Archivio per il 'Conflitti'Categoria

L’Alternativa Precoce

22 febbraio 2012

L’altro giorno e’ circolata sulle mailing list linuxare (o, almeno, su Annunci@ILS) una mail. Questa. E non nego di esserne stato colpito, sia per i contenuti che per i firmatari.

In breve, essa annuncia la costituzione della Rete Italiana dell’Open Source Professionale (questo dovrebbe essere il sito, al momento alquanto vuoto), nuovo ente regolamentato secondo i criteri di legge sulle “reti di imprese” che mira a potenziare e sfruttare al meglio la collaborazione tra aziende che sull’opensource fondano il proprio business model. Proposito ottimo, ma che non suona nuovo. Anzi, suona ancor meno nuovo a fronte del fatto che una iniziativa in tutto e per tutto analoga – se non per i dettagli tecnici – e’ stata formalizzata meno di tre mesi fa a Roma: l’Associazione Imprese Software Libero. Forse i promotori della Rete hanno annunciato la propria iniziativa senza essere a conoscenza di AISL, considerando anche la (purtroppo) scarsa visibilita’ di cui gode attualmente lo spin-off ufficioso dell’Associazione Software Libero? Non credo, considerando che tra i firmatari dell’appello c’e’ anche Flavia Marzano, che di AISL e’ vice-presidente.

Proprio a Flavia Marzano ho istantaneamente mandato una mail per avere qualche delucidazione, ed essa mi ha rimandato alla discussione tenutasi, con mio ulteriore stupore, proprio sulla mailing list di AISL (che si trova qui, benche’ non ne abbia trovato un link sul sito. Si noti che l’archivio non e’ pubblico, ma basta iscriversi ed attendere la – nel mio caso, estremamente celere – approvazione della propria richiesta). Qui ho trovato un thread di nove mail, iniziato sabato 18 febbraio, con sei partecipanti: il proponente, uno che ha appoggiato subito l’idea, due che chiedevano maggiori informazioni e due che si chiedevano l’utilita’ della ridondanza Rete/AISL. La decima mail e’ stata quella di annuncio (la medesima riportata, come detto, pubblicamente).

Le domande, a questo punto, sorgono spontaneamente ed in copiosa quantita’.

Per quale motivo creare un nuovo ente parallelo ad AISL? E, soprattutto, perche’ adesso? Quando poco tempo fa contattai AISL per avere qualche dritta in merito ai contenuti di BusinessMap.it (episodio qui narrato), emerse che la giovane realta’ associativa ancora non aveva avuto modo di raccogliere proseliti ed aderenti. Cosa piu’ che comprensibile, essendo nata due mesi prima ed oltretutto in prossimita’ delle festivita’ natalizie. Ma a fronte di tale temporaneo vuoto, qual’e’ il senso di avviare entro cosi’ breve tempo un’altra attivita’, forse diversa nei metodi formali ma identica negli scopi? Avrei potuto capire se AISL fosse nata due anni fa ed avesse fallito nei suoi intenti, e dunque qualcuno volesse ricominciare da zero implementando un diverso approccio, ma quale strategia viene attuata nel proporre adesso, gia’ in partenza, alle aziende del settore di entrare a far parte di due enti diversi e uguali anziche’ uno solo?

A fronte di tali constatazioni, appare particolarmente imbarazzante il paragrafo della mail di proclamazione che dice:

il brand di Rete e l’azione di “lobbing”*. L’organismo “Rete” promuove, con il suo brand, azioni di marketing a favore di tutte le sue aziende, permettendo loro di aumentare la propria visibilità tramite azioni che probabilmente sarebbero troppo onerose per la singola azienda (partecipazione ad eventi come ForumPA, SMAU, ecc…, presentazioni a PA, a grandi system integrator e ad associazioni di categoria come Confindustria, ANIA, ecc..). Inoltre il soggetto “Rete” è un interlocutore diretto con i livelli politico/amministrativi, nel rappresentare le esigenze, le proposte e le opportunità che provengono da una realtà economica diffusa, coesa ed attiva

Tutte queste cose non dovrebbero essere competenza di AISL? Non e’ per questi motivi che AISL e’ sorta? Se si: cosa spinge alcuni soci AISL (e la sua stessa vice-presidente) a promuovere una alternativa il giorno dopo aver aderito ad AISL? Spero che almeno parte delle risposte arrivino il 2 marzo, imminente data in cui e’ stato fissato il primo incontro della Rete (cui non posso partecipare neppure in videoconferenza per pregressi impegni di lavoro, ma di cui auspico sara’ pubblicata la registrazione audio/video).

Perche’ se da una parte posso essere lieto della proliferazione di iniziative e spunti, dall’altra non riesco a non essere perplesso dall’eccessiva abbondanza di progetti concorrenti, tantopiu’ in un settore delicato come quello dell’industria. Ottime le alternative; un po’ meno quelle precoci.

Redenzione

27 gennaio 2012

Da tempo ho raggiunto ed oltrepassato la soglia di sopportazione sullo sciagurato stato in cui versa Italian Linux Society. Sia perche’ l’immobilismo e l’indifferenza della prima e piu’ grande associazione pro-linuxara in Italia e’, per usare un eufenismo, imbarazzante. Sia perche’ a suddetta inedia tendo ad imputare (a torto o a ragione, vedete voi) quella del resto della community, soprattutto dei gruppi piu’ piccoli e con scarsa iniziativa interna: senza spunti non c’e’ una direzione, senza direzione non c’e’ azione, senza azione ci si riduce a guardarsi in faccia l’un l’altro o, nella migliore delle ipotesi, a piagnugolare e lamentarsi sulle mailing list di nerd quando giunge notizia di questo o quell’accordo tra Governo e MultinazionaleAmericanaConSedeARedmond(OACupertino) e simili.

Piu’ recentemente a questi motivi se ne e’ aggiunto un altro: la consapevolezza che questo stato di cose non e’ minimamente percepito da coloro che potrebbero porvi rimedio.

Nelle ultime settimane ho avuto modo di esporre il mio disagio a piu’ di un membro del Direttivo ILS, e in assoluto la frase che piu’ spesso mi son sentito dire, ripetuta come un mantra, e’ stata “Non e’ colpa del direttivo e/o del presidente, ma dei soci dell’associazione che non si muovono”. Dichiarazione da cui non puo’ emergere altro che disappunto.

In primis, perche’ evidentemente invece di cercare le cause del problema si cercano capri espiatori. “Non sono stato io” e “Non e’ colpa mia” sono decisamente le espressioni piu’ amate dagli italiani: in tutti i casi l’importante non e’ risolvere ma tirarsene fuori, e far cadere la responsabilita’ su qualcun’altro, al quale fantomatico qualcun’altro spetta di individuare spontaneamente la soluzione. Ma dal Direttivo, in quanto Direttivo, sarebbe legittimo aspettarsi un atteggiamento piu’ propositivo, proattivo, e magari anche creativo. Atteggiamento che non ho mai avuto il piacere di riscontrare.

Tutto questo, quel “i soci” citati, comunque implicherebbe il presupposto che ILS sia una entita’ chiusa ed isolata. Cosa che non e’. Il secondo motivo di perplessita’ nei confronti della scusa accampata sta nel fatto che evidentemente il Direttivo non si capacita del fatto che le persone attive sono attive indipendentemente dal fatto che abbiano o non abbiano una tessera associativa in tasca, e neanche si capacita del suo ruolo di riferimento primario sull’intera scena freesoftware italiana. Gli Users Groups che ogni anno aderiscono al Linux Day, iniziativa promossa appunto dall’associazione nazionale ed unica nel suo genere, sono piu’ di 100, ed ho seri dubbi che tutti abbiano almeno un socio ILS al loro interno. Cosa sarebbe ILS senza di loro? E cosa sarebbero loro senza ILS? La percezione e’, ahime’, famigliare: la Society stessa soffre della sindrome di autoreferenzialita’ gia’ commentata e rintracciata in svariati altri gruppi minori. Le idee – se e quando ci sono – nascono all’interno, vengono discusse all’interno, e muoiono all’interno, senza mai neppure tentare un approccio di apertura nei confronti di coloro che pur stando fuori potrebbero essere interessate.

Ma facciamo finta che davvero i soci non collaborino. Ed ipotizziamo per assurdo che gli esterni siano stati opportunamente stuzzicati ma non vogliano saperne. E teorizziamo che un bel giorno due disgraziati (per esempio: uno di Torino ed uno di Brescia) spuntino fuori dal nulla ed esprimano, spontaneamente, il desiderio di restaurare la LugMap, sito fondamentale per informare i potenziali interessati al mondo linuxaro e guidarli verso il piu’ vicino Users Group ma, in anni di indifferenza, ridotta ad un cumulo di links defunti e in sedoparking. La reazione naturale dovrebbe essere “Gioia e tripudio! Tenete, figliuoli, il numero di telefono del sistemista del server, onde potervi organizzare per la messa online dei contenuti aggiornati! Siate benedetti!”, giusto? E invece no. La LugMap l’abbiamo rifatta per davvero, Andrea Gelmini del LugBS ed io, ma tra la negazione del database originale prima e la negazione dei riferimenti dell’addetto tecnico dopo e’ stato necessario quasi un anno prima di vedere le nuove pagine pubblicate. Un anno di mail e telefonate, conclusosi non gia’ per concessione ma perche’ siamo andati a cercarci da soli il sistemista in persona bypassando l’intero Direttivo e nella fattispecie il Presidente. Qui e qua tutti i dettagli della storia. Dovrebbe essere questo il trattamento riservato ai pochi che dimostrano buona volonta’? La diabolica “colpa dei soci” dovrebbe essere quella di non supplicare a sufficienza per ottenere quello straccio di risorsa che eventualmente chiedono per poter svolgere la propria opera a nome (e nel nome) di ILS?

Mi piacerebbe molto vederli, questi soci fannulloni, nullafacenti e magari pure boicottatori. Vedere cosa transita sulla loro mailing list privata, e vedere qual’e’ stata la loro reazione a fronte della quantita’ di proposte concrete che certamente (…) sono transitate negli ultimi mesi. Ma non posso: benche’ io stesso sia stato iscritto a ILS (da novembre, a detta del Presidente) ancora non sono stato ammesso al club in quanto non ho una casella di posta @linux.it (prerogativa appunto dei membri), la quale casella di posta e’ stata piu’ volte sollecitata in quanto, come ovviamente esplicitato, mi occorre un indirizzo istituzionale per iniziare a contattare i potenziali sponsor nazionali del Linux Day 2012, di cui mi sono preso in carico il coordinamento (io in qualita’ di socio fancazzista ricolmo di colpe) constatando la catalessi totale del Direttivo cui sarebbe naturalmente demandato il compito – praticamente, l’unico che dovrebbero svolgere durante tutto l’anno – e l’antica abitudine di iniziare ad occuparsi dell’evento ottobrino a meta’ settembre.

