Firme Anonime

20 marzo 2014

Nell’ultimo periodo ho viste transitare ben due velleitarie petizioni, di quelle che talvolta si vedono nel mondo linuxaro: quella per togliere Silverlight dal sito RAI e quella per Linux nelle scuole italiane.

La prima aveva come obiettivo 20000 firme, si e’ fermata a meno di 3000 pur avendola vista rimbalzare pressoche’ ovunque nei circoli filo-linuxofili (social networks e mailing list). Il promotore, un fanciullo che nella foto dell’avatar ostenta uno strabuzzante Panariello (chissa’ se anche lui ha aderito o si e’ fatto portavoce dell’iniziativa presso l’ente, al mio tweet non ha risposto…), lascia intendere di aver contattato appunto la televisione di Stato e questi – non viene specificato chi – hanno risposto che “non si muoveranno finchè non avranno la lista delle firme via fax o raccomandata”. Da anni si parla della questione, le raccolte firme online ci sono gia’ state cosiccome le mail dirette e le segnalazioni alle associazioni di consumatori, l’accanimento nei confronti dello “scandalo” digitale e’ perpetuo e perpetuamente vano.

La seconda pseudo-iniziativa e’ ancor piu’ stravagante: il testo presentato, malamente formattato e sconnesso nella presentazione, enumera i “vantaggi” (almeno quelli di carattere economico) di una migrazione massiva delle scuole a Linux, ma fallisce nell’identificare un destinatario dell’appello, delle modalita’ operative, dei traguardi, insomma e’ un messaggio fine a se’ stesso. Che ha pero’ gia’ convinto piu’ di 3500 persone a compilare il form annesso con nome e cognome delle 5000 poste come obiettivo. Non e’ dato sapere cosa succedera’ nell’improbabile caso in cui tale obiettivo sara’ raggiunto.

Iniziative analoghe abbondano, periodicamente emergono e circolano, spesso provocando moti di indignazione, e mai portando ad un qualsivoglia risultato. Ma del resto neanche fanno alcun male, aiutano ad estendere la sensibilizzazione su certi temi, e magari “questa e’ la volta buona”. Giusto? No.

Il presupposto di massima e’ che le petizioni online che si trovano adesso sono a prescindere inutili, anche laddove dovessero raggiungere quota 10000 firme, per il semplice fatto che mai nessun ente prendera’ sul serio un elenco di nomi ed indirizzi mail cosi’ facilmente falsificabile. Stando a quanto ne so io qualsiasi raccolta firme a fine istituzionale (per accettare una candidatura ad una elezione, per approvare un referendum, per chiedere una qualsiasi cosa ad una amministrazione) si fa su carta, con delle firme vere vergate con una penna, accompagnate da numeri di documenti di identita’ validi e verificabili. Chiaramente anche cosi’ si puo’ barare, come ben sappiamo qui in Piemonte, ma almeno ci sono alcuni strumenti per controllare e validare; per quanto riguarda la controparte digitale, in cui le sottoscrizioni sono confermate da una semplice mail (che peraltro serve al fornitore della piattaforma per raccogliere indirizzi validi da rivendere in blocco allo spammer miglior offerente), chiunque puo’ registrarsi quante volte vuole con nominativi diversi – io personalmente ne ho almeno una dozzina – e nessuno sara’ mai in grado di garantire la loro univocita’.

Ma oltre che inutili le petizioni sono soprattutto dannose. Per due motivi.

Il primo e’ che nella stragrande maggioranza dei casi la realta’ rivelata e’ esattamente opposta all’intento che muove ogni promotore ad avviare la sua propria campagna, e quel che nasce come atto di forza mediatico atto a raccogliere l’interesse di molte persone su un particolare tema per aggregare la voce di tutti in un unico coro finisce con lo svelare la debolezza intrinseca di un movimento privo di canali di comunicazione interna efficienti, incapace di suscitare attenzione anche tra i propri stessi componenti, numericamente modesto se non addirittura irrilevante, incoerente nella sua attivita’ (come si puo’ chiedere ad altri l’adozione di software libero, quando per la petizione stessa si usano piattaforme closed?), presso cui un testo sommariamente steso da un ragazzino che difficilmente prendera’ mai un 8 in italiano viene orgogliosamente eretto a manifesto. Quando un non-linuxaro clicca su uno di questi link fatti circolare su Facebook, e guarda la pagina con la sobrieta’ di chi non si sente direttamente coinvolto nell’azione promossa, dinnanzi all’esiguo numero di sottoscrizioni raccolte (si, 3500 e’ un numero oggettivamente esiguo) davvero non puo’ far altro che rafforzare la sua propria idea che Linux lo usano in quattro gatti e non se lo fila nessuno.

Il secondo e’ la falsa percezione che per molti accompagna l’atto di sottoscrivere un appello. Gran parte degli utenti Linux sa che Linux e’ una community fatta da volontari e appassionati, ognuno dei quali porta un suo contributo; la summa dei contributi e’ un sistema operativo completo, supportato, ricco di funzioni e pure gratuito. Molti si sentono parte di questa community pur non avendo mai attivamente partecipato in alcun modo, e trovano appunto nella sottoscrizione alla raccolta firme di turno il proprio alibi: ho messo il mio nome, ho supportato la causa, ho fatto la mia parte, ho la coscienza pulita. E invece no. Scrivere una patch e’ un contributo. Fare una donazione e’ un contributo. Tradurre della documentazione e’ un contributo. Persino dedicare un po’ di tempo nell’assistere qualcuno che ha appena iniziato e’ un contributo. Firmare una petizione senza utilita’, senza scopo e senza valore non e’ un contributo. Non arricchisce in alcun modo il patrimonio comune, e non favorisce in alcun modo la diffusione ne’ del software libero ne’ dei principi di collaborazione propri del software libero. Se ciascuna delle persone che hanno letto ed approvato la lamentazione nei confronti di Silverlight avesse invece impiegato lo stesso tempo per tradurre una riga di testo su Transifex, il mondo sarebbe certamente un posto migliore.

