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Gli Indiani

17 maggio 2014

Stamane ho trovato nella mia inbox una mail con questo “racconto”, forwardata da un amico. Non so chi sia l’autore originale, e neppure ho chiesto il permesso di pubblicare il brano, spero che non se la prenda troppo male se lo riporto pubblicamente. Per spirito di condivisione, ed in segno di (triste) accordo sul pensiero di fondo. A futura memoria, e per futura referenza.

Ecco come vedo la “battaglia” che stiamo conducendo a favore del Software Libero.

Inizio 1800, su una grande pianura si confrontano l’esercito invasore degli stati uniti ed una tribù indiana, quella dei Soliux.

L’esercito degli stati uniti è schierato con 100000 uomini e si presenta con un fronte lungo a perdita d’occhio di divise blu, l’esercito è talmente numeroso che gli ordini vengono impartiti in tre o quattro lingue a secondo dei battaglioni, hanno arruolato tutti e l’inglese, per quanto lingua ufficiale, non è sufficiente.

Di fronte a loro, a qualche centinaio di yard, seduti in un piccolo cerchio stanno i 100 indiani Soliux: nei mesi precedenti alla battaglia si sono premuniti di litigare con tutte le tribù vicine, per stupide ragioni di purezza etnica e di ortodossia nelle modalità di combattimento, e così sono rimasti soli ad affrontare il nemico.

Ed anche all’interno della tribù hanno difficoltà a coordinare le azioni. Il loro modo di combattere è molto originale. Stanno tutti seduti e sembrano trascurare il fatto di essere schierati in campo di battaglia. Ogni tanto, senza una particolare regolarità, uno di loro si alza e si lancia urlante verso il nemico. La cosa per un attimo sorprende i soldati blu che reagiscono alla peggio con una salva di fucileria che abbatte il forsennato, il quale o muore sul campo o torna ferito e malconcio al cerchio; si racconta di un indiano che ha raggiunto le fila nemiche ma non è dato di sapere come sia finita la collutazione che ne è scaturita.

Alcuni dei Soliux non corrono molto verso il nemico e tornano velocemente nel cerchio accampando scuse improbabili per il mancato coraggio, o, incosapevoli o consapevoli facce toste, vantandosi di invisibili effetti ottenuti sulle file nemiche. Anche in questo caso non manca il mitico eroe che ha visto improvvisamente sparire davanti a sé il fronte nemico, a detta sua per la paura, ma molto più probabilmente per una chiamata al rancio.

La battaglia va avanti così da tempo immemore, e forse per motivi pietistici, o forse per pura convenienza, lo stato maggiore dell’esercito invasore ha deciso di mantenere le posizioni, lasciando sul campo 1000 uomini blu a comporre il fronte, nel mentre il resto dell’esercito si è dedicato alla conquista del west.

… in alcune notti intorno al fuoco nella giusta compagnia di qualche vecchio indiano oramai ridotto a vivere in riserva si sente ancora raccontare della mitica battaglia dei Soliux, anche se nel suo raconto una presa per il culo, viene confusa per una strenua resistenza.

Viva il Software Libero.

Gia': viva il Software Libero. E viva gli indiani.

“Spare Ribs”

13 febbraio 2014

Anno nuovo, nuovo FOSDEM. Anche il 2014 mi ha visto partecipe del piu’ grande convegno di nerd linuxari in Europa, ricorrente opportunita’ per annusare l’aria che tira all’interno della community opensource. E per bere litri di birra belga, mangiare chili di “spare ribs” (vale a dire: costine) e far quattro risate con gli amici di sempre.

Questa edizione non mi ha particolarmente entusiasmato: nessun ospite in main track degno di grande attenzione, nessun particolare clamore in merito a temi specifici e mirati, pochi i nuovi progetti presentati per l’occasione, banchetti di rappresentanza uguali o anche peggiori di quelli dello scorso anno, e una maglietta commemorativa rossa a scritte gialle. Unica nota veramente positiva: a occhio direi che il pubblico e’ in crescita, poche son state le aule che ho visto semi-vuote – a parte qualche eccellente eccezione – e tante quelle rese inaccessibili per via dell’affollamento.

Tra le eccezioni di cui sopra, incredibilmente, la dev-room dedicata all’Internet of Things. Ovvero: il settore che da molti e’ considerato “the next big thing” in ambito tecnologico. Il sentimento percepito e’ che tale termine – “Internet of Things” – sia considerato una buzzword priva di significato, e di cui dunque non valga la pena interessarsi. Che si tratti di una mera questione di vocabolario lo dimostra il diametralmente opposto interesse nei confronti di IPv6, evoluzione del protocollo di routing su cui e’ costruita l’Internet (of Things e of qualsiasi altra cosa) ma che stenta a diffondersi soprattutto per via delle resistenze dei provider: alla ULB quest’anno gli access point, disseminati in tutta l’area, erogavano indirizzi a 128 bit, e la novita’ ha suscitato innumerevoli commenti – e persino un talk fuori programma – proprio sul numero sempre crescente di dispositivi connessi ed interconnessi da far comunicare tra loro. Ovvero, in altri termini, proprio sulla “Rete delle Cose”. Questione di parole.

E, sempre a proposito di dispositivi connessi: il macro-tema del mobile sembra essere assai maturato rispetto a due anni fa. Non ci sono solo piu’ progetti teorici ma prodotti sul mercato, acquistabili ed hackerabili, che montano sistemi sviluppati con metodologia opensource e pensati per essere facilmente estesi, modificati e rimaneggiati. Due su tutti: FirefoxOS e SailfishOS/Jolla. Due outsiders, considerando che Tizen (figlio di Meego, nipote di Maemo e Moblin…) era ad un passo dal diventare un competitor diretto di Android grazie all’apporto di Samsung, ma che proprio a causa di Samsung – mi dicono – e’ diventato un progetto unidirezionale senza una governance e senza una community. Sta di fatto che l’attenzione per il settore e’ ancora viva, molto viva, e tale restera’ per molto tempo ancora.

Doveroso e’ stato infine presenziare all’intervento su Tracker, l’indexer Gnome cui anni fa contribuii a modo mio con un intero componente aggiuntivo. E benche’ il talk sia stato tutt’altro che interessante e coinvolgente, ha comunque riavvampato l’antico interesse latente nei confronti delle tecnologie semantiche applicate al desktop. Tanto che, giunto a casa, ho rispolverato del vecchio codice e riesumato vecchi progetti con l’intento (o meglio, il desiderio) di dargli una rinfrescata e portarli alla prossima edizione della kermesse belga.

Perche’, come sempre: bello parlare di software libero, ma ogni tanto andrebbe anche implementato.