In piu’ di dieci anni di Society, i nomi circolati all’interno del Direttivo saranno si e no otto. Ed il Presidente e’ sempre stato lo stesso. Dal 2004, il risultato e’ stato spannometricamente questo. Data l’attuale disponibilita’ di gente motivata e volenterosa – tra cui ho l’arroganza e la presunzione di contare anche me stesso, ma svariati altri potrei nominarne – non sarebbe molto piu’ rapido attuare un cambio della guardia radicale e metter direttamente in loro mano risorse, contatti e potere decisionale anziche’ predicare la propria indifendibile innocenza e continuare ad ostinarsi a fungere da collo di bottiglia?

Dal basso della mia posizione non posso far altro che continuare a sbattere la testa sul coordinamento Linux Day, sul costante miglioramento della LugMap e sul progressivo popolamento della piu’ recente BusinessMap. Per la cancellazione delle mie colpe, in quanto pentito e contrito di non aver ancora evidentemente fatto abbastanza. Ma credo – sento, percepisco, predico – che la community abbia scontato i suoi anni di Purgatorio, e sia oramai pronta a redimersi.

La Nave dei Pirati

9 febbraio 2011

Personalmente reputo il rapporto tra “file sharing” e “liberta’ digitali” piuttosto complicato.

La tecnologia peer-to-peer e’ indubbiamente interessante ed utile, in principio perche’ permette di delegare la presenza online di grosse quantita’ di bytes che altrimenti costerebbero non poco in termini di banda e risorse se hostati su un server (esempio classico: le ISO delle distribuzioni Linux), e poi perche’ abilita una serie di altri spunti collaterali molti dei quali decisamente troppo ambiziosi ma comunque sfiziosi (come il progetto P2P-DNS, mirato alla decentralizzazione dell’infrastruttura DNS e garantire la raggiungibilita’ pure ai siti scomodi). A tali risvolti positivi e propositivi si aggrappano gli occasionali appelli per la liberizzazione e la difesa del file sharing, i quali puntualmente spuntano fuori ai primi vagiti di qualsiasi legge di qualsiasi giurisdizione finalizzata invece ad arginare magari con metodi drastici gli aspetti negativi, ovvero la pirateria ed il traffico illegale di materiale protetto da forme di copyright non permissivo.

Ma io, che penso sempre male, non sono del tutto persuaso del fatto che il download delle ISO di software libero sia l’unica motivazione di codeste ripetute e costanti levate di scudi. Un indizio di cio’ sta nella progressiva diffusione dell’argomentazione relativa alla “cultura libera”, stando alla quale tutti dovrebbero avere pieno diritto di accedere al materiale artistico (film, musica, libri…) senza dover pagare le spesso immotivate cifre chieste dagli editori cattivi e avidi. Insomma, siamo passati dal “il P2P non e’ illegale a priori, dunque non deve essere bloccato a priori” a “esiste il diritto alla cultura, dunque tutti devono poterla ottenere gratis”. Che e’ proprio tutt’altra cosa.

Partiamo da due presupposti.

Il primo e’ che i deterrenti alla pirateria sulle reti di file sharing sono alla portata di chiunque abbia un minimo di cognizione di causa: basterebbe che la Polizia Postale o chi per essa si procuri un client BitTorrent, ogni settimana pigli qualche file torrent a caso, lo metta in download, si appunti gli indirizzi IP di tutti coloro da cui scarica, e se sono nella giurisdizione italiana (controllo facile da effettuare grazie alle aree geografiche in cui sono divisi gli indirizzi) vada a bussare a qualche porta, divulgando poi la notizia della sua efficienza tecnologica sui media e facendola fare sotto agli utenti timorosi di fare la stessa fine. Il che’ implica che ogni legge che per definizione proibisca la condivisione di files a partire dal filtraggio dei dati per accertarsi della loro natura truffaldina e’ pensata male: e’ ingiusta perche’ include la presunzione di reato e la violazione della privacy, abbisogna di grandi risorse tecniche per filtrare tutto il traffico in circolazione, ed e’ una soluzione esagerata e spropositata per un problema risolvibile in modi molto piu’ semplici.

Il secondo e’ che di “cultura libera” e’ gia’ piena l’Internet, e non dubito che superi in quantita’ (ed in qualita’) quella non libera. In virtu’ dei termini temporali di scadenza del copyright, e/o della disponibilita’ di materiale prodotto ancor prima che il concetto di “copyright” esistesse, troviamo che Mozart e’ in pubblico dominio, Elvis Presley anche, Shakespeare pure, Charlie Chaplin, Salgari, pressoche’ tutti gli scrittori che ciascuno di noi ha sentito nominare a scuola. Tutti contenuti distribuibili e fruibili senza dover pagare niente a nessuno. Legalmente.

Per non parlare poi – e qui veniamo al punto – dei materiali volutamente distribuiti con licenze permissive che ne consentono la libera diffusione. Il freesoftware, ad esempio, ma anche la pletora di opere artistiche pubblicate in licenza Creative Commons. Quelle che sono solitamente bistrattate ed ignorate dal pubblico, in quanto… esso puo’ accedere gratuitamente anche alle opere teoricamente protette.

Tempo addietro scrissi un brano (ancora reperibile sul sempre ottimo archive.org) in cui sostenevo quella che considero ancora oggi una indiscutibile verita’: la diffusione capillare del software libero e’ fortemente ostacolata dalla pirateria. Diciamocelo: al di la’ di tutte le fisime sulla liberta’, il riuso, ma anche sulla stabilita’ e l’efficienza, chi spenderebbe davvero 139 euro per la versione piu’ sfigata possibile di Microsoft Office anziche’ chiudere un occhio, fare il piccolo sforzo di cambiare un poco le sue abitudini pregresse, e migrare a OpenOffice? Senza neanche voler menzionare i 1000 e piu’ euro richiesti per una licenza PhotoShop, applicativo ad oggi utilizzato in larga parte da utenti per cui Gimp e’ gia’ sin troppo avanzato, o le centinaia di euro che potrebbe costare un qualsiasi videogioco commerciale laddove viene richiesto un quarto d’ora di download per avere World of Padman.

Lo stesso identico criterio puo’ essere applicato a quella che realmente puo’ essere considerata “cultura libera”, non gia’ i dischi ed i film copiati di nascosto ma i contenuti i cui autori permettono in tutto e per tutto la diffusione e magari anche la modifica e la ridistruzione. Se non esistesse la pirateria, quanti acquisterebbero i CD di Lady Gaga anziche’ usufruire di Jamendo, Magnatune e degli altri repository di musica libera (spesso gratuita, o disponibile a prezzi bassissimi e molto piu’ competitivi)?

Di fatto la pirateria, l’attingere a contenuti protetti secondo le logiche del copyright tradizionale proibizionistico e monopolistico, mina la liberta’ anziche’ estenderla. Almeno, stando alla definizione secondo cui “liberta’ e’ partecipazione”. Perche’ spinge gli utenti a fruire sempre degli stessi prodotti uniformati, gli stessi che sono impacchettati, pubblicizzati e promossi dall’industria (software house, editori, case discografiche, distributori cinematografici o chi per essi), anziche’ guardarsi attorno per cercare alternative ed incuriosirsi alle cose nuove. Conseguentemente, non disponendo dell’interesse e dell’attenzione che funge da retribuzione per i produttori di contenuti alternativi (artisti o sviluppatori), vengono a mancare le motivazioni appunto per creare e divulgare. E la cultura popolare viene fossilizzata ed indotta a seguire gusti e tendenze decise a tavolino, anziche’ quelle meritevoli e valide.

Io credo che la community faccia benissimo a difendere e proteggere il file-sharing, in quanto come detto sopra tale tecnologia ha anche e soprattutto scopi nobili e utili, ma farebbe anche bene a schierarsi con maggiore vigore ed evidenza contro gli usi illegali ed opinabili. Non per perbenismo o cautela, ma proprio perche’ la pirateria va in una direzione diametralmente opposta rispetto agli scopi prefissi. Di appelli per la tutela della condivisione ne ho letti tanti, ma di appelli alla legalita’ ben pochi, e quei pochi erano firmati da Er Piotta.

La nave dei pirati va affondata. E il forziere della cultura libera, rimasto sinora sotterrato, andrebbe infine scoperchiato.

Think More Different

30 gennaio 2011

Da qualche tempo l’indice accusatorio della moralita’ e della decenza sorretto dalla community freesoftware e’ puntato contro Apple. Apple limita la liberta’ degli utenti per mezzo del DRM, Apple butta fuori le applicazioni GPL dall’App Store, addirittura Apple e’ identificata come “L’Impero del Male”. Roba da far sembrare la stessa Microsoft un baluardo di liberta’ e dignita’.

Eppure quello che maggiormente mi turba dell’operato Apple non sono le sue strategie di marketing, bensi’ come essa coi suoi successi ben evidenzi i forti, fortissimi limiti della nostra community.

Partiamo dagli aspetti tecnici.

Come tutti sanno MacOS X e’ costruito partendo da un kernel BSD, dunque per alcuni aspetti esso puo’ essere considerato un cugino di Linux. Con la differenza che in MacOS il potenziale di Unix viene realmente sfruttato per rendere servigi all’utente finale, mentre in Linux buona parte delle avanzate funzioni esistenti a basso livello sono pressoche’ ignorate a livello applicativo e/o sono adottate da tools o estremamente complessi o estremamente trascurati. Un esempio su tutti, tra i piu’ recenti che mi sono capitati sotto gli occhi: Folder Actions, che sul sistema operativo Apple viene spacciato come utilissimo, comodissimo e potentissimo strumento con cui automatizzare gran parte delle procedure ripetitive, all’atto pratico risulta essere nulla piu’ che una interfaccia grafica a inotify (o, se vogliamo, una interfaccia grafica a incron), una API che in Linux esiste dal 2005 e che sinora ho raramente visto usare in modo opportuno. Lo stesso discorso puo’ essere applicato a numerosi altri frangenti: la funzione di auto-discovery dei servizi in rete e’ pervasiva in MacOS, ma ben pochi sono i progetti open che usano l’analogo Avahi, e mentre Spotlight per molti discepoli di Steve Jobs ha soppiantato il file manager su Linux i vari Tracker e Nepomuk vengono lasciati in un angolino anziche’ essere integrati e messi in risalto come meriterebbero.

Sulla carta, lo stack GNU/Linux gia’ contiene tutto l’indispensabile per implementare tutte le “innovative” funzioni del pluri-osannato MacOS. E molto altro ancora. E dimostrare che in Apple non fanno i miracoli, hanno solo un po’ di creativita’. Ma nessuno lo fa, nessuno ci pensa, nessuno ne ha voglia. Molto meglio implementarsi ognuno il suo client di posta (o la sua libreria JSON). Laddove gli ingegneri di Cupertino aggregano con poco sforzo le tonnellate di tecnologie software gia’ esistenti – in buona parte, open – e le impacchettano in graziose ed eleganti finestrelle per cavarne prodotti funzionali e facilmente usabili dall’utente, gli smanettoni freesoftware fanno a gara per implementare (o re-implementare) l’API piu’ complessa ed arzigogolata possibile senza curarsi del fatto che nessuno la utilizzi a livello applicativo. “Il genio e’ 1% ispirazione e 99% traspirazione“: destino vuole che loro abbiano come motto “Think Different“, noi abbiamo “sudo“.

