Le Torri di Babilonia

3 luglio 2009

Che il mondo del freesoftware sia estremamente frammentato non e’ cosa nuova per nessuno: scarsa o nulla coordinazione nella conduzione dei progetti software, una quantita’ di correnti di pensiero contrastanti e spesso in diretta competizione, ignoranza sulle iniziative di carattere promozionale che avvengono al di fuori del proprio giardino, ed una quantita’ infinita di piani volti ad unire almeno una parte delle risorse verso una direzione senza sapere che di piani analoghi gia’ ne esistono a dozzine. Come mi ha detto Luca Robotti (consigliere regionale in Piemonte, e firmatario di una legge per l’uso del software libero nella pubblica amministrazione cui dedichero’ prossimamente un po’ di attenzione) “siete peggio della Sinistra”.

Ma in tutto questo caos almeno qualche saldo punto di riferimento, qualcuno cui rivolgersi per determinate questioni, continua ad esistere: gruppi, enti piu’ o meno formali ed ufficiali, associazioni, singole persone la cui autorita’ viene da tutti riconosciuta. O no? Sara’ forse un caso, una serie di coincidenze, o una mia personale errata interpretazione di fatti tutto sommato normali a farmi dubitare che davvero un fulcro di immota stabilita’ esista.

In ordine cronologico, partiamo dalla community italiana: a poco tempo fa’ risale il mio resoconto sull’ultima LUG Conference tenutasi a Bologna, durante la quale ho raccolto numerose critiche nei confronti di ILS, ovvero l’associazione che dovrebbe sovraintendere ed organizzare i Linux User Groups sparpagliati sul territorio. Della Linux Society molti parlan male da sempre (a ragione o a torto, non e’ questo lo spazio per l’approfondimento), e ovviamente le parole servono a poco e non comportano minaccia alcuna. Ma che i LUG si organizzino e si incontrino periodicamente diventa un fatto, o meglio l’antefatto alla detronizzazione di una entita’ che detiene l’unica minima autorita’ ad oggi esistente, e l’unica fortuna di ILS sta nella pigrizia oggettiva dei suoi detrattori di combinar qualcosa di concreto. Ad oggi non vedo sintomi di un cambiamento ne’ prossimo ne’ venturo, in quanto basta dare uno sguardo alla mailing list di riferimento per constatare che gli umori accesi in quel di Romagna si sono repentinamente sopiti – probabilmente in preparazione alla catena di flames che si vedra’ sorgere con l’approssimarsi del Linux Day 2009 – ma e’ comunque un dato da registrare il desiderio crescente di molti di riportare qualsiasi priorita’ decisionale ai singoli, indipendentemente da cio’ che tale manovra comporterebbe.

Saliamo di grado ed arriviamo alla community di programmatori internazionale, per dare uno sguardo a Freedesktop. Anche in questo caso recentemente ho fatto un cenno al modo con cui ogni bellimbusto di passaggio puo’ dirottare un progetto fuori della protezione dell’entita’ informale destinato alla standardizzazione del desktop Linux facendo leva sulle sue note limitazioni, il qual fatto gia’ denota una mancanza di fiducia nello stesso. Ma solo in questi giorni sulla mailing list primaria del progetto si e’ consumato il dramma della pubblica accusa: partendo da una innocua discussione sulla gestione delle notifiche sul desktop Aaron Seigo, presidente della fondazione che sostiene KDE, ha messo sul banco degli imputati l’intera struttura “politica” dell’ente, puntando il dito sul metodo con cui vengono prese le decisioni e sul fatto che il “consenso comune”, che dovrebbe essere fulcro dell’intero processo di formulazione delle specifiche, tanto “comune” non sarebbe (qui un riassunto). A poco sono valse le minacce di interrompere la collaborazione, modesti sono stati gli schieramenti e piu’ in generale il flame e’ stato auto-contenuto in virtu’ delle regole sociologiche che governano le community (“se un thread degenera, non partecipare”), ma sommando questo ennesimo episodio di insofferenza nei confronti di Freedesktop si evince un cedimento autoritativo, rimarcato nuovamente dal fatto che alcuni repository delle specifiche sono gia’ stati migrati o stanno per essere spostati su GitHub o altre piattaforme di hosting.