Chissa’, forse potrei avviare una petizione contro le petizioni sulle mailing list linuxare…


Quattrocento al Giorno

14 marzo 2014

Un anno fa mettevo online il nuovo linux.it, e come ho pubblicato qualche analisi sul punto di partenza trascrivo ora qualche dato e qualche considerazione sul punto cui si e’ arrivati sinora.

Innanzitutto, le visite sono raddoppiate: dalle mediamente 200 al giorno del marzo 2013 siamo alle mediamente 400 al giorno di oggi. Quelle provenienti da macchine Linux sono rimaste pressoche’ invariate, mentre sono nettamente cresciute quelle da macchine Windows (ovvero quelle che contano davvero: francamente di spiegare cosa sia Linux a chi Linux lo usa mi interessa poco). Una curiosita’: la maggior parte degli utenti e’ su Windows 7, laddove ci si sarebbe forse aspettati un piu’ grande interesse – dettato dalla disperazione – da parte dei disgraziati che si trovano sull’inutilizzabile Windows Vista, sull’abominevole Windows 8 o sull’obsoleto Windows XP.

Finalmente linux.it e’ il primo risultato che Google fornisce per la keyword “linux”, prima della relativa pagina Wikipedia (che caoticamente aggrega informazioni sul kernel propriamente detto, sulle distribuzioni, su Stallman, su GNU/Linux, ed insomma rischia di essere un tantino confusionaria per chi non conosce affatto l’argomento) e prima di Ubuntu-IT (che giustamente e’ focalizzato su Ubuntu, ma dice poco in merito a quanto ci sta attorno). La “promozione” e’ avvenuta in periodo Linux Day, ovvero probabilmente quando il nuovo sito e’ stato effettivamente per la prima volta notato dai piu’ ed hanno iniziato ad aumentare i riferimenti sparsi online.

Gli iscritti alla newsletter sono aumentati meno di quanto auspicato: recentemente e’ stata toccata quota 2000, ma considerando che di questi 1500 erano stati ereditati da una precedente e fortunata operazione di raccolta si nota che in termini relativi la crescita e’ stata modesta. Sta di fatto che questo e’ il principale canale di comunicazione di Italian Linux Society, essendo numericamente piu’ vasto di tutti gli accounts Twitter messi insieme o della pagina Facebook dedicata all’evento nazionale di fine ottobre. A oggi, quando nel calendario eventi di linux.it viene aggiunta una nuova attivita’ a Roma sono notificate circa 200 persone.

Le pagine piu’ visitate dell’ultimo mese sono la homepage (ovviamente), quella che spiega a grandi linee cosa sia Linux, e quella delle “Domande Frequenti“. Che e’ anche quella su cui il pubblico passa mediamente la maggior parte del tempo. Sintomo del fatto che i piu’ leggono effettivamente cosa ci sia scritto, e dunque nuova evidenza del fatto che i piu’ sono completamente all’oscuro del tema e cerchino delle informazioni basilari ed essenziali. Purtroppo troppo spesso, durante le attivita’ promozionali e di comunicazione, si da per scontato che le persone sappiano cosa sia Linux (o anche solo che Linux esista…), ma questi dati raccontano una realta’ differente che non puo’ e non deve essere ignorata.

Le prossime evoluzioni? Mi piacerebbe introdurre, fin dalla homepage, tre sezioni tematiche che illustrino – sempre a grandi linee, la documentazione gia’ esistente online abbonda e non mi sembra il caso di duplicarla o ridondarla – l’uso di soluzioni libere a scuola, nell’impresa e nella PA, ovvero nei tre macro-settori piu’ comuni e discussi. Per offrire una informazione un pochino piu’ dettagliata e completa, carpire l’attenzione di determinate categorie di pubblico in transito, e per trasmettere l’idea che questo benedetto Linux non sia solo un giocattolo per smanettoni ma puo’ persino avere degli utilizzi pratici.

Prossimo aggiornamento: marzo 2015.


Con Linux Potresti

6 marzo 2014

Ora che la pagina “Con Linux Puoi” e’ online, posso raccontare un piccolo retroscena su come l’idea sia nata ma soprattutto su come si sia sviluppata.

Tutti i lettori di codesto blog certo sanno della oramai imminente dismissione di Windows XP, dunque non mi dilungo. Sulla mailing list privata di Italian Linux Society uno dei soci, vicino al progetto LibreUmbria, fece notare come a Perugia si stessero organizzando con un incontro pubblico per fare divulgazione in merito, e proporre come soluzione non gia’ l’aggiornamento ad un ennesimo Windows ma la migrazione a Linux. Il concetto ufficiale e’ “si risparmia”, quello di fondo “gia’ che si deve cambiare radicalmente qualcosa cui si e’ abituati, tanto vale almeno provare tutt’altro”. L’invito fu quello di estendere l’invito ad altri LUG italiani, affinche’ a loro volta allestissero incontri locali sul tema e contribuissero alla promozione, ma l’appello esteso a fine gennaio ebbe scarso riscontro: solo una minoranza rispose, di questi solo una minoranza rispose esprimendo interesse per partecipare, di questi nessuno aveva gia’ iniziato a mettersi in moto. Il proposito di fare una sottospecie di “Linux Day XP” sfumo’ in breve tempo per ovvi limiti organizzativi: inutile sarebbe stato insistere dati quei presupposti.

