Chi ha Spostato il mio Formaggio?

8 aprile 2009

Sembra strano che in un blog dedicato pressoche’ interamente alle tecnologie digitali si possa discutere di un media prettamente analogico, il libro stampato, ma vorrei comunque riportare qui qualche osservazione su un tomo da poco letto (si, qualche volta leggo anche) e che mi ha lasciato un poco perplesso.

Il libello in questione e’ “Chi ha spostato il mio formaggio?”, favoletta dalle scarse velleita’ intellettuali che viene spacciato su siti e critiche varie (nonche’ dall’estesa introduzione dello stesso) come spunto per una filosofia di vita orientata al miglioramento e alla capacita’ di reazione delle persone in caso di “cambiamento”.

La visione delle cose esposta non e’ ne’ erronea ne’ falsa (tutt’altro, io stesso mi faccio portavoce di una necessita’ di cambiamento soprattutto nel mondo IT italiano), ma cio’ che mi disturba e’ la sfrontatezza con cui il tema viene maneggiato e strumentalizzato per mettere l’ignaro lettore nella condizione di vergognarsi quasi della sua posizione professionale e di volersi dedicare con maggiore passione (per non dire “sacrificio”) alla sua azienda. Il testo, steso guarda caso da uno psicologo ed esperto di management autore di altri volumi di dubbia fondatezza, ripete allo sfinimento (dall’introduzione, costruita appositamente per dare una impressione di credibilita’ al resto del contenuto, alle conclusioni finali, maliziosamente assemblate) il concetto per cui non bisogna assolutamente lamentarsi delle condizioni critiche dinnanzi cui ci si trova, pena la frustrazione perenne o anche peggio, ma anzi sia indispensabile lavorare, lavorare e lavorare appunto per “ottenere il proprio formaggio”.

Sebbene piu’ e piu’ volte si insista sul fatto che l’”insegnamento” trasmesso (che, come ogni altro saggio insegnamento, risulta ad una prima analisi banale) sia applicabile a contesti lavorativi, famigliari e personali, non e’ chiaro come mai nella stragrande maggioranza dei casi si vada sempre a parlare sempre e solo del primo: nell’ultimo capitolo, in cui si ipotizza il “naturale” e “spassionato” dialogo tra una serie di amici che si scambiano riflessioni sulla storia – talmente artefatto nel lessico che manco una fiction RAI -, si arriva ad asserire che chi non segue alla lettera le istruzioni (ovvero: lavorare, lavorare e lavorare) non puo’ far altro che perdere la propria occupazione e trovarsi in mezzo ad una strada.

Sara’ che da buon italiano non mi piaccia sentir parlare di doveri o ancora peggio di fedelta’ aziendale (sebbene sia un noto stacanovista: io lavoro perche’ mi piace, non perche’ mi viene imposto), sara’ che il testo in oggetto e’ palesemente rivolto al pubblico statunitense (assai incline all’indottrinamento capitalistico) e mi ci identifico ben poco, ma l’intero volume mi pare studiato a tavolino per inculcare nelle menti dei dipendenti una visione eccessivamente servilistica nei confronti dell’ente per cui le proprie facolta’ operative, intellettuali e fisiche, sono impiegate.

E che l’obiettivo sia il servilismo anziche’ la produttivita’, che dovrebbe invece essere il nirvana aspirato da ogni azienda sana e ben costruita, si deduce anche dal messaggio letto tra le righe: il lettore viene esortato a darsi una mossa anche a discapito di chi gli sta vicino, il quale potrebbe risultare una palla al piede e dunque un ostacolo al proprio benessere (nella storia, uno degli “gnomi” protagonisti viene lasciato letteralmente morire di fame), anziche’ incentivare alla collaborazione ed al reciproco supporto che invece stanno realmente alla base di qualsiasi opera che punti in grande. Come si puo’ pretendere di lavorare in un ambiente solido se non esiste comunicazione, aggiornamento, e pure una certa familiarita’ coi colleghi?

Conclusione: boccio il libro e soprattutto chi lo distribuisce (se non fosse gia’ evidente: io l’ho ricevuto in omaggio dall’azienda per cui lavoravo), non tanto per la scarsita’ del contenuto (comunque certamente non eccelso) quanto per il cattivo gusto.

E comunque, io al formaggio preferisco pane e salame.

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