Avanti il Prossimo

20 agosto 2013

Ci mancava solo FSFE Italia. Dopo Italian Linux Society, GFOSS, Associazione Software Libero e FSUG Italia (e sicuramente mi sono pure dimenticato qualcuno…), un’altro ente di ispirazione all’incirca nazionale sul tema del software libero. La notizia della volonta’ di aprire una sezione specificatamente italiana della Free Software Foundation Europe mi e’ solo transitata dinnanzi e non ho trovato riscontri online, ma tanto basta a farmi rizzare i capelli in testa.

Intendiamoci: in altre circostanze avrei probabilmente esaltato alla nuova, “Finalmente il pezzo da 90 scende in campo e viene a darci una mano!”, ma cosi’ non e’. Per due ragione fondamentali.

La prima e’ la gia’ esistente comunita’ nostrana legata alla fondazione, che si concretizza sull’apposita mailing list. Una sola volta ci ho avuto a che fare, e mi e’ bastata: in occasione della stesura della lettera aperta al Garante per la Privacy, in merito ad un documento PDF compilabile solo usando Adobe Acrobat Reader e nessun’altra applicazione (libera o proprietaria che sia). Passo’ l’annuncio dell’iniziativa in lista LUG, in cui si dichiarava che il suddetto documento era fruibile solo con una certa versione del programma che per Linux manco esisteva, all’ennesima mail di lamentazioni volli toccare con mano e constatai empiricamente che tale assunto era falso. Dieci persone coinvolte, impegnate a scambiarsi commenti sull’intollerabilita’ dell’episodio, e nessuno aveva neppure verificato le accuse che stavano per essere inviate all’istituzione incaricata di vigilare su uno dei temi collaterali piu’ prossimi a quello del software libero, la privacy, e dunque con cui sarebbe conveniente mantenere dei rapporti quantomeno cordiali. A seguito della mia mail di notifica il testo della lettera venne modificato e l’impatto dell’azione venne pesantemente ridimensionato, ma indubbiamente qualche perplessita’ sulla credibilita’ del nucleo italiano di FSFE mi e’ rimasta fin da allora.

Il secondo motivo di dubbio e’ legato al conflitto di interessi nei confronti dei costumi tipicamente italiani. In concreto: il Linux Day, che essendo da sempre motivo di polemiche e lamentele all’interno della comunita’ nostrana non puo’ non avere un ruolo anche sulle dispute internazionali. FSF di suo promuove il Software Freedom Day: stesso format del Linux Day (eventi distribuiti organizzati dai gruppi locali tutti nello stesso giorno), ma di respiro internazionale e, soprattutto, a settembre. Ovvero: in un periodo tradizionalmente difficile per l’Italia, che si sta rimettendo in moto dopo la classica chiusura per ferie nazionale del mese di agosto. Dettaglio logistico non da poco, in quanto va ad inficiare su tutta la gia’ difficile organizzazione di tale genere di manifestazioni, ma ciononostante non mancano (ovviamente) coloro che non badano alla realta’ dei fatti e regolarmente propongono di soppiantare l’evento Made in Italy in nome di quello mondiale (che poi forse cosi’ mondiale non e': nel 2012 sono state registrate 301 iniziative, poco piu’ del doppio dei Linux Day svolti nella sola Italia il mese successivo). A parte la diretta collisione degli intenti, va inoltre – nuovamente – rammentata la mai sciolta questione del nome “Linux Day” in luogo di “GNU/Linux Day”: Stallman stesso si e’ piu’ volte espresso in merito alla questione, arrivando a scrivere in una mail dello scorso luglio

[...] This means that ILS would cooperate with those groups that use the term “GNU/Linux Day”, and we would avoid splitting the community.

Arrivare a minacciare (con garbo) di spezzare la comunita’ nazionale proprio sull’unico punto in cui e’ piu’ o meno all’incirca unita per pura vanagloria certo non e’ una buona premessa, ne’ un buon precedente.

La concomitanza di questi due fattori – la presenza di un gruppo di coloni FSFE molto poco credibile che agiscono senza cognizione di causa e viene legittimato dal Gran Visir del Movimento a piantar grane – certo non rende rosee le prospettive per l’insediamento di FSFE Italia. Troppi i possibili punti di attrito con la gia’ traballante struttura nazionale locale, anzi troppi i punti di attrito gia’ esistenti che non possono che inasprirsi con l’ufficializzazione dell’interlocutore.

Al momento non resta che capire nomi e cognomi di chi e’ coinvolto direttamente in tale iniziativa, per sapere se iniziare a pensare male o malissimo. Se va male avremo solo un ennesimo nome – oltre a quelli citati in apertura – in coda agli appelli che periodicamente vengono spediti a enti e istituzioni varie, appelli che tutti tengono sempre a firmare e sottoscrivere per assecondare in modo inutile iniziative gia’ di per loro inutili. Se va malissimo… ci saranno ancora piu’ gatte da pelare, ed ancora piu’ tempo da dedicare alla mediazione interna anziche’ all’azione esterna.

Avanti il prossimo. Piu’ gente entra, piu’ bestie si vedono.

Di Birre e di Nerd

26 febbraio 2013

Qualche idea chiara

Altro febbraio, altro FOSDEM. Anche quest’anno, come sempre trascinato dagli amici, mi sono recato alla principale conferenza europea degli sviluppatori free e open source con sede a Bruxelles. E anche quest’anno ho cercato di capire che aria tira nell’ambiente.

Una premessa: per una serie di motivi che non sto a dettagliare in questa occasione mi sono dedicato piu’ alle birre belghe e agli altri svaghi della capitale del nord che non alle questioni prettamente tecniche. Ho forse passato piu’ tempo al Delirium che alla ULB, e la conseguenza e’ che ho assistito a solo parte dei talk che mi ero prefissato. Di alcuni vorrei vedere le registrazioni audio/video pubblicate online, ma quanto percepito e raccolto dovrebbe gia’ essere sufficiente per trarre qualche conclusione.

La prima sensazione e’ stata quella di un FOSDEM piu’ sereno e maturo dello scorso anno. Nel 2012, in ogni corridoio ed in ogni aula talk si trovavano Profeti dell’Apocalisse intenti a redarguire i viandanti: la minaccia del Cloud – che sposta il software dal PC dell’utente ai server dei datacenter, scippandogli cosi’ non solo l’accesso al sorgente ma pure i dati da esso gestiti – e la cronica ed apparentemente non risolvibile mancanza di una piattaforma mobile credibile guidata dalla community parevano essere sintomi dell’imminente avverarsi delle profezie Maya sulla fine del mondo, o almeno del mondo delle liberta’ digitali. Nel 2013 i toni si sono nettamente moderati e ridimensionati, ed anziche’ parlare di minacce (si, ok, qualche talk del genere c’e’ stato) si e’ profusamente parlato di soluzioni, ed implementazioni. Sia ben chiaro: di mettersi d’accordo tutti su una direzione – o comunque su un insieme di strategie condivise – non se ne parla neanche, ma almeno ad oggi ci sono sia frameworks che servizi vagamente usabili per il web che piattaforme mobili un poco piu’ “open” del solito Android (nonche’ credibili) a disposizione ed il futuro sembra (sembra…) meno grigio.