Analoghi ragionamenti, forse meno marcati ma ugualmente significativi, possono essere trasposti sull’hardware. Negli ultimi anni il marchio Apple e’ stato popolarmente affiancato a due devices in particolare: l’iPhone e l’iPad. Forse non tutti hanno notato il fatto che il “rivoluzionario” smartphone senza tastiera e’ arrivato con diversi mesi di ritardo rispetto al primo annuncio ufficiale dell’OpenMoko, antagonista simile nel concetto ma completamente aperto sia nell’hardware che nel software, e che gli Internet tablet hanno iniziato a farsi strada tra il popolo nel lontano 2005 grazie ai modelli Nokia che montavano Maemo (ovvero: Linux). C’era un vantaggio temporale sulla tabella di marcia. L’OpenMoko e’ morto a causa della completa incapacita’ di tenere insieme una community da parte del produttore, il quale ha cambiato cosi’ spesso la piattaforma e l’API di riferimento da rendere impossibile qualsiasi sviluppo di applicazioni dedicate. Gli apparecchi Nokia hanno avuto un maggiore successo, ma pure in quel caso l’instabilita’ del sistema, la scarsita’ di developers e di conseguenza il modesto interesse indotto nel pubblico dalle limitazioni operative li hanno sempre tenuti in una nicchia di mercato. Al solito: siamo partiti bene, meglio di chiunque altro, e ci siamo persi strada facendo.

Per quanto riguarda gli aspetti per cosi’ dire “filosofici” siamo messi ancora peggio.

Di tutte, basta menzionarne una: anni di critiche e lamentele nei confronti di Flash, tecnologia web chiusa e misteriosa talvolta difficile da fruire sui sistemi operativi liberi, non hanno dato neppure una frazione dei risultati ottenuti da quattro parole in croce divulgate da Steve Jobs improvvisatosi per un giorno paladino della giustizia e degli standard aperti. Dato l’intervallo di tempo necessario a far fare alla notizia il giro del globo, e l’utilizzo di HTML5 per la riproduzione dei video (settore fino a quel momento prerogativa assoluta del Flash Player) si e’ quintuplicato. Molti azzardano a prevedere che dopo tale batosta la suite targata Adobe verra’ entro non molto tempo convertita in uno strumento di authoring basato su formati e protocolli liberi, e dunque il core proprietario verra’ soppiantato. Fine della Crociata.

Senza voler citare altri successi Apple nel campo degli standard: la decisiva spinta verso il formato iCalendar, oramai divenuto universale per la rappresentazione di eventi ed integrato in pressoche’ ogni applicazione calendar degna di menzione, oppure WebKit, l’engine di rendering HTML piu’ amato del momento e rigorosamente rispettoso delle specifiche W3C, cuore di numerosi tra i browser che attualmente minano il predominio del mai sufficientemente odiato Internet Explorer. Si sono presi pure Unix: MacOS X e’ conforme all’architettura Unix 03, Linux no.

Tutta questa lunga manfrina non e’ per dire “Apple e’ grande e Steve Jobs e’ il suo profeta”, quanto invece l’esatto contrario: come mai una delle aziende piu’ ambigue ed oggettivamente irrispettose delle liberta’ digitali macina traguardi ed obiettivi ad un ritmo assai superiore di quelli della community freesoftware? Siamo cosi’ tanto messi male da farci superare anche da chi ha tutto l’interesse a chiudere e mettere paletti? E’ normale che gli occasionali contentini pro-apertura di un aspirante monopolista oltrepassino in numero ed in efficacia gli sforzi di un intero movimento che dovrebbe operare giorno e notte in favore della collettivita’? E, dall’altra parte, chi campa (o dice di campare) a pane e freesoftware conosce il panorama e le tecnologie disponibili a sorgente aperto meno di un pugno di colletti bianchi americani, i quali sono capaci di accrocchiare il bendiddio recuperabile dall’Internet meglio degli smanettoni domestici?

Non sono del tutto pessimista su questo fronte, in fin dei conti la community freesoftware sta dolorosamente imparando che per competere con i colossi commerciali non bastano le belle parole ed i buoni propositi – o peggio ancora i proclami e le accuse – ma occorre fornire una alternativa tecnicamente superiore e funzionalmente accettabile, i concetti di “usabilita’” e “design” si stanno molto lentamente facendo strada tra le torme di developers con le dita consumate a forza di scrivere comandi in un terminale, pionieri come Mairin Duffy riempiono il web di mockups per mostrare a tutti come dovrebbe essere fatto un programma affinche’ sia utilizzabile anche senza leggere necessariamente una manpage.

Ma, come sempre, tra il dire e il fare c’e’ di mezzo la voglia.

L’Oligarchia della Mail

10 gennaio 2011

Qualche giorno fa’, Nichi Vendola ha firmato un protocollo di intesa con Microsoft. Ma non e’ questo di cui voglio parlare, in quanto il web come sempre gia’ pullula di post e dettagli in merito.

A seguito della notizia sulla mailing list Discussioni@AsSoLi si e’ aperto un thread di confronto su come agire, AsSoLi ha autonomamente rilasciato un comunicato stampa, e poiche’ in molti si sono sentiti offesi dalla mancata possibilita’ di firmare il comunicato rapidamente il tema centrale e’ degenerato sulla coordinazione dei gruppi linuxofili. A seguito di qualche poco velata accusa di protagonismo ai danni di AsSoLi, che poco o nulla ha fatto e continua a fare per coinvolgere altre associazioni ed altre realta’ salvo poi appellarsi alla necessita’ di fare “massa critica” per guadagnare l’attenzione delle istituzioni invitando tutti ad iscriversi all’associazione stessa, e’ spuntata l’ennesima catena di mail focalizzata proprio sul tema “Coordinamento dei sostenitori del Software Libero“.

Spunti concreti, come si puo’ immaginare, ne sono usciti pochi. Io dapprima ho proposto la creazione di una (ennesima?!) mailing list cui fossero ammessi solo rappresentanti “ufficiali” dei vari LUG (associazioni o semplici gruppi informali), in modo da isolare il potere decisionale presso un ristretto insieme di persone nominate e ritenute meritevoli dai propri compari, ma la controproposta mossa da Luca Menini di ammettere solo i presidenti delle associazioni piu’ grosse ha suscitato (giustamente…) un vespaio. Dopodiche’ mi sono azzardato ad andare oltre ed anzi seguire una strada completamente opposta, suggerendo l’adozione di qualche strumento un pochino piu’ sofisticato che permettesse votazioni aperte ed accessibili a chiunque volesse partecipare senza necessariamente doversi leggere attentamente le dozzine e dozzine di mail che puntualmente invadono i threads piu’ importanti che si manifestano sulle liste; purtroppo, pero’, tale spunto e’ caduto nel vuoto.

Posso capire che la prima delle due idee possa generare malcontenti e dissapori, in quanto inevitabilmente qualcuno verrebbe tenuto fuori dalla cerchia, ma del resto e’ ingenuo pensare che gia’ oggi i rappresentanti supremi delle associazioni piu’ grandi non si sentano di quando in quando per fra di loro (anche solo per cortesia, non necessariamente per tramare di nascosto dal resto della community!). Istituire un “club” definitivo avrebbe l’effetto di escludere molti, ma anche di includere molti altri: esistendo tale canale privilegiato (per inciso: privato in scrittura, ma rigorosamente pubblico in lettura) sarebbe inaccettabile far transitare qualche decisione al di fuori di esso, ed allora ci sarebbero tutte le precondizioni per recriminare con fondato motivo sul suo eventuale mancato utilizzo.

La seconda opzione sarebbe invece la piu’ popolare, immediata ed aperta possibile, permettendo davvero a qualsiasi membro della community (presidente o newbie che sia) di partecipare anche solo con un voto “si” o “no”. Pure in questo caso e’ veramente insulso giustificare la mancanza di uno strumento del genere asserendo che “le mailing list gia’ sono pubbliche, chiunque puo’ partecipare”: ben pochi sono coloro che hanno tempo e voglia di seguire ogni singola discussione che avviene sulle liste, personalmente ne ho conosciuti pochissimi e coloro che potrebbero portare un contributo significativo in termini di concretezza e buon senso si tengono volutamente al largo dalle arene virtuali ben sapendo che nella stragrande maggioranza dei casi i dibattiti degenerano in inconcludenti flames al termine dei quali non si sa cosa e’ stato finalizzato. E, appunto per l’alto tasso di instabilita’ delle liste, ben pochi sono coloro che hanno il coraggio di discutere li’ le cose importanti, dunque comunque l’intento di aprire alla partecipazione risulta vano.

Ma perche’ tale ritrosia nei confronti di piattaforme partecipative ed inclusive? Io stesso affrontai la questione nei confronti della partecipazione politica qualche tempo addietro, e data la grande disponibilita’ di soluzione tecniche esistenti risulta quantomeno sciocco non approfittarne all’interno della community tecnofila.

Ufficialmente credo che la perplessita’ si trovi negli ampi margini di “falsificazione” dei voti, nel timore che qualcuno possa esprimere cento preferenze anonime su una questione e dirottare a proprio piacimento ogni consultazione pubblica. Teoria complottistica a la X-Files, in egual misura poco credibile e altamente sopravvalutata, come se davvero qualcuno possa aver interesse nell’impiegare grandi risorse (anche solo in termini di tempo) per imporre le proprie posizioni. E, comunque, dagli effetti arginabili: richiedendo una qualsivoglia forma di autenticazione, con OpenID o una registrazione via mail, si renderebbe piu’ complicato contaminare le votazioni da una singola fonte e, benche’ non risolto, il difetto architetturale sarebbe limitato.

Ma in fin dei conti se si trattasse solo di questo lo stesso discorso potrebbe essere applicato invariato alle mailing list, percui gia’ adesso chiunque puo’ registrare tutti gli accounts GMail che vuole (gli spammers li vendono sul mercato nero, qualcosa tipo 1 penny ogni due indirizzi) o piu’ banalmente falsificare gli headers SMTP appoggiandosi ad un mail server compiacente e mandare infinite mail da mittenti diversi con su scritto “Secondo me ha ragione Bob!”.

Il punto reale e’ che le mailing list non sono affatto democratiche, egualitarie ed aperte, ma volutamente oligarchiche.

