Archive for the 'Conflitti' Category

Guerra Aperta

7 giugno 2014

Qualche giorno fa e’ stata pubblicata questa lettera aperta rivolta al Comune di Trieste, come risposta all’annunciata migrazione del Comune stesso a OpenOffice, ben nota suite opensource di applicazioni simil-Office dal passato travagliato. Essa mette in discussione la scelta dell’amministrazione triestina, ed evidenza la superiorita’ tecnica di LibreOffice – fork tecnico e culturale dai medesimi obiettivi – chiedendo di cambiar la rotta della (comunque benvenuta) migrazione prima che sia troppo tardi.

Il testo e’ approdato qualche giorno prima nella mia casella di posta con l’invito ad essere uno dei firmatari. Ne condivido ogni paragrafo, ogni riga, ogni parola. Ma deliberatamente non ho risposto all’appello.

Quella tra OpenOffice e LibreOffice e’ ne’ piu’ ne’ meno che una “guerra di religione”. Come del resto tante altre ce ne sono nel mondo open, da quelle storiche “Emacs vs vi” a quelle piu’ moderne “Gnome vs KDE” al sempreverde “Ubuntu vs tutti”. E’ un effetto, e se vogliamo una causa, della frammentazione ortogonale che caratterizza il nostro mondo: esistono tante alternative perche’ esistono tanti gusti, e poiche’ esistono tanti gusti esistono anche tante alternative. Io preferisco LibreOffice (e vi, e Gnome, e Debian), perche’ nelle mie scarse esperienze d’uso diretto mi e’ sembrato piu’ stabile, piu’ usabile, e apprezzo maggiormente il modello di governance del progetto. Ma non mi sento di escludere a prescindere che altri possano preferire OpenOffice, magari proprio perche’ piu’ conservativo e con alle spalle grosse entita’ che ispirano fiducia.

Le “guerre di religione” sono la norma per noi linuxari incalliti, addentro alle perverse dinamiche comunitarie da anni, dopo aver sentito suonare tutte le campane ed aver sentito ripetere innumerevoli volte il mantra secondo cui le differenze sono una ricchezza. Magari senza crederci mai, ma prendendo atto del fatto che ci sono e c’e’ anche questa diffusa linea di pensiero. Gli estranei, o anche solo gli utenti piu’ recentemente acquisiti, non si possono capacitare del fatto che esistano due (o piu’) applicativi praticamente identici, coi medesimi obiettivi ed il medesimo pubblico, presso cui convogliano separatamente risorse e sforzi, anziche’ – come vuole la tradizione romantica – un unico progettone cui tutti amorevolmente partecipano col risultato di ottenere un prodotto finale migliore di quelli proprietari. Perche’ quello e’ un concetto diametralmente opposto a quella che e’ la comune percezione popolare della “community”. Perche’ l’opensource e’ “lo” opensource, non “gli” opensource.

Finche’ tale apparente paradosso viene presentato agli utenti di tutti i giorni va (quasi) tutto bene, del resto anche loro un giorno o l’altro diventeranno linuxari incalliti e prenderanno a fare il tifo per i loro preferiti. Ma nel momento in cui tale realta’, in tutta la sua complessa ordinata follia, viene esposta in modo crudo e diretto, senza preamboli e premesse, ad una istituzione che ha gia’ certamente i suoi sani problemi nel far digerire ai suoi dipendenti il cambiamento di piattaforma operativa e nel riadattare i suoi documenti esistenti, non puo’ nascerne nulla di buono. Perche’ viene esposta una debolezza, viene inculcato un dubbio, viene svelata una incongruenza cognitiva che davvero non puo’ esistere all’interno di una operazione cosi’ critica e articolata come una migrazione massiva.

Magari il Comune di Trieste ha reagito positivamente all’iniziativa. Magari ha prestato ascolto al saggio consiglio erogato dal folto numero di competenti persone che hanno sottoscritto l’appello. O magari lo ha ignorato, basandosi su qualche solida ed ineccepibile motivazione tecnica. Oppure ancora ha ricevuto il messaggio ed ha iniziato a porsi domande sull’efficacia della migrazione pianificata, probabilmente non improvvisata da un giorno all’altro ma ponderata, domandandosi quale direzione prendere se quella che hanno scelto per prima e’ stata contestata con argomentazioni che non avevano considerato e domandandosi se hanno dimenticato ancora qualche altro fattore importante e determinante. E che dire degli altri due, cinque, dieci, cento comuni che stanno valutando l’abbandono di Office? Hanno letto la lettera aperta? Ne hanno tratto delle conclusioni? Ne hanno afferrato il messaggio?

In questo momento la scelta non e’ in merito ad un prodotto o ad un altro, ma sul fatto di abbracciare il modello opensource – con tutti i suoi pro ed i suoi contro, i vantaggi e gli svantaggi, i certezze e le idiosincrasie – oppure no. Sul fatto di reagire al lock-in tecnologico, al monopolio, all’abitudine, al “s’e’ sempre fatto cosi'”, oppure no.

Le guerre di religione, meglio lasciarle alle mailing list di smanettoni. Affinche’ non facciano vittime tra i civili.

NonSoloSoftware

18 maggio 2014

In questi giorni la comunita’ freesoftware assiste ad un evento che, nel bene e nel male, impone una riflessione: Mozilla Foundation, da sempre in prima linea sul fronte dell’opensource e della liberta’ culturale dell’Internet, ha annunciato l’inclusione in Firefox di un componente closed-source, realizzato da Adobe, per supportare la riproduzione di contenuti protetti da DRM. Apriti cielo. Ovviamente sono istantaneamente partite reazioni e contro-reazioni, tra chi sostiene che la Fondazione abbia tradito la sua stessa missione e chi difende la scelta di un sacrificio essenziale per continuare ad avere un ruolo rilevante presso il pubblico. Ma, a parer mio, tutti si fermano a guardare il dito anziche’ la Luna.

Un presupposto: questa vicenda riguarda tutto fuorche’ la liberta’ del software. Questa vicenda riguarda una entita’ di spicco nel mondo delle liberta’ digitali, da anni in crisi (economica e tecnologica), periodicamente oggetto di critiche e proteste, che si e’ trovata nella situazione di dover supportare una funzionalita’ discutibile ma richiesta dal pubblico (pena: un ennesimo motivo per abbandonare la sua piattaforma di riferimento, Firefox) e di poterlo fare – io credo, ma non penso di sbagliare – incamerando qualche vitale quattrino da Adobe in cambio del supporto alla sua tecnologia di protezione dei media.

Sulla triste instabilita’ finanziaria della Fondazione non entro nel merito (se non con un pensierino collaterale: com’e’ che di sostenibilita’ dei progetti opensource si parla solo quando si scopre una falla in OpenSSL e non quando la realta’ che ha buttato all’aria il web moderno, scardinando il monopolio assoluto dello scandaloso Internet Explorer, e’ costretta a vendersi l’anima per far quadrare i conti?), ma sulla scelta di supportare uno strumento atto a limitare la fruizione multimediale si. Perche’ se Mozilla ha dovuto includere tal genere di opinabile funzione per non rischiare di perdere ulteriori quote di mercato contro altri prodotti simili, a volte pure tecnicamente migliori ma ben lontani dall’ideale dell’Internet aperta, il problema non e’ di Mozilla ma di tutto il contorno.