Ho iniziato pertanto a ragionare in merito ad una “campagna” informativa online, senza troppe pretese (per quanto molto migliorata nel corso dell’ultimo anno, la presenza web di ILS non e’ ancora cosi’ massiccia) ma comunque con una ragione di esistere. Soprattutto, una ragione non auto-referenziale e non fine a se’ stessa: dato l’argomento prettamente tecnico (e la dismissione di un sistema operativo e’, sotto ogni punto di vista, un argomento prettamente tecnico) troppo facile sarebbe stato optare per un messaggio destinato agli smanettoni linuxari piu’ che agli effettivi utilizzatori di XP, celebrativo di un evento che nessuno al di fuori della schiera nerd avrebbe potuto comprendere, che sarebbe passato totalmente inosservato ai piu’.

Alche’ sono incappato in questo tweet, dunque in questo articolo, dunque in questo video, in cui un ragazzotto non meglio identificato spara a zero su “Linux”. Riassumendo in pochi minuti quelli che sono i luoghi comuni in assoluto piu’ popolari in merito all’opensource: e’ gratis dunque necessariamente di scarso valore, non ci si puo’ combinare nulla (il protagonista insiste sulla professionalita’ delle sue mansioni non applicabili su Linux, ma nel canale YouTube parla estensivamente di videogiochi e viene spontaneo pensare che quella sia la sua attivita’ principale), i virus non ci sono perche’ nessuno lo usa, ed i linuxari sono mediamente degli invasati che pretendono di avere sempre ragione. Sorvolando sull’ultima sacrosanta verita’ (comunque fondata solo se si restringe il cerchio agli incalliti che infestano le mailing list, il bacino di utenti Linux oramai va anche ben oltre i soli addetti ai lavori), le altre sono posizioni decisamente opinabili – ed espresse in maniera ancor piu’ opinabile nel video, costruito appositamente con fare provocatorio per diventare virale – che, volenti o nolenti, sono ampiamente diffuse e radicate presso la massa. E che pertanto vanne prese di mira in modo selettivo.

Da qui il “Con Linux Puoi”: non ha niente a che fare con Windows XP, non ha niente a che fare con il riuso di vecchio hardware (che invece e’ il filone comunicativo adottato da altri), grammaticalmente e’ una mezza frase che puo’ essere conclusa in vari modi – un appello propagandistico o un fatto – dunque si presta ad essere usata come hashtag sui social network, ma soprattutto e’ una affermazione in simmetrica contrapposizione con una di quelle sopra (ovvero: “non ci si puo’ combinare nulla”).

Il motto sembra sinora essere stato apprezzato dal comunque modesto bacino raggiungibile ed ha ricevuto un poco di esposizione da parte degli entusiasti della prima ora, mi sono giocato un paio di carte (la dignitosa newsletter ILS ed il relativo account Twitter) ed un altro paio sono in dirittura (il banner su linux.it, sito su cui il 19% delle visite arriva proprio da Windows XP, e gli account social del Linux Day), staremo ora a vedere se effettivamente il messaggio riuscira’ a raggiungere i diretti interessati.

Perche’ con Linux “puoi”, ma solo se qualcuno te lo dice.


Un Garbuglio Azzeccato

25 febbraio 2014

Qualche giorno fa mi sono recato in gita dalle parti di Trento, per vedere il lago di Garda, salutare qualche amico, e scambiare quattro chiacchere con i tecnici di alcuni comuni locali. Il nocciolo della discussione, manco a dirlo, e’ stato il software libero nella pubblica amministrazione.

La buona notizia e’ che da quelle parti piu’ di un ente statale ha adottato la suite LibreOffice – dunque il progetto LibreUmbria benche’ sia certamente il piu’ massivo e popolare non e’ un caso isolato e casuale – e qualcuno azzarda pure la migrazione dei desktop a Linux. La cattiva notizia e’ che anche in tale configurazione gli applicativi specifici e caratterizzanti (anagrafe, tributi, catasto…) sono proprietari, accessibili per mezzo di interfacce web compatibili un po’ con tutto ma comunque irrimediabilmente chiusi.

La suggestione di un ipotetico stack amministrativo opensource ha suscitato reazioni contrastanti. La normativa relativa cambia continuamente, e conseguentemente deve cambiare il software, pertanto un progetto orientato in tal senso dovrebbe necessariamente offrire fiducia e continuita’ – fattore non sempre scontato nel mondo open – per risultare credibile. Oltretutto le licenze per gli applicativi proprietari – che in questo campo abbondano, garantendo livelli di competitivita’ elevati almeno sul fronte monetario – non risultano cosi’ tanto costose da attirare interesse nei confronti di alternative meno onerose, ergo pure la classica – e fallace – argomentazione della gratuita’ o comunque dell’economicita’ del software libero non trova punto di appoggio. Il “riuso” cosi’ come e’ strutturato oggi e’ una bufala (lo immaginavo, ma sentirselo dire da chi lavora nel settore fa un altro effetto), in quanto il passaggio da una istituzione all’altra di un pacchetto software – peraltro non necessariamente fornito con una licenza libera – comunque non disponibile al mondo esterno implica che ci si deve rivolgere al vendor originale – unico in grado di erogare in tempi brevi documentazione, manutenzione e formazione, dunque in posizione di monopolio sul pacchetto stesso – per usarlo.

La morale gia’ nota e’ che di soluzioni libere e aperte non solo non se ne usano, ma proprio non ne esistono. La morale meno nota e’ che mancano i presupposti affinche’ possano esistere.

O forse no.