Il nome del mittente conta, e non poco, dunque tutti vogliono che sia ben evidente. Ci sono nomi che da anni sono identificati come “troll”, oppure al contrario come “illuminati”, e a prescindere dal contenuto del messaggio pubblicato esso ha minore o maggiore peso e riceve diverso feedback. Ci sono screzi personali tra i partecipanti “veterani”, che si riversano in subthreads destinati ad essere ignorati da tutti gli altri, e reputazioni da difendere, percui alcuni sono portati a spedire nuove mail prive di sostanza al solo fine di far sapere a tutti gli altri che ci sono e stanno leggendo e/o per trincerarsi in posizioni gia’ ampiamente smontate ma che si devono assumere per questioni di presunta dignita’. Gli ultimi arrivati tendono a non intervenire in scambi uno-a-uno, per timidezza o malriposto rispetto, e quando si decidono o dicono qualcosa di immensamente opportuno oppure sono a loro volta ignorati (abbassando ulteriormente la volonta’ di prender parte al processo).

Piu’ in generale chi ha una forte presenza sulle mailing list sente di avere uno status particolare, privilegiato, gode del fatto di essere uno dei pochi che prende parte attiva alla vita della community nazionale e pretende di conservare tale ruolo elitario. Senza rendersi conto che ai fatti le decisioni vengono prese da tutt’altra parte, ed il numero ridotto di partecipanti non e’ da imputare all’elevata soglia dei requisiti richiesti quanto al disinteresse dimostrato da tutti gli altri.

In conclusione: io penso che le mailing lists non siano il modo migliore per coordinare la community. Anzi, siano un danno. Ci sono mezzi assai piu’ consoni, che implementano ogni grado di diffusione o di approfondimento dei temi da toccare. Ne ho personalmente elencati alcuni su una pagina wiki appositamente creata online, ben sapendo che nessuno se la filera’.

Ma da qualche parte si dovra’ pur iniziare. Per ghigliottinare l’oligarchia della mail.

Non c’e’ piu’ l’Open di una Volta

22 novembre 2010

Premessa: questo e’ un post dal forte contenuto etico/moral/storico, ovvero sostanzialmente una perdita di tempo. Spesso e volentieri critico su questo mio blog le articolate discussioni pseudo-filosofiche di cui abbonda l’Internet, che a parer mio mal si confanno ad un ambiente – quello del freesoftware – che dovrebbe invece essere incentrato sulla qualita’ e la funzionalita’ del codice condiviso e sulla sua tutela; per questa volta faccio una eccezione, essendomi recentemente trovato piu’ volte nella posizione di dovermi difendere da espliciti e meno espliciti attacchi condotti da esaltati cui evidentemente piace consumar le tastiere in nome di ideali che si sono inventati di sana pianta malamente interpretando i fatti che costituiscono la cronistoria del movimento free.

Oggi il termine “opensource” viene da molti considerato in senso negativo, per ragioni molto diverse (e contrastanti) ma nella maggior parte dei casi perche’ esso indicherebbe quella odiosa pratica di costruire business speculativi partendo da una base di codice libero cui agganciare componenti non liberi al fine di fregiare il prodotto della dicitura “open” (buzzword molto apprezzata nel mondo commerciale) ma subdolamente creando monopoli e dipendenze nei confronti degli utilizzatori, esattamente come accade abitualmente col software proprietario. La definizione corretta di codesto malcostume e’ “open core“, non “opensource”. Il fraintendimento deriva fondamentalmente da due motivi: il fatto che Stallman periodicamente critichi appunto l’utilizzo di questa parola (sebbene evidentemente in pochi si siano mai chiesti il reale motivo, che non e’ affatto quello sopra esposto), e le crescenti recriminazioni che a cascata si diffondono all’interno della community partendo da chi ha una visione distorta, passando da chi per moda adotta le stesse posizione degli altri, sostenuta da chi ha un diretto interesse nel radicare presupposti opinabili, e cosi’ via alimentando progressivamente il circolo vizioso.

Ben pochi tra i sostenitori del freesoftware sanno che gran parte dei pregi che riconoscono in questo modello e dei valori che difendono a spada tratta sono riconducibili proprio all’opensource.

Partiamo da qualche definizione. Il freesoftware e’ una linea di pensiero incentrata sulla liberta’ individuale, l’opensource e’ un modello di sviluppo condiviso. Questo non lo dico io, ma Stallman in “Why Open Source misses the point of Free Software“. Nel suo testo RMS critica non gia’ le presunte finalita’ perverse dell’opensource quanto invece la sua essenza eccessivamente materialista, focalizzata sulla produzione di software migliore anziche’ sulle piu’ alte espressioni di pace e liberta’. Nel paragrafo “Powerful, Reliable Software Can Be Bad” il nostro, pur di puntare un ennesimo dito accusatorio nei confronti dell’opensource, arriva a sostenere che certe volte avere un software migliore e’ male, come nel caso del Digital Rights Management: ora che il DRM sia giusto o sbagliato non lo giudico io in questa sede, piuttosto giudico sconveniente una affermazione del genere da chi ha enunciato quelle che dovrebbero essere le quattro liberta’ del software (liberta’ 0: possibilita’ di eseguire il software per qualsiasi scopo) e giudico sproporzionato accusare un modello di sviluppo solo perche’ potrebbe idealmente e remotamente condurre a risultati sgraditi; e’ un po’ come frugare nelle borse di tutti i passeggeri dei voli aerei nella ipotetica prospettiva di individuarne uno che porti con se’ un ordigno a scopo terroristico.

Chiunque abbia a che fare col software libero certamente apprezza la possibilita’ di poter scaricare gratuitamente tonnellate di applicazioni, poterle combinare tra loro in modi fantasiosi, e magari spedire indietro una patch qualora si riscontrasse un problema o si aggiunga una funzionalita’ nuova. L’agglomerato di persone che fanno cio’ (scaricano, usano, e contribuiscono) viene popolarmente definito “community”. Ebbene: nella definizione di freesoftware non esiste alcuna nozione di community. Un luogo comune piuttosto radicato (ci ho sbattuto la testa almeno due volte in pochi anni) e’ che la GPL imponga la ridistribuzione del codice a chicchessia, per mezzo dei repository o dei simil-SourceForge cui siamo largamente abituati, ma cosi’ non e’. La sezione 6 della GPLv3 e’ abbastanza precisa in merito a cio’: vengono commentate cinque modalita’ ammesse per la distribuzione del codice relativo ad una applicazione (atto che comunque deve essere compiuto, appunto per garantire la liberta’ dell’utente), tre di esse dicono che binario e sorgente possono essere consegnati piu’ o meno insieme, una (la E) contempla la distribuzione pubblica (sebbene solo per mezzo di rete P2P, quel passaggio non e’ molto chiaro…), mentre una (la C) inequivocabile afferma che in date condizioni il sorgente puo’ essere preteso solo da chi e’ in detenzione del binario. Come detto sopra il freesoftware e’ per le liberta’ individuali, nel senso che l’utente che entra in possesso del prodotto deve essere tutelato e protetto e deve poter fare cio’ che vuole con il prodotto che usa, ma questo non necessariamente coincide con la liberta’ universale, in cui tutti possono accedere agli stessi diritti. Una dimostrazione di cio’? Emacs, il ben noto editor testuale dello stesso Stallman (ovvero: uno che si presume conoscere bene lo spirito del freesoftware ed i contenuti della GPL), e’ stato rilasciato pubblicamente solo a partire dalla release 13, ovvero circa 9 anni dopo l’inizio dello sviluppo, e solo dopo aver ricevuto una diretta critica da parte di Eric Raymond nell’altrettanto noto “The Cathedral and the Bazaar“, testo chiave della letteratura opensource che descrive appunto i vantaggi pratici del modello di sviluppo aperto e condiviso ed introduce esattamente al concetto di “community” che tanto ci piace; fino a quel momento Emacs (in versione binaria e sorgente) era consegnato solo a chi pagava un corrispettivo allo sviluppatore, il quale ha legittimamente sfruttato questa forma di guadagno per mantenersi una volta abbandonato il lavoro presso il MIT.

Tale differenza tra liberta’ individuale e liberta’ collettiva non va affatto sottovalutata, soprattutto in ben determinati contesti. Uno e’ quello dell’adozione del freesoftware presso la Regione Piemonte, di cui ho gia’ fatto cenno. Qualora si applicasse qui il concetto originario di “freesoftware”, vedremmo che non cambierebbe assolutamente nulla nelle sorti dell’Information Technology sabauda in quanto sarebbe credibilissimo uno scenario in cui il fornitore eletto (sia CSI-Piemonte, sia una qualsiasi altra azienda) produce e/o acquisisce il software libero ma non lo rilascia pubblicamente (come gli e’ consentito fare dalla licenza, e come ha interesse a fare), gli enti pubblici lo usano ma non lo rilasciano pubblicamente (non essendo di loro competenza, probabilmente non sapendo neanche da che parte iniziare), ed alla fine dei giochi solo un ristretto manipolo di persone ci mette mano senza nessun coinvolgimento della cittadinanza, nessuna possibilita’ di riutilizzo da parte di altre amministrazioni, nessuna trasparenza, nessun margine per la competizione virtuosa e nessuna prospettiva di innovazione. Tanto varrebbe tenersi le soluzioni closed attuali, almeno ci si risparmierebbe lo sforzo (ed il costo) della migrazione… In queste condizioni, un pizzico di “opensource” non sarebbe affatto sgradito: il fatto di esporre il codice vivo utilizzato dalla pubblica amministrazione, dando l’opportunita’ a chiunque di partecipare e riutilizzare i vari componenti (magari anche per scopi totalmente differenti), dovrebbe essere un punto imprescindibile della manovra (tant’e’ che viene espressamente richiamato nell’articolo 6, comma 5 della stessa legge regionale 9/2009), e su questo occorrerebbe piu’ di tutto indirizzare le proprie richieste e le proprie attenzioni in vista di una evoluzione sana della prossima infrastruttura.

Ma, di questi tempi, parlare di “opensource” e’ un reato, perche’ “opensource” richiama troppi luoghi comuni radicati dall’estremismo e dal malinteso storico. Non c’e’ piu’ l’open di una volta…

Lo GNU della Discordia

15 ottobre 2010

L’altro giorno e’ approdata quasi per sbaglio sulla mailing list del GlugTO una mail che non dubito essere gia’ stata inviata in forma privata a pressoche’ tutti coloro che hanno organizzato un Linux Day (la lista completa delle manifestazioni in giro per l’Italia e’ disponibile sull’apposito sito). Essa esorta, senza mezzi termini, a rinominare il proprio evento da “Linux Day” a “GNU/Linux Day”.

In questo post vorrei esprimere tutto il mio disprezzo nei confronti di chi ha avviato questa campagna di distruzione di un punto di riferimento oramai divenuto popolare anche al di fuori della community, faticosamente costruito in 10 anni di attivita’.