La nozione di DRM – che non si concretizza in una singola tecnologia o in un singolo formato, ma in un insieme di tecnologie e formati diversi, spesso incompatibili ma con uno scopo in comune – non e’ solo una risposta al dilagare della cosiddetta “pirateria”, ma la conseguenza del monopolio incontrastato dell’industria musicale e cinematografica classica per la quale non esistono di fatto forme produttive in grado di competere: se il pubblico richiede sempre e solo Vasco Rossi non c’e’ motivo percui concedere maggiori liberta’ su tali opere, dunque tanto vale controllarne il piu’ possibile la diffusione e la proliferazione e trarne il maggior profitto.

E qui casca l’asino. Il solito, quello chiamato Free Software Foundation. Che per prima ha alzato il dito contro Mozilla e la sua deriva closed-source, senza porsi il minimo quesito sulle motivazioni di tale certamente sofferta decisione. E senza capacitarsi che, tra le cause indirette che l’hanno determinata, c’e’ la sua stessa connivenza nei confronti del materiale protetto da forme canoniche di copyright, e la sua completa inazione a supporto di quello rilasciato con licenze libere (Creative Commons in primis, pubblico dominio in secundis). Per motivi mai chiariti – o quantomeno da me mai compresi – secondo FSF le celebri quattro liberta’ devono essere scrupolosamente e maniacalmente attribuite solo al software, tanto che una licenza vagamente non-commerciale e’ motivo piu’ che sufficiente per mettere alla gogna un progetto di sviluppo anche laddove tutto il codice sia accessibile e modificabile e ridistribuibile, mentre per tutto il resto “della licenza chissenefrega, se ho voglia di condividere un film lo faccio ignorando la volonta’ dell’autore”. Peccato che perseguendo tale politica il pubblico continui a chiedere sempre e solo Vasco Rossi, e l’industria classica continui ad avere il coltello dalla parte del manico (nonche’ ulteriori ottimi motivi per rafforzare l’adozione del DRM, e condurre attivita’ lobbistica per ottenere leggi proibizioniste).

Il software libero non puo’ essere una causa fine a se’ stessa. Cosiccome il software in generale non e’ – o ha comunque smesso di essere – un prodotto fine a se’ stesso. L’hanno capito Apple, Google e molti gli altri colossi hi-tech (incidentalemente quelli di maggior successo), che sempre piu’ diventano media-company ed editori per i quali il software e l’hardware sono solo strumenti e piattaforme convenienti per distribuire media. iTunes non e’ un programma, ma un canale di comunicazione. Come Google Play. Pure se domani dovesse essere rilasciato per intero il loro codice sorgente in licenza GPLv3 non aumenterebbe la liberta’ di nessuno, continuerebbero ad essere clients per servizi di erogazione di contenuti chiusi su cui il consumatore finale non avrebbe alcun diritto in piu’ rispetto ad oggi.

Il software libero e’ e deve essere parte integrante di una causa piu’ grande. Perche’ io, da utente, sono libero se dal mio sistema operativo libero, usando il mio programma libero, posso fruire di materiale libero. Perche’ noi, come comunita’, siamo liberi nel momento in cui uno dei nostri piu’ antichi e solidi alleati non e’ costretto dalle circostanze a chiudere un occhio e mezzo per la sua stessa sopravvivenza.

Autopsia

21 aprile 2014

E’ stato trovato un grave bug in una importante libreria opensource, che giaceva inosservato da ben due anni. Le reazioni: l’opensource e’ in declino, anzi sta morendo, anzi e’ gia’ morto.

Certo rispetto a quindici anni fa l’asticella si e’ alzata, le aspettative del pubblico e del mercato sono sempre piu’ alte, i tempi di sviluppo e manutenzione e perfezionamento di un progetto software – open o closed che sia – devono essere sempre piu’ stretti, le risorse umane richieste crescono, ma tutto questo penso sia una evoluzione naturale di qualsiasi settore produttivo. Dichiarare che “l’opensource e’ morto” semplicemente perche’ un programmatore volontario ha commesso un errore e nessuno lo ha notato equivale alla polemica secondo cui “i LUG non servono piu'”: le cose non vanno piu’ come nel 2000, dunque non resta che farci prendere dalla nostalgia. Ma i tempi cambiano, continuano a cambiare e sempre cambieranno, cambiano i requisiti ed i presupposti, devono cambiare i modi e le modalita’. Una ben nota pubblicita’ promossa da IBM intorno al 2003, che aveva come protagonista un biondo bambino personificazione incarnata di Linux, citava Charles Darwin: “a sopravvivere non e’ la specie piu’ forte, e neppure quella piu’ intelligente, ma quella che sa meglio adattarsi ai cambiamenti”: credo che codesto postulato sia ancora valido, e che cio’ che serve non siano piagnistei e lamentazioni di facile impatto popolare e populista ma adattamenti. Economici (piu’ soldi da destinare a pagare persone che svolgano il lavoro), quantitativi (piu’ persone che possano spartirsi il lavoro in modo cooperativo), ed in qualche misura “politici”.

Se davvero qualcosa e’ morto, o quantomeno indebolito, all’interno del movimento freesoftware, la ragione non va cercata nel singolo sbaglio di un singolo programmatore quanto nelle cause che impediscono ed ostacolano i tre adattamenti di cui sopra. Riassumibili – semplicisticamente e superficialmente – in una persona, o meglio un personaggio: Richard Stallman.

Il video del suo ennesimo talk tenuto un mese fa a Milano e’ l’emblema della stasi che attanaglia una intera comunita': due ore di parole gia’ ripetute centinaia e migliaia di volte, dall’epica storia del progetto GNU (che in trent’anni ha solo marginalmente raggiunto un qualsivoglia obiettivo) alle invettive contro le multinazionali lanciate sorseggiando golate di Pepsi, dalle raccomandazioni a non usare il termine “opensource” per evitare confusione da parte del pubblico alle arzigogolate argomentazioni secondo cui condividere opere culturali e’ doveroso pero’ i video che lo rappresentano non possono essere modificati pero’ remixare e’ un diritto negato dai potenti pero’ bisogna usare la licenza Creative Commons No Derivates pero’ francamente non c’ho capito una mazza, dalla dettagliata divagazione sul fatto che la sigla FLOSS e’ piu’ neutrale di FOSS perche’ altrimenti “Open Source” ha una lettera di rappresentanza in piu’ (…) all'”asta” finale atta a rastrellare qualche decina di euri mettendo in palio il pupazzetto di uno gnu. Non una parola sulla partecipazione attiva allo sviluppo ed al supporto, men che meno sui successi del software libero in termini di diffusione, un vago cenno scarsamente approfondito sulla presunta gratuita’ del freesoftware; solo recriminazioni e proclami dettati dalla vanagloria, lo stesso medesimo talk che e’ stato tenuto uno, due, cinque anni fa.

Certo se questo e’ il massimo che la comunita’ freesoftware riesce ad esprimere non deve stupire che tanto le risorse economiche quanto quelle umane si tengano ben lontane: nessuna azienda puo’ aver desiderio di essere esposta alla gogna nel momento in cui adopera il termine “opensource” semplicemente perche’ piu’ popolare e riconosciuto tra i suoi clienti, nessun volontario puo’ aver voglia di sorbire rimbrotti ogni volta che gli scappa di dire “Linux” anziche’ “GNU/Linux”, da questi atteggiamenti si sentono attratti e lusingati solo i sedicenti filosofi, i parassiti culturali, gli intellettuali da bar ed i sepolcri imbiancati che popolano le mailing list ma non hanno mai scritto una riga di codice manco per sbaglio.

Ed e’ dunque li’ che occorre intervenire per risollevare le sorti di un movimento, dato prematuramente per morto ma che neppure gode di salute ferrea. Facendo passare un messaggio diverso, piu’ pragmatico, piu’ concreto, che desti interesse e ispiri alla partecipazione reale. E, quando necessario, isolando e scacciando troll e imbonitori prima ancora che combinino danno sui canali interni ed esterni.

