No Logo

31 Ottobre 2009

Questo e’ stato il primo anno in cui, dopo lunghe e travagliate vicende, in Torino si e’ svolto un solo Linux Day. Ma, ahime’, non e’ tutto oro quel che luccica.

Dopo la scissione del LUG cittadino (oggi denominato “GlugTo“), avvenuta nel 2002 con la costituzione del parallelo “GNUG” (o anche, per alcuni, “quelli di Torte” in riferimento al curioso nome affibiato alla mailing list di riferimento), i due insiemi hanno sempre provveduto ad organizzare la manifestazione per conto proprio senza disturbarsi reciprocamente piu’ di tanto. Io mi trovai a militare la lista di GNUG, frequentai un paio di appuntamenti in veste di manovale nel reparto LIP, ed iniziai a maturare un discreto disagio sul fatto di agire ed operare portando inconsapevolmente un “cappello” che non era il mio, ma quello di un gruppo che pur non essendo una associazione aveva una sua gerarchia di fatto, non democratica e neppure meritocratica, fondata in un certo qual modo sull’anzianita’, sulle relazioni personali dei membri, e sui loro interessi privati. Membri che assai raramente prendevano parte attiva alle azioni concrete, preferendo evidentemente lasciare che fossero i piu’ entusiasti (o i piu’ ingenui) a condurre le attivita’ da cui il buon nome della combriccola dipendeva. E per quanto ci si sperticasse nel dichiarare che quello era un organo informale e senza scopo di autopromozione, si pretendeva il logo. E’ successo quel che e’ successo e da tre anni l’organizzazione della manifestazione ottobrina presso la capitale sabauda e’ in appalto ad un evanescente gruppo espressamente dedicato a tale attivita’, che per esplicita volonta’ dei fondatori (tra cui me) non puo’ essere ricondotto per meriti o elogi a nessuna realta’ tra le tanti esistenti in Torino: ognuno partecipa solo in virtu’ di quanto stampato sulla propria carta di identita’ e dell’impegno personale profuso nell’operazione, senza possibilita’ che qualcuno se ne stia comodamente seduto in poltrona per poi raccattare le lodi ed i frutti del lavoro svolto da altri. Una configurazione che reputo non solo corretta nei confronti dei molti che contribuiscono pur non essendo all’interno di nessuna delle summenzionate associazione e che dunque non verrebbero rappresentati da nessuno stemma preconfezionato, ma anche estremamente vantaggiosa in quanto naturalmente proiettata verso l’apertura ed alla raccolta di risorse umane e non.

Ma a ben guardare l’evento gestito dal Comitato non e’ il Linux Day di Torino, ma un Linux Day di Torino, quello ereditato da GNUG. Diversi sono stati i tentativi di far confluire anche i soci di GlugTo in questa iniziativa, ma con assai scarsi risultati: nel 2006, ultimo anno dell’Era pre-Comitato, si era quasi riusciti a mettere insieme le due organizzazioni ma il LUG diede buca all’ultimo momento e senza avviso, tant’e’ che comunque sui volantini rimase il loro nome; nel 2007, primo anno dell’Era del Comitato, siamo stati troppo affaccendati nel piantare le radici del nuovo corso e semplicemente abbiamo limitato i contatti al minimo indispensabile; nel 2008 c’e’ stato un incontro, ma il piu’ che si e’ riusciti ad ottenere e’ stata la reciproca menzione dei due eventi uno sul volantino e sul sito dell’altro. Nel corso di questo intervallo comunque in GlugTo si e’ sempre osservato con diffidenza e scrupolo al nascente nucleo indipendente, per il semplice fatto che per qualche esoterico motivo esso e’ sempre stato mentalmente (ed infondatamente) ricondotto al fu’ GNUG e a tutti i non piacevoli trascorsi tra le due fazioni: i contrasti individuali sono stati ampliati anche al pugno di ragazzotti colpevoli di essersi incontrati per la prima volta sulla mailing list dello storico rivale, ed il desiderio di non aver nulla a che fare con gli antagonisti si e’ risolto nel desiderio di non aver nulla a che fare con noi. E’ finito negli annali il mezzo flame (presto placato con qualche mail privata) innescato sul canale di ILS, quando un membro di GNUG indirettamente accuso’ il Linux Day di GlugTo di non rispettare le linee guida nazionali e questi per tutta risposta attaccarono il Linux Day del Comitato reo di chiamarsi “Linux Day Torino” e di essersi dunque a parer loro indebitamente arrogato il diritto della manifestazione.