Rinominare il “Linux Day” in “GNU/Linux Day” e’ una pagliacciata. Le argomentazioni che potrei muovere sono infinite, ma mi limito a rispondere punto per punto alla suddetta mail (leggibile in forma integrale al link sopra riportato, ma non dubito che molti miei lettori l’abbiano gia’ potuta apprezzare nella propria casella di posta).

1) Non è la richiesta di uno sconosciuti, il vero autore è Richard Stallman

Il quale signor Stallman e’, invece, un personaggio sconosciuto ai piu’. Io ho avuto modo di vederlo durante un paio di comparsate qui a Torino, ed e’ stata una immensa delusione: arrogante, egocentrico, incapace di formulare una risposta sensata a qualsivoglia domanda, buono solo a ripetere all’infinito come un disco rotto i soliti cliche quale appunto quello di “GNU/Linux”, l’arrugginito giuoco di parole “Digital Restriction Management”, o il sempreverde “opensource is not freesoftware”.

Detto cio’, Stallman e’ solo uno dei pilastri del mondo freesoftware. E forse neanche il piu’ importante. Ai tempi della prima versione della GPL (peraltro ideata e stesa da Eben Moglen) il buon RMS non si invento’ niente di nuovo, semplicemente formalizzo’ quella che era stata fino a quel momento la comune pratica di scambiarsi i sorgenti dei programmi tra studenti (al secolo, gli unici che potessero accedere ai calcolatori elettronici delle universita’). Dopo, il lavoro ingrato lo fecero i vari Raymond, Perens, Torvalds, e se vogliamo pure Shuttleworth. Ed e’ stato un lavoro talmente sporco che si sono sporcati a loro volta, guadagnandosi gli improperi di tutta la community,  rei di averla fatta espandere ai livelli cui e’ giunta oggi.

2) La richiesta non è assurda. Se fosse stato così non avrebbero aderito altri gruppi

Tua madre non ti ha mai detto “se gli altri si buttano dal ponte, forse lo fai anche tu?”. Il fatto che una idea sia stata adottata da altri e’ un parametro di valutazione piuttosto secondario, almeno per chi ha un cervello capace di formulare concezioni proprie.

E, del resto, nelle passate nove edizioni ben pochi hanno avuto qualcosa in contrario a chiamarlo “Linux Day”: oltre a farlo tutti lo han pure fatto per un periodo di tempo piu’ lungo, come la mettiamo?

La motivazione da cui nasce è duplice

a) Un fatto di correttezza. Linux è solo il kernel del sistema operativo.

Su questo c’e’ poco da dire, essendo l’argomentazione portante di tutta quanta la linea di pensiero “GNU/Linux” ed essendo gia’ stata ripetuta alla nausea. La contro-argomentazione e’ altrettanto nota: il kernel Linux e lo stack GNU da soli servono a poco o niente, la differenza sostanziale la fanno gli applicativi sopra, eppure nessuno si e’ mai sognato di riconoscere il ruolo fondamentale che ha avuto il progetto Apache nella radicazione in ambiente server (“GNU/apache/Linux”?) o di OpenOffice.org in qualita’ di elemento vitale ed imprescendibile di qualsiasi installazione desktop.

b) Preservare lo spirito del Software Libero. Il progetto kernel.org sta tradendo lo spirito del Software Libero. Sono stati infatti inseriti nei sorgenti del kernel parti binarie. Dare la giusta referenza al progetto GNU è un modo per aiutare chi si batte perché lo spirito originale del Software Libero sia preservato

Sarei curioso di sapere quanti, tra coloro che hanno rinominato il proprio evento ottobrino in “GNU/Linux Day”, usano esclusivamente distribuzioni garantite dalla Free Software Foundation. Quanti, tra questi, non usano il plugin Flash proprietario. Quanti, tra questi, non usano i driver proprietari della loro scheda grafica accelerata per compiacersi del cubo di Compiz sul proprio desktop. Quanti, tra questi, non usano ne’ GMail ne’ Google ne’ Facebook ne’ qualsiasi altra piattaforma web closed.

Per non parlare della solita, inevitabile, nauseabonda, patetica scusa della difesa dello “spirito”. “Aiutare chi si batte”, dice la mail. Ma se invece di scassare i maroni al prossimo con la pretesa di “aiutare” cambiando un nome su un volantino, ci si mettesse editor alla mano a fornire patches per le decine di migliaia di bugs e features request di cui letteralmente esplodono i bug trackers di qualsiasi progetto freesoftware, sia GNU che non? Ogni singolo crash, ogni singola funzionalita’ mancante e ogni singolo rallentamento dovuto a codice non ottimizzato rappresentano un passo indietro rispetto ad una adozione universale del software libero, il quale volenti o nolenti e’ pur sempre uno strumento da cui l’utente finale (sistemista o utonto casalingo che sia) si aspetta un risultato e che viene rapidamente sostituito dal vecchio e famigliare software proprietario al primo segno di cedimento.

a) non fate torto a nessuno in quanto datepari referenza a GNU e a Linux

Si fa torto a tantissima gente. A tutti coloro che in questi ultimi 9 (nove) anni hanno organizzato il proprio Linux Day, contribuendo a costruire un “brand” oggi riconosciuto da tutti, anche e soprattutto al di fuori della ristretta cerchia di smanettoni annidati nelle mailing list.

“Linux Day” e’ un nome popolare, noto, scolpito nelle menti. I non-tecnici oramai identificano col nome “Linux Day” qualsiasi attivita’ vagamente correlata alla promozione di Linux e del software libero, sia esso pure un semplice LIP o un banchetto in mezzo alla strada. Un risultato simile non si raggiunge schioccando le dita, ma perche’ qualcuno si e’ dato da fare per raggiungerlo. E neanche si puo’ bissare proponendo un nome astruso come “GNU/Linux Day”. Nessuno sa come pronunciare quel benedetto “GNU”, personalmente l’ho sentito dire in tutte le possibili forme previste dalla fonetica (“gnu”, “gh-nu”, e “gi-enne-u”). E la barra e’ parte integrante del nome? Si dice “GNU fratto Linux Day”? Suvvia, non prendiamoci in giro…

b) i motori di ricerca porterannocomunque sulla vostra pagina sia chi ricerca Linux Day che GNU.

La ciliegina sulla torta, questa affermazione da sola vale la lettura di tutta la mail in oggetto. Ci si preoccupa della visibilita’ dell’evento, proprio nel momento in cui si sta consigliando di distruggere un nome costruito negli anni e oramai noto a tutto il resto della societa’ civile. Dimostrazione ultima e lapidaria della idiozia che si (mal)cela dietro questa operazione di contro-marketing.

Personalmente non posso far altro che biasimare tutti coloro che hanno avuto la malsana idea di spezzare in due l’unica attivita’ dell’anno in cui i LUG, i gruppi e le associazioni pro-freesoftware fanno qualcosa insieme, in modo unitario e compatto, l’unica occasione in cui questi quattro gatti (si, la community nel suo insieme copre una percentuale meno che infinitesimale della popolazione totale) possono sperare in un minimo ritorno mediatico e comunicativo dei loro sforzi su scala nazionale. E ancor piu’ biasimo chi ha innescato questa dannosa frammentazione, chi non ha esitato a spianare i progressi accumulati con l’immane lavoro svolto da parte di tutti nel corso degli anni in nome di un capriccio.

L’auto-distruzione incombe.

Conflitto di Interessi

24 agosto 2010

Terzo post consecutivo in cui parlo della relazione tra software libero ed affari economici: staro’ mica diventando un po’ opensource anche io?

Dopo aver osservato chi guadagna molto facendo poco e chi guadagna poco facendo molto, questa volta ci soffermiamo sul rapporto che intercorre tra le due categorie. Constatando che, piu’ spesso di quanto non si creda, le persone son sempre le stesse.

Tra i temi piu’ spinosi e contrastati che occasionalmente si sussurrano all’interno della community nostrana, senza peraltro mai sfociare in un dibattito vero e proprio e restando addirittura quasi un tabu’ da evitare, c’e’ quello della concorrenza (presunta o reale, lo vedremo) che i gruppi linuxofili operano ai danni delle piccole societa’ che offrono servizi (a pagamento) analoghi a quelli erogati (gratuitamente) dai LUG. La sostanza di questo ragionamento e’ abbastanza evidente: se, ad esempio, una scuola decide di migrare a Linux e deve scegliere tra l’assistenza da parte di una azienda o il supporto dello User Group locale, molto spesso finisce con l’optare per la soluzione piu’ economica (lo User Group, per inciso, che agisce o senza compenso o accontentandosi di una donazione all’associazione), lasciando a bocca asciutta chi con la fattura di quel lavoro ci si sarebbe comprato la pagnotta.

In breve, la questione e’ questa. In breve, la mia posizione e’: “bella cagata”.

Partiamo dall’assunto che tale ritrosia allo spirito di competizione e’ una estensione dell’inclinazione al mutuo soccorso che accomuna noi italiani, da sempre soggetti a guerre tra fazioni (“Noi siamo da secoli / Calpesti, derisi, / Perche’ non siam popolo / Perche’ siam divisi“) o schiacciati da entita’ di piu’ alto livello (la Mafia, il Governo colluso con la Mafia, la Chiesa…). Gli italiani sono cosi’ poco propensi alla competizione che recentemente pure il New York Times ha scritto un articolo in merito, provocando certo moti di stupore tra i lettori statunitensi. Nessuno si e’ mai eretto contro il reverse engineering del protocollo NetBIOS all’interno del progetto Samba obiettando che la povera Microsoft avrebbero perso potenziali clienti, ma se qualcuno suggerisce di fare altrettanto con un prodotto closed source italiano un’altro risponde che non sarebbe “corretto”.

La seconda considerazione e’ che spesso i membri attivi dei LUG sono anche coloro che campano svolgendo le stesse attivita’, dunque sono in una posizione di conflitto di interessi seconda solo a quella di Berlusconi. Questo fattore e’ noto da sempre, ma personalmente mi e’ apparso lampante durante una recente chiaccherata con alcuni rappresentanti del LUG di Biella che lo hanno ammesso in modo distinto. In condizioni particolari si potrebbe arrivare al punto di dubitare della buona fede di chi promuove il software libero per poi rifiutarsi di svolgere il lavoro di migrazione per “non rubare il pane a chi lo fa di mestiere”. Che spesso e’ lui stesso. In tale scenario i membri non-professionisti del LUG vengono meramente utilizzati come canale pubblicitario, affinche’ convettano e diffondano le lodi proprie del freesoftware per poi essere bloccati nel momento in cui c’e’ da agire, per dare spazio a chi agisce emettendo fattura. Configurazioni di tal fatta ancora non ne ho viste, ma solo intuite in un paio di occasioni: spero che non siano la norma, ma certo il dubbio e’ lecito constatando la ridotta attivita’ concreta di numerosissimi Users Groups “capitanati” da professionisti del settore.

