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Di Birre e di Nerd

26 febbraio 2013

Qualche idea chiara

Altro febbraio, altro FOSDEM. Anche quest’anno, come sempre trascinato dagli amici, mi sono recato alla principale conferenza europea degli sviluppatori free e open source con sede a Bruxelles. E anche quest’anno ho cercato di capire che aria tira nell’ambiente.

Una premessa: per una serie di motivi che non sto a dettagliare in questa occasione mi sono dedicato piu’ alle birre belghe e agli altri svaghi della capitale del nord che non alle questioni prettamente tecniche. Ho forse passato piu’ tempo al Delirium che alla ULB, e la conseguenza e’ che ho assistito a solo parte dei talk che mi ero prefissato. Di alcuni vorrei vedere le registrazioni audio/video pubblicate online, ma quanto percepito e raccolto dovrebbe gia’ essere sufficiente per trarre qualche conclusione.

La prima sensazione e’ stata quella di un FOSDEM piu’ sereno e maturo dello scorso anno. Nel 2012, in ogni corridoio ed in ogni aula talk si trovavano Profeti dell’Apocalisse intenti a redarguire i viandanti: la minaccia del Cloud – che sposta il software dal PC dell’utente ai server dei datacenter, scippandogli cosi’ non solo l’accesso al sorgente ma pure i dati da esso gestiti – e la cronica ed apparentemente non risolvibile mancanza di una piattaforma mobile credibile guidata dalla community parevano essere sintomi dell’imminente avverarsi delle profezie Maya sulla fine del mondo, o almeno del mondo delle liberta’ digitali. Nel 2013 i toni si sono nettamente moderati e ridimensionati, ed anziche’ parlare di minacce (si, ok, qualche talk del genere c’e’ stato) si e’ profusamente parlato di soluzioni, ed implementazioni. Sia ben chiaro: di mettersi d’accordo tutti su una direzione – o comunque su un insieme di strategie condivise – non se ne parla neanche, ma almeno ad oggi ci sono sia frameworks che servizi vagamente usabili per il web che piattaforme mobili un poco piu’ “open” del solito Android (nonche’ credibili) a disposizione ed il futuro sembra (sembra…) meno grigio.

Tra i suddetti progetti web, decisamente non c’e’ quello della Freedom Box. Iniziativa pluri-acclamata, pluri-discussa, nata proprio in seno al FOSDEM e per la quale ogni anno viene presentato un aggiornamento. Ricco di propositi, povero di contenuti. Special guest 2013 Eblen Moglen, promotore del progetto nonche’ personaggio ben noto nella community (ricordiamolo per chi se lo fosse dimenticato: e’ colui che fattivamente ha scritto il testo della GPLv2 e gran parte della v3). Ci ho tenuto a vederlo, ne sono stato ampiamente deluso: nella sua mezz’ora di sproloqui non e’ andato oltre alle consuete geremiadi su privacy, controllo globale, governi corrotti e multinazionali avide, concetti forse (…) anche fondati ma che difficilmente fanno presa su un pubblico di developers gia’ ampiamente indottrinati e che si aspetterebbero non solo l’ennesima esposizione del problema ma anche delle proposte concrete per la sua soluzione.

Altro intervento potenzialmente interessante ma ai fatti inutile, quello – inevitabile – sul cosiddetto Secure Boot. Oratrice apprezzabile – caso piu’ unico che raro, ad una conferenza di nerd di prima categoria – ma talk infondato, conclusosi dicendo che l’arma definitiva contro la “minaccia” (eccola! Lo avevo detto che qualche minaccia c’era ancora!) e’ boicottare i grandi vendor ed acquistare solo hardware che non supporti la sedicente funzionalita’ di sedicente sicurezza spinta da Microsoft per bloccare i software malevoli (nei confronti di Microsoft stessa, si intende). Nel boschetto della mia fantasia potrebbe funzionare, nel mondo reale – dove le persone normali comprano il proprio notebook al MediaWorld, ci trovano Windows8, lo odiano, lo portano al linuxaro di turno per l’installazione di Ubuntu e scoprono solo dopo di non poterlo fare – no.

Passando invece ai commenti positivi (almeno uno…), impossibile non citare la inedita dev-room dedicata al “marketing” del software libero. Ovvero: dritte e suggerimenti per fare capire ai non-addetti ai lavori quanto e’ meglio il freesoftware, e come avvicinarvi anche coloro che di tecnologia non se sanno niente. Argomento che era anche un po’ ora di toccare, la’ dove molto spesso i relatori sono talmente impacciati e poco espressivi da riuscire ad annoiare pure gli entusiasti dell’argomento. Lo spazio e’ stato curato dal nostrano Italo Vignoli, col quale ho condiviso il viaggio in aereo e che piu’ volte ho incrociato durante la permanenza belga, il quale riferisce che l’iniziativa sia andata bene e che auspica di ripeterla nuovamente l’anno venturo con la benedizione dell’organizzazione FOSDEM.

Uno dei momenti in assoluto piu’ inattesi della due-giorni nordica e’ stata la scoperta di un cantuccio isolato, nascosto e buio in cui qualcuno addirittura combinava qualcosa di pratico: in una saletta ho trovato Kohsuke Kawaguchi, maintainer di Jenkins, che con uno sparuto manipolo di volontari discutevano delle prossime evoluzioni del progetto. Come ogni anno l’esperienza rinnova in me il desiderio di dedicare piu’ tempo allo sviluppo software, e da settimane ho l’istanza Bugzilla di Freedesktop aperta in una tab del browser in attesa di cercare qualche bug minore da sistemare, ma tra lavoro e associazioni e’ sempre piu’ difficile. Almeno una volta all’anno piace vedere che, dopotutto, c’e’ anche chi lo scrive sto’ benedetto software libero.

L’Osservatorio Belga

23 marzo 2012

All’inizio di febbraio mi sono recato al FOSDEM 2012, dopo l’esperienza 2010 e la mancanza del 2011. Avevo promesso ad una persona che ne avrei scritto un report, come al solito me ne sono dimenticato ma spero di recuperare adesso seppur con quasi due mesi di ritardo.

Innanzitutto, qualche premessa personale. Negli ultimi due anni non ho guardato film in lingua originale per migliorare il mio inglese, come promesso a seguito del trauma 2010, pertanto anche stavolta mi sono giocato l’occasione di scambiar due parole sensate con qualche personaggio internazionale (ci ho provato con Seif Lotfy, i risultati sono stati imbarazzanti); fortunatamente ho incrociato anche tanti italiani (Vignoli, Rubini, ed un paio di torinesi che non vedevo da anni), dunque almeno non mi sono isolato del tutto. In secundis, confesso di essermi goduto meglio l’evento: l’altra volta, con un mezzo talk da tenere sul groppone, ammetto di non aver seguito proprio “a cuor leggero” l’andamento della manifestazione, che a questo giro ho osservato piu’ attentamente.

Restano valide le considerazioni sui contenuti, raramente inediti in quanto gia’ ampiamente illustrati e commentati sui blog al momento della loro prima comparsa e dunque solo ri-presentati nelle aule dell’Universite’ Libre de Bruxelles, e stavolta aggiungo anche una nota negativa nei confronti dei relatori, spesso hackers indiscutibilmente bravi a programmare ma addirittura noiosi da ascoltare mentre parlano di cio’ che hanno programmato. Penso comunque che questi siano fattori imprescindibili all’interno di un evento organizzato dalla community per la community, dunque ci si fa presto l’abitudine.

Viceversa, al FOSDEM e’ interessante notare quanto un dato contenuto attiri attenzione. Dunque interesse. Dunque seguito. Dunque, si spera, possibilita’ di sopravvivere nel tempo, all’interno del duro e letale ecosistema opensource.

Due sono stati i filoni di maggiore spicco: il mobile ed il web. Prevedibile. Ma con qualche sorpresa.

