento correttivo puo’ essere operato (nell’ultimo mese ho inviato due richiami formali a due membri di LinuxDay-Idee dal linguaggio poco consono) ma nulla che possa invertire la tendenza.

Del resto, servirebbe a qualcosa? Gia’ oggi un messaggio pubblicato sulla pagina Facebook del Linux Day raggiunge un pubblico assai piu’ ampio (e variegato, non composto da soli nerd accaniti) che non LUG@ILS, LinuxDay@ILS, Scuola@ILS e Discussioni@AsSoLi messe insieme (assunto che buona parte degli iscritti a tali liste sono sempre gli stessi), e altrettanto si puo’ dire della newsletter ILS. Certo questi sono canali per lo piu’ monodirezionali, che lasciano poco spazio al confronto, ma intanto anche sulle liste – come dimostrato sopra – il confronto e’ oramai morto ed allo stesso tempo le comunicazioni uno-a-molti permettono di isolare piu’ facilmente troll, spammer e tutto quel rumore di fondo che ha tenuto lontani i profani per tutto questo tempo.

Io stesso mi trovo sempre meno spesso a chiedere commenti o pareri su una delle numerose liste cui sono iscritto. Perche’ dopo anni che provo a farlo ben raramente ho trovato un riscontro ed ottenuto delle ispirazioni determinanti (per non parlare di collaboratori), perche’ mi sono stufato di leggere sempre le stesse risposte (anche a domande diverse!), e perche’ costruire un consenso e’ estremamente difficile e comunque l’eventuale decisione presa sara’ comunque contestata aspramente da altri, dunque tanto vale saltare la velleitaria fase di confronto ed arrivare direttamente ai fatti. Statisticamente, non puo’ funzionare.

Piu’ Uguali degli Altri

7 luglio 2012

L’altro giorno, assumendo la quotidiana dose di news tecnologiche, ho trovato su LWN un riferimento all’intento di far rientrare Debian tra le distribuzioni formalmente approvate da Free Software Foundation. Ovvero di renderla completamente esente da software proprietario, o quantomeno – come specifica Stefano Zacchiroli, attuale leader della community Debian, nella mail che annuncia l’iniziativa – rendere piu’ esplicita e palese la separazione tra i componenti “main” (i pacchetti riconosciuti come parte integrante del progetto, che si assumono essere gia’ tutti freesoftware) da quelli “contrib” e “non-free” (tra cui, per definizione, si trovano anche elementi non completamente liberi ed in alcuni casi manco lontanamente opensource).

Alche’ ho cliccato sul link alla pagina a mio parere piu’ interessante, cioe’ quella che enumera i pacchetti che stando a Free Software Foundation rendono una distribuzione non degna di essere riconosciuta ed approvata, ed ho trovato svariate sorprese.

Passi unrar, che benche’ utilissimo viene distribuito con una licenza non libera. Passino i driver ipw2100, che benche’ siano l’unica speranza che un utente Linux ha di far funzionare alcuni modelli di schede wireless sono rigorosamente closed. Passi se proprio vogliamo anche AcetoneISO, che e’ un wrapper malamente messo insieme di una applicazione completamente proprietaria e senza la sua installazione non funge (dunque tanto vale). Ma che dire di Firefox? O di Liferea? O, udite udite, dello stesso apt, l’applicazione piu’ caratterizzante di Debian?

Il primo “raccomanda” software proprietario: quando incappa in un contenuto Flash consiglia di scaricare il plugin relativo dal sito Adobe. Il secondo “raccomanda” il primo come browser con cui aprire i contenuti che appaiono nei feed RSS, dunque per dipendenza non e’ accettabile. Per il terzo – e qui viene la chicca – viene dichiarato “Example sources.list files in the documentation refer to repositories with nonfree software“. Insomma, nella documentazione c’e’ scritto che se l’utente vuole puo’ scaricare persino software non libero.

L’elenco di spunti al limite del tragicomico non si ferma qui. unetbootin, comune applicazione per riversare una ISO bootabile su chiavetta USB, menziona (orrore!) nel pannello di configurazione distribuzioni che non sono a loro volta approvate da Free Software Foundation e va dunque soppresso. Thunderbird integra (raccapriccio!) la ricerca su motori non liberi – o almeno questo mi sembra di intuire dalla segnalazione originale del “problema”, in quanto i files specificati sono XML liberamente consultabili e rilasciati con licenza MPL la quale e’ regolarmente freesoftware-compliant -, e va dunque epurato da tale male. Mac-On-Linux… beh, e’ palese, permette di eseguire, emulandolo, un sistema operativo non libero dunque non e’ accettabile. A voler fare i pignoli si potrebbe anche spendere una parola sul caso di screenlets, imputato del fatto che “potrebbe” (!) contenere dati – dati, non codice – non liberi laddove nelle “Guidelines for Free System Distributions” che fungono da riferimento per codesta monumentale opera di accanimento e’ scritto chiaro e tondo che “Data that isn’t functional, that doesn’t do a practical job, is more of an adornment to the system’s software than a part of it. [...] This kind of data can be part of a free system distribution, even though its license does not qualify as free, because it is non-functional“: chiaramente qualcuno ha un tantino ecceduto con lo zelo.

Fatta questa panoramica dei punti salienti, arriviamo al nocciolo: secondo quale cortocircuito logico Free Software Foundation eroga la propria approvazione – e, di fatto, compie atto di ingerenza nei confronti dell’intera community – chiedendo revoca della liberta’ 0 caratterizzante del software libero, ovvero (cito dal sito della Foundation stessa) “Libertà di eseguire il programma, per qualsiasi scopo”. Tolti i primi esempi di componenti effettivamente proprietari, e dunque legittimamente candidati alla rimozione, tutte le sopra menzionate applicazioni sono free (e pure open, per buona misura) da cima a fondo, rilasciate con licenze che rispettano tutti i dogmi, aperte e libere ed accessibili. In virtu’ di quale editto alcuni software liberi sono “piu’ uguali degli altri”, e tali altri devono essere discriminati, additati, marchiati ed affossati? In che misura il fatto di “raccomandare” componenti non liberi – magari non per malafede, ma per assenza di alternative decorose – impatta sull’”essere libero”?

Risposta non c’e’, ma ci sono almeno due corollari.