Laddove non si manifesti tale bieco conflitto di interessi, il ragionamento puo’ essere capovolto pur mantenendo il suo significato: se sono i LUG a creare il “mercato”, ovvero il desiderio e la necessita’ di migrare al software libero presso aziende o enti pubblici, sostanzialemente il concetto distorto e’ che essi rubino il pane che loro stessi sfornano. Senza attivita’ di promozione condotte localmente ben pochi dei potenziali clienti si porrebbero il problema di usare Linux o qualsiasi altro componente a sorgente aperta nel proprio ambiente, pertanto non esisterebbe affatto la richiesta su cui i professionisti campano. A questo punto, che il lavoro sporco sia condotto gratuitamente o a pagamento non conterebbe nulla, perche’ nessuno ne avrebbe bisogno.

In ultimo, l’osservazione in assoluto meno politically correct: se una azienda specializzata in produzione/configurazione/installazione di software open non e’ in grado di offrire a giusto prezzo un servizio migliore di quello offerto da un pugno di sfaccendati nerd cui piace smanettare nel tempo libero, e’ meglio per tutti se lasciano perdere ed aprono un banchetto ortofrutticolo al mercato. Se l’azienda IT italiana pretende di restare in eterno quella che e’ stata negli ultimi dieci o piu’ anni, ovvero uno spaccio di pessimo software customizzato alla meno peggio da far strapagare a qualche cliente appropriatamente circùito, intimamente preferirei vederli andare tutti in bancarotta. Non si aiuta l’economia locale chiudendo un occhio sul suo scarso valore, ma anzi mettendola sotto assedio per istigarla a reagire. Se la community agisse come si suppone che debba agire, sarebbero un ottimo esempio di “disruptive innovation”: una ondata di competenze di base messe a disposizione a costo nullo o quasi, che lascerebbe dietro di se’ una scia di morte economica e distruzione industriale su cui ricostruire un intero nuovo mondo di offerte e servizi qualificati con fondamenta meglio piantate nel terreno dell’innovazione.

Fin troppo spesso si lamenta una assenza di supporto di tipo “business” a Linux, si imputa alla mancanza di assistenza professionale la mancata penetrazione del freesoftware in settori produttivi delicati ed esigenti. Chi copre queste aree? Dov’e’ colui che risponde a questa forte richiesta di mercato? Chi e’ cosi’ sicuro delle proprie competenze da assumersi la responsabilita’, cosi’ come dovrebbe fare ogni societa’? I margini di crescita esistono, esistono in abbondanza, ma fintantoche’ le “prede facili” (soprattutto le piccole aziende senza tante pretese che necessitano di una qualche forma di informatizzazione) sono lasciate a disposizione nessuno osa fare il passo per colmare la lacuna, nessuno accenna ad accollarsi rischi, e tutti si accontentano di barcamenarsi alla meno peggio.

Chi agisce per passione e curiosita’ e voglia non dovrebbe avere remore, o temere di ostacolare l’interesse altrui. Se questo “altrui” e’ davvero capace di fare il suo mestiere sara’ in grado di trovare alla perfezione il suo ruolo. Altrimenti perira’, come e’ giusto che sia. Questa e’ la chiave dell’Evoluzione.

Al Soldo della Liberta’

15 luglio 2010

I lettori assidui di questo blog dovrebbero gia’ ben conoscere la differenza intrinseca tra i termini “freesoftware” e “opensource”. Presento comunque un breve riassunto della questione, sia per chiarezza che perche’ da qualche parte dovro’ pur iniziare.

Nel 1983 quello sciamannato di Stallman avvia il Movimento Free Software. Il suo scopo era (ed e’ a tutt’oggi) promuovere la liberta’ del software, partendo dal concetto elementare che se un utente non ha accesso completo al codice sorgente delle applicazioni attraverso cui transitano le sue comunicazioni e i suoi dati (personali o professionali che siano) tutte le sue attivita’ sono assoggettate al volere dell’autore di quelle stesse applicazioni.

Nel 1998 Bruce Perens e Eric Raymond fondano la Open Source Initiative. Il suo scopo ufficiale era (ed e’ a tutt’oggi) promuovere la superiorita’ del modello di sviluppo condiviso e a sorgente aperto, mentre lo scopo ufficioso e’ sempre stato quello di strizzare l’occhio al mondo del business proponendo il software libero facendo leva sulle sue proprieta’ tecniche e tralasciando tutte le menate filosofiche sulla liberta’.

Se ne conclude che “freesoftware” e “opensource” identifichino all’atto pratico la stessa identica cosa, ovvero software di cui e’ disponibile il codice sorgente, ma descrivendolo in modo diversi. E intorno a queste due parole sono originariamente fiorite community diverse, che fanno la stessa cosa (implementare e distribuire codice) ma per motivi opposti: sul versante freesoftware si trovano gli idealisti, coloro che sognano un mondo anarchico ove nessuno sia “schiavo” di nessun’altro sotto nessun aspetto, e sul versante opensource si trovano i materialisti, coloro che sognano un mondo liberale di business competitivo ma allo stesso tempo cooperativo.

Ma le cose sono andate in modo diverso rispetto a quanto previsto.

Le due varianti dello stesso messaggio si sono malamente amalgamate passando attraverso il telefono-senza-fili mediatico, per cui ad ogni passaggio l’interlocutore successivo capisce solo una parte di quello che gli ha riferito il precedente e tenta di colmare le lacune con una sua personale (e dunque influenzata) interpretazione. Ne e’ risultato che la denominazione “opensource” ha quantitativamente prevalso ma perdendo il suo originale significato (esattamente come la parola “hacker” ha nel tempo e nell’uso variato la sua valenza da “smanettone” a “pirata informatico”), ed i contenuti retorici relativi alla liberta’ ed al modello tecnico si sono persi per strada lasciando una unica idea nelle teste della massa: e’ gratis, punto.

Le implicazioni di questa trasformazione semantica risultano quasi paradossali: la community di nerd, coloro che dovrebbero sventolare il vessillo delle liberta’ digitali e della fratellanza virtuale,  usa abitualmente e senza fisime il termine “opensource” in maniera quasi esclusiva, mentre (e qui veniamo al succo di questo post) i businessmen che fanno affari intorno a questo mercato si impongono come strenui difensori del freesoftware. Il motivo di tale ribaltamento dei ruoli e’ abbastanza chiaro: se “opensource” significa, per i piu’, “gratis”, e’ conveniente interporsi a questa concezione e far leva sugli aspetti filosofici ed etici della questione, che suonano magari un po’ inusitati se enunciati da un personaggio in giacca e cravatta ma almeno non vanno a minare la fattura per il cliente.

Chiaramente non tutti i promotori del software libero nudo e crudo sono in conflitto di interessi, ma e’ abbastanza facile individuare chi adotta questa visione radical-chic:

  • ovviamente, hanno una propria attivita’ a scopo commerciale basata in modo piu’ o meno diretto sul software open. Oppure hanno qualche influente amico che ce l’ha. Consulenti in primis, ma anche sviluppatori, avvocati che forniscono assistenza legale sulle licenze, providers…
  • pubblicamente si scagliano ciecamente contro chiunque accenni alla parola “opensource”, ogni volta stracciandosi le vesti in nome della liberta’ a tutti i costi. Solitamente, chi ha una idea neutrale nei confronti del business o non business non bada molto a questi dettagli, appunto perche’ come detto prima “opensource” e’ colloquialmente a tutti gli effetti sinonimo di “freesoftware”
  • hanno il pallino della pubblica amministrazione. Gli importa poco che il software libero finisca in scuole, aziende, o nelle case della gente, se non magari per ragioni di pubblica opinione e pressione “democratica”; l’importante e’ puntare agli uffici statali, tanto meglio se sono grandi. L’ovvia ragione e’ che la P.A. sborsa cifre consistenti, e’ facilmente approcciabile per mezzo di un amico Consigliere o Assessore, ed essendo povera di competenze tecniche interne finisce per essere una sorgente continua di profitto

Come comportarsi dinnanzi a tal genere di elementi? In nessun modo particolare: vanno presi per quello che sono, e quanto qui espresso viene suggerito non come motivo di accusa ma come chiave di lettura. Come gia’ piu’ volta ribadito e’ anche (e soprattutto?) grazie a chi fornisce supporto commerciale agli applicativi open che si deve l’attuale grado di penetrazione di questa categoria di software, che certamente non sarebbe arrivato dove e’ arrivato adesso parlando solo di liberta’ e condivisione e margherite nei campi.

Ma non sarebbe affatto male pretendere un maggior grado di chiarezza da parte di chi sostiene di operare sempre e solo in nome del bene del mondo: la liberta’ va a braccetto con la trasparenza, e prima o poi il trucco nel gioco delle tre carte viene scoperto.

Linux for Zombie Beings

13 settembre 2009

Chi mi conosce personalmente tende ad identificare in me un estremista del software libero, adepto della Setta Linuxara (cui si e’ iniziati con cento compilazioni del kernel senza configurazione di default), ligio alla Parola di Stallman ed ai quattro comandamenti vergati sulla Sacra GPL. Eppure la mia figura ultra-conservatrice si ridimensiona sensibilmente a quella di un moderato centrista quando mi trovo a confrontarmi con personaggi che, almeno nell’intenzione, non solo enunciano ma addirittura strillano i valori del freesoftware, della liberta’ e della condivisione. In questo insieme di indomiti paladini ricadono gli oramai numerosi detrattori di Ubuntu.

Piccola parentesi riassuntiva per coloro che non seguono regolarmente i sommovimenti del mondo opensource: Ubuntu e’ una distribuzione GNU/Linux che nasce nel 2004 come fork di Debian, per volere di Mark Shuttleworth e mantenuta da una azienda appositamente creata di nome Canonical, con l’obiettivo di realizzare un sistema free ma a prova di utonto, usando software libero in larga parte gia’ esistente ma provvedendo ad una configurazione che potesse funzionare senza problemi e nel modo di automatizzato possibile. Col passare del tempo, per mezzo di una crescente community e di qualche operazione di marketing virale, la nuova distribuzione si e’ imposta sul panorama diventando un punto di ingresso al mondo open per numerosissimi utenti ed un punto di riferimento per tutta la community. Ad oggi, stando alle statistiche di DistroWatch, Ubuntu e’ la distribuzione piu’ conosciuta, installata su qualche milione di PC sparpagliati nel mondo. Chiusa parentesi.

Tornando al tema: il sistema operativo in oggetto non e’ visto di buon occhio da una buona parte della community linuxara, ed in particolare dai power user piu’ radicati, gli irriducibili della linea di comando, la nomenklatura del web ed i sostenitori della filosofia “RTFM”.

Le motivazioni? Le piu’ disparate. In larga parte e’ una questione di tendenza e convenienza – “Se gli esperti dicono che Ubuntu fa schifo, lo dico anche io” -, ma ho la fortuna di conoscere almeno un intellettuale anti-Ubuntu (che per un periodo ha usato il titolo di questo post, “Linux for Zombie Beings”, come motto, scimmiottando la tagline “Linux for Human Beings”) capace di mantenere una posizione ed esporre argomentazioni al loro interno coerenti, da cui si trae un quadro sufficiente per analizzare il pensiero “No-Ubuntu”.