Per quanto riguarda il mobile, presso la community e’ tangibile il disagio provocato dal non avere ancora una distribuzione GNU/Linux “general-purpose” ottimizzata per smartphone e tablets e governata secondo i criteri canonici di trasparenza e partecipazione propri di Debian, Gentoo ed altre. Certo, esiste Android ed ha anche un gran successo di pubblico, ma si tratta di un progetto ben poco opensource (freesoftware magari si, ma non opensource) su cui Google detta legge, ed in cui gli smanettoni sono tagliati fuori dal processo di design ed implementazione. Certo, recentemente Ubuntu ha palesemente intrapreso la via del mobile e potrebbe colmare il vuoto, ma Canonical ha imparato a non farsi apprezzare dunque sebbene sia ad oggi l’opzione piu’ credibile e’ anche quella che detiene minore attenzione dal popolo nerd. Certo, esiste Tizen, ma visti i precedenti (Tizen e’ l’evoluzione di Meego, progetto di Intel e Nokia naufragato per via delle opinabili strategie di mercato di quest’ultima, e Meego era l’evoluzione di Maemo e Moblin, progetti a loro volta seppelliti) la fiducia riposta non e’ delle migliori tant’e’ che qualcuno ha a sua volta forkato Mer. Certo, esiste OpenMoko, il quale ancora oggi concentra una quantita’ di entusiasmo assolutamente ingiustificabile per un progetto ufficialmente morto anni fa, ma si tratta pur sempre di uno zombie – duro a morire, ma debole e lento. In questo caotico scenario, tutti sono ben consapevoli del ruolo che il mobile giochera’ nel prossimo immediato futuro (ruolo su cui persino Microsoft scommette in modo pesante, mettendo a repentaglio la sua stessa fedelissima base di utenza annunciando un Windows 8 decisamente inadeguato per il classico PC domestico) e nessuno vuol perdere il treno, condannando per ulteriori anni a venire l’intero panorama opensource alla serie B come gia’ e’ accaduto col desktop, non fosse che nessuno e’ ancora sufficientemente credibile da assumere una posizione di leadership ed agglomerare quella massa critica necessaria a combinare qualcosa di buono e sostenibile nel tempo.

Sul fronte web, invece, la questione e’ molto diversa. L’open, qui, ha gia’ vinto da un pezzo. Ma si tratta di una vittoria di Pirro. Da un lato, presso gli sviluppatori desktop (ho assistito ad almeno un talk Gnome sul tema, ma non dubito che il versante KDE sia sulla stessa barca) c’e’ un certo imbarazzo ad affrontare il topic, semplicemente perche’ piu’ le soluzioni opensource Internet-based crescono piu’ i loro progetti perdono di rilevanza. Il dilemma dell’innovatore e’ forte: assecondare il trend, buttare tutto all’aria e dedicarsi anema e core al cloud, oppure opporre resistenza passiva nel tentativo di conservare la propria posizione di “piattaforma” (e non solo di “colorato contorno del browser”)? Quel che e’ certo e’ che, nonostante le pretese, l’integrazione desktop/web e’ ancora in uno stato troppo immaturo per essere credibile, ed i due mondi saranno realmente in comunicazione solo tra molto tempo, sempre che lo saranno davvero prima o poi. Dall’altro lato, quasi ci si vergogna di ammettere che oggi le tecnologie libere sono diventate strumentali a prodotti e servizi tutt’altro che liberi, destinati a raccogliere le informazioni degli utenti e a legarlo ad un provider. Applicazioni web-based ne ho viste poche, l’attenzione e’ rivolta alla produzione di protocolli e standard finalizzati all’interoperabilita’ (ma che interoperano ben poco, non essendo adottati), ed inevitabilmente il progetto FreedomBox, emblema di liberta’ 2.0 a 360 gradi, raccoglie interesse a vagonate pur nella sua inconcludenza piu’ assoluta.

Nonostante tutto, nonostante le incertezze e le deviazioni, la community lavora. Procedendo un po’ a tentoni, ma lavora. Prossima tappa? Forse il GUADEC 2012. Sempre che riesca a porre rimedio a qualche mancanza di produzione open degli ultimi mesi: la community lavora, io ultimamente per stare appresso al Linux Day un po’ meno.

Nella Rete

6 marzo 2011

Oramai da tempo si parla di cloud computing. Sebbene nessuno abbia ancora capito cosa voglia dire, ma questa e’ un’altra questione.

Da quasi altrettanto tempo si discute all’interno della community della minaccia che il cloud computing rappresenta sia nei confronti della tutela della privacy sia per il rischio di non poter piu’ controllare il proprio software e di conseguenza i propri dati. Sia perche’ cosi’ ha detto Stallman.

Ed ha del comico che adesso proprio Eben Moglen, personaggio tra i piu’ vicini a Stallman, colui che ai fatti ha scritto la General Public License (RMS ci avra’ pur messo l’ispirazione, ma la stesura del documento legale non e’ proprio tutta farina del suo sacco…), prima lanci un appello per spostare l’attenzione della community sulla produzione e sull’utilizzo di software libero orientato all’Internet e poi metta in piedi una fondazione destinata a rimarcare questa urgenza.

Gia’ solo partendo da questa premessa potrei scrivere fiumi di parole confrontando l’atteggiamento catastrofista e patetico (“No, il cloud computing e’ il male, poveri noi, come faremo…”) con quello costruttivo e propositivo (“Vogliono il cloud computing? Diamoglielo!”), ma per questa volta sorvolero’ su quella che sarebbe la mia ennesima invettiva sconclusionata.

Il punto di partenza della questione sta nel rapporto tra “pro” e “contro” dell’atto di spostare i propri dati dal personal computer alla Rete. Certo, se pubblicati sull’Internet essi sono maggiormente a rischio intrusione. Certo, se li metto sul server di qualcun’altro questo qualcun’altro puo’ andare a metterci il naso. Ma grandi sono i vantaggi: posso accedere a ogni cosa da ogni dispositivo connesso, posso condividere i contenuti molto piu’ semplicemente e rapidamente con altri apparati e con altre persone, e non abbisogno di avere in mano in tutti i momenti un computer super-dotato per far girare un browser con un supporto decente alle piu’ recenti tecnologie web. Proprio perche’ i pregi sono numerosi, e spesso superiori, ai difetti, alla fine dei conti non sono moltissimi coloro che hanno sposato la linea “no al cloud computing a tutti i costi” mentre invece diversi sono stati quelli che hanno iniziato a rivolgere il proprio sguardo ai nuovi orizzonti digitali.

Innescando il paradosso. Da una parte si trova la spinta e la motivazione a muoversi verso la Rete, dall’altra esistono pochi o pochissimi progetti freesoftware che offrono servizi pari a quelli closed e gran parte di essi non espongono API web per interagire con essi e permettere l’integrazione con applicativi desktop o altri applicativi web in cascata. Risultato: gran parte dei programmi open supportano esclusivamente o quasi piattaforme proprietarie, alimentando la dipendenza da essi. Non c’e’ piu’ un software per la gestione di foto che non permetta l’upload su Flickr. Non c’e’ piu’ un CMS che non integri i pulsantini per rimbalzare i contenuti su Facebook o Twitter. Non c’e’ piu’ un feed reader che non si sincronizzi con Google Reader. E spopolano le librerie ed i plugins per accedere a Google Data ed analoghi.

Si tratta della solita anomalia del mondo freesoftware: rilasciati in licenza open si trovano i piu’ complessi e potenti frammenti di codice esistenti, ma sono tutti sparpagliati e nessuno si cura di costrurci sopra soluzioni “chiavi in mano”. Sul desktop abbiamo i piu’ sofisticati filtri grafici per l’editing di immagini ma nessuna applicazione che tenga testa a Photoshop in ambito professionale, sui server il software libero domina sulle infrastrutture (server web, server mail, database di ogni tipo e genere…) ma mancano i pacchetti finali usabili dagli utenti.