I letali virus dell’autoreferenzialita’ e dell’insoffererenza possono essere debellati. Con massicce iniezioni di collaborazione e creativita’. Ma la cura deve essere radicale.

Avanti il Prossimo

20 agosto 2013

Ci mancava solo FSFE Italia. Dopo Italian Linux Society, GFOSS, Associazione Software Libero e FSUG Italia (e sicuramente mi sono pure dimenticato qualcuno…), un’altro ente di ispirazione all’incirca nazionale sul tema del software libero. La notizia della volonta’ di aprire una sezione specificatamente italiana della Free Software Foundation Europe mi e’ solo transitata dinnanzi e non ho trovato riscontri online, ma tanto basta a farmi rizzare i capelli in testa.

Intendiamoci: in altre circostanze avrei probabilmente esaltato alla nuova, “Finalmente il pezzo da 90 scende in campo e viene a darci una mano!”, ma cosi’ non e’. Per due ragione fondamentali.

La prima e’ la gia’ esistente comunita’ nostrana legata alla fondazione, che si concretizza sull’apposita mailing list. Una sola volta ci ho avuto a che fare, e mi e’ bastata: in occasione della stesura della lettera aperta al Garante per la Privacy, in merito ad un documento PDF compilabile solo usando Adobe Acrobat Reader e nessun’altra applicazione (libera o proprietaria che sia). Passo’ l’annuncio dell’iniziativa in lista LUG, in cui si dichiarava che il suddetto documento era fruibile solo con una certa versione del programma che per Linux manco esisteva, all’ennesima mail di lamentazioni volli toccare con mano e constatai empiricamente che tale assunto era falso. Dieci persone coinvolte, impegnate a scambiarsi commenti sull’intollerabilita’ dell’episodio, e nessuno aveva neppure verificato le accuse che stavano per essere inviate all’istituzione incaricata di vigilare su uno dei temi collaterali piu’ prossimi a quello del software libero, la privacy, e dunque con cui sarebbe conveniente mantenere dei rapporti quantomeno cordiali. A seguito della mia mail di notifica il testo della lettera venne modificato e l’impatto dell’azione venne pesantemente ridimensionato, ma indubbiamente qualche perplessita’ sulla credibilita’ del nucleo italiano di FSFE mi e’ rimasta fin da allora.

Il secondo motivo di dubbio e’ legato al conflitto di interessi nei confronti dei costumi tipicamente italiani. In concreto: il Linux Day, che essendo da sempre motivo di polemiche e lamentele all’interno della comunita’ nostrana non puo’ non avere un ruolo anche sulle dispute internazionali. FSF di suo promuove il Software Freedom Day: stesso format del Linux Day (eventi distribuiti organizzati dai gruppi locali tutti nello stesso giorno), ma di respiro internazionale e, soprattutto, a settembre. Ovvero: in un periodo tradizionalmente difficile per l’Italia, che si sta rimettendo in moto dopo la classica chiusura per ferie nazionale del mese di agosto. Dettaglio logistico non da poco, in quanto va ad inficiare su tutta la gia’ difficile organizzazione di tale genere di manifestazioni, ma ciononostante non mancano (ovviamente) coloro che non badano alla realta’ dei fatti e regolarmente propongono di soppiantare l’evento Made in Italy in nome di quello mondiale (che poi forse cosi’ mondiale non e': nel 2012 sono state registrate 301 iniziative, poco piu’ del doppio dei Linux Day svolti nella sola Italia il mese successivo). A parte la diretta collisione degli intenti, va inoltre – nuovamente – rammentata la mai sciolta questione del nome “Linux Day” in luogo di “GNU/Linux Day”: Stallman stesso si e’ piu’ volte espresso in merito alla questione, arrivando a scrivere in una mail dello scorso luglio

[...] This means that ILS would cooperate with those groups that use the term “GNU/Linux Day”, and we would avoid splitting the community.

Arrivare a minacciare (con garbo) di spezzare la comunita’ nazionale proprio sull’unico punto in cui e’ piu’ o meno all’incirca unita per pura vanagloria certo non e’ una buona premessa, ne’ un buon precedente.

La concomitanza di questi due fattori – la presenza di un gruppo di coloni FSFE molto poco credibile che agiscono senza cognizione di causa e viene legittimato dal Gran Visir del Movimento a piantar grane – certo non rende rosee le prospettive per l’insediamento di FSFE Italia. Troppi i possibili punti di attrito con la gia’ traballante struttura nazionale locale, anzi troppi i punti di attrito gia’ esistenti che non possono che inasprirsi con l’ufficializzazione dell’interlocutore.

Al momento non resta che capire nomi e cognomi di chi e’ coinvolto direttamente in tale iniziativa, per sapere se iniziare a pensare male o malissimo. Se va male avremo solo un ennesimo nome – oltre a quelli citati in apertura – in coda agli appelli che periodicamente vengono spediti a enti e istituzioni varie, appelli che tutti tengono sempre a firmare e sottoscrivere per assecondare in modo inutile iniziative gia’ di per loro inutili. Se va malissimo… ci saranno ancora piu’ gatte da pelare, ed ancora piu’ tempo da dedicare alla mediazione interna anziche’ all’azione esterna.

Avanti il prossimo. Piu’ gente entra, piu’ bestie si vedono.

E Se…

11 agosto 2013

Qualche tempo fa si scherzava tra nerd, e qualcuno tra serio e faceto esclamo’ “Pensate se Free Software Foundation avesse finito Hurd ed il sistema operativo GNU fosse stato completo!”. Io ridacchiai, pensando allo stato attuale di Hurd e alla definizione di “finito”. Dopo un secondo mi son fatto serio. E dopo un altro secondo mi e’ stato impossibile evitare di dichiarare ad alta voce “Sarebbe stata la catastrofe”.

Come immagino tutti i lettori di questo blog sanno (e se no, sapevatelo) nell’era pre-opensource Stallman e compagnia si erano messi in testa di fare un sistema operativo completamente libero, e dopo aver scritto l’editor di testo per scrivere il codice, il compilatore per compilarlo, ed il debugger per debuggarlo, si piantarono nell’implementazione del kernel. Ovvero il pezzo che serviva ad eseguirlo, quello che stando a quanto che mi hanno insegnato all’universita’ e’ il sistema operativo propriamente definito. E, posti dinnanzi alla difficile scelta di rimandare il raggiungimento dell’obiettivo primario al 2043 o di sfruttare l’alternativa che gli era stata presentata su un piatto d’argento – il kernel Linux sviluppato da Linus Torvalds dalla parte opposta del pianeta – fecero buon viso a cattivo gioco ed optarono per la seconda, iniziando a costruire intorno ad esso. A cio’ si deve la doppia dicitura GNU/Linux, che a tutt’oggi caratterizza pressoche’ tutte le distribuzioni installate sui nostri PC e buona parte di grane e grattacapi all’interno della community.

E’ successo pero’ che Stallman e Torvalds non siano proprio sempre d’accordo su tutto: il primo ha una visione estremamente rigida ed inflessibile sulla liberta’ del software, il secondo ha un approccio piu’ libertario e pragmatico. Ed e’ cosi’ che al kernel Linux possono essere agganciati anche moduli non liberi senza eccessivi patemi, permette di inizializzare i driver con informazioni che si trovano in file di firmware pre-compilati, e contiene esso stesso blob binari di cui nessuno ha il codice sorgente che li ha generati. Insomma: una buona parte dell’hardware supportato da Linux, e’ supportato – che lo si voglia o no – in virtu’ di componenti tutt’altro che liberi. E tutti sappiamo quanto il supporto all’hardware sia fattore enormemente critico nella diffusione, soprattutto in ambiente desktop.