Tra i suddetti progetti web, decisamente non c’e’ quello della Freedom Box. Iniziativa pluri-acclamata, pluri-discussa, nata proprio in seno al FOSDEM e per la quale ogni anno viene presentato un aggiornamento. Ricco di propositi, povero di contenuti. Special guest 2013 Eblen Moglen, promotore del progetto nonche’ personaggio ben noto nella community (ricordiamolo per chi se lo fosse dimenticato: e’ colui che fattivamente ha scritto il testo della GPLv2 e gran parte della v3). Ci ho tenuto a vederlo, ne sono stato ampiamente deluso: nella sua mezz’ora di sproloqui non e’ andato oltre alle consuete geremiadi su privacy, controllo globale, governi corrotti e multinazionali avide, concetti forse (…) anche fondati ma che difficilmente fanno presa su un pubblico di developers gia’ ampiamente indottrinati e che si aspetterebbero non solo l’ennesima esposizione del problema ma anche delle proposte concrete per la sua soluzione.

Altro intervento potenzialmente interessante ma ai fatti inutile, quello – inevitabile – sul cosiddetto Secure Boot. Oratrice apprezzabile – caso piu’ unico che raro, ad una conferenza di nerd di prima categoria – ma talk infondato, conclusosi dicendo che l’arma definitiva contro la “minaccia” (eccola! Lo avevo detto che qualche minaccia c’era ancora!) e’ boicottare i grandi vendor ed acquistare solo hardware che non supporti la sedicente funzionalita’ di sedicente sicurezza spinta da Microsoft per bloccare i software malevoli (nei confronti di Microsoft stessa, si intende). Nel boschetto della mia fantasia potrebbe funzionare, nel mondo reale – dove le persone normali comprano il proprio notebook al MediaWorld, ci trovano Windows8, lo odiano, lo portano al linuxaro di turno per l’installazione di Ubuntu e scoprono solo dopo di non poterlo fare – no.

Passando invece ai commenti positivi (almeno uno…), impossibile non citare la inedita dev-room dedicata al “marketing” del software libero. Ovvero: dritte e suggerimenti per fare capire ai non-addetti ai lavori quanto e’ meglio il freesoftware, e come avvicinarvi anche coloro che di tecnologia non se sanno niente. Argomento che era anche un po’ ora di toccare, la’ dove molto spesso i relatori sono talmente impacciati e poco espressivi da riuscire ad annoiare pure gli entusiasti dell’argomento. Lo spazio e’ stato curato dal nostrano Italo Vignoli, col quale ho condiviso il viaggio in aereo e che piu’ volte ho incrociato durante la permanenza belga, il quale riferisce che l’iniziativa sia andata bene e che auspica di ripeterla nuovamente l’anno venturo con la benedizione dell’organizzazione FOSDEM.

Uno dei momenti in assoluto piu’ inattesi della due-giorni nordica e’ stata la scoperta di un cantuccio isolato, nascosto e buio in cui qualcuno addirittura combinava qualcosa di pratico: in una saletta ho trovato Kohsuke Kawaguchi, maintainer di Jenkins, che con uno sparuto manipolo di volontari discutevano delle prossime evoluzioni del progetto. Come ogni anno l’esperienza rinnova in me il desiderio di dedicare piu’ tempo allo sviluppo software, e da settimane ho l’istanza Bugzilla di Freedesktop aperta in una tab del browser in attesa di cercare qualche bug minore da sistemare, ma tra lavoro e associazioni e’ sempre piu’ difficile. Almeno una volta all’anno piace vedere che, dopotutto, c’e’ anche chi lo scrive sto’ benedetto software libero.

L’Osservatorio Belga

23 marzo 2012

All’inizio di febbraio mi sono recato al FOSDEM 2012, dopo l’esperienza 2010 e la mancanza del 2011. Avevo promesso ad una persona che ne avrei scritto un report, come al solito me ne sono dimenticato ma spero di recuperare adesso seppur con quasi due mesi di ritardo.

Innanzitutto, qualche premessa personale. Negli ultimi due anni non ho guardato film in lingua originale per migliorare il mio inglese, come promesso a seguito del trauma 2010, pertanto anche stavolta mi sono giocato l’occasione di scambiar due parole sensate con qualche personaggio internazionale (ci ho provato con Seif Lotfy, i risultati sono stati imbarazzanti); fortunatamente ho incrociato anche tanti italiani (Vignoli, Rubini, ed un paio di torinesi che non vedevo da anni), dunque almeno non mi sono isolato del tutto. In secundis, confesso di essermi goduto meglio l’evento: l’altra volta, con un mezzo talk da tenere sul groppone, ammetto di non aver seguito proprio “a cuor leggero” l’andamento della manifestazione, che a questo giro ho osservato piu’ attentamente.

Restano valide le considerazioni sui contenuti, raramente inediti in quanto gia’ ampiamente illustrati e commentati sui blog al momento della loro prima comparsa e dunque solo ri-presentati nelle aule dell’Universite’ Libre de Bruxelles, e stavolta aggiungo anche una nota negativa nei confronti dei relatori, spesso hackers indiscutibilmente bravi a programmare ma addirittura noiosi da ascoltare mentre parlano di cio’ che hanno programmato. Penso comunque che questi siano fattori imprescindibili all’interno di un evento organizzato dalla community per la community, dunque ci si fa presto l’abitudine.

Viceversa, al FOSDEM e’ interessante notare quanto un dato contenuto attiri attenzione. Dunque interesse. Dunque seguito. Dunque, si spera, possibilita’ di sopravvivere nel tempo, all’interno del duro e letale ecosistema opensource.

Due sono stati i filoni di maggiore spicco: il mobile ed il web. Prevedibile. Ma con qualche sorpresa.