Lo scopo della Freedom Box Foundation dovrebbe essere proprio a questo: aiutare a colmare il vuoto, o meglio i diversi vuoti abissali esistenti nelle aree ancora non decentemente coperte (ovvero: tutte, a parte le piattaforme di blogging ed i CMS). Il “come” intenda farlo e’ per me una incognita, e due sono le possibili strade: quella giusta e quella sbagliata. Quella sbagliata consiste nel ripetere l’errore gia’ visto in Diaspora, il maxi-progettone destinato all’implementazione di una alternativa aperta a Facebook e salito agli onori della cronaca per aver accumulato 100.000 dollari di donazioni in tempo record (soldi che evidentemente sono stati usati dai developers per fuggire alle Maldive, gia’ che a tutt’oggi il progetto non soddisfa neppure una frazione delle promesse originali): in quel caso il vero problema sta nella pretesa di voler ricostruire, partendo da zero, tutto lo stack di servizi quali ad esempio le gallerie di immagini o la condivisione di links, attivita’ gia’ bene o male gestite da altri pacchetti specifici e che hanno richiesto numerose ore-uomo di lavoro per essere realizzati. La strada giusta sarebbe invece, appunto, quella di integrare e potenziare i progetti esistenti, e porre le basi per una futura rapida espansione del software libero in Rete.

Quel che vorrei non e’ l’ennesimo pacchetto che gestisca l’upload di foto, o l’ennesimo feed reader web-based, bensi’ la formulazione di protocolli e specifiche e API atti all’interazione ed alla federazione dei contenuti tra le diverse piattaforme. Come OAuth per l’autenticazione degli utenti, ma esteso a tutti i possibili contesti d’uso: condivisione di immagini, di links, di notifiche e quant’altro. Quel che vorrei e’ che la Freedom Box Foundation diventi l’equivalente web di quel che e’ Freedesktop.org per l’ambiente desktop, ovvero un ente super-partes che faciliti e promuova (attivamente e concretamente, non a parole ma con un contributo tangibile) l’interoperabilita’ tra progetti simili ed equivalenti. Quel che vorrei sono alternative open a ShareThis o all’onnipresente tastino “Like”, che mi permettano di condividere i contenuti sui miei aggregatori preferiti, indipendentemente che essi siano servizi pubblici o hostati su un mio server o hostati sul server di un amico o magari implementati da me stesso medesimo un giorno in cui non sapevo che altro fare.

Gia’ sappiamo che la frammentazione e la dispersione sono la norma all’interno della galassia degli sviluppatori free, ed ognuno tende a ricostruire a modo suo sistemi gia’ realizzati da altri. E’ un “problema” di cui si discute da sempre. E senza soluzione. Tanto vale farsene una ragione, e cercare almeno di arginare i danni permettendo ai diversi componenti di scambiarsi dati nel modo piu’ semplice possibile. Questo si puo’ ottenere solo definendo degli standard, e fornendo delle implementazioni pre-confezionate facilmente integrabili all’interno di ogni progetto passato, presente e futuro onde accelerarne l’adozione.

Un singolo prodotto open, sviluppato amatorialmente e nel tempo libero, non puo’ competere con colossi quali Facebook o Google. Tanti piccoli progetti che si compensano tra loro, forse si.

Egoismo Solidale

28 settembre 2010

Piu’ spesso di quanto non si creda raccolgo opinioni di smanettoni linuxofili che non vedono di buon occhio la diffusione del software libero presso l’utenza informatica di bassa lega, quella meno consapevole e meno desiderosa di passare le nottate a cristonare su un applicativo server o su un frammento di codice sorgente. Tale sentimento si riscontra in numerosi comportamenti: la denigrazione di Ubuntu o di specifici software che automatizzano alcuni processi operativi sul desktop, la scarsa disponibilita’ ad affiancare chi ha qualche problema tecnico, o il fatto di incaponirsi nel voler insegnare a tutti i costi gli strumenti piu’ avanzati e complessi (tipo: il terminale a linea di comando) anche a chi non ha mai visto Linux in vita sua. Le argomentazioni mosse per giustificare tale inettitudine alla condivisione dei saperi sono altrettanto numerose: “Se hai un problema, cercati la soluzione su Google“, “Devi imparare a far le cose complicate, che tu lo voglia o no”, ma anche aberrazioni tipo “Linux e’ per gli hackers, gli utonti si tengono Windows o MacOS”. Per un approfondimento su tali opinabili posizioni, rimando ad un mio precedente post specifico.

Comunque a me par tanto che pressoche’ tutti questi scudi levati in favore della purezza e della rigorosita’ tecnico/morale del software libero corrispondano ad altrettanti pretesti per non voler fare il lavoro sporco di supporto, assistenza, ed in molti casi sopportazione del pubblico domestico, che molto spesso ha poche o nulle nozioni di informatica e di quando in quando osano chiedere un parere o un aiuto durante le fasi piu’ delicate. Posso essere d’accordo nel non volere assecondare tutti quei novelli utente che arrivano a pretendere di avere assistenza semi-professionale e continuativa dal ragazzotto che per primo ha fatto l’errore di rispondere alle sue domande, ed io stesso ho mandato a quel paese piu’ di un personaggio di tal fatta; ma d’altra parte sono numerosi i casi in cui basta solo un poco di pazienza per ottenere buoni risultati, ed e’ proprio questa pazienza (e questa volonta’) che manca ai sopra menzionati Paladini dell’Etica, i quali ricorrono a motivazioni velleitariamente filosofiche per malcelare un radicato menefreghismo.

Ed arriviamo finalmente al punto. Tutte le geremiadi, i piagnistei e gli scalpiccii si riassumono in un unico pensiero: “Io uso software libero e ne godo i benefici, gli altri si arrangino”. E l’errore sta tutto qui, in questa concezione isolazionista.

Volenti o nolenti, tutto il mondo dell’informatica casalinga ruota intorno alla condivisione di informazione. Ci si scambiano contenuti di tutti i tipi ed in tutte le forme, si producono e si consumano materiali, si distribuiscono artefatti digitali. Io in questo momento sto scrivendo un post sul mio blog e qualcuno (forse…) lo leggera’; in un’altra tab del browser ho aperto Facebook, su cui tutto il giorno i miei “amici” fanno ciclare links ad articoli (stesi da qualcun’altro) o video divertenti su YouTube (girati e montati da altri ancora); nel frattempo ascolto una radio in streaming, su cui vengono trasmessi brani musicali di artisti vari occasionalmente commentati dallo speaker; compulsivamente vado a consultare la posta elettronica, e nella mia inbox quotidianamente arrivano dozzine di messaggi scritti da persone che da un capo all’altro del mondo fanno domande e rispondono passando attraverso una qualche mailing list.

In questo scenario di perenne e costante connessione e condivisione, come si puo’ pensare che il software libero installato sul proprio solo PC sia condizione sufficiente a garantire la liberta’ al suo utilizzatore? Di quando in quando mi arrivano documenti in formato Office da parte di alcuni collaboratori, con tutte le relative imprecazioni del caso. La Rete abbonda di schifezze Flash o Silverlight, formati chiusi e proprietari fruibili solo con plugins altrettanti chiusi e proprietari la cui esistenza dipende in larga parte dalla facilita’ con cui possono essere spacciati anche senza consapevolezza da parte dell’utente sulle piattaforme operative closed. I sopra menzionati Facebook e YouTube sono piattaforme closed, ma cui ci si deve piegare a causa della loro popolarita’ presso la massa (senza frequentatori non ci sarebbero contenuti, e senza contenuti non servirebbero a niente). Non conto piu’ gli archivi ZIP che devo maneggiare, e che proliferano anche perche’ questo genere di compressione e’ built-in in Windows e dunque tanto comodo. E, fuori dalla mia esperienza personale, molti devono ancora confrontarsi con i server Exchange, LotusNotes e SharePoint in uso presso le relative aziende, e chiunque abbia a che fare magari per lavoro con enti statali deve far girare lo spesso orripilante software chiuso pagato a caro prezzo con i soldi delle mie tasse e distribuito in modo esclusivo dallo Stato.

Installare (e far usare) Linux ad un nuovo utente e’ sempre, a priori, un successo. Se va bene, esso si interessera’ alla questione e gli si aprira’ un mondo di consapevolezza tecnologica. Se va male, esso continuera’ ad utilizzare il computer come un elettrodomestico senza capire come funziona. In entrambi i casi, quel PC contribuira’ a far massa critica. L’utente iniziera’, magari anche inconsapevolmente, a distribuire archivi compressi in formato libero, documenti formattati in formato libero, navigare il web con un browser libero e quant’altro. Numeri che presto o tardi finiscono nel calderone del market-share, l’indice che implicitamente determina le scelte future del mercato.