Il primo: anche BOINC, applicazione alla base del popolarissimo progetto “SETI@Home“, compare nella lista di imputati in quanto “boinc downloads nonfree apps” – facendo riferimento al fatto che la piattaforma viene usata semplicemente per schedulare istruzioni che arrivano dall’esterno. Ma io mi domando e chiedo: non e’ questo lo stesso medesimo meccanismo con cui funziona Gnash, ovvero l’implementazione “libera” (per quanto libera possa essere l’implementazione di un formato chiuso…) di Flash? Che differenza c’e’ tra BOINC che scarica ed esegue una applicazione binaria, e Gnash che scarica ed esegue un SWF da un sito?

Il secondo: ripetutamente nella pagina in oggetto si raccomanda di sostituire i vari web browser – Firefox, Chromium, Galeon, tutti rei di consigliare occasionalmente agli utenti di utilizzare plugins non liberi per la fruizione dei contenuti – con IceCat, fork made in FSF e dunque corretto per usare solo estensioni e plugins free. Eppure a me risulta – potrei sbagliare, non avendo mai provato IceCat, ma son quasi certo sia cosi’ – che anche IceCat permetta di eseguire applicazioni non libere. Mi riferisco ai “blob Javascript” che impazzano sull’Internet, ovvero quei blocchi di codice che per ragioni di performance ed ottimizzazione vengono “compressi” prima di essere inviati all’utente che ne fruisce e che pertanto non risultano piu’ ne’ leggibili ne’ comprensibili. I quali sono stati aspramente criticati qualche tempo fa da Stallman in persona, che li ha definiti a tutti gli effetti software chiuso. Forse l’interprete Javascript di IceCat implementa la notazione suggerita nel sopra linkato articolo per reperire la forma sorgente e si rifiuta di eseguire codice offuscato e non intelligibile? No? E allora, per coerenza, anche IceCat deve essere rimosso dalla lista di applicazioni “benedette”.

Personalmente, come si sara’ oramai capito, non amo particolarmente l’iniziativa FSF di etichettare le distribuzioni GNU/Linux in “buone” e “cattive”, in quanto comporta un ennesimo motivo di divisione. Come se gia’ non ce ne fossero abbastanza nella nostra martoriata community. E per quanto la mia posizione, in gran parte soggettiva, sia opinabile, altrettanto opinabile ritengo il modo oggettivamente incoerente e raffazzonata di condurre questa campagna, che un po’ troppo spesso devia dalla volonta’ di tutelare la liberta’ degli utenti – scopo nobile ed elevato – alla mera propaganda di un ente, Free Software Foundation stessa, che evidentemente per avere un ruolo deve inventarselo di sana pianta.

L’Alternativa Precoce

22 febbraio 2012

L’altro giorno e’ circolata sulle mailing list linuxare (o, almeno, su Annunci@ILS) una mail. Questa. E non nego di esserne stato colpito, sia per i contenuti che per i firmatari.

In breve, essa annuncia la costituzione della Rete Italiana dell’Open Source Professionale (questo dovrebbe essere il sito, al momento alquanto vuoto), nuovo ente regolamentato secondo i criteri di legge sulle “reti di imprese” che mira a potenziare e sfruttare al meglio la collaborazione tra aziende che sull’opensource fondano il proprio business model. Proposito ottimo, ma che non suona nuovo. Anzi, suona ancor meno nuovo a fronte del fatto che una iniziativa in tutto e per tutto analoga – se non per i dettagli tecnici – e’ stata formalizzata meno di tre mesi fa a Roma: l’Associazione Imprese Software Libero. Forse i promotori della Rete hanno annunciato la propria iniziativa senza essere a conoscenza di AISL, considerando anche la (purtroppo) scarsa visibilita’ di cui gode attualmente lo spin-off ufficioso dell’Associazione Software Libero? Non credo, considerando che tra i firmatari dell’appello c’e’ anche Flavia Marzano, che di AISL e’ vice-presidente.

Proprio a Flavia Marzano ho istantaneamente mandato una mail per avere qualche delucidazione, ed essa mi ha rimandato alla discussione tenutasi, con mio ulteriore stupore, proprio sulla mailing list di AISL (che si trova qui, benche’ non ne abbia trovato un link sul sito. Si noti che l’archivio non e’ pubblico, ma basta iscriversi ed attendere la – nel mio caso, estremamente celere – approvazione della propria richiesta). Qui ho trovato un thread di nove mail, iniziato sabato 18 febbraio, con sei partecipanti: il proponente, uno che ha appoggiato subito l’idea, due che chiedevano maggiori informazioni e due che si chiedevano l’utilita’ della ridondanza Rete/AISL. La decima mail e’ stata quella di annuncio (la medesima riportata, come detto, pubblicamente).

Le domande, a questo punto, sorgono spontaneamente ed in copiosa quantita’.

Per quale motivo creare un nuovo ente parallelo ad AISL? E, soprattutto, perche’ adesso? Quando poco tempo fa contattai AISL per avere qualche dritta in merito ai contenuti di BusinessMap.it (episodio qui narrato), emerse che la giovane realta’ associativa ancora non aveva avuto modo di raccogliere proseliti ed aderenti. Cosa piu’ che comprensibile, essendo nata due mesi prima ed oltretutto in prossimita’ delle festivita’ natalizie. Ma a fronte di tale temporaneo vuoto, qual’e’ il senso di avviare entro cosi’ breve tempo un’altra attivita’, forse diversa nei metodi formali ma identica negli scopi? Avrei potuto capire se AISL fosse nata due anni fa ed avesse fallito nei suoi intenti, e dunque qualcuno volesse ricominciare da zero implementando un diverso approccio, ma quale strategia viene attuata nel proporre adesso, gia’ in partenza, alle aziende del settore di entrare a far parte di due enti diversi e uguali anziche’ uno solo?

A fronte di tali constatazioni, appare particolarmente imbarazzante il paragrafo della mail di proclamazione che dice:

il brand di Rete e l’azione di “lobbing”*. L’organismo “Rete” promuove, con il suo brand, azioni di marketing a favore di tutte le sue aziende, permettendo loro di aumentare la propria visibilità tramite azioni che probabilmente sarebbero troppo onerose per la singola azienda (partecipazione ad eventi come ForumPA, SMAU, ecc…, presentazioni a PA, a grandi system integrator e ad associazioni di categoria come Confindustria, ANIA, ecc..). Inoltre il soggetto “Rete” è un interlocutore diretto con i livelli politico/amministrativi, nel rappresentare le esigenze, le proposte e le opportunità che provengono da una realtà economica diffusa, coesa ed attiva

Tutte queste cose non dovrebbero essere competenza di AISL? Non e’ per questi motivi che AISL e’ sorta? Se si: cosa spinge alcuni soci AISL (e la sua stessa vice-presidente) a promuovere una alternativa il giorno dopo aver aderito ad AISL? Spero che almeno parte delle risposte arrivino il 2 marzo, imminente data in cui e’ stato fissato il primo incontro della Rete (cui non posso partecipare neppure in videoconferenza per pregressi impegni di lavoro, ma di cui auspico sara’ pubblicata la registrazione audio/video).