Venne il 2009. Quest’anno gli incontri sono stati piu’ numerosi in virtu’ delle convocazioni fatte da parte di TorinOpen, N+1esimo ente immolato all’unificazione delle risorse linuxofile torinesi che col pretesto di occuparsi di qualche contenuto popolare pre e post 24 ottobre ha messo intorno ad un tavolo i vertici di GlugTo e qualche rappresentante del Comitato LDT. Nonche’ me, che non sono mai stato socio della prima ed ho a questa tornata lasciato i secondi, ma mi piace seguire da vicino i sommovimenti della community. In almeno un paio di occasioni si e’ esplicitamente parlato di far convergere le forze in un unico evento, sfruttando i gia’ delineati bacini di interesse (al LUG la mattinata di dibattito con le istituzioni, agli altri il pomeriggio piu’ tecnico) per far si’ da lasciare a ciascuno liberta’ di azione, ma non c’e’ stato modo alcuno di trovare un compromesso su un’unico punto: il logo. Come detto, presso il Comitato vige la regola non scritta percui il Linux Day per essere di tutti non deve essere di nessuno. Come immaginabile, presso GlugTo il riconoscimento dell’associazione e’ condizione imprescindibile per la partecipazione. Leggi nettamente contrastanti a cui nessuno dei due ha voluto rinunciare, col risultato di salutarsi neppure troppo amichevolmente. Alla fine loro non sono riusciti a predisporre l’appuntamento mattutino che avrebbero voluto, e da qui il fatto che agli atti c’e’ stata una unica manifestazione ufficiale, ma pur non avendo nulla da presentare non hanno esitato a svolgere ugualmente un proprio Install Party nel pomeriggio del fatidico sabato di cui sinceramente non conosco l’esito considerando che almeno due dei pochi membri realmente attivi erano alla Cascina.

Situazioni di questo genere temo non siano infrequenti in giro per l’Italia: numerosi centri abitati, anche piccoli, hanno piu’ entita’ che operano in modo totalmente indipendente e senza il benche’ minimo contatto, anzi talvolta in conflitto, affannandosi solo di mettere in bella vista la propria denominazione, cercando di raccogliere il maggior numero di iscritti (paganti la quota, diciamolo) da far risultare sui propri registri. A titolo di esempio, esattamente mentre scrivevo queste parole vedo il presidente di GlugTo (mi si voglia perdonare se mi accanisco su questa specifica realta’, ma e’ quella che ho piu’ sotto gli occhi e meglio si presta ad una analisi dettagliata) che commenta un articolo in merito ad un imminente evento linuxofilo felicitandosi non gia’ della visibilita’ dell’iniziativa ma della menzione del suo proprio gruppo. L’autoreferenzialita’ ha smesso da un pezzo di essere un rischio, e’ oramai una certezza: l’importante e’ il bollino, e senza bollino non si fa niente. Il risultato e’ che ogni ente acquisisce una sua identita’, una sua coscienza ed un suo istinto di sopravvivenza, e la missione non e’ piu’ la promozione del software libero ma dell’istituto in se’, i cui membri sono fidelizzati fino al punto di disinteressarsi completamente a qualsiasi accadimento svoltosi al di fuori delle quattro mura della mailing list di appartenenza.

So perfettamente che volenti o nolenti nel mondo open il riconoscimento dei singoli e’ uno dei motori principali di qualsiasi opera, e non lo si puo’ (e non lo si deve) negare. So perfettamente che senza associazioni costituite sarebbe immensamente piu’ complicato ottenere spazi e fondi dalle municipalita’, con le quali si dialoga solo su carta bollata. So perfettamente che possano esistere attriti tra diverse persone, che rendono difficili particolari collaborazioni e concilii. Ma so anche che esiste il buon senso, e che qualche volta occorre farne uso.