Per quanto riguarda il mobile, presso la community e’ tangibile il disagio provocato dal non avere ancora una distribuzione GNU/Linux “general-purpose” ottimizzata per smartphone e tablets e governata secondo i criteri canonici di trasparenza e partecipazione propri di Debian, Gentoo ed altre. Certo, esiste Android ed ha anche un gran successo di pubblico, ma si tratta di un progetto ben poco opensource (freesoftware magari si, ma non opensource) su cui Google detta legge, ed in cui gli smanettoni sono tagliati fuori dal processo di design ed implementazione. Certo, recentemente Ubuntu ha palesemente intrapreso la via del mobile e potrebbe colmare il vuoto, ma Canonical ha imparato a non farsi apprezzare dunque sebbene sia ad oggi l’opzione piu’ credibile e’ anche quella che detiene minore attenzione dal popolo nerd. Certo, esiste Tizen, ma visti i precedenti (Tizen e’ l’evoluzione di Meego, progetto di Intel e Nokia naufragato per via delle opinabili strategie di mercato di quest’ultima, e Meego era l’evoluzione di Maemo e Moblin, progetti a loro volta seppelliti) la fiducia riposta non e’ delle migliori tant’e’ che qualcuno ha a sua volta forkato Mer. Certo, esiste OpenMoko, il quale ancora oggi concentra una quantita’ di entusiasmo assolutamente ingiustificabile per un progetto ufficialmente morto anni fa, ma si tratta pur sempre di uno zombie – duro a morire, ma debole e lento. In questo caotico scenario, tutti sono ben consapevoli del ruolo che il mobile giochera’ nel prossimo immediato futuro (ruolo su cui persino Microsoft scommette in modo pesante, mettendo a repentaglio la sua stessa fedelissima base di utenza annunciando un Windows 8 decisamente inadeguato per il classico PC domestico) e nessuno vuol perdere il treno, condannando per ulteriori anni a venire l’intero panorama opensource alla serie B come gia’ e’ accaduto col desktop, non fosse che nessuno e’ ancora sufficientemente credibile da assumere una posizione di leadership ed agglomerare quella massa critica necessaria a combinare qualcosa di buono e sostenibile nel tempo.

Sul fronte web, invece, la questione e’ molto diversa. L’open, qui, ha gia’ vinto da un pezzo. Ma si tratta di una vittoria di Pirro. Da un lato, presso gli sviluppatori desktop (ho assistito ad almeno un talk Gnome sul tema, ma non dubito che il versante KDE sia sulla stessa barca) c’e’ un certo imbarazzo ad affrontare il topic, semplicemente perche’ piu’ le soluzioni opensource Internet-based crescono piu’ i loro progetti perdono di rilevanza. Il dilemma dell’innovatore e’ forte: assecondare il trend, buttare tutto all’aria e dedicarsi anema e core al cloud, oppure opporre resistenza passiva nel tentativo di conservare la propria posizione di “piattaforma” (e non solo di “colorato contorno del browser”)? Quel che e’ certo e’ che, nonostante le pretese, l’integrazione desktop/web e’ ancora in uno stato troppo immaturo per essere credibile, ed i due mondi saranno realmente in comunicazione solo tra molto tempo, sempre che lo saranno davvero prima o poi. Dall’altro lato, quasi ci si vergogna di ammettere che oggi le tecnologie libere sono diventate strumentali a prodotti e servizi tutt’altro che liberi, destinati a raccogliere le informazioni degli utenti e a legarlo ad un provider. Applicazioni web-based ne ho viste poche, l’attenzione e’ rivolta alla produzione di protocolli e standard finalizzati all’interoperabilita’ (ma che interoperano ben poco, non essendo adottati), ed inevitabilmente il progetto FreedomBox, emblema di liberta’ 2.0 a 360 gradi, raccoglie interesse a vagonate pur nella sua inconcludenza piu’ assoluta.

Nonostante tutto, nonostante le incertezze e le deviazioni, la community lavora. Procedendo un po’ a tentoni, ma lavora. Prossima tappa? Forse il GUADEC 2012. Sempre che riesca a porre rimedio a qualche mancanza di produzione open degli ultimi mesi: la community lavora, io ultimamente per stare appresso al Linux Day un po’ meno.

Nella Rete

6 marzo 2011

Oramai da tempo si parla di cloud computing. Sebbene nessuno abbia ancora capito cosa voglia dire, ma questa e’ un’altra questione.

Da quasi altrettanto tempo si discute all’interno della community della minaccia che il cloud computing rappresenta sia nei confronti della tutela della privacy sia per il rischio di non poter piu’ controllare il proprio software e di conseguenza i propri dati. Sia perche’ cosi’ ha detto Stallman.

Ed ha del comico che adesso proprio Eben Moglen, personaggio tra i piu’ vicini a Stallman, colui che ai fatti ha scritto la General Public License (RMS ci avra’ pur messo l’ispirazione, ma la stesura del documento legale non e’ proprio tutta farina del suo sacco…), prima lanci un appello per spostare l’attenzione della community sulla produzione e sull’utilizzo di software libero orientato all’Internet e poi metta in piedi una fondazione destinata a rimarcare questa urgenza.

Gia’ solo partendo da questa premessa potrei scrivere fiumi di parole confrontando l’atteggiamento catastrofista e patetico (“No, il cloud computing e’ il male, poveri noi, come faremo…”) con quello costruttivo e propositivo (“Vogliono il cloud computing? Diamoglielo!”), ma per questa volta sorvolero’ su quella che sarebbe la mia ennesima invettiva sconclusionata.

Il punto di partenza della questione sta nel rapporto tra “pro” e “contro” dell’atto di spostare i propri dati dal personal computer alla Rete. Certo, se pubblicati sull’Internet essi sono maggiormente a rischio intrusione. Certo, se li metto sul server di qualcun’altro questo qualcun’altro puo’ andare a metterci il naso. Ma grandi sono i vantaggi: posso accedere a ogni cosa da ogni dispositivo connesso, posso condividere i contenuti molto piu’ semplicemente e rapidamente con altri apparati e con altre persone, e non abbisogno di avere in mano in tutti i momenti un computer super-dotato per far girare un browser con un supporto decente alle piu’ recenti tecnologie web. Proprio perche’ i pregi sono numerosi, e spesso superiori, ai difetti, alla fine dei conti non sono moltissimi coloro che hanno sposato la linea “no al cloud computing a tutti i costi” mentre invece diversi sono stati quelli che hanno iniziato a rivolgere il proprio sguardo ai nuovi orizzonti digitali.