Perche’ se da una parte posso essere lieto della proliferazione di iniziative e spunti, dall’altra non riesco a non essere perplesso dall’eccessiva abbondanza di progetti concorrenti, tantopiu’ in un settore delicato come quello dell’industria. Ottime le alternative; un po’ meno quelle precoci.

Redenzione

27 gennaio 2012

Da tempo ho raggiunto ed oltrepassato la soglia di sopportazione sullo sciagurato stato in cui versa Italian Linux Society. Sia perche’ l’immobilismo e l’indifferenza della prima e piu’ grande associazione pro-linuxara in Italia e’, per usare un eufenismo, imbarazzante. Sia perche’ a suddetta inedia tendo ad imputare (a torto o a ragione, vedete voi) quella del resto della community, soprattutto dei gruppi piu’ piccoli e con scarsa iniziativa interna: senza spunti non c’e’ una direzione, senza direzione non c’e’ azione, senza azione ci si riduce a guardarsi in faccia l’un l’altro o, nella migliore delle ipotesi, a piagnugolare e lamentarsi sulle mailing list di nerd quando giunge notizia di questo o quell’accordo tra Governo e MultinazionaleAmericanaConSedeARedmond(OACupertino) e simili.

Piu’ recentemente a questi motivi se ne e’ aggiunto un altro: la consapevolezza che questo stato di cose non e’ minimamente percepito da coloro che potrebbero porvi rimedio.

Nelle ultime settimane ho avuto modo di esporre il mio disagio a piu’ di un membro del Direttivo ILS, e in assoluto la frase che piu’ spesso mi son sentito dire, ripetuta come un mantra, e’ stata “Non e’ colpa del direttivo e/o del presidente, ma dei soci dell’associazione che non si muovono”. Dichiarazione da cui non puo’ emergere altro che disappunto.

In primis, perche’ evidentemente invece di cercare le cause del problema si cercano capri espiatori. “Non sono stato io” e “Non e’ colpa mia” sono decisamente le espressioni piu’ amate dagli italiani: in tutti i casi l’importante non e’ risolvere ma tirarsene fuori, e far cadere la responsabilita’ su qualcun’altro, al quale fantomatico qualcun’altro spetta di individuare spontaneamente la soluzione. Ma dal Direttivo, in quanto Direttivo, sarebbe legittimo aspettarsi un atteggiamento piu’ propositivo, proattivo, e magari anche creativo. Atteggiamento che non ho mai avuto il piacere di riscontrare.

Tutto questo, quel “i soci” citati, comunque implicherebbe il presupposto che ILS sia una entita’ chiusa ed isolata. Cosa che non e’. Il secondo motivo di perplessita’ nei confronti della scusa accampata sta nel fatto che evidentemente il Direttivo non si capacita del fatto che le persone attive sono attive indipendentemente dal fatto che abbiano o non abbiano una tessera associativa in tasca, e neanche si capacita del suo ruolo di riferimento primario sull’intera scena freesoftware italiana. Gli Users Groups che ogni anno aderiscono al Linux Day, iniziativa promossa appunto dall’associazione nazionale ed unica nel suo genere, sono piu’ di 100, ed ho seri dubbi che tutti abbiano almeno un socio ILS al loro interno. Cosa sarebbe ILS senza di loro? E cosa sarebbero loro senza ILS? La percezione e’, ahime’, famigliare: la Society stessa soffre della sindrome di autoreferenzialita’ gia’ commentata e rintracciata in svariati altri gruppi minori. Le idee – se e quando ci sono – nascono all’interno, vengono discusse all’interno, e muoiono all’interno, senza mai neppure tentare un approccio di apertura nei confronti di coloro che pur stando fuori potrebbero essere interessate.

Ma facciamo finta che davvero i soci non collaborino. Ed ipotizziamo per assurdo che gli esterni siano stati opportunamente stuzzicati ma non vogliano saperne. E teorizziamo che un bel giorno due disgraziati (per esempio: uno di Torino ed uno di Brescia) spuntino fuori dal nulla ed esprimano, spontaneamente, il desiderio di restaurare la LugMap, sito fondamentale per informare i potenziali interessati al mondo linuxaro e guidarli verso il piu’ vicino Users Group ma, in anni di indifferenza, ridotta ad un cumulo di links defunti e in sedoparking. La reazione naturale dovrebbe essere “Gioia e tripudio! Tenete, figliuoli, il numero di telefono del sistemista del server, onde potervi organizzare per la messa online dei contenuti aggiornati! Siate benedetti!”, giusto? E invece no. La LugMap l’abbiamo rifatta per davvero, Andrea Gelmini del LugBS ed io, ma tra la negazione del database originale prima e la negazione dei riferimenti dell’addetto tecnico dopo e’ stato necessario quasi un anno prima di vedere le nuove pagine pubblicate. Un anno di mail e telefonate, conclusosi non gia’ per concessione ma perche’ siamo andati a cercarci da soli il sistemista in persona bypassando l’intero Direttivo e nella fattispecie il Presidente. Qui e qua tutti i dettagli della storia. Dovrebbe essere questo il trattamento riservato ai pochi che dimostrano buona volonta’? La diabolica “colpa dei soci” dovrebbe essere quella di non supplicare a sufficienza per ottenere quello straccio di risorsa che eventualmente chiedono per poter svolgere la propria opera a nome (e nel nome) di ILS?

Mi piacerebbe molto vederli, questi soci fannulloni, nullafacenti e magari pure boicottatori. Vedere cosa transita sulla loro mailing list privata, e vedere qual’e’ stata la loro reazione a fronte della quantita’ di proposte concrete che certamente (…) sono transitate negli ultimi mesi. Ma non posso: benche’ io stesso sia stato iscritto a ILS (da novembre, a detta del Presidente) ancora non sono stato ammesso al club in quanto non ho una casella di posta @linux.it (prerogativa appunto dei membri), la quale casella di posta e’ stata piu’ volte sollecitata in quanto, come ovviamente esplicitato, mi occorre un indirizzo istituzionale per iniziare a contattare i potenziali sponsor nazionali del Linux Day 2012, di cui mi sono preso in carico il coordinamento (io in qualita’ di socio fancazzista ricolmo di colpe) constatando la catalessi totale del Direttivo cui sarebbe naturalmente demandato il compito – praticamente, l’unico che dovrebbero svolgere durante tutto l’anno – e l’antica abitudine di iniziare ad occuparsi dell’evento ottobrino a meta’ settembre.