Se FSF avesse completato Hurd, non avesse dovuto ricorrere a Linux come kernel del proprio sistema, e non avesse dovuto dipendere dal reazionario Torvalds, tutto questo semplicemente non sarebbe successo: niente driver proprietari, niente blob binari, niente supporto hardware, e niente pubblico. Stallman lo ha sempre espressamente dichiarato: l’importante e’ garantire la massima apertura del codice, non raggiungere il piu’ ampio numero possibile di persone; data questa premessa mai si sarebbe piegato ad accettare compromessi nel suo sistema, e certo nessuno lo avrebbe supplicato per farlo. Qualcuno potra’ oggi sostenere che in fin dei conti le odierne gNewSense e Trisquel, distribuzioni “halal” benedette da Free Software Foundation che montano una versione speciale del kernel Linux “epurato” dai bit proibiti, in fin dei conti riconoscono una buona quantita’ di dispositivi – benche’ mai tanti quanti una piu’ lasciva Ubuntu – ma va detto che a questo punto ci siamo arrivati solo dopo venti anni di lenta ma costante espansione ed un coinvolgimento di un numero massivo di sviluppatori; se l’esperienza Linux (o in questo caso GNU) non fosse stata in un certo qual modo semplificata e resa piu’ morbida fin dall’inizio, sarebbe stato ben difficile avere tale progressivo coinvolgimento.

Ma va considerato anche un altro aspetto, meno appariscente ma probabilmente piu’ rilevante: GNU sarebbe stato certamente un sistema operativo libero, ma molto poco opensource. Fin dall’inizio della sua missione Stallman non si e’ mai dimostrato particolarmente incline ad accettare patch e correzioni dal mondo esterno, come ci racconta Eric Raymond nel celeberrimo “La Cattedrale ed il Bazaar” (nel saggio, Emacs e GCC rientrano nella categoria “Cattedrale”), e il “caso GnuTLS” del dicembre scorso ci racconta che le cose non sono cambiate nel tempo: a fronte di alcuni contrasti con lo sviluppatore principale appunto di GnuTLS in merito alla governance interna del progetto GNU, saltarono fuori dichiarazioni del calibro di “There is no process for decision making or transparency in GNU. The only existing process I saw is ‘Stallman said so'”. Torvalds non e’ uno stinco di santo e lo sappiamo tutti (per dirne due: CFS e ReiserFS 4), ma e’ legittimo chiedersi quanti componenti, anche importanti, non sarebbero stati inclusi nel kernel GNU sotto una guida puritana ed ortodossa: l’implementazione del protocollo SMB, indispensabile per interoperare con la condivisione file di Windows? I vari moduli per la virtualizzazione, che a loro volta permettono di eseguire altri sistemi operativi non necessariamente liberi? Per non parlare del supporto al DRM, che ha determinato una apertura spaccatura tra Torvalds e Stallman.

“Altola’! Hurd e’ sempre stato progettato come un micro-kernel, dunque chiunque avrebbe potuto implementare i suoi moduli anche senza il permesso di Stallman, ci sarebbero state tutte le funzioni del mondo e avremmo potuto cantare Kumbaya nudi sulla spiaggia!”. O forse no. Torvalds stesso, nel primo annuncio assoluto del suo kernel amatoriale, prendeva le distanze dal progetto GNU definendolo “professionale”: qualcosa di lontano, intoccabile, etereo. Vien da pensare che non fosse l’unico a vederla cosi’ – anche in funzione della gia’ citata tendenza a non accogliere in modo particolarmente entusiastico i contributi provenienti dai comuni mortali fuori da FSF – e che dunque il mondo GNU sia sempre stato visto – e sempre sarebbe stato visto – come un mondo parallelo. Talmente parallelo che, forse, non ci sarebbero neppure state “distribuzioni” messe insieme spontaneamente dalla community, come nella notte dei tempi e’ successo per Debian e Slackware: perche’ occuparsene, quando ci avrebbe pensato gia’ FSF? E delle distribuzioni “commerciali”, manco a parlarne: se mai una Red Hat o una Novell avessero messo mano a GNU, lo avessero compilato per proprio conto, e per una qualche necessita’ di esigenza dei propri clienti ci avessero aggiunto anche per sbaglio un qualche componente proprietario (cosa assai facilmente credibile, soprattutto all’inizio, quando necessariamente non ci poteva ancora essere una implementazione libera di ogni cosa), la contro-propaganda sarebbe stata sufficientemente spinta da fare terra bruciata intorno all’aspirante imprenditore. Gia’ oggi possiamo osservare l’attitudine dei nostri alla polemica nei confronti di Canonical, che, pur talvolta andando oggettivamente oltre il lecito, prova a far sfondare la sua Ubuntu sul mercato di massa benche’ la Fondazione non perda una singola occasione per muovere rimostranze piu’ o meno fondate (e, conseguentemente, tenendo lontani i potenziali collaboratori esterni al progetto open); figurarsi se fossero ancor piu’ direttamente toccati dalla questione, ovvero se Canonical cercasse di “manomettere” il loro proprio sistema operativo!

Alla luce di tutte queste considerazioni, c’e’ di che’ ringraziare che le cose siano andate cosi’ come sono andate. Il governo delle larghe intese gnulinuxaro, in cui devono necessariamente convivere scuole di pensiero diverse e persino contrastanti, forse non e’ il migliore possibile ma, pur non facendo contento nessuno (esattamente come la sua controparte parlamentare italiana) permette di non eccedere in nessuna direzione ed avere un ambiente bilanciato tra principi e pragmatismo (contrariamente alla sua controparte parlamentare italiana).

E se ci fosse stato Hurd? Sarebbe stata la catastrofe.

Statisticamente

1 maggio 2013

Oramai sempre piu’ spesso ripeto che ho smesso di credere nelle mailing list come mezzo di coordinamento ed organizzazione per la community linuxara italiana. E non si tratta di una opinione immotivata, magari sottilmente dettata dall’abitudine ad un mezzo di comunicazione antico come l’opensource o peggio di una velleita’ pseudo-innovativa verso altri strumenti piu’ social 2.0 (di cui peraltro non me ne viene in mente nessuno altrettanto efficiente), bensi’ di una constatazione statistica.

Fatti 100 gli iscritti ad una mailing list linuxara (ed intendo una lista nazionale qualunque), il pubblico e’ sommariamente cosi’ ripartito:

  • 80 lurker. Non scrivono mai, o forse hanno scritto una volta in tre anni, e neppure sempre leggono. Me ne sono capitati alcuni che nelle rispettive caselle di posta hanno impostato un filtro che redirige i messaggi destinati alla lista cui sono iscritti direttamente nel cestino. Altri, i piu’, si sono registrati per “tenersi informati”, ovvero sapere di cosa stanno parlando gli altri, e questo in generale e’ un sintomo della mancanza di altri canali di informazione interni alla community stessa. Nella maggior parte dei casi, la loro presenza e’ uno spreco di risorse in termini di banda per inoltrare le mail in transito
  • 10 commentatori allo sbaraglio. Persone che, quasi sempre in buona fede, fanno commenti fuori luogo, pubblicano opinioni inutili e banali, condividono proposte impossibili da attuare e senza una visione di insieme, salvo poi scomparire nel momento in cui c’e’ da metterle in atto. Sono coloro che, nell’intimo, realmente sono convinti di star dando un contributo alla community e alla crescita del software libero semplicemente dicendo la loro e partecipando al discorso. All’implementazione ci pensera’ qualcun’altro (quasi sempre qui ci si appella a “quelli di ILS”). La mia preferita e’ certamente Elena of Valhalla
  • 5 troll. Inconsapevoli e non. Scrivono per affossare qualsiasi idea, adducendo a qualsiasi motivo, spesso con toni arroganti e altre volte saccenti. In questa categoria si concentrano soprattutto i “Tutori della Liberta'”, quelli per i quali Stallman ha sempre ragione (a prescindere) e scrivere Linux anziche’ GNU/Linux e’ un peccato mortale. Sono la causa principale del progressivo spopolamento delle mailing list: i loro interventi a gamba tesa fanno desistere qualunque altro aspirante partecipante – magari non ancora iniziato ai misteri della Sacra Terminologia – a dire la propria. Tra questi mi e’ impossibile non citare Grillini in qualsiasi lista @linux.it, Menardi del gruppo WiiLD e Bertorello su Discussioni@AsSoLi
  • 3 sono quelli che cercano di portare ad un dialogo costruttivo, o meglio ad un dialogo che possa servire a costruire qualcosa. E non mi riferisco solo al “costruire opinione”, ma a far uscire dal gruppo di persone un risultato tangibile che possa avere un impatto anche fuori dal canale. Menzione d’onore qui per Menini, Ruffoni e anche per Salvi (che non sempre riesce, ma e’ estremamente apprezzabile come almeno ci provi)
  • 2 spammer. Scrivono al quasi esclusivo scopo di mettere in evidenza il proprio progetto / il proprio sito / la propria associazione, approfittando dell’ampio pubblico papabile raggiungibile comodamente per mezzo della lista. Gli spammer ruotano abbastanza rapidamente nel tempo: vedendo che nessuno mai se li fila, cedono nella loro attivita’ promozionale e lasciano il posto al prossimo esponente di categoria. Emerita eccezione alla regola: Fioretti in lista Discussioni@AsSoLi, un sempreverde che da anni impassibilmente tenta di portare qualsiasi conversazione in corso sul proprio blog personale. Sulla lista NeXa – non propriamente linuxara, ma attinente – la proporzione spammer / lurker e’ invertita

Date queste precondizioni, e’ evidente che difficilmente qualcosa di buono possa uscire ad oggi dalle mailing list: la situazione e’ “fucked up beyond any repair“, qualche minore intervento correttivo puo’ essere operato (nell’ultimo mese ho inviato due richiami formali a due membri di LinuxDay-Idee dal linguaggio poco consono) ma nulla che possa invertire la tendenza.

Del resto, servirebbe a qualcosa? Gia’ oggi un messaggio pubblicato sulla pagina Facebook del Linux Day raggiunge un pubblico assai piu’ ampio (e variegato, non composto da soli nerd accaniti) che non LUG@ILS, LinuxDay@ILS, Scuola@ILS e Discussioni@AsSoLi messe insieme (assunto che buona parte degli iscritti a tali liste sono sempre gli stessi), e altrettanto si puo’ dire della newsletter ILS. Certo questi sono canali per lo piu’ monodirezionali, che lasciano poco spazio al confronto, ma intanto anche sulle liste – come dimostrato sopra – il confronto e’ oramai morto ed allo stesso tempo le comunicazioni uno-a-molti permettono di isolare piu’ facilmente troll, spammer e tutto quel rumore di fondo che ha tenuto lontani i profani per tutto questo tempo.

Io stesso mi trovo sempre meno spesso a chiedere commenti o pareri su una delle numerose liste cui sono iscritto. Perche’ dopo anni che provo a farlo ben raramente ho trovato un riscontro ed ottenuto delle ispirazioni determinanti (per non parlare di collaboratori), perche’ mi sono stufato di leggere sempre le stesse risposte (anche a domande diverse!), e perche’ costruire un consenso e’ estremamente difficile e comunque l’eventuale decisione presa sara’ comunque contestata aspramente da altri, dunque tanto vale saltare la velleitaria fase di confronto ed arrivare direttamente ai fatti. Statisticamente, non puo’ funzionare.

Piu’ Uguali degli Altri

7 luglio 2012

L’altro giorno, assumendo la quotidiana dose di news tecnologiche, ho trovato su LWN un riferimento all’intento di far rientrare Debian tra le distribuzioni formalmente approvate da Free Software Foundation. Ovvero di renderla completamente esente da software proprietario, o quantomeno – come specifica Stefano Zacchiroli, attuale leader della community Debian, nella mail che annuncia l’iniziativa – rendere piu’ esplicita e palese la separazione tra i componenti “main” (i pacchetti riconosciuti come parte integrante del progetto, che si assumono essere gia’ tutti freesoftware) da quelli “contrib” e “non-free” (tra cui, per definizione, si trovano anche elementi non completamente liberi ed in alcuni casi manco lontanamente opensource).

Alche’ ho cliccato sul link alla pagina a mio parere piu’ interessante, cioe’ quella che enumera i pacchetti che stando a Free Software Foundation rendono una distribuzione non degna di essere riconosciuta ed approvata, ed ho trovato svariate sorprese.

Passi unrar, che benche’ utilissimo viene distribuito con una licenza non libera. Passino i driver ipw2100, che benche’ siano l’unica speranza che un utente Linux ha di far funzionare alcuni modelli di schede wireless sono rigorosamente closed. Passi se proprio vogliamo anche AcetoneISO, che e’ un wrapper malamente messo insieme di una applicazione completamente proprietaria e senza la sua installazione non funge (dunque tanto vale). Ma che dire di Firefox? O di Liferea? O, udite udite, dello stesso apt, l’applicazione piu’ caratterizzante di Debian?

Il primo “raccomanda” software proprietario: quando incappa in un contenuto Flash consiglia di scaricare il plugin relativo dal sito Adobe. Il secondo “raccomanda” il primo come browser con cui aprire i contenuti che appaiono nei feed RSS, dunque per dipendenza non e’ accettabile. Per il terzo – e qui viene la chicca – viene dichiarato “Example sources.list files in the documentation refer to repositories with nonfree software“. Insomma, nella documentazione c’e’ scritto che se l’utente vuole puo’ scaricare persino software non libero.

L’elenco di spunti al limite del tragicomico non si ferma qui. unetbootin, comune applicazione per riversare una ISO bootabile su chiavetta USB, menziona (orrore!) nel pannello di configurazione distribuzioni che non sono a loro volta approvate da Free Software Foundation e va dunque soppresso. Thunderbird integra (raccapriccio!) la ricerca su motori non liberi – o almeno questo mi sembra di intuire dalla segnalazione originale del “problema”, in quanto i files specificati sono XML liberamente consultabili e rilasciati con licenza MPL la quale e’ regolarmente freesoftware-compliant -, e va dunque epurato da tale male. Mac-On-Linux… beh, e’ palese, permette di eseguire, emulandolo, un sistema operativo non libero dunque non e’ accettabile. A voler fare i pignoli si potrebbe anche spendere una parola sul caso di screenlets, imputato del fatto che “potrebbe” (!) contenere dati – dati, non codice – non liberi laddove nelle “Guidelines for Free System Distributions” che fungono da riferimento per codesta monumentale opera di accanimento e’ scritto chiaro e tondo che “Data that isn’t functional, that doesn’t do a practical job, is more of an adornment to the system’s software than a part of it. [...] This kind of data can be part of a free system distribution, even though its license does not qualify as free, because it is non-functional“: chiaramente qualcuno ha un tantino ecceduto con lo zelo.