Se proprio non se ne vuole sapere di assistere l’utenza per solidarieta’, lo si faccia almeno per preservare le proprie liberta’ e nella prospettiva di estenderle. Laddove non arriva la beneficienza, puo’ arrivare l’egoismo.

Al Soldo della Liberta’

15 luglio 2010

I lettori assidui di questo blog dovrebbero gia’ ben conoscere la differenza intrinseca tra i termini “freesoftware” e “opensource”. Presento comunque un breve riassunto della questione, sia per chiarezza che perche’ da qualche parte dovro’ pur iniziare.

Nel 1983 quello sciamannato di Stallman avvia il Movimento Free Software. Il suo scopo era (ed e’ a tutt’oggi) promuovere la liberta’ del software, partendo dal concetto elementare che se un utente non ha accesso completo al codice sorgente delle applicazioni attraverso cui transitano le sue comunicazioni e i suoi dati (personali o professionali che siano) tutte le sue attivita’ sono assoggettate al volere dell’autore di quelle stesse applicazioni.

Nel 1998 Bruce Perens e Eric Raymond fondano la Open Source Initiative. Il suo scopo ufficiale era (ed e’ a tutt’oggi) promuovere la superiorita’ del modello di sviluppo condiviso e a sorgente aperto, mentre lo scopo ufficioso e’ sempre stato quello di strizzare l’occhio al mondo del business proponendo il software libero facendo leva sulle sue proprieta’ tecniche e tralasciando tutte le menate filosofiche sulla liberta’.

Se ne conclude che “freesoftware” e “opensource” identifichino all’atto pratico la stessa identica cosa, ovvero software di cui e’ disponibile il codice sorgente, ma descrivendolo in modo diversi. E intorno a queste due parole sono originariamente fiorite community diverse, che fanno la stessa cosa (implementare e distribuire codice) ma per motivi opposti: sul versante freesoftware si trovano gli idealisti, coloro che sognano un mondo anarchico ove nessuno sia “schiavo” di nessun’altro sotto nessun aspetto, e sul versante opensource si trovano i materialisti, coloro che sognano un mondo liberale di business competitivo ma allo stesso tempo cooperativo.

Ma le cose sono andate in modo diverso rispetto a quanto previsto.

Le due varianti dello stesso messaggio si sono malamente amalgamate passando attraverso il telefono-senza-fili mediatico, per cui ad ogni passaggio l’interlocutore successivo capisce solo una parte di quello che gli ha riferito il precedente e tenta di colmare le lacune con una sua personale (e dunque influenzata) interpretazione. Ne e’ risultato che la denominazione “opensource” ha quantitativamente prevalso ma perdendo il suo originale significato (esattamente come la parola “hacker” ha nel tempo e nell’uso variato la sua valenza da “smanettone” a “pirata informatico”), ed i contenuti retorici relativi alla liberta’ ed al modello tecnico si sono persi per strada lasciando una unica idea nelle teste della massa: e’ gratis, punto.

Le implicazioni di questa trasformazione semantica risultano quasi paradossali: la community di nerd, coloro che dovrebbero sventolare il vessillo delle liberta’ digitali e della fratellanza virtuale,  usa abitualmente e senza fisime il termine “opensource” in maniera quasi esclusiva, mentre (e qui veniamo al succo di questo post) i businessmen che fanno affari intorno a questo mercato si impongono come strenui difensori del freesoftware. Il motivo di tale ribaltamento dei ruoli e’ abbastanza chiaro: se “opensource” significa, per i piu’, “gratis”, e’ conveniente interporsi a questa concezione e far leva sugli aspetti filosofici ed etici della questione, che suonano magari un po’ inusitati se enunciati da un personaggio in giacca e cravatta ma almeno non vanno a minare la fattura per il cliente.

Chiaramente non tutti i promotori del software libero nudo e crudo sono in conflitto di interessi, ma e’ abbastanza facile individuare chi adotta questa visione radical-chic:

  • ovviamente, hanno una propria attivita’ a scopo commerciale basata in modo piu’ o meno diretto sul software open. Oppure hanno qualche influente amico che ce l’ha. Consulenti in primis, ma anche sviluppatori, avvocati che forniscono assistenza legale sulle licenze, providers…
  • pubblicamente si scagliano ciecamente contro chiunque accenni alla parola “opensource”, ogni volta stracciandosi le vesti in nome della liberta’ a tutti i costi. Solitamente, chi ha una idea neutrale nei confronti del business o non business non bada molto a questi dettagli, appunto perche’ come detto prima “opensource” e’ colloquialmente a tutti gli effetti sinonimo di “freesoftware”
  • hanno il pallino della pubblica amministrazione. Gli importa poco che il software libero finisca in scuole, aziende, o nelle case della gente, se non magari per ragioni di pubblica opinione e pressione “democratica”; l’importante e’ puntare agli uffici statali, tanto meglio se sono grandi. L’ovvia ragione e’ che la P.A. sborsa cifre consistenti, e’ facilmente approcciabile per mezzo di un amico Consigliere o Assessore, ed essendo povera di competenze tecniche interne finisce per essere una sorgente continua di profitto

Come comportarsi dinnanzi a tal genere di elementi? In nessun modo particolare: vanno presi per quello che sono, e quanto qui espresso viene suggerito non come motivo di accusa ma come chiave di lettura. Come gia’ piu’ volta ribadito e’ anche (e soprattutto?) grazie a chi fornisce supporto commerciale agli applicativi open che si deve l’attuale grado di penetrazione di questa categoria di software, che certamente non sarebbe arrivato dove e’ arrivato adesso parlando solo di liberta’ e condivisione e margherite nei campi.

Ma non sarebbe affatto male pretendere un maggior grado di chiarezza da parte di chi sostiene di operare sempre e solo in nome del bene del mondo: la liberta’ va a braccetto con la trasparenza, e prima o poi il trucco nel gioco delle tre carte viene scoperto.

La Sottile Linea

28 marzo 2010

Qualche settimana fa’ e’ stata approvata la mia richiesta per un account git sui repository del progetto Gnome, mossa dopo l’invito di Philip Van Hoof sulla mailing list di Tracker. Ne ho presto approfittato per caricare su git.gnome.org il codice di libgrss, inizialmente sviluppata su BarberaWare ma ora dipendenza di Tracker e, se e quando avro’ modo di avanzare richiesta di inclusione, modulo ufficiale di una delle prossime versioni del desktop environment.

Un paio di mail ed un paio di commit mi hanno permesso di entrare a far parte di un team ben piu’ grande di quelli cui sono stato sinora abituato, e ad un livello ben piu’ alto, di vedere il mio proprio codice girare su milioni di PC sparsi sul globo terracqueo, di oltrepassare la sottile linea che separa chi il freesoftware lo considera un passatempo da chi lo considera un obiettivo.

Cosa implica cio’?

Dal punto di vista prettamente strutturale, una sequenza di complicazioni: rigide guidelines da seguire per la formattazione del codice, la responsabilita’ di mantenere sempre sul repository qualcosa di funzionale e quanto piu’ possibile esente da bugs, il dovere di provvedere ricca documentazione di ogni funzione destinata ad essere usata da altri, l’impegno a rispettare determinate deadlines e determinati tempi di consegna per rientrare nel ciclo di sviluppo del progetto. Questa posizione mi aiuta a ricordare il fatto che il “software libero” sara’ pure “libero”, ma e’ anche “software”, ovvero un prodotto manufatto che richiede una certa precisione ed il rispetto di regole di stampo ingegneristico: bellissimo il fatto di poter condividere il sorgente, ma se non fa quello che deve esso e’ totalmente inutile e le prediche sulla “liberta’” diventano esercizi di retorica fini a se’ stessi.