In piu’ di dieci anni di Society, i nomi circolati all’interno del Direttivo saranno si e no otto. Ed il Presidente e’ sempre stato lo stesso. Dal 2004, il risultato e’ stato spannometricamente questo. Data l’attuale disponibilita’ di gente motivata e volenterosa – tra cui ho l’arroganza e la presunzione di contare anche me stesso, ma svariati altri potrei nominarne – non sarebbe molto piu’ rapido attuare un cambio della guardia radicale e metter direttamente in loro mano risorse, contatti e potere decisionale anziche’ predicare la propria indifendibile innocenza e continuare ad ostinarsi a fungere da collo di bottiglia?

Dal basso della mia posizione non posso far altro che continuare a sbattere la testa sul coordinamento Linux Day, sul costante miglioramento della LugMap e sul progressivo popolamento della piu’ recente BusinessMap. Per la cancellazione delle mie colpe, in quanto pentito e contrito di non aver ancora evidentemente fatto abbastanza. Ma credo – sento, percepisco, predico – che la community abbia scontato i suoi anni di Purgatorio, e sia oramai pronta a redimersi.

La Nave dei Pirati

9 febbraio 2011

Personalmente reputo il rapporto tra “file sharing” e “liberta’ digitali” piuttosto complicato.

La tecnologia peer-to-peer e’ indubbiamente interessante ed utile, in principio perche’ permette di delegare la presenza online di grosse quantita’ di bytes che altrimenti costerebbero non poco in termini di banda e risorse se hostati su un server (esempio classico: le ISO delle distribuzioni Linux), e poi perche’ abilita una serie di altri spunti collaterali molti dei quali decisamente troppo ambiziosi ma comunque sfiziosi (come il progetto P2P-DNS, mirato alla decentralizzazione dell’infrastruttura DNS e garantire la raggiungibilita’ pure ai siti scomodi). A tali risvolti positivi e propositivi si aggrappano gli occasionali appelli per la liberizzazione e la difesa del file sharing, i quali puntualmente spuntano fuori ai primi vagiti di qualsiasi legge di qualsiasi giurisdizione finalizzata invece ad arginare magari con metodi drastici gli aspetti negativi, ovvero la pirateria ed il traffico illegale di materiale protetto da forme di copyright non permissivo.

Ma io, che penso sempre male, non sono del tutto persuaso del fatto che il download delle ISO di software libero sia l’unica motivazione di codeste ripetute e costanti levate di scudi. Un indizio di cio’ sta nella progressiva diffusione dell’argomentazione relativa alla “cultura libera”, stando alla quale tutti dovrebbero avere pieno diritto di accedere al materiale artistico (film, musica, libri…) senza dover pagare le spesso immotivate cifre chieste dagli editori cattivi e avidi. Insomma, siamo passati dal “il P2P non e’ illegale a priori, dunque non deve essere bloccato a priori” a “esiste il diritto alla cultura, dunque tutti devono poterla ottenere gratis”. Che e’ proprio tutt’altra cosa.

Partiamo da due presupposti.

Il primo e’ che i deterrenti alla pirateria sulle reti di file sharing sono alla portata di chiunque abbia un minimo di cognizione di causa: basterebbe che la Polizia Postale o chi per essa si procuri un client BitTorrent, ogni settimana pigli qualche file torrent a caso, lo metta in download, si appunti gli indirizzi IP di tutti coloro da cui scarica, e se sono nella giurisdizione italiana (controllo facile da effettuare grazie alle aree geografiche in cui sono divisi gli indirizzi) vada a bussare a qualche porta, divulgando poi la notizia della sua efficienza tecnologica sui media e facendola fare sotto agli utenti timorosi di fare la stessa fine. Il che’ implica che ogni legge che per definizione proibisca la condivisione di files a partire dal filtraggio dei dati per accertarsi della loro natura truffaldina e’ pensata male: e’ ingiusta perche’ include la presunzione di reato e la violazione della privacy, abbisogna di grandi risorse tecniche per filtrare tutto il traffico in circolazione, ed e’ una soluzione esagerata e spropositata per un problema risolvibile in modi molto piu’ semplici.

Il secondo e’ che di “cultura libera” e’ gia’ piena l’Internet, e non dubito che superi in quantita’ (ed in qualita’) quella non libera. In virtu’ dei termini temporali di scadenza del copyright, e/o della disponibilita’ di materiale prodotto ancor prima che il concetto di “copyright” esistesse, troviamo che Mozart e’ in pubblico dominio, Elvis Presley anche, Shakespeare pure, Charlie Chaplin, Salgari, pressoche’ tutti gli scrittori che ciascuno di noi ha sentito nominare a scuola. Tutti contenuti distribuibili e fruibili senza dover pagare niente a nessuno. Legalmente.

Per non parlare poi – e qui veniamo al punto – dei materiali volutamente distribuiti con licenze permissive che ne consentono la libera diffusione. Il freesoftware, ad esempio, ma anche la pletora di opere artistiche pubblicate in licenza Creative Commons. Quelle che sono solitamente bistrattate ed ignorate dal pubblico, in quanto… esso puo’ accedere gratuitamente anche alle opere teoricamente protette.

Tempo addietro scrissi un brano (ancora reperibile sul sempre ottimo archive.org) in cui sostenevo quella che considero ancora oggi una indiscutibile verita’: la diffusione capillare del software libero e’ fortemente ostacolata dalla pirateria. Diciamocelo: al di la’ di tutte le fisime sulla liberta’, il riuso, ma anche sulla stabilita’ e l’efficienza, chi spenderebbe davvero 139 euro per la versione piu’ sfigata possibile di Microsoft Office anziche’ chiudere un occhio, fare il piccolo sforzo di cambiare un poco le sue abitudini pregresse, e migrare a OpenOffice? Senza neanche voler menzionare i 1000 e piu’ euro richiesti per una licenza PhotoShop, applicativo ad oggi utilizzato in larga parte da utenti per cui Gimp e’ gia’ sin troppo avanzato, o le centinaia di euro che potrebbe costare un qualsiasi videogioco commerciale laddove viene richiesto un quarto d’ora di download per avere World of Padman.