Fatta questa panoramica dei punti salienti, arriviamo al nocciolo: secondo quale cortocircuito logico Free Software Foundation eroga la propria approvazione – e, di fatto, compie atto di ingerenza nei confronti dell’intera community – chiedendo revoca della liberta’ 0 caratterizzante del software libero, ovvero (cito dal sito della Foundation stessa) “Libertà di eseguire il programma, per qualsiasi scopo”. Tolti i primi esempi di componenti effettivamente proprietari, e dunque legittimamente candidati alla rimozione, tutte le sopra menzionate applicazioni sono free (e pure open, per buona misura) da cima a fondo, rilasciate con licenze che rispettano tutti i dogmi, aperte e libere ed accessibili. In virtu’ di quale editto alcuni software liberi sono “piu’ uguali degli altri”, e tali altri devono essere discriminati, additati, marchiati ed affossati? In che misura il fatto di “raccomandare” componenti non liberi – magari non per malafede, ma per assenza di alternative decorose – impatta sull'”essere libero”?

Risposta non c’e’, ma ci sono almeno due corollari.

Il primo: anche BOINC, applicazione alla base del popolarissimo progetto “SETI@Home“, compare nella lista di imputati in quanto “boinc downloads nonfree apps” – facendo riferimento al fatto che la piattaforma viene usata semplicemente per schedulare istruzioni che arrivano dall’esterno. Ma io mi domando e chiedo: non e’ questo lo stesso medesimo meccanismo con cui funziona Gnash, ovvero l’implementazione “libera” (per quanto libera possa essere l’implementazione di un formato chiuso…) di Flash? Che differenza c’e’ tra BOINC che scarica ed esegue una applicazione binaria, e Gnash che scarica ed esegue un SWF da un sito?

Il secondo: ripetutamente nella pagina in oggetto si raccomanda di sostituire i vari web browser – Firefox, Chromium, Galeon, tutti rei di consigliare occasionalmente agli utenti di utilizzare plugins non liberi per la fruizione dei contenuti – con IceCat, fork made in FSF e dunque corretto per usare solo estensioni e plugins free. Eppure a me risulta – potrei sbagliare, non avendo mai provato IceCat, ma son quasi certo sia cosi’ – che anche IceCat permetta di eseguire applicazioni non libere. Mi riferisco ai “blob Javascript” che impazzano sull’Internet, ovvero quei blocchi di codice che per ragioni di performance ed ottimizzazione vengono “compressi” prima di essere inviati all’utente che ne fruisce e che pertanto non risultano piu’ ne’ leggibili ne’ comprensibili. I quali sono stati aspramente criticati qualche tempo fa da Stallman in persona, che li ha definiti a tutti gli effetti software chiuso. Forse l’interprete Javascript di IceCat implementa la notazione suggerita nel sopra linkato articolo per reperire la forma sorgente e si rifiuta di eseguire codice offuscato e non intelligibile? No? E allora, per coerenza, anche IceCat deve essere rimosso dalla lista di applicazioni “benedette”.

Personalmente, come si sara’ oramai capito, non amo particolarmente l’iniziativa FSF di etichettare le distribuzioni GNU/Linux in “buone” e “cattive”, in quanto comporta un ennesimo motivo di divisione. Come se gia’ non ce ne fossero abbastanza nella nostra martoriata community. E per quanto la mia posizione, in gran parte soggettiva, sia opinabile, altrettanto opinabile ritengo il modo oggettivamente incoerente e raffazzonata di condurre questa campagna, che un po’ troppo spesso devia dalla volonta’ di tutelare la liberta’ degli utenti – scopo nobile ed elevato – alla mera propaganda di un ente, Free Software Foundation stessa, che evidentemente per avere un ruolo deve inventarselo di sana pianta.

L’Alternativa Precoce

22 febbraio 2012

L’altro giorno e’ circolata sulle mailing list linuxare (o, almeno, su Annunci@ILS) una mail. Questa. E non nego di esserne stato colpito, sia per i contenuti che per i firmatari.

In breve, essa annuncia la costituzione della Rete Italiana dell’Open Source Professionale (questo dovrebbe essere il sito, al momento alquanto vuoto), nuovo ente regolamentato secondo i criteri di legge sulle “reti di imprese” che mira a potenziare e sfruttare al meglio la collaborazione tra aziende che sull’opensource fondano il proprio business model. Proposito ottimo, ma che non suona nuovo. Anzi, suona ancor meno nuovo a fronte del fatto che una iniziativa in tutto e per tutto analoga – se non per i dettagli tecnici – e’ stata formalizzata meno di tre mesi fa a Roma: l’Associazione Imprese Software Libero. Forse i promotori della Rete hanno annunciato la propria iniziativa senza essere a conoscenza di AISL, considerando anche la (purtroppo) scarsa visibilita’ di cui gode attualmente lo spin-off ufficioso dell’Associazione Software Libero? Non credo, considerando che tra i firmatari dell’appello c’e’ anche Flavia Marzano, che di AISL e’ vice-presidente.

Proprio a Flavia Marzano ho istantaneamente mandato una mail per avere qualche delucidazione, ed essa mi ha rimandato alla discussione tenutasi, con mio ulteriore stupore, proprio sulla mailing list di AISL (che si trova qui, benche’ non ne abbia trovato un link sul sito. Si noti che l’archivio non e’ pubblico, ma basta iscriversi ed attendere la – nel mio caso, estremamente celere – approvazione della propria richiesta). Qui ho trovato un thread di nove mail, iniziato sabato 18 febbraio, con sei partecipanti: il proponente, uno che ha appoggiato subito l’idea, due che chiedevano maggiori informazioni e due che si chiedevano l’utilita’ della ridondanza Rete/AISL. La decima mail e’ stata quella di annuncio (la medesima riportata, come detto, pubblicamente).

Le domande, a questo punto, sorgono spontaneamente ed in copiosa quantita’.

Per quale motivo creare un nuovo ente parallelo ad AISL? E, soprattutto, perche’ adesso? Quando poco tempo fa contattai AISL per avere qualche dritta in merito ai contenuti di BusinessMap.it (episodio qui narrato), emerse che la giovane realta’ associativa ancora non aveva avuto modo di raccogliere proseliti ed aderenti. Cosa piu’ che comprensibile, essendo nata due mesi prima ed oltretutto in prossimita’ delle festivita’ natalizie. Ma a fronte di tale temporaneo vuoto, qual’e’ il senso di avviare entro cosi’ breve tempo un’altra attivita’, forse diversa nei metodi formali ma identica negli scopi? Avrei potuto capire se AISL fosse nata due anni fa ed avesse fallito nei suoi intenti, e dunque qualcuno volesse ricominciare da zero implementando un diverso approccio, ma quale strategia viene attuata nel proporre adesso, gia’ in partenza, alle aziende del settore di entrare a far parte di due enti diversi e uguali anziche’ uno solo?

A fronte di tali constatazioni, appare particolarmente imbarazzante il paragrafo della mail di proclamazione che dice:

il brand di Rete e l’azione di “lobbing”*. L’organismo “Rete” promuove, con il suo brand, azioni di marketing a favore di tutte le sue aziende, permettendo loro di aumentare la propria visibilità tramite azioni che probabilmente sarebbero troppo onerose per la singola azienda (partecipazione ad eventi come ForumPA, SMAU, ecc…, presentazioni a PA, a grandi system integrator e ad associazioni di categoria come Confindustria, ANIA, ecc..). Inoltre il soggetto “Rete” è un interlocutore diretto con i livelli politico/amministrativi, nel rappresentare le esigenze, le proposte e le opportunità che provengono da una realtà economica diffusa, coesa ed attiva

Tutte queste cose non dovrebbero essere competenza di AISL? Non e’ per questi motivi che AISL e’ sorta? Se si: cosa spinge alcuni soci AISL (e la sua stessa vice-presidente) a promuovere una alternativa il giorno dopo aver aderito ad AISL? Spero che almeno parte delle risposte arrivino il 2 marzo, imminente data in cui e’ stato fissato il primo incontro della Rete (cui non posso partecipare neppure in videoconferenza per pregressi impegni di lavoro, ma di cui auspico sara’ pubblicata la registrazione audio/video).