Dal punto di vista sociale, il progresso e’ notevole: sorvolando sul fatto di potersela inopportunamente “tirare” con gli amici, e sulla soddisfazione di aggiungere la dicitura “Developer Gnome” sul curriculum (che ora come ora risulta essere un documento particolarmente utile…), c’e’ da considerare il credito accumulato nell’economia meritocratica in vigore nel mondo freesoftware. Pubblicare il proprio codice sui repository Gnome garantisce che esso venga visto ed usato da molta piu’ gente, e nuove opportunita’ si aprono per implementare e far implementare architetture complesse. Poco fa’ ho inviato richiesta per vedere il mio blog (non questo, ma quello piu’ tecnico) in Planet Gnome Italia, e dunque aumentare di molto la visibilita’ dei miei contenuti e delle mie idee. Un po’ alla volta si ottiene familiarita’ coi processi e con le persone, e piu’ facile viene apportare e far apportare modifiche utili ai propri scopi, sia all’interno dei progetti su cui si lavora direttamente che su altri affini.

Il mio attuale status (con i benefici sopra elencati) non deriva da eccelse ed uniche qualita’ programmatorie, ma semplicemente da un minimo impegno e da uno sforzo marginale ma oculatamente indirizzato. Come si puo’ constatare dal codice di tracker-miner-rss, che appunto e’ il componente per il quale sono stato chiamato a far parte del team Tracker, l’opera svolta non brilla per complessita’ o ingegnosita’: ho prelevato il codice che mi serviva da Liferea, usando la libraria apposita l’ho integrato con il programma principale, e basta. Un qualsiasi mediocre programmatore con qualche esperienza su piattaforma Linux avrebbe potuto fare altrettanto, magari pure in meno tempo. Cio’ vuol dire che superare la sottile linea oggetto di questo post non e’ questione di capacita’ o fortuna, ma esclusivamente di volonta’. La volonta’ di fare qualcosa di mirato e specifico per il miglioramento.

Ben venga il progettino su cui lavorare alla domenica (io stesso ne ho una lista infinita, e non ci lavoro solo alla domenica), ma molti di piu’ dovrebbero avere la fermezza di voler aggregarsi ad un progetto piu’ grande ed affermato, magari di fare il sacrificio di abituarsi alle guidelines e alle deadlines, e meglio sfruttare le risorse intellettuali di cui dispongono per dirigere la crescita verso una direzione univoca e comune, anziche’ frammentare gli sforzi in mille direzioni diverse.

Il Bugzilla di Gnome pullula di tickets aperti, molti dei quali molto facilmente risolvibili eppure lasciati li’ a marcire da anni a causa della legittima mancanza di tempo dei maintainers. Non dubito che anche KDE, OpenOffice, o qualsiasi altro progetto di grosse dimensioni siano nelle stesse condizioni. Val la pena farci un giretto, aprire qualche pagina a caso, dare uno sguardo al codice, e magari confezionare una patch. E poi un’altra. E un’altra. E chiedere un account sul repository, in modo da potersi committare le altre da soli. Ed oltrepassare la sottile linea che separa chi blatera su quanto sia bello il software libero da chi il software libero lo fa.

FOSDEM 2010: the People Side

28 febbraio 2010

[Premessa: questo post narra l'aspetto sociale e comunitario della mia esperienza al FOSDEM 2010, per una descrizione dei contenuti tecnici si veda l'apposito articolo sull'altro mio blog.]

A ben guardare, gli eventi “mondani” organizzati e vissuti dalla community tecnofila sono fatti tutti nello stesso modo, e a parte il viaggio in aereo ed una partecipazione ben piu’ numerosa il FOSDEM non e’ cosi’ diverso dall’HackMeeting: numerosi talks che toccano argomenti che bene o male gia’ si conoscono avendone letto in lungo ed in largo sull’Internet, frotte di “turisti” che vi si recano non per un interesse specifico ma per poter dire agli amici rimasti a casa “Io c’ero”, ed una minoranza di personaggi gia’ in qualche modo affermati che approfittano dell’occasione per rivedere i colleghi con cui durante il resto dell’anno chiaccherano e lavorano solo a mezzo mail. Ho trovate molte aule semi-deserte durante gli interventi, appunto perche’ ben rari sono stati i casi in cui qualcuno ha esposto qualcosa di veramente nuovo che valesse la pena di stare a sentire, e l’unica notevole eccezione e’ stata la parentesi del professor Tanenbaum, non gia’ perche’ avesse da introdurre qualche meravigliosa sorpresa (ad occhio, direi che la sua presentazione al sistema operativo Minix e’ stata realizzata diversi anni fa’ ed e’ gia’ stata ripetuta innumerevoli volte nelle aule magne delle universita’ di mezzo mondo secondo un copione solo occasionalmente aggiornato) ma per la curiosita’ del pubblico nel vedere in carne ed ossa il protagonista di uno dei flames piu’ noti della storia del software libero e l’autore del volume “Operating Systems: Design and Implementation“, su cui diverse generazioni di informatici hanno studiato all’universita’.

Piombare nel mezzo di una manifestazione del genere potrebbe essere sconfortante per chi non sia preparato, per chi si aspetti esperienze di misticismo nerd credendo di trovarsi all’interno del cuore pulsante della community. La community sta da un’altra parte, sta online, sta sulle mailing lists e su IRC. Ad un convegno, nessuno viene spontaneamente a mostrarti il fenomenale progetto su cui sta lavorando e che salvo rarissime situazioni restera’ seppellito nella biblioteca dell’Internet per sempre. Le poche persone che hanno qualcosa di interessante da dire stanno preparando un talk, dunque non hanno ne’ tempo ne’ voglia di seguire i talk altrui o di scambiare quattro chiacchere con uno sconosciuto. Ma io ho avuto molta fortuna nell’acquisire una postazione di osservazione inusitata.

Pur non avendo io nessuna conoscenza pregressa nel giro, in virtu’ del talk cui ho partecipato in veste di relatore ho avuto la singolare possibilita’ di passare un po’ di tempo con alcune figure singolari: l’eclettico Rob Taylor, il raffinato Philip Van Hoof, ed il pacifico Jurg Billeter. Gia’ in condizioni normali e’ una sensazione strana incontrare faccia a faccia qualcuno con cui sino a quel momento si hanno avuto solo contatti virtuali, se poi quel qualcuno  porta anche un nome piu’ volte letto tra le news quotidiane ed e’ autore di una discreta porzione del software che ogni giorno usi sul tuo PC le cose cambiano ulteriormente. Purtroppo, dato il mio immensamente scarso inglese, non sono riuscito ad approfittare appieno della situazione e solo in parte ho seguito le discussioni, ma quel poco e’ bastato per farmi una idea. O almeno a confermarne una vecchia.

Se c’e’ una cosa che accomuna tutti, anche se in dosi diametralmente diverse tra persona e persona e secondo schemi esclusivamente soggettivi, e’ la convinzione di avere sempre ragione. Detto cosi’ puo’ sembrare offensivo, ma alla luce delle Tre Virtu’ del Programmatore stilate da Larry Wall (tra cui la terza e’ l’arroganza) questo atteggiamento acquista un senso: tutti si danno da fare per realizzare qualcosa di nuovo, e per evitare le altrui critiche preferiscono implementare direttamente cio’ che hanno in mente anziche’ sprecare del tempo nel tentare di convincere qualcun’altro che quello sia il modo giusto. Notoriamente l’intero mondo open ruota in buona misura sulla competizione diretta delle idee e del codice immesso online, e da qui si spiega la presenza di leader dal polso fermo che raramente cambiano idea pure di fronte all’evidenza dei fatti, ma se finora ho percepito la validita’ di questo paradigma solo leggendo forum e mailing list adesso posso dire di averlo misurato con metodo galileiano.

Croce e delizia della mia gitarella fuori porta e’ stato il sabato sera. Per un italiano, ovvero per una persona nata e cresciuta in un Paese con una delle popolazioni piu’ anziane al mondo e dove pertanto (credo che il nesso logico sia abbastanza evidente) le tecnologie informatiche sono considerate orpelli futili e non meritevoli di attenzioni da parte del mercato e degli investitori (laddove non siano addirittura una minaccia), sorseggiare una birra in compagnia di una schiera di dipendenti Nokia puo’ essere imbarazzante: confermo tutto cio’ che viene detto in merito al trattamento degli sviluppatori al di fuori dei nostri confini, al compulsivo desiderio delle grandi aziende di far giocare e sperimentare coloro che stanno sul loro libro paga, alla diffusa passione per il lavoro che qui da noi ho riscontrato in un numero infinitamente modesto di persone. Per un istante, il significato delle parole “fuga di cervelli” mi e’ parso luminoso.