Lo stesso identico criterio puo’ essere applicato a quella che realmente puo’ essere considerata “cultura libera”, non gia’ i dischi ed i film copiati di nascosto ma i contenuti i cui autori permettono in tutto e per tutto la diffusione e magari anche la modifica e la ridistruzione. Se non esistesse la pirateria, quanti acquisterebbero i CD di Lady Gaga anziche’ usufruire di Jamendo, Magnatune e degli altri repository di musica libera (spesso gratuita, o disponibile a prezzi bassissimi e molto piu’ competitivi)?

Di fatto la pirateria, l’attingere a contenuti protetti secondo le logiche del copyright tradizionale proibizionistico e monopolistico, mina la liberta’ anziche’ estenderla. Almeno, stando alla definizione secondo cui “liberta’ e’ partecipazione”. Perche’ spinge gli utenti a fruire sempre degli stessi prodotti uniformati, gli stessi che sono impacchettati, pubblicizzati e promossi dall’industria (software house, editori, case discografiche, distributori cinematografici o chi per essi), anziche’ guardarsi attorno per cercare alternative ed incuriosirsi alle cose nuove. Conseguentemente, non disponendo dell’interesse e dell’attenzione che funge da retribuzione per i produttori di contenuti alternativi (artisti o sviluppatori), vengono a mancare le motivazioni appunto per creare e divulgare. E la cultura popolare viene fossilizzata ed indotta a seguire gusti e tendenze decise a tavolino, anziche’ quelle meritevoli e valide.

Io credo che la community faccia benissimo a difendere e proteggere il file-sharing, in quanto come detto sopra tale tecnologia ha anche e soprattutto scopi nobili e utili, ma farebbe anche bene a schierarsi con maggiore vigore ed evidenza contro gli usi illegali ed opinabili. Non per perbenismo o cautela, ma proprio perche’ la pirateria va in una direzione diametralmente opposta rispetto agli scopi prefissi. Di appelli per la tutela della condivisione ne ho letti tanti, ma di appelli alla legalita’ ben pochi, e quei pochi erano firmati da Er Piotta.

La nave dei pirati va affondata. E il forziere della cultura libera, rimasto sinora sotterrato, andrebbe infine scoperchiato.

Think More Different

30 gennaio 2011

Da qualche tempo l’indice accusatorio della moralita’ e della decenza sorretto dalla community freesoftware e’ puntato contro Apple. Apple limita la liberta’ degli utenti per mezzo del DRM, Apple butta fuori le applicazioni GPL dall’App Store, addirittura Apple e’ identificata come “L’Impero del Male”. Roba da far sembrare la stessa Microsoft un baluardo di liberta’ e dignita’.

Eppure quello che maggiormente mi turba dell’operato Apple non sono le sue strategie di marketing, bensi’ come essa coi suoi successi ben evidenzi i forti, fortissimi limiti della nostra community.

Partiamo dagli aspetti tecnici.

Come tutti sanno MacOS X e’ costruito partendo da un kernel BSD, dunque per alcuni aspetti esso puo’ essere considerato un cugino di Linux. Con la differenza che in MacOS il potenziale di Unix viene realmente sfruttato per rendere servigi all’utente finale, mentre in Linux buona parte delle avanzate funzioni esistenti a basso livello sono pressoche’ ignorate a livello applicativo e/o sono adottate da tools o estremamente complessi o estremamente trascurati. Un esempio su tutti, tra i piu’ recenti che mi sono capitati sotto gli occhi: Folder Actions, che sul sistema operativo Apple viene spacciato come utilissimo, comodissimo e potentissimo strumento con cui automatizzare gran parte delle procedure ripetitive, all’atto pratico risulta essere nulla piu’ che una interfaccia grafica a inotify (o, se vogliamo, una interfaccia grafica a incron), una API che in Linux esiste dal 2005 e che sinora ho raramente visto usare in modo opportuno. Lo stesso discorso puo’ essere applicato a numerosi altri frangenti: la funzione di auto-discovery dei servizi in rete e’ pervasiva in MacOS, ma ben pochi sono i progetti open che usano l’analogo Avahi, e mentre Spotlight per molti discepoli di Steve Jobs ha soppiantato il file manager su Linux i vari Tracker e Nepomuk vengono lasciati in un angolino anziche’ essere integrati e messi in risalto come meriterebbero.

Sulla carta, lo stack GNU/Linux gia’ contiene tutto l’indispensabile per implementare tutte le “innovative” funzioni del pluri-osannato MacOS. E molto altro ancora. E dimostrare che in Apple non fanno i miracoli, hanno solo un po’ di creativita’. Ma nessuno lo fa, nessuno ci pensa, nessuno ne ha voglia. Molto meglio implementarsi ognuno il suo client di posta (o la sua libreria JSON). Laddove gli ingegneri di Cupertino aggregano con poco sforzo le tonnellate di tecnologie software gia’ esistenti – in buona parte, open – e le impacchettano in graziose ed eleganti finestrelle per cavarne prodotti funzionali e facilmente usabili dall’utente, gli smanettoni freesoftware fanno a gara per implementare (o re-implementare) l’API piu’ complessa ed arzigogolata possibile senza curarsi del fatto che nessuno la utilizzi a livello applicativo. “Il genio e’ 1% ispirazione e 99% traspirazione“: destino vuole che loro abbiano come motto “Think Different“, noi abbiamo “sudo“.

Analoghi ragionamenti, forse meno marcati ma ugualmente significativi, possono essere trasposti sull’hardware. Negli ultimi anni il marchio Apple e’ stato popolarmente affiancato a due devices in particolare: l’iPhone e l’iPad. Forse non tutti hanno notato il fatto che il “rivoluzionario” smartphone senza tastiera e’ arrivato con diversi mesi di ritardo rispetto al primo annuncio ufficiale dell’OpenMoko, antagonista simile nel concetto ma completamente aperto sia nell’hardware che nel software, e che gli Internet tablet hanno iniziato a farsi strada tra il popolo nel lontano 2005 grazie ai modelli Nokia che montavano Maemo (ovvero: Linux). C’era un vantaggio temporale sulla tabella di marcia. L’OpenMoko e’ morto a causa della completa incapacita’ di tenere insieme una community da parte del produttore, il quale ha cambiato cosi’ spesso la piattaforma e l’API di riferimento da rendere impossibile qualsiasi sviluppo di applicazioni dedicate. Gli apparecchi Nokia hanno avuto un maggiore successo, ma pure in quel caso l’instabilita’ del sistema, la scarsita’ di developers e di conseguenza il modesto interesse indotto nel pubblico dalle limitazioni operative li hanno sempre tenuti in una nicchia di mercato. Al solito: siamo partiti bene, meglio di chiunque altro, e ci siamo persi strada facendo.