Oggi nell’algoritmo atto a valutare la convenienza dell’implementare e commercializzare uno stack open appositamente rivolto alla pubblica amministrazione, e nella fattispecie ai comuni, devono necessariamente essere prese in considerazione le Linee Guide recentemente emesse dall’Agenzia per l’Italia Digitale per definire ed inquadrare le gia’ ben nota normativa esistente, che – almeno sulla carta – predilige l’opzione libera e aperta per le esigenze informative dei nostri enti. Di fatto il documento chiude il cerchio legislativo, esplicitando in termini forse non limpidi ma comunque abbastanza chiari che le soluzioni open sono da preferire laddove non sussistano evidenti criticita’ tecniche (e sottolineo “tecniche”: il dipendente che fa i capricci perche’ vuole usare sempre l’unica applicazione cui e’ abituato non deve essere considerata una criticita’). Da qui, una implicazione niente affatto marginale: il primo fornitore che mettera’ nel catalogo CONSIP un pacchetto opensource completo e decentemente funzionante per coprire le esigenze proprie delle amministrazioni avra’ automaticamente vinto tutti i bandi cui partecipera’, ed avra’ ampi margini per far ricorso e portare davanti alla Corte dei Conti tutti coloro che invece non gli assegneranno l’appalto. Forse detta cosi’ e’ un tantino esagerata, ma penso – nella mia infinita ed incrollabile ingenuita’ – non lontanissima dalla realta’.

Prima o dopo qualcuno azzecchera’ il garbuglio e approfittera’ dell’opportunita’ offerta dal vantaggio competitivo che la parola “opensource” sblocca. Tutto sta’ nel vedere chi lo fara’, se una azienda “etica” in grado di abbracciare il modello di sviluppo aperto e condiviso che legittimamente si confa’ al software di pubblica utilita’ e di pubblico interesse, oppure uno speculatore che avra’ l’accortezza di infilare la magica parola nella sua brochure salvo poi non fornire alcuna riga di codice, al cliente o ad altri, forte del fatto che nessuno tra i dipendenti comunali mai gliela chiedera’.

Conoscendo lo scarso spirito imprenditoriale di cui e’ dotata la nostra community, tristemente propendo per la seconda.


“Spare Ribs”

13 febbraio 2014

Anno nuovo, nuovo FOSDEM. Anche il 2014 mi ha visto partecipe del piu’ grande convegno di nerd linuxari in Europa, ricorrente opportunita’ per annusare l’aria che tira all’interno della community opensource. E per bere litri di birra belga, mangiare chili di “spare ribs” (vale a dire: costine) e far quattro risate con gli amici di sempre.

Questa edizione non mi ha particolarmente entusiasmato: nessun ospite in main track degno di grande attenzione, nessun particolare clamore in merito a temi specifici e mirati, pochi i nuovi progetti presentati per l’occasione, banchetti di rappresentanza uguali o anche peggiori di quelli dello scorso anno, e una maglietta commemorativa rossa a scritte gialle. Unica nota veramente positiva: a occhio direi che il pubblico e’ in crescita, poche son state le aule che ho visto semi-vuote – a parte qualche eccellente eccezione – e tante quelle rese inaccessibili per via dell’affollamento.

Tra le eccezioni di cui sopra, incredibilmente, la dev-room dedicata all’Internet of Things. Ovvero: il settore che da molti e’ considerato “the next big thing” in ambito tecnologico. Il sentimento percepito e’ che tale termine – “Internet of Things” – sia considerato una buzzword priva di significato, e di cui dunque non valga la pena interessarsi. Che si tratti di una mera questione di vocabolario lo dimostra il diametralmente opposto interesse nei confronti di IPv6, evoluzione del protocollo di routing su cui e’ costruita l’Internet (of Things e of qualsiasi altra cosa) ma che stenta a diffondersi soprattutto per via delle resistenze dei provider: alla ULB quest’anno gli access point, disseminati in tutta l’area, erogavano indirizzi a 128 bit, e la novita’ ha suscitato innumerevoli commenti – e persino un talk fuori programma – proprio sul numero sempre crescente di dispositivi connessi ed interconnessi da far comunicare tra loro. Ovvero, in altri termini, proprio sulla “Rete delle Cose”. Questione di parole.

E, sempre a proposito di dispositivi connessi: il macro-tema del mobile sembra essere assai maturato rispetto a due anni fa. Non ci sono solo piu’ progetti teorici ma prodotti sul mercato, acquistabili ed hackerabili, che montano sistemi sviluppati con metodologia opensource e pensati per essere facilmente estesi, modificati e rimaneggiati. Due su tutti: FirefoxOS e SailfishOS/Jolla. Due outsiders, considerando che Tizen (figlio di Meego, nipote di Maemo e Moblin…) era ad un passo dal diventare un competitor diretto di Android grazie all’apporto di Samsung, ma che proprio a causa di Samsung – mi dicono – e’ diventato un progetto unidirezionale senza una governance e senza una community. Sta di fatto che l’attenzione per il settore e’ ancora viva, molto viva, e tale restera’ per molto tempo ancora.

Doveroso e’ stato infine presenziare all’intervento su Tracker, l’indexer Gnome cui anni fa contribuii a modo mio con un intero componente aggiuntivo. E benche’ il talk sia stato tutt’altro che interessante e coinvolgente, ha comunque riavvampato l’antico interesse latente nei confronti delle tecnologie semantiche applicate al desktop. Tanto che, giunto a casa, ho rispolverato del vecchio codice e riesumato vecchi progetti con l’intento (o meglio, il desiderio) di dargli una rinfrescata e portarli alla prossima edizione della kermesse belga.

Perche’, come sempre: bello parlare di software libero, ma ogni tanto andrebbe anche implementato.


Caro Renzi, ti Scrivo (ma non in Word)

14 gennaio 2014

Egregio Dott. Renzi,

mi permetto di distoglierla per qualche minuto dall’analisi e dallo studio delle ben note emergenze che affliggono il nostro – dopotutto – amato Paese per muovere qualche modesta e spero costruttiva osservazione. Del resto, essendo l’Italia una nazione di lamentoni, puo’ non risultare del tutto strano che qualcuno si risenta di una affermazione che, nell’intento, sicuramente voleva invece essere stimolo all’innovazione, alla trasparenza e al cambiamento.