Innescando il paradosso. Da una parte si trova la spinta e la motivazione a muoversi verso la Rete, dall’altra esistono pochi o pochissimi progetti freesoftware che offrono servizi pari a quelli closed e gran parte di essi non espongono API web per interagire con essi e permettere l’integrazione con applicativi desktop o altri applicativi web in cascata. Risultato: gran parte dei programmi open supportano esclusivamente o quasi piattaforme proprietarie, alimentando la dipendenza da essi. Non c’e’ piu’ un software per la gestione di foto che non permetta l’upload su Flickr. Non c’e’ piu’ un CMS che non integri i pulsantini per rimbalzare i contenuti su Facebook o Twitter. Non c’e’ piu’ un feed reader che non si sincronizzi con Google Reader. E spopolano le librerie ed i plugins per accedere a Google Data ed analoghi.

Si tratta della solita anomalia del mondo freesoftware: rilasciati in licenza open si trovano i piu’ complessi e potenti frammenti di codice esistenti, ma sono tutti sparpagliati e nessuno si cura di costrurci sopra soluzioni “chiavi in mano”. Sul desktop abbiamo i piu’ sofisticati filtri grafici per l’editing di immagini ma nessuna applicazione che tenga testa a Photoshop in ambito professionale, sui server il software libero domina sulle infrastrutture (server web, server mail, database di ogni tipo e genere…) ma mancano i pacchetti finali usabili dagli utenti.

Lo scopo della Freedom Box Foundation dovrebbe essere proprio a questo: aiutare a colmare il vuoto, o meglio i diversi vuoti abissali esistenti nelle aree ancora non decentemente coperte (ovvero: tutte, a parte le piattaforme di blogging ed i CMS). Il “come” intenda farlo e’ per me una incognita, e due sono le possibili strade: quella giusta e quella sbagliata. Quella sbagliata consiste nel ripetere l’errore gia’ visto in Diaspora, il maxi-progettone destinato all’implementazione di una alternativa aperta a Facebook e salito agli onori della cronaca per aver accumulato 100.000 dollari di donazioni in tempo record (soldi che evidentemente sono stati usati dai developers per fuggire alle Maldive, gia’ che a tutt’oggi il progetto non soddisfa neppure una frazione delle promesse originali): in quel caso il vero problema sta nella pretesa di voler ricostruire, partendo da zero, tutto lo stack di servizi quali ad esempio le gallerie di immagini o la condivisione di links, attivita’ gia’ bene o male gestite da altri pacchetti specifici e che hanno richiesto numerose ore-uomo di lavoro per essere realizzati. La strada giusta sarebbe invece, appunto, quella di integrare e potenziare i progetti esistenti, e porre le basi per una futura rapida espansione del software libero in Rete.

Quel che vorrei non e’ l’ennesimo pacchetto che gestisca l’upload di foto, o l’ennesimo feed reader web-based, bensi’ la formulazione di protocolli e specifiche e API atti all’interazione ed alla federazione dei contenuti tra le diverse piattaforme. Come OAuth per l’autenticazione degli utenti, ma esteso a tutti i possibili contesti d’uso: condivisione di immagini, di links, di notifiche e quant’altro. Quel che vorrei e’ che la Freedom Box Foundation diventi l’equivalente web di quel che e’ Freedesktop.org per l’ambiente desktop, ovvero un ente super-partes che faciliti e promuova (attivamente e concretamente, non a parole ma con un contributo tangibile) l’interoperabilita’ tra progetti simili ed equivalenti. Quel che vorrei sono alternative open a ShareThis o all’onnipresente tastino “Like”, che mi permettano di condividere i contenuti sui miei aggregatori preferiti, indipendentemente che essi siano servizi pubblici o hostati su un mio server o hostati sul server di un amico o magari implementati da me stesso medesimo un giorno in cui non sapevo che altro fare.

Gia’ sappiamo che la frammentazione e la dispersione sono la norma all’interno della galassia degli sviluppatori free, ed ognuno tende a ricostruire a modo suo sistemi gia’ realizzati da altri. E’ un “problema” di cui si discute da sempre. E senza soluzione. Tanto vale farsene una ragione, e cercare almeno di arginare i danni permettendo ai diversi componenti di scambiarsi dati nel modo piu’ semplice possibile. Questo si puo’ ottenere solo definendo degli standard, e fornendo delle implementazioni pre-confezionate facilmente integrabili all’interno di ogni progetto passato, presente e futuro onde accelerarne l’adozione.

Un singolo prodotto open, sviluppato amatorialmente e nel tempo libero, non puo’ competere con colossi quali Facebook o Google. Tanti piccoli progetti che si compensano tra loro, forse si.

Egoismo Solidale

28 settembre 2010

Piu’ spesso di quanto non si creda raccolgo opinioni di smanettoni linuxofili che non vedono di buon occhio la diffusione del software libero presso l’utenza informatica di bassa lega, quella meno consapevole e meno desiderosa di passare le nottate a cristonare su un applicativo server o su un frammento di codice sorgente. Tale sentimento si riscontra in numerosi comportamenti: la denigrazione di Ubuntu o di specifici software che automatizzano alcuni processi operativi sul desktop, la scarsa disponibilita’ ad affiancare chi ha qualche problema tecnico, o il fatto di incaponirsi nel voler insegnare a tutti i costi gli strumenti piu’ avanzati e complessi (tipo: il terminale a linea di comando) anche a chi non ha mai visto Linux in vita sua. Le argomentazioni mosse per giustificare tale inettitudine alla condivisione dei saperi sono altrettanto numerose: “Se hai un problema, cercati la soluzione su Google“, “Devi imparare a far le cose complicate, che tu lo voglia o no”, ma anche aberrazioni tipo “Linux e’ per gli hackers, gli utonti si tengono Windows o MacOS”. Per un approfondimento su tali opinabili posizioni, rimando ad un mio precedente post specifico.

Comunque a me par tanto che pressoche’ tutti questi scudi levati in favore della purezza e della rigorosita’ tecnico/morale del software libero corrispondano ad altrettanti pretesti per non voler fare il lavoro sporco di supporto, assistenza, ed in molti casi sopportazione del pubblico domestico, che molto spesso ha poche o nulle nozioni di informatica e di quando in quando osano chiedere un parere o un aiuto durante le fasi piu’ delicate. Posso essere d’accordo nel non volere assecondare tutti quei novelli utente che arrivano a pretendere di avere assistenza semi-professionale e continuativa dal ragazzotto che per primo ha fatto l’errore di rispondere alle sue domande, ed io stesso ho mandato a quel paese piu’ di un personaggio di tal fatta; ma d’altra parte sono numerosi i casi in cui basta solo un poco di pazienza per ottenere buoni risultati, ed e’ proprio questa pazienza (e questa volonta’) che manca ai sopra menzionati Paladini dell’Etica, i quali ricorrono a motivazioni velleitariamente filosofiche per malcelare un radicato menefreghismo.