Per quanto riguarda gli aspetti per cosi’ dire “filosofici” siamo messi ancora peggio.

Di tutte, basta menzionarne una: anni di critiche e lamentele nei confronti di Flash, tecnologia web chiusa e misteriosa talvolta difficile da fruire sui sistemi operativi liberi, non hanno dato neppure una frazione dei risultati ottenuti da quattro parole in croce divulgate da Steve Jobs improvvisatosi per un giorno paladino della giustizia e degli standard aperti. Dato l’intervallo di tempo necessario a far fare alla notizia il giro del globo, e l’utilizzo di HTML5 per la riproduzione dei video (settore fino a quel momento prerogativa assoluta del Flash Player) si e’ quintuplicato. Molti azzardano a prevedere che dopo tale batosta la suite targata Adobe verra’ entro non molto tempo convertita in uno strumento di authoring basato su formati e protocolli liberi, e dunque il core proprietario verra’ soppiantato. Fine della Crociata.

Senza voler citare altri successi Apple nel campo degli standard: la decisiva spinta verso il formato iCalendar, oramai divenuto universale per la rappresentazione di eventi ed integrato in pressoche’ ogni applicazione calendar degna di menzione, oppure WebKit, l’engine di rendering HTML piu’ amato del momento e rigorosamente rispettoso delle specifiche W3C, cuore di numerosi tra i browser che attualmente minano il predominio del mai sufficientemente odiato Internet Explorer. Si sono presi pure Unix: MacOS X e’ conforme all’architettura Unix 03, Linux no.

Tutta questa lunga manfrina non e’ per dire “Apple e’ grande e Steve Jobs e’ il suo profeta”, quanto invece l’esatto contrario: come mai una delle aziende piu’ ambigue ed oggettivamente irrispettose delle liberta’ digitali macina traguardi ed obiettivi ad un ritmo assai superiore di quelli della community freesoftware? Siamo cosi’ tanto messi male da farci superare anche da chi ha tutto l’interesse a chiudere e mettere paletti? E’ normale che gli occasionali contentini pro-apertura di un aspirante monopolista oltrepassino in numero ed in efficacia gli sforzi di un intero movimento che dovrebbe operare giorno e notte in favore della collettivita’? E, dall’altra parte, chi campa (o dice di campare) a pane e freesoftware conosce il panorama e le tecnologie disponibili a sorgente aperto meno di un pugno di colletti bianchi americani, i quali sono capaci di accrocchiare il bendiddio recuperabile dall’Internet meglio degli smanettoni domestici?

Non sono del tutto pessimista su questo fronte, in fin dei conti la community freesoftware sta dolorosamente imparando che per competere con i colossi commerciali non bastano le belle parole ed i buoni propositi – o peggio ancora i proclami e le accuse – ma occorre fornire una alternativa tecnicamente superiore e funzionalmente accettabile, i concetti di “usabilita’” e “design” si stanno molto lentamente facendo strada tra le torme di developers con le dita consumate a forza di scrivere comandi in un terminale, pionieri come Mairin Duffy riempiono il web di mockups per mostrare a tutti come dovrebbe essere fatto un programma affinche’ sia utilizzabile anche senza leggere necessariamente una manpage.

Ma, come sempre, tra il dire e il fare c’e’ di mezzo la voglia.

L’Oligarchia della Mail

10 gennaio 2011

Qualche giorno fa’, Nichi Vendola ha firmato un protocollo di intesa con Microsoft. Ma non e’ questo di cui voglio parlare, in quanto il web come sempre gia’ pullula di post e dettagli in merito.

A seguito della notizia sulla mailing list Discussioni@AsSoLi si e’ aperto un thread di confronto su come agire, AsSoLi ha autonomamente rilasciato un comunicato stampa, e poiche’ in molti si sono sentiti offesi dalla mancata possibilita’ di firmare il comunicato rapidamente il tema centrale e’ degenerato sulla coordinazione dei gruppi linuxofili. A seguito di qualche poco velata accusa di protagonismo ai danni di AsSoLi, che poco o nulla ha fatto e continua a fare per coinvolgere altre associazioni ed altre realta’ salvo poi appellarsi alla necessita’ di fare “massa critica” per guadagnare l’attenzione delle istituzioni invitando tutti ad iscriversi all’associazione stessa, e’ spuntata l’ennesima catena di mail focalizzata proprio sul tema “Coordinamento dei sostenitori del Software Libero“.

Spunti concreti, come si puo’ immaginare, ne sono usciti pochi. Io dapprima ho proposto la creazione di una (ennesima?!) mailing list cui fossero ammessi solo rappresentanti “ufficiali” dei vari LUG (associazioni o semplici gruppi informali), in modo da isolare il potere decisionale presso un ristretto insieme di persone nominate e ritenute meritevoli dai propri compari, ma la controproposta mossa da Luca Menini di ammettere solo i presidenti delle associazioni piu’ grosse ha suscitato (giustamente…) un vespaio. Dopodiche’ mi sono azzardato ad andare oltre ed anzi seguire una strada completamente opposta, suggerendo l’adozione di qualche strumento un pochino piu’ sofisticato che permettesse votazioni aperte ed accessibili a chiunque volesse partecipare senza necessariamente doversi leggere attentamente le dozzine e dozzine di mail che puntualmente invadono i threads piu’ importanti che si manifestano sulle liste; purtroppo, pero’, tale spunto e’ caduto nel vuoto.

Posso capire che la prima delle due idee possa generare malcontenti e dissapori, in quanto inevitabilmente qualcuno verrebbe tenuto fuori dalla cerchia, ma del resto e’ ingenuo pensare che gia’ oggi i rappresentanti supremi delle associazioni piu’ grandi non si sentano di quando in quando per fra di loro (anche solo per cortesia, non necessariamente per tramare di nascosto dal resto della community!). Istituire un “club” definitivo avrebbe l’effetto di escludere molti, ma anche di includere molti altri: esistendo tale canale privilegiato (per inciso: privato in scrittura, ma rigorosamente pubblico in lettura) sarebbe inaccettabile far transitare qualche decisione al di fuori di esso, ed allora ci sarebbero tutte le precondizioni per recriminare con fondato motivo sul suo eventuale mancato utilizzo.