Vedremo se il prossimo anno riusciro’ a fare un altro giretto in quel di Bruxelles. Nel frattempo ho gia’ iniziato a guardare film in lingua originale per cercare di non ripetere la traumatica esperienza anglofona.

Pacco

13 dicembre 2009

A me, piace il posto dove lavoro: sperimentiamo le piu’ recenti tecnologie, accrocchiamo insieme componenti diversi per ottenerne qualcosa di nuovo, contribuiamo a diversi progetti open, ed in linea di massima i colleghi sono tutti nerd e tutti hanno buone competenze, percui spesso saltano fuori spunti di discussione interessanti. C’e’ un solo difetto nel lavorare con gente che ha passione per il proprio mestiere: talvolta la si prende sul personale. Per ovvi motivi di riservatezza non posso qui esporre il perche’ ed il percome si sia giunti in una determinata situazione, ma suppongo nessuno se ne avra’ a male se linko un contenuto pubblicamente fruibile sull’Internet (da cui comunque, volenti o nolenti, si evince buona parte del background qui “censurato”): alcune mail di questo thread sono state fatte circolare nella mailing list interna dell’azienda e ne e’ nato un discreto polverone.

Sorvolando sull’aneddoto specifico, tale avvenimento mi ha fatto “scoprire” l’esistenza di una mailing list chiamata “KDE-promo”, cui mi sono iscritto un po’ per seguire eventuali evoluzioni della commedia un po’ per la curiosita’ di studiare quali metodi avesse adottato la squadra di promoters di un progetto che dalla versione 4, come gia’ discusso, fa’ dell’hype e della fidelizzazione il punto di forza del suo successo. E sono bastate un paio di settimane di frequentazione non solo per rinsaldare le mie precedenti posizioni, ma per inasprirle ulteriormente.

Per dirla in breve: l’intero universo KDE (developers, utenti sostenitori e quant’altro) e’ tenuto ad agire in funzione di quel che viene imposto da un ristretto gruppo di markettari che coordina qualsiasi output della community affinche’ appaia luccicante e scintillante. Trovo che il thread piu’ significativo in tal senso sia quello in cui Sebastian Kugler minaccia gli sviluppatori di Plasma affinche’ aggiornino la lista di features previste per la release 4.4 in quanto troppi elementi “gialli” (ovvero: marcati come “in fase di sviluppo”) non stanno bene e danno una cattiva impressione. Elementi di questo genere se ne trovano a dozzine, nella suddetta mailing list o meno: dalla pagina in cui si dettagliano i metodi con cui far sembrare una particolare applicazione KDE come il non-plus-ultra della tecnologia dinnanzi ad un utente domestico, all’intera sezione del wiki che elenca le argomentazioni da sostenere quando si parla del progetto e dei suoi pezzi forti, ad un comodo vademecum delle cose da dire o riportare nei blog per preparare il pubblico al prossimo rilascio (cfr. generare hype), alle pubbliche declamazioni delle esaltanti e nuovissime innovazioni introdotte (tipo: le finestre raccolte in gruppi, ad esempio esistenti dalla notte dei tempi in Fluxbox).

La mia critica non va ovviamente alla legittima volonta’ di promuovere e diffondere un progetto open, anzi la squadra KDE sarebbe da ringraziare per aver iniettato nella community un germe del fattore comunicativo indispensabile per fronteggiare le strategie di marketing dei colossi commerciali, ma al contrario all’eccessivo zelo con cui si aderisce ad una filosofia fondata sull’apparenza anziche’ sulla sostanza. Va benissimo ed e’ anzi consigliatissimo impegnarsi per mettere insieme screenshots e screencasts atti a portare all’attenzione del pubblico di massa le proprieta’ di una applicazione, ma il fatto di spostare le modalita’ di ingaggio dall’esposizione delle possibilita’ concrete alle fumose ed immantenibili promesse risulta dannoso non solo al progetto in se’ ma a tutto il mondo linuxaro.

L’esempio piu’ eclatante e scontato e’ esattamente KDE4: annunciato con le fanfare come una rivoluzione del desktop computing, comprendente meravigliose tecnologie semantiche, uno stravolgente modello di interazione, un framework di potenza straordinaria, e’ stato atteso con fervore da migliaia di “addetti ai lavori” e semplici rappresentanti dell’utenza home. A tutt’oggi, con la release 4.4, solo una minuscola parte delle promesse sono state soddisfatte, l’hype va spegnendosi, il progetto viene etichettato come una bolla di sapone, la sua instabilita’ ha disintegrato le speranze (gia’ eccessivamente esasperate) accumulatesi sui blog. I sogni di gloria sono stati paccati.

Se a trarre danno da questa situazione fosse il solo KDE si potrebbe chiudere un occhio, impietosirsi di chi si e’ tirato la zappa sui piedi e tirare avanti. Ma evidentemente si son fatti i conti senza l’oste: la community freesoftware e’ ancora una minoranza (in esponenziale crescita, ma pur sempre una minoranza), al di fuori della ristretta cerchia di entusiasti ed assidui frequentatori un’opera dello spessore di KDE al pari di Gnome o OpenOffice o anche solo Firefox sono identificati come una unica entita’ (solitamente identificata come “Linux”) e la valutazione inconscia di uno si ripercuote su tutti. Dedicare tante risorse nel creare aspettativa e cosi’ poche nel realizzarla produce un effetto boomerang su se’ stessi e sugli altri: una recensione critica, e resa piu’ aspra dall’insoddisfazione di chi la scrive, aggiunge una goccia al mare di piu’ o meno fondate obiezioni al software libero, e considero una incoscienza continuare a perseguire le strade del marketing vaporoso anziche’ quelle dell’avanzamento tangibile.

Morale: producete qualcosa ed esaltatelo, anziche’ esaltare qualcosa che non esiste. Le bugie hanno le gambe corte, esattamente come corta e’ la pazienza di chi attende di avere qualcosa di solido tra le mani.

Ed ora, ho gia’ scritto abbastanza chiacchere: torno a stendere un po’ di codice.

Windows User Groups

8 settembre 2009

Che la storia dei prodotti propinati da Microsoft sul mercato sia costellata ed anzi strabordante di continui plagi tecnologici e’ cosa piu’ che nota: da Windows (che nasce nel 1983 come brutta copia del Macintosh di Apple) a Bing (il motore di ricerca che ricalca feature su feature Google), l’azienda che da anni propugna la brevettabilita’ del software come strumento di innovazione generalmente ha sempre innovato ben poco e si e’ fatta strada per lo piu’ tra pratiche commerciali al limite della sana competivita’ o addirittura della legalita’.

Ma i tempi cambiano, le necessita’ dei consumatori mutano, nuove tecnologie piu’ efficienti emergono, ed il monopolio scricchiola. Che fare a questo punto? Commerciare prodotti piu’ avanzati e meno costosi che possano incontrare la domanda del mercato? Ma quando mai, che siamo matti?! Serve una nuova strategia di marketing! O meglio: adottare quelle altrui.

Il terreno su cui l’azienda di Redmond e’ rimasta maggiormente arretrata nell’ultimo periodo e’ quello dell’immagine di se’. Apple e’ cool, alla moda, di tendenza, ed un computer contrassegnato con la mela luminosa sul retro resta un prodotto ambito per lo status che rappresenta. Linux si distingue per il carico di valori che porta con se’, la filosofia della condivisione e quel sentimento di community che e’ (o almeno dovrebbe essere…) collante dell’insieme. Microsoft… Beh, sono quelli di Windows Vista, non c’e’ molto altro da dire.