Infine, se qualche speranza di unita’ della community fosse rimasta ancora, e’ questione delle ultime ore la presa di posizione di Richard Stallman in merito alla tecnologia Mono e le conseguenti proteste insorte a spasso per la Rete. Con un comunicato, che stupisce il fatto non sia stato divulgato prima, il Leader Maximo del mondo free si esprime negativamente nei confronti della ben nota implementazione open dell’altrettanto ben noto framework .NET di Microsoft, menzionando il pericolo costituito dai numerosi brevetti registrati sul prodotto, ma ha ottenuto reazioni contrastanti ed il flusso di tweets critici e’ stato abbastanza consistente. Una contro-risposta ben piu’ radicata che non quella ricevuta in occasione della pubblicazione di “The Java Trap”, brano in buona parte simile a quanto visto adesso contro Mono ma rivolto alla tecnologia Java quando essa ancora non era stata completamente aperta. Forse molto semplicemente la critica e’ sempre esistita ed in quest’ultima occasione appare amplificata dai mezzi di comunicazione sempre piu’ capillari (“Java Trap” risale al 2004, quando si stava radicando il blogging e manco si osava pensare al microblogging), forse il commento da parte di FSF e’ arrivata troppo tardi e quando gia’ ognuno si e’ fatto una propria idea cui non vuol (giustamente) rinunciare, forse proprio perche’ il dibattito Mono/non-Mono era gia’ acceso da tempo molti si son sentiti punti nel vivo ed hanno voluto dire la propria (mentre di contro “The Javascript Trap”, ennesimo brano di denuncia nei confronti delle applicazioni web e a parer mio molto piu’ facilmente attaccabile, e’ passato pressoche’ inosservato). Sta di fatto che se persino il Messia, figura di sicuro non amatissima da tutti ma comunque solitamente lasciata nel suo angolino quando fa una sparata troppo eccessiva, riceve tanti appunti, il cerchio finora tracciato sull’instabilita’ si chiude.

Questi sono in buona parte, come gia’ detto, solo spunti, facezie, aneddoti, che presi singolarmente sono banalissimi ed insignificanti fatti di cronaca nerd. E neppure se considerati tutti insieme hanno particolari possibilita’ di rappresentare una forma di minaccia ne’ imminente ne’ futura. Presumibilmente nessuna delle tre condizioni sopra esposte sfocera’ in un evento di proporzioni realmente degne di attenzione, ma spegnendosi i clamori inevitabilmente lasceranno un segno, un attrito tra diverse persone e diverse community, che per quanto infinetesimale avra’ eroso un tantino di piu’ le delicate basi di un movimento fondato sulla collaborazione e la condivisione, valori gia’ di per loro fragili e suscetibili.

Come detto in apertura la community notoriamente e da sempre soffre di divisioni e lacerazioni interne, piu’ o meno marcate a seconda delle persone coinvolte, e tale condizione negativa e’ insita nel DNA stesso del movimento: laddove il concetto di liberta’ diventa motore di ogni iniziativa ognuno preferisce agire nel modo che piu’ gli garba anziche’ seguire una strada comune ma magari non del tutto condivisa. E forse e’ esattamente qui il problema, nella cosi’ facile interpretazione (buona o cattiva) della parola “liberta'”: ieri essa veniva considerata sinonimo di “partecipazione” dal mai dimenticato Gaber, oggi e’ sinonimo di “faccio il cazzo che mi pare” ed ogni invito alla collaborazione ed alla coordinazione e’ spesso interpretata come atto tirannico. La fascia piu’ alta dell’ecosistema, rappresentata dagli utenti e dai simpatizzanti del software libero, prospetta la completa decentralizzazione e la “liberta’ ad ogni costo”, ben lieta di vedere delegate le responsabilita’ amministrative ed operative a qualche realta’ spesso di natura commerciale che di certo non fa la sua parte per beneficienza; a causa del ricambio generazionale questa tendenza si sta spostando anche agli strati piu’ bassi della piramide, quelli che le cose le fanno e dal cui buon senso dipende la salute dell’intero sistema.

Se il vento della liberta’ soffia con eccessivo vigore, le strutture piu’ grandi oscillano.

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