La seconda opzione sarebbe invece la piu’ popolare, immediata ed aperta possibile, permettendo davvero a qualsiasi membro della community (presidente o newbie che sia) di partecipare anche solo con un voto “si” o “no”. Pure in questo caso e’ veramente insulso giustificare la mancanza di uno strumento del genere asserendo che “le mailing list gia’ sono pubbliche, chiunque puo’ partecipare”: ben pochi sono coloro che hanno tempo e voglia di seguire ogni singola discussione che avviene sulle liste, personalmente ne ho conosciuti pochissimi e coloro che potrebbero portare un contributo significativo in termini di concretezza e buon senso si tengono volutamente al largo dalle arene virtuali ben sapendo che nella stragrande maggioranza dei casi i dibattiti degenerano in inconcludenti flames al termine dei quali non si sa cosa e’ stato finalizzato. E, appunto per l’alto tasso di instabilita’ delle liste, ben pochi sono coloro che hanno il coraggio di discutere li’ le cose importanti, dunque comunque l’intento di aprire alla partecipazione risulta vano.

Ma perche’ tale ritrosia nei confronti di piattaforme partecipative ed inclusive? Io stesso affrontai la questione nei confronti della partecipazione politica qualche tempo addietro, e data la grande disponibilita’ di soluzione tecniche esistenti risulta quantomeno sciocco non approfittarne all’interno della community tecnofila.

Ufficialmente credo che la perplessita’ si trovi negli ampi margini di “falsificazione” dei voti, nel timore che qualcuno possa esprimere cento preferenze anonime su una questione e dirottare a proprio piacimento ogni consultazione pubblica. Teoria complottistica a la X-Files, in egual misura poco credibile e altamente sopravvalutata, come se davvero qualcuno possa aver interesse nell’impiegare grandi risorse (anche solo in termini di tempo) per imporre le proprie posizioni. E, comunque, dagli effetti arginabili: richiedendo una qualsivoglia forma di autenticazione, con OpenID o una registrazione via mail, si renderebbe piu’ complicato contaminare le votazioni da una singola fonte e, benche’ non risolto, il difetto architetturale sarebbe limitato.

Ma in fin dei conti se si trattasse solo di questo lo stesso discorso potrebbe essere applicato invariato alle mailing list, percui gia’ adesso chiunque puo’ registrare tutti gli accounts GMail che vuole (gli spammers li vendono sul mercato nero, qualcosa tipo 1 penny ogni due indirizzi) o piu’ banalmente falsificare gli headers SMTP appoggiandosi ad un mail server compiacente e mandare infinite mail da mittenti diversi con su scritto “Secondo me ha ragione Bob!”.

Il punto reale e’ che le mailing list non sono affatto democratiche, egualitarie ed aperte, ma volutamente oligarchiche.

Il nome del mittente conta, e non poco, dunque tutti vogliono che sia ben evidente. Ci sono nomi che da anni sono identificati come “troll”, oppure al contrario come “illuminati”, e a prescindere dal contenuto del messaggio pubblicato esso ha minore o maggiore peso e riceve diverso feedback. Ci sono screzi personali tra i partecipanti “veterani”, che si riversano in subthreads destinati ad essere ignorati da tutti gli altri, e reputazioni da difendere, percui alcuni sono portati a spedire nuove mail prive di sostanza al solo fine di far sapere a tutti gli altri che ci sono e stanno leggendo e/o per trincerarsi in posizioni gia’ ampiamente smontate ma che si devono assumere per questioni di presunta dignita’. Gli ultimi arrivati tendono a non intervenire in scambi uno-a-uno, per timidezza o malriposto rispetto, e quando si decidono o dicono qualcosa di immensamente opportuno oppure sono a loro volta ignorati (abbassando ulteriormente la volonta’ di prender parte al processo).

Piu’ in generale chi ha una forte presenza sulle mailing list sente di avere uno status particolare, privilegiato, gode del fatto di essere uno dei pochi che prende parte attiva alla vita della community nazionale e pretende di conservare tale ruolo elitario. Senza rendersi conto che ai fatti le decisioni vengono prese da tutt’altra parte, ed il numero ridotto di partecipanti non e’ da imputare all’elevata soglia dei requisiti richiesti quanto al disinteresse dimostrato da tutti gli altri.

In conclusione: io penso che le mailing lists non siano il modo migliore per coordinare la community. Anzi, siano un danno. Ci sono mezzi assai piu’ consoni, che implementano ogni grado di diffusione o di approfondimento dei temi da toccare. Ne ho personalmente elencati alcuni su una pagina wiki appositamente creata online, ben sapendo che nessuno se la filera’.

Ma da qualche parte si dovra’ pur iniziare. Per ghigliottinare l’oligarchia della mail.

Non c’e’ piu’ l’Open di una Volta

22 novembre 2010

Premessa: questo e’ un post dal forte contenuto etico/moral/storico, ovvero sostanzialmente una perdita di tempo. Spesso e volentieri critico su questo mio blog le articolate discussioni pseudo-filosofiche di cui abbonda l’Internet, che a parer mio mal si confanno ad un ambiente – quello del freesoftware – che dovrebbe invece essere incentrato sulla qualita’ e la funzionalita’ del codice condiviso e sulla sua tutela; per questa volta faccio una eccezione, essendomi recentemente trovato piu’ volte nella posizione di dovermi difendere da espliciti e meno espliciti attacchi condotti da esaltati cui evidentemente piace consumar le tastiere in nome di ideali che si sono inventati di sana pianta malamente interpretando i fatti che costituiscono la cronistoria del movimento free.

Oggi il termine “opensource” viene da molti considerato in senso negativo, per ragioni molto diverse (e contrastanti) ma nella maggior parte dei casi perche’ esso indicherebbe quella odiosa pratica di costruire business speculativi partendo da una base di codice libero cui agganciare componenti non liberi al fine di fregiare il prodotto della dicitura “open” (buzzword molto apprezzata nel mondo commerciale) ma subdolamente creando monopoli e dipendenze nei confronti degli utilizzatori, esattamente come accade abitualmente col software proprietario. La definizione corretta di codesto malcostume e’ “open core“, non “opensource”. Il fraintendimento deriva fondamentalmente da due motivi: il fatto che Stallman periodicamente critichi appunto l’utilizzo di questa parola (sebbene evidentemente in pochi si siano mai chiesti il reale motivo, che non e’ affatto quello sopra esposto), e le crescenti recriminazioni che a cascata si diffondono all’interno della community partendo da chi ha una visione distorta, passando da chi per moda adotta le stesse posizione degli altri, sostenuta da chi ha un diretto interesse nel radicare presupposti opinabili, e cosi’ via alimentando progressivamente il circolo vizioso.