Ed arriviamo finalmente al punto. Tutte le geremiadi, i piagnistei e gli scalpiccii si riassumono in un unico pensiero: “Io uso software libero e ne godo i benefici, gli altri si arrangino”. E l’errore sta tutto qui, in questa concezione isolazionista.

Volenti o nolenti, tutto il mondo dell’informatica casalinga ruota intorno alla condivisione di informazione. Ci si scambiano contenuti di tutti i tipi ed in tutte le forme, si producono e si consumano materiali, si distribuiscono artefatti digitali. Io in questo momento sto scrivendo un post sul mio blog e qualcuno (forse…) lo leggera'; in un’altra tab del browser ho aperto Facebook, su cui tutto il giorno i miei “amici” fanno ciclare links ad articoli (stesi da qualcun’altro) o video divertenti su YouTube (girati e montati da altri ancora); nel frattempo ascolto una radio in streaming, su cui vengono trasmessi brani musicali di artisti vari occasionalmente commentati dallo speaker; compulsivamente vado a consultare la posta elettronica, e nella mia inbox quotidianamente arrivano dozzine di messaggi scritti da persone che da un capo all’altro del mondo fanno domande e rispondono passando attraverso una qualche mailing list.

In questo scenario di perenne e costante connessione e condivisione, come si puo’ pensare che il software libero installato sul proprio solo PC sia condizione sufficiente a garantire la liberta’ al suo utilizzatore? Di quando in quando mi arrivano documenti in formato Office da parte di alcuni collaboratori, con tutte le relative imprecazioni del caso. La Rete abbonda di schifezze Flash o Silverlight, formati chiusi e proprietari fruibili solo con plugins altrettanti chiusi e proprietari la cui esistenza dipende in larga parte dalla facilita’ con cui possono essere spacciati anche senza consapevolezza da parte dell’utente sulle piattaforme operative closed. I sopra menzionati Facebook e YouTube sono piattaforme closed, ma cui ci si deve piegare a causa della loro popolarita’ presso la massa (senza frequentatori non ci sarebbero contenuti, e senza contenuti non servirebbero a niente). Non conto piu’ gli archivi ZIP che devo maneggiare, e che proliferano anche perche’ questo genere di compressione e’ built-in in Windows e dunque tanto comodo. E, fuori dalla mia esperienza personale, molti devono ancora confrontarsi con i server Exchange, LotusNotes e SharePoint in uso presso le relative aziende, e chiunque abbia a che fare magari per lavoro con enti statali deve far girare lo spesso orripilante software chiuso pagato a caro prezzo con i soldi delle mie tasse e distribuito in modo esclusivo dallo Stato.

Installare (e far usare) Linux ad un nuovo utente e’ sempre, a priori, un successo. Se va bene, esso si interessera’ alla questione e gli si aprira’ un mondo di consapevolezza tecnologica. Se va male, esso continuera’ ad utilizzare il computer come un elettrodomestico senza capire come funziona. In entrambi i casi, quel PC contribuira’ a far massa critica. L’utente iniziera’, magari anche inconsapevolmente, a distribuire archivi compressi in formato libero, documenti formattati in formato libero, navigare il web con un browser libero e quant’altro. Numeri che presto o tardi finiscono nel calderone del market-share, l’indice che implicitamente determina le scelte future del mercato.

Se proprio non se ne vuole sapere di assistere l’utenza per solidarieta’, lo si faccia almeno per preservare le proprie liberta’ e nella prospettiva di estenderle. Laddove non arriva la beneficienza, puo’ arrivare l’egoismo.

Al Soldo della Liberta’

15 luglio 2010

I lettori assidui di questo blog dovrebbero gia’ ben conoscere la differenza intrinseca tra i termini “freesoftware” e “opensource”. Presento comunque un breve riassunto della questione, sia per chiarezza che perche’ da qualche parte dovro’ pur iniziare.

Nel 1983 quello sciamannato di Stallman avvia il Movimento Free Software. Il suo scopo era (ed e’ a tutt’oggi) promuovere la liberta’ del software, partendo dal concetto elementare che se un utente non ha accesso completo al codice sorgente delle applicazioni attraverso cui transitano le sue comunicazioni e i suoi dati (personali o professionali che siano) tutte le sue attivita’ sono assoggettate al volere dell’autore di quelle stesse applicazioni.

Nel 1998 Bruce Perens e Eric Raymond fondano la Open Source Initiative. Il suo scopo ufficiale era (ed e’ a tutt’oggi) promuovere la superiorita’ del modello di sviluppo condiviso e a sorgente aperto, mentre lo scopo ufficioso e’ sempre stato quello di strizzare l’occhio al mondo del business proponendo il software libero facendo leva sulle sue proprieta’ tecniche e tralasciando tutte le menate filosofiche sulla liberta’.

Se ne conclude che “freesoftware” e “opensource” identifichino all’atto pratico la stessa identica cosa, ovvero software di cui e’ disponibile il codice sorgente, ma descrivendolo in modo diversi. E intorno a queste due parole sono originariamente fiorite community diverse, che fanno la stessa cosa (implementare e distribuire codice) ma per motivi opposti: sul versante freesoftware si trovano gli idealisti, coloro che sognano un mondo anarchico ove nessuno sia “schiavo” di nessun’altro sotto nessun aspetto, e sul versante opensource si trovano i materialisti, coloro che sognano un mondo liberale di business competitivo ma allo stesso tempo cooperativo.

Ma le cose sono andate in modo diverso rispetto a quanto previsto.

Le due varianti dello stesso messaggio si sono malamente amalgamate passando attraverso il telefono-senza-fili mediatico, per cui ad ogni passaggio l’interlocutore successivo capisce solo una parte di quello che gli ha riferito il precedente e tenta di colmare le lacune con una sua personale (e dunque influenzata) interpretazione. Ne e’ risultato che la denominazione “opensource” ha quantitativamente prevalso ma perdendo il suo originale significato (esattamente come la parola “hacker” ha nel tempo e nell’uso variato la sua valenza da “smanettone” a “pirata informatico”), ed i contenuti retorici relativi alla liberta’ ed al modello tecnico si sono persi per strada lasciando una unica idea nelle teste della massa: e’ gratis, punto.

Le implicazioni di questa trasformazione semantica risultano quasi paradossali: la community di nerd, coloro che dovrebbero sventolare il vessillo delle liberta’ digitali e della fratellanza virtuale,  usa abitualmente e senza fisime il termine “opensource” in maniera quasi esclusiva, mentre (e qui veniamo al succo di questo post) i businessmen che fanno affari intorno a questo mercato si impongono come strenui difensori del freesoftware. Il motivo di tale ribaltamento dei ruoli e’ abbastanza chiaro: se “opensource” significa, per i piu’, “gratis”, e’ conveniente interporsi a questa concezione e far leva sugli aspetti filosofici ed etici della questione, che suonano magari un po’ inusitati se enunciati da un personaggio in giacca e cravatta ma almeno non vanno a minare la fattura per il cliente.