Mi riferisco qui alla oramai celebre frase da lei pronunciata l’altro ieri, come sempre rimbalzata ed amplificata dai media: “Proporremo che il patto di coalizione sia un file Excel”.

Premesso che ritengo faziose e strumentali le repliche ricevute, incentrate piu’ sulla sua sottile e dissacrante battuta in merito al “linguaggio democristianese” che non sul sottinteso – e, almeno da me, gradito – invito ad una maggiore chiarezza di intenti e metodi, vorrei scendere nel merito della figura retorica da lei usata e, nella fattispecie, nel suo soggetto: una applicazione software popolare, che tutti coloro con una minima dimestichezza informatica conoscono, che molti usano, ma che in questa sede involontariamente rappresenta il giogo tecnologico imposto all’Italia e a tutto il nostro settore IT.

Non pretendo di star qui a spiegarle l’esistenza del software libero e dell’opensource, temi che non dubito lei gia’ conosce e magari apprezza (e se no, mi contatti in qualsiasi momento per delucidazioni ed approfondimenti). Piuttosto colgo l’occasione per invitarla a tener presenti tali temi nella sua pianificazione e nei suoi piani strategici, recentemente resi noti dalla parziale pubblicazione del “Jobs Act”:  in modo diretto ed indiretto, l’adozione e la promozione del software libero e opensource puo’ avere un ruolo in piu’ di un punto all’interno del suo programma.

Prima di tutto nella Parte A Punto 3, “Revisione della Spesa”, in quanto si stima che una progressiva migrazione da Microsoft Office a LibreOffice (e dunque anche dal citato Excel a Calc) della nostra pubblica amministrazione comporterebbe un risparmio tra i 300 ed i 600 milioni di euro, e stime meno recenti ma piu’ dettagliate condotte dall’esimio prof. Meo (noto al mondo politico per aver presieduto la Prima Commissione Stanca nel 2002, i cui fondamenti sono ancora oggi presenti nell’odierno Codice dell’Amministrazione Digitale) portano a 3 miliardi l’anno la spesa statale in licenze di software proprietario. Soldi che inevitabilmente finiscono a finanziare ricerca e sviluppo in altri Paesi, soprattutto negli Stati Uniti, lasciando ai nostri giovani, quando va bene, il compito di rispondere agli help desk: la Parte B Punto C, “I nuovi posti di lavoro / ICT”, necessariamente non puo’ ignorare questo netto sbilanciamento tra (grossi) fondi investiti e (scarse) ricadute locali, tantopiu’ alla luce delle opportunita’ esistenti ma negate – per mancanza di formazione ed esperienza – ai nostri rampolli. Infine, i Punti 4 e 7 della Parte A (“Azioni dell’agenda digitale” e “Burocrazia”) davvero non possono, a mio avviso, non passare per la definizione e la standardizzazione di interfacce programmatiche aperte e libere, pubbliche e documentate, che abilitino l’integrazione e l’interazione di componenti software che – indipendentemente dai rispettivi produttori – facilitino ed accelerino la generazione, la validazione e la trasmissione sia delle informazioni utili agli scambi commerciali sia dei metadati amministrativi richiesti dalla normativa.

Chiudo con una segnalazione, ma anche con una ironica provocazione (che, ne sono certo, sapra’ cogliere). Proprio l’altro giorno l’Agenzia per l’Italia Digitale ha divulgato una circolare destinata ai nostri enti pubblici in cui, in ottemperanza all’articolo 68 del gia’ citato Codice dell’Amministrazione Digitale, dettaglia le Linee Guida con cui comparare diverse soluzioni tecnologiche prima di compierne l’acquisto, da cui si evince una spiccata propensione alla scelta di opzioni libere e opensource proprio in virtu’ del loro intrinseco valore economico, tecnico e strategico per il Sistema Paese sul medio e lungo periodo. Mi auguro che anche lei, prima di iniziare a stendere il Patto di Coalizione con Excel, rediga la sua valutazione comparativa tra le diverse alternative software e ne tragga qualche utile spunto.

Cordialmente,

Roberto Guido

Update: l’articolo e’ stato twittato al destinatario.


Il Lavoro Nobilita

1 gennaio 2014

Anno nuovo, conclusioni nuove. Benche’, tira e molla, finiscano per essere sempre le stesse: anno drammatico, tanti propositi passati non mantenuti, e altrettanti propositi futuri che non verranno rispettati. Ma la speranza e’ sempre l’ultima a morire, tantopiu’ la notte di capodanno.

Il 2013 e’ stato un anno di indicibile ed incommensurabile delirio sul piano lavorativo, cadenzato da compiti sempre piu’ complessi da svolgere in sempre meno tempo: serate passate fino a tarda ora in ufficio, weekend trascorsi sia in sede che a casa a risolvere pasticci, richieste – puntualmente sempre urgentissime – provenienti da ogni direzione e su ogni canale hanno caratterizzato le ultime quattro stagioni. Tanti gli sforzi orientati a contenere il disfacimento ed il collasso dovuti a procedure mai definite, scadenze a sorpresa e cronica mancanza di risorse umane in azienda, ma nella gran parte dei casi sono stati vani ed invalidati da nuove emergenze e nuovi requisiti.