Ben pochi tra i sostenitori del freesoftware sanno che gran parte dei pregi che riconoscono in questo modello e dei valori che difendono a spada tratta sono riconducibili proprio all’opensource.

Partiamo da qualche definizione. Il freesoftware e’ una linea di pensiero incentrata sulla liberta’ individuale, l’opensource e’ un modello di sviluppo condiviso. Questo non lo dico io, ma Stallman in “Why Open Source misses the point of Free Software“. Nel suo testo RMS critica non gia’ le presunte finalita’ perverse dell’opensource quanto invece la sua essenza eccessivamente materialista, focalizzata sulla produzione di software migliore anziche’ sulle piu’ alte espressioni di pace e liberta’. Nel paragrafo “Powerful, Reliable Software Can Be Bad” il nostro, pur di puntare un ennesimo dito accusatorio nei confronti dell’opensource, arriva a sostenere che certe volte avere un software migliore e’ male, come nel caso del Digital Rights Management: ora che il DRM sia giusto o sbagliato non lo giudico io in questa sede, piuttosto giudico sconveniente una affermazione del genere da chi ha enunciato quelle che dovrebbero essere le quattro liberta’ del software (liberta’ 0: possibilita’ di eseguire il software per qualsiasi scopo) e giudico sproporzionato accusare un modello di sviluppo solo perche’ potrebbe idealmente e remotamente condurre a risultati sgraditi; e’ un po’ come frugare nelle borse di tutti i passeggeri dei voli aerei nella ipotetica prospettiva di individuarne uno che porti con se’ un ordigno a scopo terroristico.

Chiunque abbia a che fare col software libero certamente apprezza la possibilita’ di poter scaricare gratuitamente tonnellate di applicazioni, poterle combinare tra loro in modi fantasiosi, e magari spedire indietro una patch qualora si riscontrasse un problema o si aggiunga una funzionalita’ nuova. L’agglomerato di persone che fanno cio’ (scaricano, usano, e contribuiscono) viene popolarmente definito “community”. Ebbene: nella definizione di freesoftware non esiste alcuna nozione di community. Un luogo comune piuttosto radicato (ci ho sbattuto la testa almeno due volte in pochi anni) e’ che la GPL imponga la ridistribuzione del codice a chicchessia, per mezzo dei repository o dei simil-SourceForge cui siamo largamente abituati, ma cosi’ non e’. La sezione 6 della GPLv3 e’ abbastanza precisa in merito a cio’: vengono commentate cinque modalita’ ammesse per la distribuzione del codice relativo ad una applicazione (atto che comunque deve essere compiuto, appunto per garantire la liberta’ dell’utente), tre di esse dicono che binario e sorgente possono essere consegnati piu’ o meno insieme, una (la E) contempla la distribuzione pubblica (sebbene solo per mezzo di rete P2P, quel passaggio non e’ molto chiaro…), mentre una (la C) inequivocabile afferma che in date condizioni il sorgente puo’ essere preteso solo da chi e’ in detenzione del binario. Come detto sopra il freesoftware e’ per le liberta’ individuali, nel senso che l’utente che entra in possesso del prodotto deve essere tutelato e protetto e deve poter fare cio’ che vuole con il prodotto che usa, ma questo non necessariamente coincide con la liberta’ universale, in cui tutti possono accedere agli stessi diritti. Una dimostrazione di cio’? Emacs, il ben noto editor testuale dello stesso Stallman (ovvero: uno che si presume conoscere bene lo spirito del freesoftware ed i contenuti della GPL), e’ stato rilasciato pubblicamente solo a partire dalla release 13, ovvero circa 9 anni dopo l’inizio dello sviluppo, e solo dopo aver ricevuto una diretta critica da parte di Eric Raymond nell’altrettanto noto “The Cathedral and the Bazaar“, testo chiave della letteratura opensource che descrive appunto i vantaggi pratici del modello di sviluppo aperto e condiviso ed introduce esattamente al concetto di “community” che tanto ci piace; fino a quel momento Emacs (in versione binaria e sorgente) era consegnato solo a chi pagava un corrispettivo allo sviluppatore, il quale ha legittimamente sfruttato questa forma di guadagno per mantenersi una volta abbandonato il lavoro presso il MIT.

Tale differenza tra liberta’ individuale e liberta’ collettiva non va affatto sottovalutata, soprattutto in ben determinati contesti. Uno e’ quello dell’adozione del freesoftware presso la Regione Piemonte, di cui ho gia’ fatto cenno. Qualora si applicasse qui il concetto originario di “freesoftware”, vedremmo che non cambierebbe assolutamente nulla nelle sorti dell’Information Technology sabauda in quanto sarebbe credibilissimo uno scenario in cui il fornitore eletto (sia CSI-Piemonte, sia una qualsiasi altra azienda) produce e/o acquisisce il software libero ma non lo rilascia pubblicamente (come gli e’ consentito fare dalla licenza, e come ha interesse a fare), gli enti pubblici lo usano ma non lo rilasciano pubblicamente (non essendo di loro competenza, probabilmente non sapendo neanche da che parte iniziare), ed alla fine dei giochi solo un ristretto manipolo di persone ci mette mano senza nessun coinvolgimento della cittadinanza, nessuna possibilita’ di riutilizzo da parte di altre amministrazioni, nessuna trasparenza, nessun margine per la competizione virtuosa e nessuna prospettiva di innovazione. Tanto varrebbe tenersi le soluzioni closed attuali, almeno ci si risparmierebbe lo sforzo (ed il costo) della migrazione… In queste condizioni, un pizzico di “opensource” non sarebbe affatto sgradito: il fatto di esporre il codice vivo utilizzato dalla pubblica amministrazione, dando l’opportunita’ a chiunque di partecipare e riutilizzare i vari componenti (magari anche per scopi totalmente differenti), dovrebbe essere un punto imprescindibile della manovra (tant’e’ che viene espressamente richiamato nell’articolo 6, comma 5 della stessa legge regionale 9/2009), e su questo occorrerebbe piu’ di tutto indirizzare le proprie richieste e le proprie attenzioni in vista di una evoluzione sana della prossima infrastruttura.

Ma, di questi tempi, parlare di “opensource” e’ un reato, perche’ “opensource” richiama troppi luoghi comuni radicati dall’estremismo e dal malinteso storico. Non c’e’ piu’ l’open di una volta…

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