Chiaramente non tutti i promotori del software libero nudo e crudo sono in conflitto di interessi, ma e’ abbastanza facile individuare chi adotta questa visione radical-chic:

  • ovviamente, hanno una propria attivita’ a scopo commerciale basata in modo piu’ o meno diretto sul software open. Oppure hanno qualche influente amico che ce l’ha. Consulenti in primis, ma anche sviluppatori, avvocati che forniscono assistenza legale sulle licenze, providers…
  • pubblicamente si scagliano ciecamente contro chiunque accenni alla parola “opensource”, ogni volta stracciandosi le vesti in nome della liberta’ a tutti i costi. Solitamente, chi ha una idea neutrale nei confronti del business o non business non bada molto a questi dettagli, appunto perche’ come detto prima “opensource” e’ colloquialmente a tutti gli effetti sinonimo di “freesoftware”
  • hanno il pallino della pubblica amministrazione. Gli importa poco che il software libero finisca in scuole, aziende, o nelle case della gente, se non magari per ragioni di pubblica opinione e pressione “democratica”; l’importante e’ puntare agli uffici statali, tanto meglio se sono grandi. L’ovvia ragione e’ che la P.A. sborsa cifre consistenti, e’ facilmente approcciabile per mezzo di un amico Consigliere o Assessore, ed essendo povera di competenze tecniche interne finisce per essere una sorgente continua di profitto

Come comportarsi dinnanzi a tal genere di elementi? In nessun modo particolare: vanno presi per quello che sono, e quanto qui espresso viene suggerito non come motivo di accusa ma come chiave di lettura. Come gia’ piu’ volta ribadito e’ anche (e soprattutto?) grazie a chi fornisce supporto commerciale agli applicativi open che si deve l’attuale grado di penetrazione di questa categoria di software, che certamente non sarebbe arrivato dove e’ arrivato adesso parlando solo di liberta’ e condivisione e margherite nei campi.

Ma non sarebbe affatto male pretendere un maggior grado di chiarezza da parte di chi sostiene di operare sempre e solo in nome del bene del mondo: la liberta’ va a braccetto con la trasparenza, e prima o poi il trucco nel gioco delle tre carte viene scoperto.

La Sottile Linea

28 marzo 2010

Qualche settimana fa’ e’ stata approvata la mia richiesta per un account git sui repository del progetto Gnome, mossa dopo l’invito di Philip Van Hoof sulla mailing list di Tracker. Ne ho presto approfittato per caricare su git.gnome.org il codice di libgrss, inizialmente sviluppata su BarberaWare ma ora dipendenza di Tracker e, se e quando avro’ modo di avanzare richiesta di inclusione, modulo ufficiale di una delle prossime versioni del desktop environment.

Un paio di mail ed un paio di commit mi hanno permesso di entrare a far parte di un team ben piu’ grande di quelli cui sono stato sinora abituato, e ad un livello ben piu’ alto, di vedere il mio proprio codice girare su milioni di PC sparsi sul globo terracqueo, di oltrepassare la sottile linea che separa chi il freesoftware lo considera un passatempo da chi lo considera un obiettivo.

Cosa implica cio’?

Dal punto di vista prettamente strutturale, una sequenza di complicazioni: rigide guidelines da seguire per la formattazione del codice, la responsabilita’ di mantenere sempre sul repository qualcosa di funzionale e quanto piu’ possibile esente da bugs, il dovere di provvedere ricca documentazione di ogni funzione destinata ad essere usata da altri, l’impegno a rispettare determinate deadlines e determinati tempi di consegna per rientrare nel ciclo di sviluppo del progetto. Questa posizione mi aiuta a ricordare il fatto che il “software libero” sara’ pure “libero”, ma e’ anche “software”, ovvero un prodotto manufatto che richiede una certa precisione ed il rispetto di regole di stampo ingegneristico: bellissimo il fatto di poter condividere il sorgente, ma se non fa quello che deve esso e’ totalmente inutile e le prediche sulla “liberta'” diventano esercizi di retorica fini a se’ stessi.

Dal punto di vista sociale, il progresso e’ notevole: sorvolando sul fatto di potersela inopportunamente “tirare” con gli amici, e sulla soddisfazione di aggiungere la dicitura “Developer Gnome” sul curriculum (che ora come ora risulta essere un documento particolarmente utile…), c’e’ da considerare il credito accumulato nell’economia meritocratica in vigore nel mondo freesoftware. Pubblicare il proprio codice sui repository Gnome garantisce che esso venga visto ed usato da molta piu’ gente, e nuove opportunita’ si aprono per implementare e far implementare architetture complesse. Poco fa’ ho inviato richiesta per vedere il mio blog (non questo, ma quello piu’ tecnico) in Planet Gnome Italia, e dunque aumentare di molto la visibilita’ dei miei contenuti e delle mie idee. Un po’ alla volta si ottiene familiarita’ coi processi e con le persone, e piu’ facile viene apportare e far apportare modifiche utili ai propri scopi, sia all’interno dei progetti su cui si lavora direttamente che su altri affini.

Il mio attuale status (con i benefici sopra elencati) non deriva da eccelse ed uniche qualita’ programmatorie, ma semplicemente da un minimo impegno e da uno sforzo marginale ma oculatamente indirizzato. Come si puo’ constatare dal codice di tracker-miner-rss, che appunto e’ il componente per il quale sono stato chiamato a far parte del team Tracker, l’opera svolta non brilla per complessita’ o ingegnosita': ho prelevato il codice che mi serviva da Liferea, usando la libraria apposita l’ho integrato con il programma principale, e basta. Un qualsiasi mediocre programmatore con qualche esperienza su piattaforma Linux avrebbe potuto fare altrettanto, magari pure in meno tempo. Cio’ vuol dire che superare la sottile linea oggetto di questo post non e’ questione di capacita’ o fortuna, ma esclusivamente di volonta’. La volonta’ di fare qualcosa di mirato e specifico per il miglioramento.

Ben venga il progettino su cui lavorare alla domenica (io stesso ne ho una lista infinita, e non ci lavoro solo alla domenica), ma molti di piu’ dovrebbero avere la fermezza di voler aggregarsi ad un progetto piu’ grande ed affermato, magari di fare il sacrificio di abituarsi alle guidelines e alle deadlines, e meglio sfruttare le risorse intellettuali di cui dispongono per dirigere la crescita verso una direzione univoca e comune, anziche’ frammentare gli sforzi in mille direzioni diverse.