Le conseguenze di detto surplus occupazionale non hanno tardato a farsi sentire anche nella sfera non-professionale. Ritengo il 2013 la peggiore annata Linux Day da che’ seguo da vicino la manifestazione (ovvero dal 2010), in quanto molto debole e scarso e’ stato il messaggio trasmesso e ben pochi sono stati i media nazionali che hanno ripreso la manifestazione ed il suo contenuto. Della mia roadmap personale stesa lo scorso capodanno solo un sottoinsieme minimo di azioni hanno visto una qualche applicazione ed implementazione, e neanche le piu’ importanti e radicali. Non ho sfiorato neppur lontanamente l’obiettivo che mi ero dato per il numero di nuovi soci ILS, da mesi non scendo nel magazzino OIL per sistemare qualche PC dismesso (nonostante l’aumento delle richieste), lo sviluppo di GASdotto non e’ completamente fermo ma sicuramente e’ stato fortemente rallentato, e l’elenco di miei progetti in qualche modo iniziati ma mai portati a termine e’ molto piu’ lungo.

Dati questi presupposti, non riuscendo mai a concludere nulla di buono ne’ a lavoro ne’ a casa, mi sono trovato in una spirale di continua e crescente insoddisfazione e da svariati mesi oramai sono perennemente incazzato. Stato morale che a sua volta incentiva l’improduttivita’ ed il torpore, peggiorando ulteriormente la situazione. Lo avevo in parte previsto a inizio 2013, ma il tutto e’ degenerato persino piu’ rapidamente di quanto immaginassi.

E’ probabilmente vero che “il lavoro nobilita l’uomo”, ma visti i risultati e le implicazioni quasi preferivo quando ero un villano.

Ed e’ appunto per questo motivo che, per il 2014, intendo rivedere e ribilanciare le mie inevitabilmente limitate e misurate risorse. Per dare piu’ spazio a quello che mi piace, e a quello che mi piace meno ma che comunque sento come responsabilita’ personale. Iniziando col ridurre da cinque a quattro giorni settimanali il mio impegno lavorativo. Scelta decisamente anti-ciclica, considerando il periodo storico, ma indispensabile per recuperare un minimo di sanita’ mentale e almeno tentare di recuperare parte di quell’entusiasmo e di quella motivazione necessari a compiere una qualsiasi opera.

Un giorno alla settimana – oltre al sabato, da dedicare almeno qualche volta alla compagna, e alla domenica, molto spesso destinata quasi interamente a recuperare le ore di sonno perse nei giorni precedenti – nel quale conto di rispondere alle mail cui altrimenti non risponderei, di correggere i bugs che altrimenti non correggerei, ma anche di leggere gli articoli e i libri che altrimenti non leggerei e di sviluppare le idee che altrimenti non svilupperei. Insomma, un giorno per tutto il resto, sia esso la community, ILS, il movimento open, o piu’ semplicemente me stesso.

Perche’ il lavoro nobilita, ma il tempo libero di piu’.

Felice 2014 a tutti. Confido che il mio lo sara’.


Il Senso della Misura

20 dicembre 2013

L’altro giorno sono incappato nell’ennesimo articolo di lamentazione sull’imbarazzante stato di penetrazione della tecnologia nella scuola italiana. Tema assolutamente condivisibile, benche’ qui sostenuto da una argomentazione opinabile: il numero di Lavagne Interattive Multimediali nel nostro Paese e’ solo una frazione di quelle presenti in Gran Bretagna, ergo dobbiamo comprarne di piu’.

Ora: io certo non sono un esperto di scuola, didattica, istruzione, pedagogia ne’ tantomeno delle tecnologie applicate a questi campi, ma l’autore del post (anzi: l’autrice) lo e’ forse anche meno di me. Perche’ basta scambiare due parole con un insegnante – cosa che a volte capita persino a me, che appunto non bazzico il settore – per scoprire che la maggior parte delle LIM presenti nelle classi nostrane stanno a prender polvere in qualche sgabuzzino o nella migliore delle ipotesi vengono adoperate come mero proiettore per visualizzare lo schermo del PC connesso. Ne ho sentite veramente di ogni colore: scuole che acquistano tre o quattro LIM solo per “prestigio” e per potersi vantare nei confronti degli altri istituti salvo poi neanche piazzarle nelle aule, apparati che non sono mai stati montati perche’ all’ultimo momento ci si e’ accorti che mancava una presa elettrica dove serviva (e che fai?, tiri una prolunga da 30 metri e ci fai inciampare i ragazzini?), e ovviamente il grande classico: nessuno ha idea di come usarle.

Nessuno – e tantomeno il Ministero dell’Istruzione, che pure tanto ha spinto per l’adozione delle lavagne elettriche – ha pensato ad alcun piano di formazione strutturato per i docenti, ne’ per dimostrare le potenzialita’ dei nuovi strumenti ma manco per fornire quelle minime nozioni informatiche indispensabili per connettervi un PC, proiettare lo schermo e interagirci in qualche modo. Evidentemente e’ stato dato tutto per scontato, a prescindere, senza valutare eta’ media degli insegnanti, disponibilita’ empiricamente misurabile di attrezzature informatiche, e conoscenze che, forse, dopotutto, tanto scontate non erano e non sono. Basta dare una occhiata al simpatico video di presentazione di PADDI, la “certificazione” per la tecnologia a scuola promossa dagli amici dell’Accademia Libera Adriano Olivetti di Ivrea, per farsi una idea di quali sono gli spunti, le tematiche ed i relativi sentimenti in oggetto.

Dati questi presupposti mi sento di dichiararmi contento per la mancanza di LIM nelle aule, perche’ vuol dire che almeno il danno in termini economici dovuto all’acquisto di apparati che poi non vengono usati o vengono usati solo per una microscopica frazione delle loro possibilita’ e’ stato sinora contenuto. Miope e superficiale sarebbe ostentare il contrario.

