Attitudine Vestigiale

25 luglio 2012

Molto spesso, per non dire sempre, quando su una mailing list di nerd linuxari si tocca l’argomento “migrazione delle imprese e/o della pubblica amministrazione” la discussione finisce col degenerare nell’invettiva generalista. “I dirigenti sono ottusi”, “No, i dipendenti sono ottusi”, “Se gli cambi Office si lamentano”, “Non capiscono niente”. E via dicendo.

Tutte affermazioni in linea di principio fondate (magari formulate in modo sommario, ma che fanno riferimento ad un fenomeno ben noto: l’inerzia), almeno nel 95% dei casi. Dopodiche’ esiste un 5% di casi che nessuno e’ in grado di affrontare, e che trovano il tipico linuxaro entusiasta completamente spaesato e privo di appigli. Sono i casi in cui e’ il dirigente dell’impresa e/o dell’ufficio pubblico che dice “Software libero? Opensource? Bellissimo! Da dove iniziamo?”.

Negli ultimi mesi mi sono capitati all’orecchio almeno quattro casi di funzionari di piccoli comuni che, convintisi della bonta’ e delle virtu’ del freesoftware, hanno chiesto lumi. Un consigliere di un centro siciliano, non sapendo a chi rivolgersi, ha scritto al form di contatti sul sito del LinuxDay (cui rispondiamo a turno Napo ed io); una consigliera di un altro comune negli immediati pressi di Torino l’ho incontrata alla ConfSL 2012 di Ancona; un altro ancora nell’alto mantovano si e’ appellato all’amico Fausto del LugMAN; il quarto ha scritto sulla mailing list Discussioni@AsSoLi. Quattro casi, richieste piu’ o meno simili, stessa reazione: “Boh!”. Pare non esistere una completa soluzione libera dedicata ai comuni che contempli gli applicativi essenziali (anagrafe, catasto, tributi…), se esiste nessuno ne ha mai sentito parlare, la fatidica legge sul riuso software viene puntualmente menzionata come riempitivo ma tutti sappiamo che muoversi nella giungla frammentata di offerte (molte delle quali peraltro nient’affatto libere) non e’ assolutamente facile neppure per un addetto ai lavori. Al promotore della liberta’ digitale improvvisatosi consulente non resta che citare i sempreverdi LibreOffice, Firefox e Thunderbird, e sperare che tale modesta risposta possa bastare per almeno far avviare il processo di migrazione salvo intimamente auspicare che il benintenzionato interlocutore si rivolga a qualcun’altro per ottenere indicazioni piu’ precise e puntuali la volta successiva.

Ancor piu’ grave e’ quando si discutono tali argomenti con qualche personaggio rilevante. A me e’ capitato l’altro giorno con l’Assessore al Lavoro della Provincia di Torino. Ho chiesto un appuntamento con l’intenzione di rastrellare qualche risorsa per il Linux Day sabaudo (ovvero il patrocinio dell’ente, una dritta su eventuali contenuti “istituzionali” e qualche contatto consono al tema dell’edizione 2012 della manifestazione nazionale) ma comunque mantenendo un profilo basso, sono stato ricevuto, ho spiegato il come ed il perche’, e laddove mi sarei aspettato una qualche innocua domanda di pura astrazione teorica – campo in cui i freesoftware advocate eccellono – il buon Assessore si e’ confessato sostenitore in-pectore della Causa e si e’ quasi stupito della limitatezza delle mie richieste. E’ finita con un pacco di contatti (CNA provinciale, Camera di Commercio di Torino, e l’impegno ad organizzarmi un altro incontro pure con l’Assesore alle Attivita’ Produttive) e la suggestione di un corso di formazione finanziato dalla Provincia stessa su strumenti open professionali. Insomma: non gli ho chiesto niente e m’ha dato tutto quello che gli passava per la testa. E’ forse lecito chiedersi cosa avrei ottenuto se avessi portato delle proposte mirate.

Ed il punto sta tutto qui: nella concretezza.

Dopo anni e anni passati a cercare di convincere il prossimo sulle virtu’ del software libero, qualcuno incredibilmente sta iniziando a crederci sul serio. E non siamo (io, ma anche molti altri. Quel che e’ successo a me in Provincia e’ capitato non molto tempo fa ad altri a Roma…) minimamente preparati a cio’. Le dichiarazioni di principi non bastano piu’: ora ci vogliono le soluzioni. Quelle pratiche, materiali, tangibili, da installare sulle workstation e nei CED. Molto spesso tali soluzioni o non esistono o sono ben nascoste. E di certo non si puo’ chiedere all’ente di turno di accollarsi in toto la spesa per farne svilupparne daccapo. Forse si potrebbe far leva sui famigerati articoli 68 e 69 del Codice di Amministrazione Digitale, quelli che dicono che quando una amministrazione acquista un prodotto software ne acquisisce anche il sorgente, ma questo vorrebbe dire scaricare il barile a funzionari che non necessariamente hanno competenze sufficienti ad affrontare la questione e si trovano quasi sempre in posizione di gia’ perpetrato vendor lock-in. Sarebbe come dire: “Io ho voluto la bicicletta, adesso pedali”.

Stesso ragionamento si puo’ applicare non solo al prodotto software in se’ quanto al contorno. Al modello economico correlato, alle strategie di riferimento, ai progetti su medio e lungo periodo. Tutti sappiamo (!) che un ecosistema ICT basato su software libero favorisce e stimola la competitivita’, l’innovazione, l’interoperabilita’ e lo sviluppo locale, ma nel Manuale del Perfetto Linuxaro nessuno ha scritto l’appendice che dice da dove si inizia, quali sono i primi passi da effettuare, quali sono i piu’ comuni problemi e quali sono i piu’ comuni approcci. Sappiamo qual’e’ l’obiettivo, ma non sappiamo qual’e’ la strada per arrivarci. Ce la dobbiamo inventare, non senza un po’ di fantasia.

Ho iniziato a drizzare le antenne, per capire cosa realmente c’e’ e cosa realmente non c’e’ al di la’ della retorica. C’e’ in corso una esperienza del LUG di Avola (giovine gruppo recentemente ammesso in LugMap) che sta dando una mano per il rifacimento del sito della propria citta’ seguendo tutti i crismi amministrativi ma anche quelli della riusabilita’ del software. Ci sono numeri statistici – aggregati e non particolarmente dettagliati, ma comunque interessanti – sulle esigenze di aziende e PA, almeno qui in Piemonte. E d’altro canto, come detto, qua e la’ ci sono funzionari e dirigenti ben disposti a dire la loro, se si ha il buon senso di starli a sentire senza la pretesa di andargli ad insegnare qualcosa.

Penso sia ora di disfarsi dell’antica attitudine all’approccio teorico e filosofico. Essa poteva andar bene quando eravamo pochi e inberbi, e ci dovevamo sperticare per comunicare il nostro messaggio. Il messaggio e’ passato, ora tocca a tutto il resto.

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3 Risposte a “Attitudine Vestigiale”


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