Il Bugzilla di Gnome pullula di tickets aperti, molti dei quali molto facilmente risolvibili eppure lasciati li’ a marcire da anni a causa della legittima mancanza di tempo dei maintainers. Non dubito che anche KDE, OpenOffice, o qualsiasi altro progetto di grosse dimensioni siano nelle stesse condizioni. Val la pena farci un giretto, aprire qualche pagina a caso, dare uno sguardo al codice, e magari confezionare una patch. E poi un’altra. E un’altra. E chiedere un account sul repository, in modo da potersi committare le altre da soli. Ed oltrepassare la sottile linea che separa chi blatera su quanto sia bello il software libero da chi il software libero lo fa.

FOSDEM 2010: the People Side

28 febbraio 2010

[Premessa: questo post narra l'aspetto sociale e comunitario della mia esperienza al FOSDEM 2010, per una descrizione dei contenuti tecnici si veda l'apposito articolo sull'altro mio blog.]

A ben guardare, gli eventi “mondani” organizzati e vissuti dalla community tecnofila sono fatti tutti nello stesso modo, e a parte il viaggio in aereo ed una partecipazione ben piu’ numerosa il FOSDEM non e’ cosi’ diverso dall’HackMeeting: numerosi talks che toccano argomenti che bene o male gia’ si conoscono avendone letto in lungo ed in largo sull’Internet, frotte di “turisti” che vi si recano non per un interesse specifico ma per poter dire agli amici rimasti a casa “Io c’ero”, ed una minoranza di personaggi gia’ in qualche modo affermati che approfittano dell’occasione per rivedere i colleghi con cui durante il resto dell’anno chiaccherano e lavorano solo a mezzo mail. Ho trovate molte aule semi-deserte durante gli interventi, appunto perche’ ben rari sono stati i casi in cui qualcuno ha esposto qualcosa di veramente nuovo che valesse la pena di stare a sentire, e l’unica notevole eccezione e’ stata la parentesi del professor Tanenbaum, non gia’ perche’ avesse da introdurre qualche meravigliosa sorpresa (ad occhio, direi che la sua presentazione al sistema operativo Minix e’ stata realizzata diversi anni fa’ ed e’ gia’ stata ripetuta innumerevoli volte nelle aule magne delle universita’ di mezzo mondo secondo un copione solo occasionalmente aggiornato) ma per la curiosita’ del pubblico nel vedere in carne ed ossa il protagonista di uno dei flames piu’ noti della storia del software libero e l’autore del volume “Operating Systems: Design and Implementation“, su cui diverse generazioni di informatici hanno studiato all’universita’.

Piombare nel mezzo di una manifestazione del genere potrebbe essere sconfortante per chi non sia preparato, per chi si aspetti esperienze di misticismo nerd credendo di trovarsi all’interno del cuore pulsante della community. La community sta da un’altra parte, sta online, sta sulle mailing lists e su IRC. Ad un convegno, nessuno viene spontaneamente a mostrarti il fenomenale progetto su cui sta lavorando e che salvo rarissime situazioni restera’ seppellito nella biblioteca dell’Internet per sempre. Le poche persone che hanno qualcosa di interessante da dire stanno preparando un talk, dunque non hanno ne’ tempo ne’ voglia di seguire i talk altrui o di scambiare quattro chiacchere con uno sconosciuto. Ma io ho avuto molta fortuna nell’acquisire una postazione di osservazione inusitata.

Pur non avendo io nessuna conoscenza pregressa nel giro, in virtu’ del talk cui ho partecipato in veste di relatore ho avuto la singolare possibilita’ di passare un po’ di tempo con alcune figure singolari: l’eclettico Rob Taylor, il raffinato Philip Van Hoof, ed il pacifico Jurg Billeter. Gia’ in condizioni normali e’ una sensazione strana incontrare faccia a faccia qualcuno con cui sino a quel momento si hanno avuto solo contatti virtuali, se poi quel qualcuno  porta anche un nome piu’ volte letto tra le news quotidiane ed e’ autore di una discreta porzione del software che ogni giorno usi sul tuo PC le cose cambiano ulteriormente. Purtroppo, dato il mio immensamente scarso inglese, non sono riuscito ad approfittare appieno della situazione e solo in parte ho seguito le discussioni, ma quel poco e’ bastato per farmi una idea. O almeno a confermarne una vecchia.

Se c’e’ una cosa che accomuna tutti, anche se in dosi diametralmente diverse tra persona e persona e secondo schemi esclusivamente soggettivi, e’ la convinzione di avere sempre ragione. Detto cosi’ puo’ sembrare offensivo, ma alla luce delle Tre Virtu’ del Programmatore stilate da Larry Wall (tra cui la terza e’ l’arroganza) questo atteggiamento acquista un senso: tutti si danno da fare per realizzare qualcosa di nuovo, e per evitare le altrui critiche preferiscono implementare direttamente cio’ che hanno in mente anziche’ sprecare del tempo nel tentare di convincere qualcun’altro che quello sia il modo giusto. Notoriamente l’intero mondo open ruota in buona misura sulla competizione diretta delle idee e del codice immesso online, e da qui si spiega la presenza di leader dal polso fermo che raramente cambiano idea pure di fronte all’evidenza dei fatti, ma se finora ho percepito la validita’ di questo paradigma solo leggendo forum e mailing list adesso posso dire di averlo misurato con metodo galileiano.

Croce e delizia della mia gitarella fuori porta e’ stato il sabato sera. Per un italiano, ovvero per una persona nata e cresciuta in un Paese con una delle popolazioni piu’ anziane al mondo e dove pertanto (credo che il nesso logico sia abbastanza evidente) le tecnologie informatiche sono considerate orpelli futili e non meritevoli di attenzioni da parte del mercato e degli investitori (laddove non siano addirittura una minaccia), sorseggiare una birra in compagnia di una schiera di dipendenti Nokia puo’ essere imbarazzante: confermo tutto cio’ che viene detto in merito al trattamento degli sviluppatori al di fuori dei nostri confini, al compulsivo desiderio delle grandi aziende di far giocare e sperimentare coloro che stanno sul loro libro paga, alla diffusa passione per il lavoro che qui da noi ho riscontrato in un numero infinitamente modesto di persone. Per un istante, il significato delle parole “fuga di cervelli” mi e’ parso luminoso.

Vedremo se il prossimo anno riusciro’ a fare un altro giretto in quel di Bruxelles. Nel frattempo ho gia’ iniziato a guardare film in lingua originale per cercare di non ripetere la traumatica esperienza anglofona.

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