Di seguito una lista di punti chiave, spero di non dimenticarne qualcuno fondamentale (nel caso lasciate un commento al post):

  • Ubuntu e’ mantenuta da una azienda, Canonical, che trae profitto dalla diffusione del suo prodotto e vuole costruire un monopolio paragonabile a quello di Microsoft con Windows
  • Da quando esiste Ubuntu il numero di distribuzioni disponibili e’ drasticamente diminuito, in quanto essa si e’ imposta come unica opzione, dunque la liberta’ di scelta si e’ ridotta. Di questo passo non ne restera’ nessun’altra, saremo obbligati a quella
  • Ubuntu e’ volutamente incompatibile con tutte le altre distribuzioni (inizialmente il software veniva gestito per mezzo di pacchetti .deb presi da Debian, col tempo ha adottato un sistema omonimo ma incompatibile), ulteriore prova della volonta’ di creare una dipendenza unidirezionale
  • Per promuovere Ubuntu sono stati adottati metodi subdoli, quale ad esempio la pratica di regalare e spedire centinaia di CD di installazione a chiunque ne facesse richiesta inducendo i LUG a distribuire solo quella e nient’altro per risparmiare la masterizzazione
  • Ubuntu e’ diventato sinonimo di Linux, ed anzi ha surclassato il nome originale e Linux e’ solo piu’ Ubuntu
  • Ubuntu fa quello che vuole in modo totalmente automatizzato, il sistema e’ incontrollabile, e consuma un sacco di risorse sul PC
  • Se e’ tutto automatico l’utente non impara niente, dunque passare a Linux non gli serve a niente

Ebbene: personalmente non reputo nessuno dei summenzionati temi validi a sostenere la tesi “Ubuntu e’ il male”. Andiamo con ordine.

Ubuntu e’ mantenuta da Canonical. Fedora da RedHat. SuSE da Novell. Mandriva dalla societa’ omonima. Pressoche’ ogni distribuzione con un minimo di seguito ha una lista di partners in cui figurano aziende. Ma tutte le distribuzioni sono costruite a partire da software libero, compilabile su qualsiasi altra distribuzione (e spesso su qualsiasi altro sistema Unix, come Solaris), il che le rende non suscettibili di alcuna posizione di monopolio esplicito o implicito. Un monopolio esiste laddove c’e’ un unico vendor capace di fornire un certo prodotto e/o offrire un certo servizio (un esempio a caso: Microsoft, unica al mondo a sapere come aprire correttamente un documento .doc), non se un prodotto e’ maggiormente utilizzato nonostante esistano tutti i presupposti per una concorrenza ad armi pari. Per dirne una, Canonical finanzia lo sviluppo di upstart, il sistema di init adottato oggi da diversi altri vendor. E volendo scendere nel dettaglio della posizione di mercato: Canonical ha 30 milioni di dollari di profitto all’anno, RedHat 653 milioni, Novell 216 milioni. I sostenitori della teoria del “complotto del monopolio” farebbero bene a scrivere una mail a Shuttleworth suggerendo di cambiare tutto il reparto marketing della societa’, perche’ con questi presupposti l’argomentazione fa solo ridere i polli. Giusto Mandriva naviga in pessime acque, e qui si apre il dilemma del paladino: la si dovrebbe sostenere in nome della pluralita’ (nonche’ del decoroso grado di innovazione che l’azienda e’ ancora in grado di produrre), o contemplarne indifferenti il fallimento gioendo poi della distruzione di un ente commerciale che osa far soldi con Linux?

A proposito appunto della pluralita’: da quando bazzico il mondo del freesoftware (saranno oramai otto anni… Come passa il tempo…) ho provato numerose distribuzioni, ed incontrato dozzine di persone che hanno fatto altrettanto. Volendo stilare una lista di quelle cui ho personalmente messo mano, o di cui ho conosciuto almeno un occasionale utente, abbiamo in ordine assolutamente sparso: Ubuntu, Kubuntu, Xubuntu, Debian, Slackware, SuSE, Corel, Mandrake, Mandriva, RedHat, Fedora, Gentoo, Arch, Sabayon, Mint, DSL, Zenwalk, Knoppix, OpenMamba, Slax, Puppy, Torinux, SimplyMEPIS, CentOS, Linux-Gamers, Xandros, Linpus, Mulinux, Coyote, HAL91, uCLinux, Moblin. Per buona misura mettiamoci anche FreeBSD, OpenBSD, NetBSD, Solaris, tutta roba che Linux non e’ ma ad esso puo’ essere assimilato. Conteggio totale: 36. Arrotondiamo: 40. Sicuramente ne ho dimenticata qualcuna: 50. Facciamo 60. Oggi sono generoso: 70. Ora: che su DistroWatch ci siano 500 o 800 nomi, se ne accorge qualcuno? La stragrande maggioranza dei progetti che si autodefiniscono “distribuzioni” (o peggio ancora “sistemi operativi”) sono versioni ribrandizzate di qualcosa di gia’ esistente, con un diverso tema grafico ed un diverso wallpaper di default, non aggiungono assolutamente nulla alla ricchezza del panorama freesoftware e la loro esistenza o non esistenza e’ totalmente indifferente. Non adottero’ la retorica del “e’ inutile disperdere le risorse lavorando su mille distribuzioni”, in quanto dubito fortemente che chi ha abbandonato una di tali opere si sia messo a contribuire concretamente ad altro (dunque volente o nolente e’ ugualmente “disperso”), ma oggettivamente per definizione la distribuzione e’ un agglomerato piu’ o meno ponderato di applicativi altrimenti sparpagliati singolarmente, e che ci siano 500 o 800 o un googol di combinazioni diverse per agglomerare tali pacchetti non fa molta differenza a nessuno. Nonostante gli allarmismi ed i piagnistei, comunque, la lista di richieste di inserimento di nuove distribuzioni su DistroWatch non e’ propriamente deserta, ed anzi e’ espressamente detto “It might sound like an exaggeration, but I receive an average of 2 – 3 requests per week to include a new distribution“: alla faccia della moria di progetti! Ad ogni modo, se anche le piu’ catastrofiche previsioni dovessero avverarsi e la scelta arrivasse davvero ad essere ridotta ad un pugno di possibilita’, nessuno potra’ vietare mai di scaricarsi il manuale di Linux From Scratch, compilarsi per conto proprio il proprio sistema esattamente come lo vuole e spacciarne la .iso prodotta dopo averle affibiato un nome esotico.

L’argomentazione dell’incompatibilita’ e’ talmente grezza che non mi ci soffermo piu’ di tanto: ogni benedetta main distribution ha il suo proprio sistema di pacchettizzazione ed il suo proprio package manager, e le distribuzioni derivate un minimo serie quasi sempre finiscono col divergere compilandosi i sorgenti originali dei programmi per conto proprio e piazzandone i files relativi in posti diversi rendendo incompatibile l’archivio compresso. In fin dei conti l’unica cosa in cui due distribuzioni possono differire e’ proprio quello: la presenza o non presenza di un determinato software nella lista di quelli espressamente pacchettizzati, e su tutti i sistemi se non c’e’ il pacchetto desiderato ce lo si compila per conto proprio senza eccessivo sforzo.

Sul fatto che i metodi di diffusione e promozione di Ubuntu siano stati, almeno all’inizio dell’avventura, particolarmente non convenzionali sono d’accordo, eppure non mi sembra una colpa quella di accollarsi la spesa per mettere in mano alla gente un CD da portare a casa e provare. Anche qui evito la retorica “colpa dei LUG che per risparmiare qualche euro e/o per pigrizia hanno preso i CD gratis gia’ pronti anziche’ masterizzarseli in proprio differenziando l’offerta”, in quanto all’epoca (che ho vissuto in prima linea) mai ci si sarebbe immaginati l’evolvere della situazione fino allo stato corrente ed il problema non e’ mai stato posto: si accettava di buon grado il fatto che qualcuno pagasse le spese, prendendola come una donazione piu’ che come un mezzo propagandistico. Canonical stessa ha rischiato non poco investendo chissa’ quanti quattrini in tale operazione, al secolo Linux era un giocattolo per smanettoni molto piu’ di quanto non sia adesso ed il fatto di far stampare migliaia di CD con software per il quale non si poteva prevedere la reazione del pubblico e’ equivalso ad investire altrettanti euri in schedine del SuperEnalotto. Gli e’ andata bene (almeno sul piano dell’immagine, quello finanziario lo abbiamo visto prima), ma poteva andargli male. Siamo stati tutti gabbati, fungendo inconsapevolmente da vettore pubblicitario? In qualche modo si, ma il mondo del freesoftware e’ bello perche’ quando uno ci guadagna ci guadagnano tutti quanti: senza tutti quei CD gratuitamente immessi in circolazione e contenenti un completo sistema Linux in decenti condizioni di utilizzo oggi non incontrerei per strada persone assolutamente non tecniche che hanno sperimentato il software libero per conto proprio, spontaneamente e traendone impressioni spesso favorevoli, innestando nell’opinione pubblica una seppur modesta idea di cosa Linux puo’ fare.

Gli estremisti del software libero sono sempre stati particolarmente pignoli con i nomi: “si dice GNU/Linux e non Linux“, “si dice freesoftware e non opensource“… ed ora “Linux non e’ Ubuntu”. Sono pienamente concorde con questa affermazione, ed anzi io piu’ di tutti reputo dannosa l’identificazione di tutto l’universo open con una sola delle sue infinite sfaccettature, ma almeno un pregio va riconosciuto a questo fraintendimento lessicale: rappresenta un concetto facilmente afferrabile da un utente-tipo quando gli si sta spiegando cos’e’ Linux. Nelle innumerevoli situazioni in cui mi sono trovato ad illustrare la natura dell’amato sistema operativo a qualcuno di non tecnico ho sempre trovato estremamente difficile rispondere alla domanda “Ok, dove lo scarico questo Linux?”, in quanto a quel punto si doveva avviare tutta la contro-spiegazione sul fatto che il termine in se’ esprime la nozione e poi ci sono le distribuzioni che la cristallizzano, creando generalmente qualche confusione. Inevitabilmente si finiva col fornire il nome di una o due distribuzioni di riferimento (per lo piu’ Debian, la seconda in base alla giornata) e la storia finiva li’, con qualche perplessita’ da parte dell’utente ed un sospiro di sollievo dell’esperto cui non era stato chiesto di dettagliare le differenze squisitamente tecniche esistenti tra prodotti che lui stesso non aveva mai provato direttamente. Il quid pro quo “Ubuntu = Linux” permette di ribaltare il percorso cognitivo, partendo da una entita’ concreta (Ubuntu) ed andando a sviscerare cio’ che essa rappresenta (Linux): se va bene l’interlocutore sara’ portato per curiosita’ a chiedersi cosa ci sara’ mai di cosi’ diverso tra la nota Ubuntu e una sconosciuta, per dire, Fedora (risposta per l’utente medio: il colore del desktop di default, null’altro); se va male gli resta comunque Ubuntu da installarsi a casa con buona pace di tutti. E’ come cercare di spiegare cosa significa la parola “cane”: in un caso si tenta di riassumere i tratti distintivi della specie cercando di essere piu’ generici possibili (finendo inevitabilmente per descrivere la maggioranza dei mammiferi quadrupedi del regno animale), nell’altro si prende un collie e lo si fa vedere.