Lo stesso Linux Day Torino e’ la dimostrazione pratica del teorema. Coinvolge una grande quantita’ di volontari e di pubblico, viene considerato uno dei migliori eventi in giro per l’Italia, e una parte delle risorse usate proviene appunto da una associazione: la lista pubblica ed il sito stanno su un loro server, i contatti per avere i grandi spazi comunali impiegati sono saltati fuori dalla loro agenda, la responsabilita’ della manifestazione se la sono accollata loro, e quest’anno si son pure smazzati la rendicontazione delle palanche giunte in forma di finanziamento della Regione. (Disclosure: di suddetto soggetto io sono membro, ma parlo in terza persona non avendo io partecipato a nessuna di queste attivita’). Eppure, il loro nome non appare su nessun volantino, ne’ sul sito, ne’ in nessun’altro luogo al di fuori della cerchia di persone interne al Comitato. Perche’? Perche’ non si puo’ avere la botte piena e la moglie ubriaca. Assegnare un riconoscimento pubblico, magari per certi aspetti pure meritato, farebbe crollare l’intera impalcatura intorno a cui l’organizzazione attuale e’ costruita: per le gia’ menzionate questioni degli storici rancori non ci sarebbe la partecipazione degli esuli del GNUG e dei disertori del GlugTo, ne’ per velleita’ egualitarie degli anarchici di Underscore e TLTF, ne’ tantomeno per aspirazioni pubblicitarie di altre associazioni come Ingegneria Senza Frontiere, oppure ancora dei numerosissimi “freelance” che costituiscono il cuore operativo dell’evento. E a quel punto, se non ci fosse la manodopera di quella trentina di persone che fanno il Linux Day sul campo, col server per la mailing list e con gli spazi comunali e con i fondi regionali ci si potrebbe fare un falo’. Il gioco non vale la candela, e comunque l’associazione ci “guadagna” sul fatto che viene resa nota la sua esistenza ed il suo impegno presso i componenti piu’ reattivi e propositivi della combriccola e potra’ da li’ affiancare qualche potenziale nuovo socio che possa lavorare espressamente con quel cappello in altre circostanze, coscientemente e responsabilmente. Buon senso.

Sarebbe ora di muoversi per il bene comune, non per quello individuale. L’unico nome e’ “community”, l’unico logo il pinguino. Da soli non si fa niente, o comunque talmente poco da essere equiparabile a niente. Insieme si fa tanto, si fa tutto, e tutti ci guadagniamo.


Idee Condivise: Help Desk Distribuito

25 Ottobre 2009

Altro post del ciclo delle Idee Condivise: in questa occasione trattiamo un argomento che spesso e’ motivo di dibattito all’interno della community, e per cui ancora meno che in altri casi non esiste una risposta giusta a priori.

Il tema e’ quello del supporto agli utenti “domestici”, quelli che installano Linux per curiosita’ o se lo trovano sul proprio PC a seguito di un LIP ma che hanno qualche difficolta’ nel corretto funzionamento del sistema. Credo che il topic non richieda ulteriori spiegazioni: a qualunque linuxaro e’ capitato di avere richieste di assistenza da parte di amici, conoscenti o perfetti sconosciuti, vuoi per far funzionare una data periferica vuoi per configurare un programma. Sia su Linux che su qualunque altra piattaforma, chiaramente, ma per ovvi motivi ci concentriamo qui su problematiche legate al software libero. In linea di massima, e fatte le debite eccezioni, i tecnici linuxofili si distinguono in due categorie: chi e’ disposto a dare una mano immolando un po’ di tempo al prossimo ingegnandosi per risolvere gli altrui impicci, ed i sostenitori della filosofia RTFM, coloro che non solo evitano di prodigarsi in questa pratica ma pure la reputano dannosa a fini pedagogici poiche’ provvedendo sempre una soluzione pronta gli utenti non imparano nulla. Chi pensa di rientrare nel secondo insieme di persone e’ pregato di interrompere la lettura di questo post ed al piu’ tornare nel prossimo futuro, quando per la serie di idee condivise esporro’ qualcosa di piu’ confacente alla linea di pensiero “DIY”: questo giro e’ dedicato a chi si dedica.