E dunque? Se il mero quantitativo numerico di lavagna multimediali non e’ indicatore sufficiente e soddisfacente per misurare l’effettivo progresso delle nostre scuole, quale potra’ mai essere? Forse il cambiamento cui auspicare non e’ di mezzi, ma di metodi: i fanciulli che insegnano ai professori come si formatta un ebook sono – almeno per me – un esempio di buona pratica. Benche’ probabilmente isolata e poco misurabile in metriche da sbandierare e soprattutto biasimare. Su cui non e’ possibile scrivere alcun articolo di lamentazione sul blog radical-innovation-chic di turno, e che dunque non puo’ che essere ignorato.


Anonimo Sardo

15 dicembre 2013

Della cosiddetta “webtax” approvata ieri alla Camera sta parlando l’intera Internet nostrana. Dunque anziche’ riassumerne contenuti e possibili (e temute) implicazioni, rimando alla lettura di questo articolo e dei molti altri che stanno rimbalzando su Twitter.

Vorrei invece dire qualcosa di ancora inedito. Una mia suggestione. Infondata e scarsamente documentata. Ma che val la pena scrivere e tramandare (almeno finche’ AGCOM non chiedera’ agli Internet Service Provider italiani di impedire l’accesso a tutto WordPress.com per via di questo link a Torrentz.eu che metto immotivatamente in questo post per sfregio, in virtu’ dell’altro scandaloso avvenimento di una settimana evidentemente molto movimentata).

Tutti sanno che il fautore dell’emendamento e’ Francesco Boccia, presidente della Commissione Bilancio della Camera. Uomo del PD, area lettiana / centrista. Non tutti sanno, o comunque non tutti hanno notato, che nella stessa zona politica si muove Renato Soru, piu’ noto per essere il fondatore di Tiscali, una delle primissime realta’ italiane ICT di successo ma che oggi stenta a tener testa alla competizione dei colossi statunitensi. A giudicare da quel che randomicamente si trova sull’Internet, si direbbe che i due non solo si conoscano ma che intercorra un rapporto di stima (“Renato Soru era e resta una delle più belle e innovative personalità politiche nate dalle radici dell’Ulivo”, cit. Boccia).

Negli ultimi mesi Renato Soru ha ripetutamente battuto il tamburo dell’indipendenza digitale dell’Italia, ma sottintendendo piu’ spesso del dovuto la strada del protezionismo che non quella della competitivita’, facendo sponda alle parallele argomentazioni del Boccia:

  • Soru ha fatto notare che in paesi come Cina e Russia il motore di ricerca Google non spadroneggia come nei nostri confini, dove la quota di mercato si aggira intorno al 90%. In Cina, nello specifico, è Baidu la soluzione più utilizzata - maggio (ndr. penso non sia necessario dire che Baidu non e’ leader in Cina per meriti tecnici…)
  • “Google tra breve supererà Mediaset nella raccolta pubblicitaria, ma oggi il locale gli consegna il suo valore a pochissimo prezzo” – novembre
  • “Facebook e altri cercano invece di colonizzare il web ponendosi come mondi chiusi. Allora vedo un rischio, in realtà un’opportunità per chi riesce a proporre un’alternativa: che le aziende private di un paese lontano, analizzando, catalogando e influenzando, sappiano di noi più del ministero dell’Interno” - maggio (ndr. la nota sulla “opportunita’” svela che il commento nel suo insieme non e’ stato mosso da genuini timori sulla privacy dei cittadini…)

E stando a quanto recepito da voci raccolte lontano dai giornalisti in occasione del Festival dell’Innovazione che si e’ tenuto a maggio a Bari, pare (pare!) che Soru al Ministero ci sia andato davvero, appunto per descrivere l’importanza strategica dell’esposizione delle informazioni degli italiani verso i monopolisti (brutti e cattivi) dell’Internet – gran parte, ahinoi, a stelle e strisce anziche’ tricolori. Non c’e’ da dubitare che lo scandalo PRISM, scoppiato proprio a giugno ed arrivato in ottobre a toccare il nostro Paese, abbia fornito ulteriore forza alle sue posizioni sull’assoluto bisogno di autarchia digitale.

Viene da chiedersi se questi avvenimenti e queste dichiarazioni non siano correlati almeno lontanamente tra loro, e se dietro il proposito ufficiale di aumentare il gettito IVA nelle casse dello Stato, e l’intento ufficioso di agevolare le aziende IT italiane almeno nell’offerta di servizi sul territorio, non ci siano (anche) i consigli ed i suggerimenti di uno dei pochi imprenditori con i mezzi, le risorse e le conoscenze necessarie per fornire rapidamente delle alternative locali ed emettere fattura – come imposto dalla legge in dirittura di arrivo.

Sta di fatto che oggi il Portale Tiscali, anche nella sezione Tecnologia, non fa nessuna menzione dell’avvenimento. Di cui tutto il resto dell’Internet nostrano parla.

 

 


Zoppi e Zappe

17 novembre 2013

Oggi sono stato all’edizione 2013 di Didattica Aperta, annuale convegno sullo stato del software e dei contenuti liberi per la scuola. Appuntamento cui non potevo mancare per almeno tre motivi: non ero mai stato prima a Didattica Aperta, quest’anno si e’ svolta ad Ivrea (dunque ad un tiro di schioppo da Torino), ed essendo saltata la ConfSL questa e’ stata l’unica occasione del 2013 per rivedere un po’ di facce conosciute del panorama open italiano.

Dunque come al solito condivido qualche considerazione a caldo su quanto visto nel corso della giornata. E come al solito salto a pie’ pari i commenti sugli interventi che si sono tenuti, essendo di carattere perlopiu’ divulgativo e pertanto di scarso interesse per chi gia’ conosce l’argomento. Vado direttamente al sodo, al “dietro le quinte”, alle chiaccherate scambiate nei corridoi.