In qualita’ di tecnico, io odio Ubuntu. Non l’ho mai installata su un mio PC ed evito come la peste di farlo. Ma sono anche conscio di essere appunto un tecnico, e di rappresentare una infinita minoranza dell’utenza informatica odierna. Mi piace far le cose a modo mio (sebbene ultimamente mi stia sforzando di usare il piu’ possibile le interfaccine grafiche di configurazione, per individuare possibili problemi ed eventualmente un giorno contribuire a risolverli), e se pesco un processo che fa quello che vuole lo killo senza pensarci troppo. Come ad esempio Network Manager, che regolarmente su qualsiasi distribuzione si ostina a sovrascrivere le impostazioni da me immesse per il DNS: quando cio’ accade, stoppo il processo e la scheda di rete me la configuro come dico io da linea di comando per mezzo di ifconfig. Il difetto, se cosi’ lo si puo’ chiamare, di Ubuntu e’ quello di incorporare di default applicazioni che tendono a fare quel che vogliono, applicazioni che possono essere comodamente installate su qualsiasi altro sistema con tutti i relativi improperi da parte dell’utente smanettone. Smanettone che comunque, per quanto voglia farsi passare per “duro e puro” denigrando il grado di automazione del sistema operativo, difficilmente rinuncia al package management con  la risoluzione delle dipendenze o agli aggiornamenti tracciati in modo autonomo, o al display manager che automaticamente avvia l’X server al boot della macchina, o ai pacchetti dei vari server apache o MySQL o altro della sua distribuzione preferita che arrivano generalmente con configurazioni di default gia’ funzionanti senza modifiche e giramenti di capo, o agli installer che tendenzialmente riconoscono per proprio conto l’hardware della macchina ed installano i driver necessari a far andare i vari pezzi, o anche solo ad init che lancia e chiude i processi quando opportuno. Ipocrisia? Il fatto che ci sia uno strato di automazione a livello desktop puo’ dar fastidio a qualcuno, ma piu’ per una questione di vestigiale abitudine a mettere insieme le cose manualmente anziche’ vedersele gia’ fatte, e comunque in qualsiasi momento un qualsiasi automatismo troppo invadente puo’ essere spento con una configurazione o, alla peggio, con un kill: se non sei capace a farlo, e’ meglio che rinunci a metter mano ai PC altrui con la pretesta di metterli a posto. Protestare per una propria abitudine a discapito dell’abitudine altrui (quella di avere la macchina che si gestisce da sola quando puo’) non si chiama liberta’, si chiama egocentrismo. E se l’automatismo non funziona nel migliore dei modi, invece di piangere sarebbe il caso di individuare il problema e mandare una patch agli sviluppatori in modo che la prossima volta vada. Lamentarsi e’ facile, sistemare i problemi e’ difficile.

Per usare Linux bisogna essere degli esperti. Curioso come questa affermazione sia usata allo stesso tempo sia da Microsoft per mettere in bastone tra le ruote alla diffusione di un pericoloso competitor, che da coloro che invece dovrebbero lavorare per la sua promozione. Il fatto di sapere dove mettere le mani per fare cose complesse, o anche solo per sistemare problemi che non sono gestiti in modo automatico, deriva esclusivamente dall’esperienza individuale di chi si trova in tale condizione: io ad esempio mi so sistemare alla buona il routing di due segmenti di rete a botte di invocazioni a iptables e route, in quanto ai tempi miei non c’era alcuna altra soluzione, ma vorrei sapere quanti power user duri e puri di nuova generazione, sempre pronti a stracciarsi le vesti in nome della cultura hacker e della crescita personale, sanno fare altrettanto senza Firestarter. E pur essendo considerato un esperto non saprei, per esempio, come configurare l’audio per disaccoppiare l’output delle casse e delle cuffie del PC, funzionalita’ indispensabile per qualsiasi appassionato di musica: non ho mai avuto necessita’, non mi sono mai interessato, non lo so fare ed avrei seri problemi nel cercare una soluzione non sapendo neppure quali parti del sistema toccare per prime. “Cerca da solo su Google“, viene risposto solitamente. Non sarebbe meglio se la baracca funzionasse a priori senza troppi patemi? Proprio ieri e’ stato esposto su Slashdot un articolo che elenca i peggiori difetti generalmente rintracciabili nel software open, e mentre il brano si concentra maggiormente all’ambito enterprise dai commenti aggiunti sul ben noto aggregatore se ne evince che i due massimi impedimenti per i nuovi utenti sono la scarsa usabilita’ e la carenza di documentazione coerente. Che per risolvere un problema relativamente complesso ci sia spesso da raccogliere informazioni provenienti da diverse fonti e mettere insieme piu’ tutorial, tips, e post su forum e mailing list lo sa chiunque abbia cercato di far funzionare una stampante non auto-rilevata su una qualsiasi distribuzione. Sulla scarsa intuitibilita’ delle applicazioni potrei scrivere un saggio, ma suppongo sia sufficiente invitare tutti a provare a creare un archivio compresso di piu’ files usando il solo Nautilus e non il terminale. Invece di riversare sugli altri le proprie mancanze e limitazioni, e perdere tempo dicendo o scrivendo ogni volta “cerca su Google” (operazione semplice ma time-consuming se ripetuta piu’ volte in un intervallo di tempo), non sarebbe meglio impegnarsi per scrivere (o tradurre dall’inglese) documentazione completa, semplice, magari in italiano, una volta sola e valida per tutte? Oppure adoperarsi per mettere insieme in un unico script i passaggi richiesti per fare una particolare operazione, si’ che chiunque lo possa prendere ed eseguire senza acquisire una laurea in ingegneria? Oppure ancora, per chi ha qualche competenza di programmazione, fare un giretto sui tracker di qualsivoglia progetto open e prendersi carico di qualche richiesta di feature in attesa da anni?

Come abbiamo visto le argomentazioni anti-Ubuntu sono molteplici, e tutte facilmente affossabili illustrando dati effettivi, concreti, tralasciando opinioni e sentimenti inevitabilmente di parte.

Sinceramente non credo che i detrattori del “Linux per tutti” – o almeno non tutti – agiscano compulsivamente per autodifesa elitaria, per proteggere coscientemente o incoscientemente l’isola felice di hacking e smanettamento che tante soddisfazioni da agli appassionati e cosi’ bene tiene alla larga i ranghi piu’ bassi dell’utenza informatica, in quanto se cosi’ fosse essi dovrebbero rifuggere anche l’idea degli Installation Party o dei Linux Day o dei forum di supporto, ma cio’ accade abbastanza raramente. E se invece qualcuno si riconosce in tale descrizione e’ pregato di passare istantaneamente a HURD: su tale piattaforma non funziona una emerita mazza, il divertimento hacker abbonda e nessun utonto si sognera’ mai di venire a chiedervi come far funzionare la stampante su quello. Al contrario io credo che l’astio nei confronti della eccessiva facilita’ del software libero e nella sua, diciamolo pure, prostituzione sociale, trovi radici in un fraintendimento storico di scopi: il freesoftware nasce in ambiente hacker, dunque deve essere usato per promulgare i valori della cultura hacker, tra cui l’arte di arrangiarsi da soli e di svincolarsi il piu’ possibile dallo strapotere commerciale. Se cosi’ e’, cari i miei wannabe avete sbagliato mira. Il software libero e’ una questione di liberta’, e liberta’ e’ partecipazione, non chiudersi in una stanza a fare i fatti propri. Il software libero e’ condivisione, e condivisione e’ apertura, non ottenere l’informazione e tenersela per se’ aspettando che altri facciano lo stesso. Il software libero e’ una questione di eguaglianza, ed eguaglianza e’ solidarieta’, non fare in modo che chi e’ in difficolta’ se la cavi da solo. Potrei continuare per ore sulla totale divergenza tra morale hacker e morale freesoftware, ma credo di aver gia’ scritto a sufficienza, magari rimando i dettagli ad un’altra occasione.

La mia conclusione di questo lungo pezzo (finalmente!) e’ questa: forse non e’ opportuno osannare Ubuntu come unico possibile Linux, ma dovrebbe essere capacita’ di tutti comprendere i casi in cui la soluzione semplice ed immediata e’ adatta e quelli in cui val la pena approfondire il tema, a seconda dell’interlocutore. Qualcuno e’ piu’ propenso ad afferrare l’idea di Linux nel suo insieme e discriminare il concetto di “distribuzione”, altri no ed anzi hanno perplessita’ nell’assumere l’esistenza di un sistema operativo che non sia Windows, nessuno di questi due pubblici deve essere lasciato indietro per questioni di gusto personale. Se proprio non volete saperne di promuovere Ubuntu, almeno fate la cortesia di starvene zitti e non provocare danni ulteriori a quelli gia’ presenti, scremate per conto vostro la parte (minoritaria) di massa in grado di apprezzare la varieta’ del panorama e concentratevi su quella, lasciando le persone ragionevoli a fare il vero e piu’ complesso lavoro di promozione. Gia’ Microsoft fa un ottimo lavoro cercando di ostacolare l’opera usando mezzi leciti e meno leciti, non mi sembra una mossa intelligente quella di darle manforte.

Chi mi conosce personalmente tende ad identificare in me un estremista del software libero. Non e’ vero: io sono uno statista. So riconoscere il compromesso, la via di mezzo, il modo piu’ efficace di raggiungere l’obiettivo. Ubuntu e’ allo stato attuale, per questioni sia pubblicitarie che tecniche, lo strumento piu’ efficace per portare il codice aperto alla gente, ed aprire una breccia nella pubblica opinione. Una volta raggiunta una massa critica ci si potra’ permettere di far le pulci su cosa e’ piu’ “eticamente” giusto di altro, e qualora Canonical dovesse prendere una cattiva strada saremo sempre in tempo per far quadrato e darle qualche problema: Novell ci ha provato a fare un torto alla community, da allora raramente ho sentito parlare di SuSE, e l’andamento sul mercato azionario della societa’ (l’accordo con Microsoft risale al 2006: guardate a che punto erano le azioni prima e dopo) e’ indicativo del potere riposto in una community inconsapevole di quello che puo’ combinare usando una parola piuttosto di un’altra quando parla con una persona che chiede consiglio o scrivendo su un blog.

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