Le persone che necessitano di assistenza e supporto sono molte, ancor piu’ da quando l’installazione di Linux e’ divenuta una operazione davvero alla portata di tutti e numerosi sono coloro che nell’intimita’ domestica piazzano sui propri hard disk Ubuntu o Fedora per poi trovarsi arenati nella configurazione di qualche dispositivo o nella comprensione di qualche meccanismo fondamentale per la manutenzione del proprio sistema (il concetto di package manager su Windows o MacOS non esiste, e non e’ immediato da assorbire senza debita spiegazione). Una minima quantita’ di queste persone e’ conscia dell’esistenza di LUG ed altri enti locali di appassionati cui rivolgersi in caso di perplessita’, e di questi solo una parte si preoccupa di informarsi sul calendario di Install Party ed analoghi eventi di scambio. E pure laddove esistesse una rete capillare di comunicazione, comunque gli appuntamenti sarebbero troppo pochi per far fronte a tutte le richieste e statisticamente non sempre in giorni ed orari accessibili a tutti. Se non ci fosse possibilita’ di partecipare fisicamente ad un incontro resterebbero mailing lists e forum, in cui pero’ raramente e’ facile farsi illustrare con il necessario dettaglio il problema da risolvere ne’ tantomeno esprimere in maniera comprensibile la soluzione, e dunque risultano piu’ una perdita di tempo da ambo le parti che non una risposta effettiva ad un bisogno reale. Alla resa dei conti l’assenza o comunque l’estrema carenza di punti di riferimento per la risoluzione delle pratiche quotidiane si converte in una imbarazzante quantita’ di utenti che abbandonano Linux poco dopo averlo installato e contemplato, frustrati dall’incapacita’ di sistemare il primo banale grattacapo in cui incappano, tornando alla piattaforma operativa di partenza e diventando mine mediatiche vaganti pronte ad esprimere e condividere con amici e conoscenti la propria delusione con un infinito impatto negativo a cascata: una piaga cui pur non avendo dati statistici alla mano credo di non sbagliare attribuendo un ruolo importante nella mancanza di successo plebiscitario da parte del nostro sistema operativo preferito.

In tempi di carenza di developers impiegati a sistemare le cose affinche’ funzionino sempre al primo colpo urge ricorrere ad un mezzo per l’assistenza on-demand, con cui il volenteroso linuxaro possa alla bisogna agire. Urge ingegnerizzare il supporto tecnico.

Nella community Ubuntu gia’ hanno intuito le potenzialita’ di un ipotetico strumento con cui arginare la situazione, massimizzare la resa dei crocerossini digitali ed al tempo stesso evitare tante rogne a chi generosamente si presta, e credo non sia un caso che da qualche release il desktop environment Gnome includa di default un client/server VNC. E sebbene VNC, ovvero il protocollo di condivisione desktop, sia effettivamente il bandolo della matassa ed il punto da cui partire per analizzare la questione, da solo ha una limitata utilita’: ottimo finche’ chi abbisogna di aiuto e’ in legami con chi lo fornisce, meno adatto se il disperato utente non ha amicizie gia’ nel giro o comunque per ottenere un risultato distribuito ed efficiente dalla risorsa umana a disposizione.

Ai tempi d’oro, con gli amici della Torino Linux Task Force in breve notammo che non pochi erano i visitatori che al termine di un intervento chiedevano l’indirizzo mail personale o addirittura il numero di telefono al salvatore di turno, si’ da mantenere un contatto cui aggrapparsi laddove si fosse presentata una ennessimo ostacolo nella loro esperienza linuxofila, ma per ovvie e legittime motivazioni ben pochi erano disposti a lasciare un riferimento col rischio di essere invocati giorno e notte. Alche’ avviamo il progetto LIRA (Linux Infrastructure for Remote Assistance, nome suggerito da d1s4st3r), che avrebbe dovuto essere un mix di VNC, instant messaging e bug tracking con cui il newbie potesse lanciare una richiesta di soccorso da gestire poi in una rete di volontari i quali, dato un momento libero e la disposizione d’animo preferita, potessero connettersi e fare quanto richiesto, senza l’esposizione di dati personali e con buona pace di tutti. Il progetto naufrago’ quando tempo ed interesse scemarano, e ci accontetammo di metter su un banalissimo forum verso cui dirottare la questua informatica, ma personalmente continuo a reputare l’iniziativa degna almeno di valutazione.