In estrema sintesi, lo stato in cui versa la community linuxara nel settore scuola e’ a meta’ tra il catastrofico e l’apocalittico. Sempre gli stessi progetti triti e ritriti, nessuno dei quali con prospettive di crescita lontanamente apprezzabili e nessuno dei quali collabori con un altro, persone che nella migliore delle ipotesi non si parlano (e nella peggiore si insultano).

Due i casi eclantanti e sintomatici, protagonisti della mia giornata di peregrinazioni e discussioni: WiiLD vs SoDiLinux, e Matematica C3 vs Wikisource.

SoDiLinux e’ stata (in un lontano passato) una distribuzione Linux pensata per la scuola, recante il bollino del CNR benche’ ai fatti mantenuta da una sola persona, che ha avuto un suo seguito ed un suo pubblico. Per anni e’ stata abbandonata, dimenticata, non amministrata, e giocoforza l’attenzione si e’ spostata sul progetto WiiLD e su WiiLDOS, altra distribuzione maggiormente aggiornata, sviluppata, ma soprattutto legata ad uno specifico contesto di estrema attualita’ (l’uso sulla lavagna interattiva multimediale, ivi compresa quella “low cost” implementata con un proiettore ed un WiiMote, da cui prende il nome) ed intorno cui si e’ saputa costruire una community di docenti appassionati che contribuiscono attivamente. Alche’ l’autore originale di SoDiLinux, invece di rallegrarsi della disponibilita’ di una soluzione freesoftware completa per la didattica che non dipendesse dal sudore della sua sola fronte, ha ben pensato pochi mesi fa di forkare WiiLDOS, ribrandizzarla e spacciarla come la nuova edizione della sua propria piattaforma. Pretendendo un suo proprio spazio (all’interno di Didattica Aperta, ma non solo), un suo proprio riconoscimento (fondato sull’altrui lavoro), e seminando scompiglio e confusione all’interno di una comunita’ faticosamente messa insieme da altri. Inutile dire che tra tale personaggio ed il core team WiiLDOS non corra buon sangue, ma evidentemente l’interesse personale dell’individuo va ben oltre l’interesse per la costruizione di un progetto utile e condiviso dunque ogni scampolo di ragionevolezza e’ stato accantonato. Dato anche il periodo difficile che il progetto WiiLD sta vivendo, dovuto alla carenza di risorse umane in grado di stare al passo con la crescita del suo stesso pubblico, constatare pure questa insensata ed immotivata frattura interna sicuramente non puo’ essere piacevole ne’ essere di buon auspicio per la solidita’ di quella che ai fatti e’ la piu’ grossa community di docenti freesoftwaristi in Italia e l’unico progetto ad oggi credibile sul campo.

Matematica C3 e’ un libro – o meglio, l’inizio di una collana di libri – scritti a piu’ mani da diversi docenti e rilasciato in Creative Commons, caso pressoche’ unico nel suo genere (benche’ esistano libri Creative Commons scritti da singoli docenti, o opere scritte da squadre di docenti ma blindate in licenze ultra-restrittive). Wikisource e’ la raccolta di libri a licenza libera mantenuta e promossa da Wikimedia, associazione ai piu’ nota per essere riferimento dell’ancor piu’ nota Wikipedia. L’idea scontata sarebbe quella di pubblicare Matematica C3, e magari condurne l’opera di editing e revisione, sulla piattaforma gia’ disponibile (e ampiamente visibile, da cui dunque sarebbe possibile trarre piu’ contributi). E invece no. Versione del relatore Wikisource: “Ci abbiamo provato, non ci hanno dato nessun feedback”. Versione del relatore Matematica C3: “Usiamo un altro formato per i testi, e il wiki non va bene per l’editing”. Ho passato almeno due ore ad approfondire la questione, e aldila’ di problematiche tecniche in gran parte aggirabili l’unico ostacolo sembra essere, come sempre, la gelosia nei confronti della propria opera. Attitudine che incredibilmente affligge anche gli autori di contenuti liberi, per definizione condivisili e modificabili e ridistribuibili da altri. E cosi’ l’unica cosa che si ottiene e’ una ottima e trafficata piattaforma vuota, ed un progetto editoriale – ufficiosamente defunto, dei 40 insegnanti che hanno partecipato alla prima stesura pare ne siano rimasti 5 – con una altissima barriera di ingresso nei confronti di chi vorrebbe entrare e dare una mano.

Questo e’ lo stato dell’arte. Stendo un velo pietoso sul registro elettronico open source coi repository GitHub vuoti e sulla ciurma di anziani docenti che insegnano l’elettronica con Arduino ma non vogliono sentir parlare di tutorial online altrimenti gli studenti copiano.

Di progetti potenzialmente interessanti basati su contenuti e applicativi liberi abbonda l’Internet. Soprattutto – per motivi che non ho mai capito – quelli orientati al mondo della scuola. Ma ciascuno e’ zoppo, incompleto, non finito, spesso non piu’ mantenuto, impresentabile davanti alla (gia’ di suo rigida e scettica) platea di possibili utilizzatori. A fare un giro su alcuni dei siti citati nel corso della giornata viene solo da incazzarsi, tra pagine inguardabili ed obsolete, link rotti, aggiornamenti preistorici, grandi proclami di trasparenza ed apertura ed impossibilita’ di trovare pacchetti scaricabili ed installabili. Ad ogni passo avanti ci si tira – o qualcun’altro tira, piu’ o meno deliberatamente – una ennesima zappata sui piedi, per essere ben certi che il prossimo passo avvenga con un ulteriore ritardo ed in modo ancora piu’ incerto. Tanti, tantissimi, troppi sono gia’ caduti a terra e non si sono piu’ rialzati.


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