Al grido di “pan per focaccia” i pubblicitari al soldo di Ballmer (che evidentemente deve essere modesto, gia’ che non sono manco in grado di ideare nuove trovate ma solo appropriarsi di quelle altrui) hanno in breve trovato una contromisura adeguata a contrastare i competitors di Cupertino: un’altra serie di spot pubblicitari con giovani ed ammiccanti protagonisti sconvolti dall’esorbitante prezzo delle macchine Mac ed orgogliosi di poter acquistare una qualunque baracca di fascia bassissima dotata di Windows. Se Apple e’ di moda basta far leva su quello che notoriamente e’ il difetto del brand, ovvero il prezzo, ed il gioco e’ fatto.

E Linux? Come si puo’ “boicottare” mediaticamente una entita’ evanescente, che non fa capo a nessuna specifica azienda, e disseminata capillarmente laddove ci sia un qualsiasi smanettone che si atteggia facendo ruotare il cubo di Compiz? Semplicemente, con una contro-community.

La campagna pubblicitaria da mesi in corso in previsione del lancio di Windows 7, l’unica possibilita’ di salvezza dopo il disastro commerciale provocato da Vista, prevede il coinvolgimento in prima persona dei supporters Microsoft, ai quali viene data la possibilita’ di organizzare per fatti propri dei piccoli party domestici presso cui indottrinare amici e parenti su quanto sia figa la nuova release del sistema operativo. Ricevendo in cambio per il disturbo un forte sconto sull’acquisto di una copia del prodotto stesso. Ha sempre funzionato con Avon e Amway, perche’ non con Microsoft? Se tanto non bastasse, per il pubblico europeo ci sono in scaletta anche l’installazione di caffetterie (qui si parla di Parigi, non dubito ne usciranno altre) specializzate in caffe’, cornetti, ed informazioni pubblicitarie, entro cui non si potra’ neanche assumere la propria vitale dose mattutina di caffeina in santa pace.

Scopo del gioco e’ portare Windows 7 nel bel mezzo della gente, zittendo quel lontano eco che talvolta giunge alle orecchie della massa.

Amaro constatare non tanto l’appropriazione delle modalita’ (in fin dei conti siamo tutti per la condivisione delle idee, non usiamo brevetti, noi) quanto il fatto che tali pratiche di avvicinamento confidenziale del pubblico, obbligatorie per la community linuxara costituita da spigliati ragazzotti che devono arrangiarsi con quello che hanno ma evidentemente un buono spunto se degne di essere assorbite dalle politiche di marketing del colosso statunitense, sono assai meglio implementate dall’impostore. Gli House Party di cui sopra sono un ovvio adattamento dei Linux Installation Party in uso anche qua in Italia, con la differenza che i LIP sono organizzati (se e quando sono organizzati…) indipendentemente dai diversi gruppi, un po’ come capita, e senza alcuna coordinazione per la promozione di tali momenti di incontro tra esperti e curiosi: si decide una data, un posto, si pubblica l’annuncio sul blog/wiki di turno (che regolarmente non e’ letto da nessuno, o al piu’ da persone che gia’ conoscono Linux), e quel giorno si conclude spesso in un LAN party tra i partecipanti del gruppo. Le caffetterie? A Torino ne avevamo una dichiaratamente pro-Linux, il Debian Cafe’; l’abbiamo fatta chiudere, incapaci tra tutti di dare una mano nella pianificazione dei contenuti e lasciando totalmente da solo il gestore.

Con un po’ di denaro e tanta capacita’ di marketing, abbondantemente impiegata anche in diversi contesti, a Redmond fanno quello che dovrebbe essere di competenza della community linuxara, ovvero fare squadra. E nel frattempo la community linuxara che fa? Tergiversa, chiacchera, ogni tanto inveisce contro Ubuntu, si impigrisce, ci prova e se gli va male fa spallucce e non ci prova piu’. Quantomeno Apple ha reagito all’attacco frontale, dando vinta a Microsoft la battaglia pubblicitaria (ed abbassando il costo dei suoi prodotti) ma affilando le armi per i prossimi scontri.

Invece di stare a braccia conserti aspettando che vengano formalizzati i Windows User Group, ipotesi a questo punto neppure tanto assurda, sarebbe opportuno darsi una svegliata, approfittare del vantaggio sul campo e guadagnare quanti piu’ bastioni possibile. Ma la vedo dura, durissima: a piu’ di un mese dal Linux Day, che dovrebbe essere l’unica giornata dell’anno di unione e collaborazione tra tutti i Linux User Group italiani, gia’ si percepisce da qualche parte la disorganizzazione ed il disinteresse, altrove l’astio tra diversi gruppi ed enti geograficamente vicini e lontani, ed insomma anche quest’anno l’opportunita’ di far parlare di se’ e coinvolgere migliaia di persone e’ sfumata in partenza.

Questo Uccidera’ Quello

18 agosto 2009

Ieri sera e’ accaduto un fatto che offre una ricca serie di spunti di riflessione sull’essenza del software libero, e vorrei qui esporre le successive elucubrazioni nella speranza che possano tornare utili a chi si e’ posto certe domande ed ancora non ha ottenuto risposta.

Il fatto: ho rilasciato la versione 0.1.0 di un mio modestissimo programmino che permette di seguire l’avvicendarsi dei nuovi threads su 4chan, popolare image board estremamente attiva ed oramai divenuta uno dei pilastri della cultura Internettiana, ed ho ben pensato di annunciarne la disponibilita’ su 4chan stesso, nel canale dedicato alla tecnologia (/g/, per la precisione). Alla precisazione che l’applicativo e’ solo per Linux ho ricevuto una ondata di commenti negativi, sul fatto che nessuno se ne sarebbe curato e che era totalmente inutile, ed un poco alla volta sono giunte minacce sul proposito di rubare il codice, togliere il mio nome, e rilicenziarlo con un formato totalmente incompatibile con la GPLv3 per il solo gusto di farmi un dispetto, facendo leva sul fatto che da solo non avrei certamente potuto intraprendere una azione legale internazionale per violazione di copyright.

Sorvolando sull’infantilita’ dei miei interlocutori – ma in fin dei conti non ci si poteva aspettare di meglio da un forum noto per essere punto d’origine dei peggiori scherzi della Rete – occasioni come queste sono ottime per raccogliere percezioni e sentimenti di chi, consapevolmente o meno, e’ ostile al software libero ed alle sue modalita’ di diffusione.

Per molti l’idea di distribuire il codice sorgente del proprio sforzo programmatorio equivale ad un suicidio intellettuale, in quanto ogni riferimento al realizzatore primo dell’opera – e di conseguenza il riconoscimento e la glorificazione della paternita’, spesso unico motivo della distribuzione gratuita del software – e’ alla merce’ di qualsivoglia lestofante, che con un edit ed un giro di compilazione puo’ assegnare a se’ stesso il merito della composizione e farne cio’ che piu’ gli garba (ivi compreso trarne profitto economico, che penso sia il massimo affronto nei confronti di uno sviluppatore freeware). Il “furto di merito”, in una cultura principalmente meritocratica come e’ appunto quella del freesoftware e del freeware, e’ assimilabile al furto di denaro contante nel mondo reale contemporaneo, anzi e’ forse anche piu’ grave poiche’ il riconoscimento della bravura e dell’abilita’ del programmatore e’ l’unico ed assoluto mezzo con cui si e’ identificati all’interno dell’ecosistema sociale di riferimento. Secondo tale visione essere privati del proprio copyright sul proprio programma equivale ad essere privati non solo del lavoro, ma anche della possibilita’ di ottenerne un’altro, in una spirale di perdizione ed autodistruzione che spaventa chiunque sia anche solo vagamente tentato di condividere il codice sorgente e preferisce dunque tenerselo ben stretto.

Sia ben chiaro che tale affezione all’ego informatico non e’ esclusivo dei programmatori freeware, ma e’ diffusamente sentito anche dai programmatori freesoftware – come gia’ detto, entrambi i sistemi si poggiano su una meritocrazia di fatto – e non poche sono state le occasioni in cui ho personalmente raccolto dubbi e perplessita’ dai piu’ disparati esponenti della community open in merito ai rischi che comporta la messa a nudo dell’opera intellettuale e la (apparente, come vedremo) inclinazione alla predazione. Cio’ indica che, per quanto spesso il desiderio di avvantaggiare non il singolo individuo ma l’intero gruppo di riferimento sia forte, taluni non sono pienamente convinti di cio’ che fanno e perseverano sulla strada della condivisione quasi per inerzia.