Nella sua incarnazione piu’ semplice e limitata l’idea sarebbe implementabile con un request tracker ed un client VNC: chi riscontra una difficolta’ insormontabile pubblica un messaggio e lascia in esecuzione il server di condivisione grafica aperto, mentre chi e’ disposto a dare una mano (debitamente identificato ed autorizzato, per impedire a malintenzionati di insinuarsi negli altrui PC col pretesto dell’assistenza) quando vuole e quando ha tempo consulta la lista di richieste in attesa ed a propria discrezione se ne accolla una. Certo e’ non sempre fattibile (a causa di reti coperta da NAT) e non e’ semplicissima da ingaggiare per l’utente (perche’ comunque deve installare un server VNC e provvedere manualmente a qualche configurazione ed informazione), ma sarebbe almeno un inizio. Strumenti piu’ accuratamente scelti (ad esempio Empathy ed il gia’ incluso supporto per il remote desktop su tube XMPP) fornirebbero una ulteriore ottimizzazione, ed insomma quasi tutto potrebbe essere trattato in prima istanza anche senza una piattaforma software ad-hoc (che andrebbe sviluppata con i tempi e le cure dovute).

Laddove una iniziativa del genere dovesse impiantarsi ed essere adeguatamente promossa dai LUG ed altri enti, una ristretta cerchia di volontari riuscirebbe a far fronte ad un buon numero di richieste su tutto il territorio nazionale pur godendo della massima liberta’ di azione potendo scegliere quando e di cosa occuparsi di volta in volta, e dunque contribuire nel tempo libero ad arginare la fuga di utenti facendo quel che si e’ sempre fatto, ovvero dare una mano ad una persona in difficolta’. Sempre meglio configurare una stampante ad un aspirante linuxaro a 300 chilometri di distanza che non passare la serata a guardare l’Isola dei Famosi.

Tra tutti i componenti della community i buoni samaritani, competenti e pazienti, non mancano: fornendo loro gli strumenti adeguati essi rappresentano il servizio di help-desk piu’ potente al mondo.


Idee Condivise: Ufficio Stampa

14 Ottobre 2009

Come seguito delle Idee Condivise per la Condivisione di Idee, un’altro mio suggerimento per migliorare e potenziare l’opera della community linuxara. Fin da principio ammetto che il qui esposto proposito sia particolarmente ambizioso, al limite del possibile, ma invito ad una lettura integrale del pezzo almeno per valutare come il ciclopico compito descritto possa essere ampiamente facilitato con pochi frammenti di tecnologia open opportunamente configurati.

Le attivita’ “minori” condotte nel corso dell’anno dai vari User Groups abbondano. Al di la’ del gia’ citato Linux Day, che rappresenta l’apice del lavoro collettivo di promozione ed informazione sul software libero, centinaia sono gli Installation Party, i corsi o le giornate divulgative tenute da nord a sud nei restanti 364 giorni dell’anno.

Ma una stragrande maggioranza di essi ha un grave difetto: non vengono resi noti al potenziale pubblico partecipante. Spesso ha del miracoloso se appare almeno una notifica sul blog/sito/wiki dell’ente organizzatore, rarissimi i casi in cui vengono appositamente prodotti e stampati volantini o locandine per trasmettere la novella fuori dal mondo digitale, piu’ spesso tali attivita’ vengono annunciate sulle mailing list per il semplice fatto che proprio su questi canali sono pianificate e coordinate. Quasi tutta l’opera di coinvolgimento della societa’ civile e’ affidato al passaparola innescato dai pochi virtuosi cui non mancano amici e conoscenti da ossessionare, ma acuendo il rischio di ridurre il circolo di partecipanti sempre ai soliti noti, rendendo vano l’obiettivo di allargare la base di utenza consapevole delle tematiche toccate.