Perche’ se da una parte posso essere lieto della proliferazione di iniziative e spunti, dall’altra non riesco a non essere perplesso dall’eccessiva abbondanza di progetti concorrenti, tantopiu’ in un settore delicato come quello dell’industria. Ottime le alternative; un po’ meno quelle precoci.

Redenzione

27 gennaio 2012

Da tempo ho raggiunto ed oltrepassato la soglia di sopportazione sullo sciagurato stato in cui versa Italian Linux Society. Sia perche’ l’immobilismo e l’indifferenza della prima e piu’ grande associazione pro-linuxara in Italia e’, per usare un eufenismo, imbarazzante. Sia perche’ a suddetta inedia tendo ad imputare (a torto o a ragione, vedete voi) quella del resto della community, soprattutto dei gruppi piu’ piccoli e con scarsa iniziativa interna: senza spunti non c’e’ una direzione, senza direzione non c’e’ azione, senza azione ci si riduce a guardarsi in faccia l’un l’altro o, nella migliore delle ipotesi, a piagnugolare e lamentarsi sulle mailing list di nerd quando giunge notizia di questo o quell’accordo tra Governo e MultinazionaleAmericanaConSedeARedmond(OACupertino) e simili.

Piu’ recentemente a questi motivi se ne e’ aggiunto un altro: la consapevolezza che questo stato di cose non e’ minimamente percepito da coloro che potrebbero porvi rimedio.

Nelle ultime settimane ho avuto modo di esporre il mio disagio a piu’ di un membro del Direttivo ILS, e in assoluto la frase che piu’ spesso mi son sentito dire, ripetuta come un mantra, e’ stata “Non e’ colpa del direttivo e/o del presidente, ma dei soci dell’associazione che non si muovono”. Dichiarazione da cui non puo’ emergere altro che disappunto.

In primis, perche’ evidentemente invece di cercare le cause del problema si cercano capri espiatori. “Non sono stato io” e “Non e’ colpa mia” sono decisamente le espressioni piu’ amate dagli italiani: in tutti i casi l’importante non e’ risolvere ma tirarsene fuori, e far cadere la responsabilita’ su qualcun’altro, al quale fantomatico qualcun’altro spetta di individuare spontaneamente la soluzione. Ma dal Direttivo, in quanto Direttivo, sarebbe legittimo aspettarsi un atteggiamento piu’ propositivo, proattivo, e magari anche creativo. Atteggiamento che non ho mai avuto il piacere di riscontrare.

Tutto questo, quel “i soci” citati, comunque implicherebbe il presupposto che ILS sia una entita’ chiusa ed isolata. Cosa che non e’. Il secondo motivo di perplessita’ nei confronti della scusa accampata sta nel fatto che evidentemente il Direttivo non si capacita del fatto che le persone attive sono attive indipendentemente dal fatto che abbiano o non abbiano una tessera associativa in tasca, e neanche si capacita del suo ruolo di riferimento primario sull’intera scena freesoftware italiana. Gli Users Groups che ogni anno aderiscono al Linux Day, iniziativa promossa appunto dall’associazione nazionale ed unica nel suo genere, sono piu’ di 100, ed ho seri dubbi che tutti abbiano almeno un socio ILS al loro interno. Cosa sarebbe ILS senza di loro? E cosa sarebbero loro senza ILS? La percezione e’, ahime’, famigliare: la Society stessa soffre della sindrome di autoreferenzialita’ gia’ commentata e rintracciata in svariati altri gruppi minori. Le idee – se e quando ci sono – nascono all’interno, vengono discusse all’interno, e muoiono all’interno, senza mai neppure tentare un approccio di apertura nei confronti di coloro che pur stando fuori potrebbero essere interessate.

Ma facciamo finta che davvero i soci non collaborino. Ed ipotizziamo per assurdo che gli esterni siano stati opportunamente stuzzicati ma non vogliano saperne. E teorizziamo che un bel giorno due disgraziati (per esempio: uno di Torino ed uno di Brescia) spuntino fuori dal nulla ed esprimano, spontaneamente, il desiderio di restaurare la LugMap, sito fondamentale per informare i potenziali interessati al mondo linuxaro e guidarli verso il piu’ vicino Users Group ma, in anni di indifferenza, ridotta ad un cumulo di links defunti e in sedoparking. La reazione naturale dovrebbe essere “Gioia e tripudio! Tenete, figliuoli, il numero di telefono del sistemista del server, onde potervi organizzare per la messa online dei contenuti aggiornati! Siate benedetti!”, giusto? E invece no. La LugMap l’abbiamo rifatta per davvero, Andrea Gelmini del LugBS ed io, ma tra la negazione del database originale prima e la negazione dei riferimenti dell’addetto tecnico dopo e’ stato necessario quasi un anno prima di vedere le nuove pagine pubblicate. Un anno di mail e telefonate, conclusosi non gia’ per concessione ma perche’ siamo andati a cercarci da soli il sistemista in persona bypassando l’intero Direttivo e nella fattispecie il Presidente. Qui e qua tutti i dettagli della storia. Dovrebbe essere questo il trattamento riservato ai pochi che dimostrano buona volonta’? La diabolica “colpa dei soci” dovrebbe essere quella di non supplicare a sufficienza per ottenere quello straccio di risorsa che eventualmente chiedono per poter svolgere la propria opera a nome (e nel nome) di ILS?

Mi piacerebbe molto vederli, questi soci fannulloni, nullafacenti e magari pure boicottatori. Vedere cosa transita sulla loro mailing list privata, e vedere qual’e’ stata la loro reazione a fronte della quantita’ di proposte concrete che certamente (…) sono transitate negli ultimi mesi. Ma non posso: benche’ io stesso sia stato iscritto a ILS (da novembre, a detta del Presidente) ancora non sono stato ammesso al club in quanto non ho una casella di posta @linux.it (prerogativa appunto dei membri), la quale casella di posta e’ stata piu’ volte sollecitata in quanto, come ovviamente esplicitato, mi occorre un indirizzo istituzionale per iniziare a contattare i potenziali sponsor nazionali del Linux Day 2012, di cui mi sono preso in carico il coordinamento (io in qualita’ di socio fancazzista ricolmo di colpe) constatando la catalessi totale del Direttivo cui sarebbe naturalmente demandato il compito – praticamente, l’unico che dovrebbero svolgere durante tutto l’anno – e l’antica abitudine di iniziare ad occuparsi dell’evento ottobrino a meta’ settembre.

In piu’ di dieci anni di Society, i nomi circolati all’interno del Direttivo saranno si e no otto. Ed il Presidente e’ sempre stato lo stesso. Dal 2004, il risultato e’ stato spannometricamente questo. Data l’attuale disponibilita’ di gente motivata e volenterosa – tra cui ho l’arroganza e la presunzione di contare anche me stesso, ma svariati altri potrei nominarne – non sarebbe molto piu’ rapido attuare un cambio della guardia radicale e metter direttamente in loro mano risorse, contatti e potere decisionale anziche’ predicare la propria indifendibile innocenza e continuare ad ostinarsi a fungere da collo di bottiglia?