Ebbene: io ritengo tali timori ancestrali e destinati a sparire spontaneamente nel corso del tempo, vestigia di un tempo lontano lontano in cui non esisteva l’Internet.

Partiamo da qualche presupposto di base, scontato ma che e’ bene chiarire subito:

  1. taroccare un software closed per alterarne il copyright non e’ tanto piu’ difficile che taroccarne uno open. I decompilatori per qualsiasi linguaggio di programmazione abbondano, ed anzi con un po’ di fortuna basta un semplice editor esadecimale per individuare la stringa che riporta il nome dell’autore e sostituirla con cio’ che piu’ aggrada. Indi per cui l’idea che tenendo il codice per se’ si evita qualsiasi illecito e’ totalmente infondata, una falsa sicurezza
  2. nonostante il presupposto di cui sopra, non mi risultano casi in cui qualcuno ha rubato la proprieta’ intellettuale di un’altro e ne ha cavato grandi benefici, tantomeno ostacolando il vantaggio dello sviluppatore originario. Inutile tirarla per le lunghe: nel sottobosco delle produzioni amatoriali sono ben poche le applicazioni impareggiabili ed insostituibili, moltissime – la maggior parte – sono replicabili partendo da zero nel giro di una settimana, ed illudersi che il proprio prodotto sopra tutti gli altri analoghi possa essere cosi’ interessante da essere rubato e/o possa aprire le porte a chissa’ quale notorieta’ e’ indice di presunzione che mai sara’ soddisfatta

Detto cio’, enunciamo un concetto semplice ma che rappresenta l’importante nodo di fondo da sciogliere: quel che preme preservare non e’ il software, ma la dichiarazione di paternita’. Banale, ma non scontato. La volonta’ di non rendere pubblico il sorgente coincide esattamente con la volonta’ di non rendere vulnerabile la dicitura sul copyright, che alla fine e’ il vero obiettivo delle premure del programmatore. Abbiamo gia’ visto che pur se consegnato in forma binaria il programma puo’ comunque essere falsificato, e tanto basterebbe a chiudere la questione, ma la vera domanda e’: basta un nome ed un cognome nella finestrella di “About” per garantire l’assoluta certezza in merito al creatore dell’opera? Basta scolpire le proprie iniziali sulla corteccia di un albero per dichiarare che il parco in cui si trova e’ a noi intitolato? A tal proposito il Notre Dame de Paris di Victor Hugo (e piu’ precisamente nel Libro 5, Capitolo II, “This Will Kill That”, reperibile in inglese qui) e’ assai esplicito, e le congetture sul rapporto tra architettura e stampa – la seconda ha preso il posto della prima, potenziandone i significati – sono splendidamente traducibili anche nel rapporto tra stampa ed Internet: la forza e l’immortalita’ di una espressione non si misura nella profondita’ con cui essa e’ scolpita nella roccia, ma quanto essa sara’ riproducibile ed accessibile al prossimo.

Per tornare al caso concreto, ed alla storia di apertura di questo brano. Sebbene non abbia particolare interesse nel difendere la proprieta’ intellettuale del mio stupido programma, facilmente re-implementabile in pochi giorni da qualsiasi mediocre programmatore, ho comunque voluto provare ad ingegnarmi per individuare la miglior forma di protezione a disposizione. E con discreta sorpresa mi sono reso conto che la soluzione e’ lapalissiana: per far sapere a tutti di essere l’autore di un programma, occorre comunicarlo. Ho aggiunto il mio progettino su OpenDesktop, su Ohloh e su Freshmeat, tre noti siti che indicizzano applicazioni opensource rendendone facile il reperimento e la scoperta da parte degli altri utenti, ma soprattutto riportano la data di inserimento e (nel caso di Ohloh) importano l’intero repository SVN mettendone in evidenza l’intera storia di modifiche e correzioni, si’ da placare ogni possibile incertezza sull’andamento dello sviluppo. Da oggi chiunque dichiarera’ di essere autore del programma, e per quanto egli possa alterare tutti gli headers in cui compare il mio nome e il nome originario del software, potra’ essere facilmente sbugiardato puntando il dito verso la quantita’ di tracce lasciate in giro sull’Internet dal vero ed unico autore, per cui la mole di servizi (gratuiti) sopra citati fanno da muti ed inconsapevoli garanti. Un po’ come nel secolo scorso si usava spedire a se’ stessi in busta chiusa e sigillata documenti importanti, lasciando che un ente autorevole e legittimato (le Poste) apponesse il suo timbro con il giorno il mese e l’anno del recapito, e tanto bastava per valere come prova della data di stesura del documento stesso in sede di tribunale.

Ma di tribunali non ci sara’ mai bisogno: solo un pazzo, o una persona immensamente motivata, potrebbe intentare causa ad un burlone dalla parte opposta del pianeta al solo scopo di essere riabilitato dalla societa’ civile. La societa’ tecnocratica in cui i programmatori domestici si muovono, invece, si accontenta di riconoscere il valore del singolo, e di ostracizzare chi non rispetta le regole del gioco: tutti sono consapevoli di quanto possa essere una facile tentazione quella di rieditare i sorgenti per farli apparire come propri, tutti sono ugualmente sensibili dinnanzi a tale potenziale abuso, nessuno sara’ disposto a perdonare o a tacere su un atto criminale di tal fatta, tanto piu’ efferato perche’ fondato sulla buona intenzione del creatore del software. Di tribunali non c’e’ bisogno, perche’ sono tutti giudici.

Tra poggiare ogni propria convinzione su una semplice frase all’interno del programma ed avere mezza Internet come testimone c’e’ una discreta differenza, ma gia’ so che questo non basta a rispondere ad ogni titubanza.

Ad esempio: se non vengo a sapere che qualcuno sta’ sfruttando il mio lavoro? Assai probabile, ed in tal caso “occhio non vede, cuore non duole”. Ma nel momento in cui dovesse essere intercettato un uso non conforme alla licenza applicata sara’ facile individuare il responsabile: poiche’ l’unico profitto che si trae dalla distribuzione di codice open e’ la costruzione della propria reputazione assieme alla copia non autorizzata ci sara’ un nome che vuol farsi elogiare, e spesso un indirizzo mail (nonche’ un paese di origine, e da li’ con qualche ricerca un indirizzo di residenza, per coloro con istinti particolarmente vendicativi…). Triangolare un usurpatore e’ semplice quando tale personaggio compie il gesto per il solo scopo di essere identificato.

E ancora: se qualcuno chiude il sorgente, come faccio a dimostrare che e’ opera mia? Questo e’ un po’ piu’ complicato, e sebbene non impossibile (esistono tecniche di analisi statica dei binari per tracciare i comportamenti di due programmi e dunque capire se uno e’ stato tratto dall’altro) stando al punto 2 dell’elenco sopra riportato e’ totalmente inutile: avendo due o piu’ programmi che fanno la stessa cosa gli utilizzatori saranno portati a scegliere quello migliore, ed il valore aggiunto della disponibilita’ del sorgente (con tutte le conseguenti implicazioni: certezza dell’assenza di malware, spyware, apprezzamento dei valori del software libero…) si sta imponendo verso ogni fascia di pubblico.

Insomma: le minacce di un gruppetto di ragazzini non sono bastate ad incrinare neppur minimamente la mia fiducia nel modello free, anzi mi ha offerto l’ennesima e sempre gradita occasione di riflessione (nonche’ una mole di visite al sito di TuxChan, essendo stato implicitamente pubblicizzato senza ritegno nella fase di affermazione della paternita’: 19 downloads in meno di 24 ore li ritengo un piccolo successo). Mi stupisco come invece molti si lascino intimorire da simili spauracchi, dalle pretese di furto e isolamento, paradossalmente limitando la diffusione del proprio parto creativo nel vano ed ingiustificato sforzo di detenerne un controllo che comunque non puo’ essere assoluto.

Questo uccidera’ quello. Il freesoftware uccidera’ il freeware. Perche’ tu sei solo, noi siamo tanti.

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