Come portare al di fuori dell’hinterland sociale strettamente legato al LUG ed ai suoi membri l’attenzione sull’esistenza di occasionali momenti di incontro nella giurisdizione di interesse? Una delle possibili risposte e’ anche la piu’ elementare: informando la stampa locale e facendosi pubblicizzare da essa.

Sebbene in periodi recenti non siano mancate le occasioni per disperarsi in pubblica piazza delle presunte emorragie di lettori del media cartaceo pare che a conti fatti coloro che acquistano e leggono una testata locale (quotidiana o settimanale) non siano cosi’ pochi, ed essi rappresentino il canale preferenziale per notificare eventi geograficamente circoscritti agli effettivi potenziali fruitori. Ai numeri ed alle statistiche si accosta l’esperienza personale: l’evento linuxofilo presso cui ho osservato la maggiore affluenza nel corso del 2009 e’ stata una giornata divulgativa voluta dal Canavese Linux User Group e tenuta in un paesello fuori Torino di cui non sapevo neanche l’esistenza; tale successo e’ stato in massima parte dettato dalla menzione di suddetta manifestazione su ben tre giornaletti di provincia, che opportunamente contattati con anticipo sono stati ben lieti di annunciare l’appuntamento con fior di articoli i quali, non fatico a crederlo, sono stati considerati dai diversi editori un interessante intermezzo con cui riempire le pagine altrimenti di solito difficili da popolare con fatti di placida cronaca valligiana.

Fino a questo punto non e’ stato detto nulla di particolarmente nuovo, eppure sono convinto che il media stampato non sia ancora adeguatamente impiegato per la promozione degli eventi di promozione, vuoi per pigrizia, vuoi per mancanza di tempo, vuoi per dimenticanza: se del resto i vari gruppi attivi possono contare solo su modeste risorse umane, completamente assorbite dai task tecnici di preparazione, non si puo’ pretendere che ci sia anche modo di stare a prendere contatti coi giornalisti e mediare la pubblicazione di un brano (magari pure da scrivere da zero), ed i reiterati inviti ad una piu’ rimarcata politica di marketing cui dovrebbero aderire individualmente i singoli LUG cascano invariabilmente nel vuoto.

Da qui, l’azzardo: la costituzione di un core di “LUG Press Agents”, che per mezzo di un software possano monitorare la nascita di nuovi appuntamenti ed eventi degni di risonanza e possano prendere le veci di “addetti stampa” nazionali, ma soprattutto operare in modo trasparente e discreto.

Detta cosi’ l’idea non sta ne’ in cielo ne’ in terra: come puo’ una persona, o anche cinque o dieci o venti, essere puntualmente a conoscenza di iniziative che come detto spesso non vengono nemmanco citate sui siti dei LUG nazionali? Riprendendo quanto scritto sopra sappiamo che l’informazione transita inevitabilmente per le mailing list dei gruppi, mischiata insieme a tutti gli altri messaggi tipici di codesto canale ampiamente diffuso a tutti i livelli decisionali del mondo open, ma sappiamo anche che le tecnologie per filtrare le mail in funzione di una analisi statistica non mancano: i filtri bayesiani ci aiutano da anni a riconoscere ed a scartare automaticamente lo spam (e, con apposite regole, qualsiasi altro genere di contenuti), e di programmi di indexing piu’ o meno semantici e’ pieno il web. Da qui a saper tracciare ed isolare riferimenti ad eventi in fase di progettazione il passo e’ breve: le parole chiave sono i nomi dei giorni della settimana e dei mesi, date, termini specifici (“LIP”), tutti criteri di selezione con cui setacciare automaticamente ogni mail di passaggio e con cui sapere se richiedere l’intervento umano per una piu’ raffinata estrazione dei dati con cui popolare il template da spedire a mo’ di comunicato stampa alle caselle dei giornali che coprono la regione di interesse (qui una lista piu’ o meno completa purtroppo non ripartita geograficamente), nonche’ ad eventuali forum online cittadini ed uffici statali di comunicazione e promozione del territorio (i vari InformaGiovani).