Dal basso della mia posizione non posso far altro che continuare a sbattere la testa sul coordinamento Linux Day, sul costante miglioramento della LugMap e sul progressivo popolamento della piu’ recente BusinessMap. Per la cancellazione delle mie colpe, in quanto pentito e contrito di non aver ancora evidentemente fatto abbastanza. Ma credo – sento, percepisco, predico – che la community abbia scontato i suoi anni di Purgatorio, e sia oramai pronta a redimersi.

La Nave dei Pirati

9 febbraio 2011

Personalmente reputo il rapporto tra “file sharing” e “liberta’ digitali” piuttosto complicato.

La tecnologia peer-to-peer e’ indubbiamente interessante ed utile, in principio perche’ permette di delegare la presenza online di grosse quantita’ di bytes che altrimenti costerebbero non poco in termini di banda e risorse se hostati su un server (esempio classico: le ISO delle distribuzioni Linux), e poi perche’ abilita una serie di altri spunti collaterali molti dei quali decisamente troppo ambiziosi ma comunque sfiziosi (come il progetto P2P-DNS, mirato alla decentralizzazione dell’infrastruttura DNS e garantire la raggiungibilita’ pure ai siti scomodi). A tali risvolti positivi e propositivi si aggrappano gli occasionali appelli per la liberizzazione e la difesa del file sharing, i quali puntualmente spuntano fuori ai primi vagiti di qualsiasi legge di qualsiasi giurisdizione finalizzata invece ad arginare magari con metodi drastici gli aspetti negativi, ovvero la pirateria ed il traffico illegale di materiale protetto da forme di copyright non permissivo.

Ma io, che penso sempre male, non sono del tutto persuaso del fatto che il download delle ISO di software libero sia l’unica motivazione di codeste ripetute e costanti levate di scudi. Un indizio di cio’ sta nella progressiva diffusione dell’argomentazione relativa alla “cultura libera”, stando alla quale tutti dovrebbero avere pieno diritto di accedere al materiale artistico (film, musica, libri…) senza dover pagare le spesso immotivate cifre chieste dagli editori cattivi e avidi. Insomma, siamo passati dal “il P2P non e’ illegale a priori, dunque non deve essere bloccato a priori” a “esiste il diritto alla cultura, dunque tutti devono poterla ottenere gratis”. Che e’ proprio tutt’altra cosa.

Partiamo da due presupposti.

Il primo e’ che i deterrenti alla pirateria sulle reti di file sharing sono alla portata di chiunque abbia un minimo di cognizione di causa: basterebbe che la Polizia Postale o chi per essa si procuri un client BitTorrent, ogni settimana pigli qualche file torrent a caso, lo metta in download, si appunti gli indirizzi IP di tutti coloro da cui scarica, e se sono nella giurisdizione italiana (controllo facile da effettuare grazie alle aree geografiche in cui sono divisi gli indirizzi) vada a bussare a qualche porta, divulgando poi la notizia della sua efficienza tecnologica sui media e facendola fare sotto agli utenti timorosi di fare la stessa fine. Il che’ implica che ogni legge che per definizione proibisca la condivisione di files a partire dal filtraggio dei dati per accertarsi della loro natura truffaldina e’ pensata male: e’ ingiusta perche’ include la presunzione di reato e la violazione della privacy, abbisogna di grandi risorse tecniche per filtrare tutto il traffico in circolazione, ed e’ una soluzione esagerata e spropositata per un problema risolvibile in modi molto piu’ semplici.

Il secondo e’ che di “cultura libera” e’ gia’ piena l’Internet, e non dubito che superi in quantita’ (ed in qualita’) quella non libera. In virtu’ dei termini temporali di scadenza del copyright, e/o della disponibilita’ di materiale prodotto ancor prima che il concetto di “copyright” esistesse, troviamo che Mozart e’ in pubblico dominio, Elvis Presley anche, Shakespeare pure, Charlie Chaplin, Salgari, pressoche’ tutti gli scrittori che ciascuno di noi ha sentito nominare a scuola. Tutti contenuti distribuibili e fruibili senza dover pagare niente a nessuno. Legalmente.

Per non parlare poi – e qui veniamo al punto – dei materiali volutamente distribuiti con licenze permissive che ne consentono la libera diffusione. Il freesoftware, ad esempio, ma anche la pletora di opere artistiche pubblicate in licenza Creative Commons. Quelle che sono solitamente bistrattate ed ignorate dal pubblico, in quanto… esso puo’ accedere gratuitamente anche alle opere teoricamente protette.

Tempo addietro scrissi un brano (ancora reperibile sul sempre ottimo archive.org) in cui sostenevo quella che considero ancora oggi una indiscutibile verita': la diffusione capillare del software libero e’ fortemente ostacolata dalla pirateria. Diciamocelo: al di la’ di tutte le fisime sulla liberta’, il riuso, ma anche sulla stabilita’ e l’efficienza, chi spenderebbe davvero 139 euro per la versione piu’ sfigata possibile di Microsoft Office anziche’ chiudere un occhio, fare il piccolo sforzo di cambiare un poco le sue abitudini pregresse, e migrare a OpenOffice? Senza neanche voler menzionare i 1000 e piu’ euro richiesti per una licenza PhotoShop, applicativo ad oggi utilizzato in larga parte da utenti per cui Gimp e’ gia’ sin troppo avanzato, o le centinaia di euro che potrebbe costare un qualsiasi videogioco commerciale laddove viene richiesto un quarto d’ora di download per avere World of Padman.

Lo stesso identico criterio puo’ essere applicato a quella che realmente puo’ essere considerata “cultura libera”, non gia’ i dischi ed i film copiati di nascosto ma i contenuti i cui autori permettono in tutto e per tutto la diffusione e magari anche la modifica e la ridistruzione. Se non esistesse la pirateria, quanti acquisterebbero i CD di Lady Gaga anziche’ usufruire di Jamendo, Magnatune e degli altri repository di musica libera (spesso gratuita, o disponibile a prezzi bassissimi e molto piu’ competitivi)?

Di fatto la pirateria, l’attingere a contenuti protetti secondo le logiche del copyright tradizionale proibizionistico e monopolistico, mina la liberta’ anziche’ estenderla. Almeno, stando alla definizione secondo cui “liberta’ e’ partecipazione”. Perche’ spinge gli utenti a fruire sempre degli stessi prodotti uniformati, gli stessi che sono impacchettati, pubblicizzati e promossi dall’industria (software house, editori, case discografiche, distributori cinematografici o chi per essi), anziche’ guardarsi attorno per cercare alternative ed incuriosirsi alle cose nuove. Conseguentemente, non disponendo dell’interesse e dell’attenzione che funge da retribuzione per i produttori di contenuti alternativi (artisti o sviluppatori), vengono a mancare le motivazioni appunto per creare e divulgare. E la cultura popolare viene fossilizzata ed indotta a seguire gusti e tendenze decise a tavolino, anziche’ quelle meritevoli e valide.

Io credo che la community faccia benissimo a difendere e proteggere il file-sharing, in quanto come detto sopra tale tecnologia ha anche e soprattutto scopi nobili e utili, ma farebbe anche bene a schierarsi con maggiore vigore ed evidenza contro gli usi illegali ed opinabili. Non per perbenismo o cautela, ma proprio perche’ la pirateria va in una direzione diametralmente opposta rispetto agli scopi prefissi. Di appelli per la tutela della condivisione ne ho letti tanti, ma di appelli alla legalita’ ben pochi, e quei pochi erano firmati da Er Piotta.

La nave dei pirati va affondata. E il forziere della cultura libera, rimasto sinora sotterrato, andrebbe infine scoperchiato.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.