Un sistema software integrato e ben strutturato per soddisfare quanto descritto permetterebbe di ridurre allo stretto indispensabile il rumore di fondo ed i falsi positivi, richiedendo uno sforzo minimo al pugno di volontari chiamati a far da portavoce dell’intera community nazionale, che aggiungerebbero solo un ultimo tocco ad un processo decisionale in buona parte automatico ed automatizzabile.

Le variazioni sul tema sono innumerevoli, e possono riportare il progetto entro regimi di fattibilita’ piu’ conservativi e a piu’ breve termine: all’inizio ci si potrebbe limitare a muovere l’”ufficio stampa” nazionale solo per gli eventi che vengono annunciati sull’apposita mailing list o di cui si trova menzione sul planet dei LUG, troncando tutta la componente realmente arzigogolata e bisognosa di cure esperte dell’infrastruttura e rodando l’iniziativa, e con un po’ di furbizia si potrebbe strizzare l’occhio a qualche vero aspirante giornalista in erba che, seppur con scarse nozioni tecniche, avrebbe l’opportunita’ di contattare redazioni di tutta Italia e stendere comunicati stampa dando un aiuto concreto ai nerd che con difficolta’ sanno stendere due righe in italiano corretto.

Insomma, il grado di difficolta’ dell’impresa puo’ essere scelto complesso a piacimento. Ma in tutti i casi non dubito che i benefici sarebbero notevoli, e con un dispiegamento minimo di risorse.

Per dire qualcosa, occorre qualcuno che ascolti.


Idee Condivise per la Condivisione di Idee

13 Ottobre 2009

Allo sciame propositivo che infesta la mailing list dei LUG, adesso come in qualunque altro periodo pre-LinuxDay, quest’anno si e’ aggiunto un ulteriore invito all’azione ed alla collaborazione scaturito come risposta degli sterili piagnistei giunti a commento del recente (ed ennesimo) patto di intesa tra alcuni ministri italiani e Microsoft per non meglio identificate alleanze atte a potenziare non meglio identificati strumenti tecnologici nella scuola pubblica. La discussione e’ degenerata (fortunamente, aggiungo, altrimenti sarebbe rimasta una competizione tra chi si indignava maggiormente dello Stato, dell’ignoranza diffusa e del fatto che non ci sono piu’ le mezze stagioni…) ed e’ balenata l’idea di iniziare a domandarsi quali sarebbero per la community linuxara i mezzi piu’ adatti ed efficienti per cominciare ad avere un ruolo di rilievo nella societa’ tecnologica contemporanea.

Domanda che gia’ mi sono posto da tempo, e per cui intravedo la risposta di un potenziale successo di massa della cultura del software libero in un semplice e a dir poco banale gesto: l’applicazione pratica della cultura stessa.

Ad oggi la “condivisione” e la “partecipazione” mille volte indicati come pilastri portanti del movimento non hanno alcun riscontro pratico. Solo chi ha competenze tecniche approfondite ha la possibilita’ di addentrarsi all’interno del codice sorgente per dare un suo contributo in forma di patch o bug report sensato, ma molti di questi non adoperano tale dono per il bene comune ma anzi preferiscono per pigrizia o alterigia coltivare il proprio orticello mettendo artigianalmente insieme, nel migliore dei casi, il poco software di cui abbisognano. Gli altri, i simpatizzanti o magari anche i tecnici con limitata cognizione programmatoria, sono confinati ai margini del cuore pulsante della community, del nucleo operativo dove le idee si condensano in istruzioni macchina, e non possono far altro che attendere a braccia conserti l’introduzione di una funzionalita’ a loro cara o il miglioramento dell’offerta a codice aperto in un dato settore operativo. E pure per le attivita’ di promozione e sensibilizzazione, per cui non sono necessarie capacita’ specifiche ma solo un po’ di generica buona volonta’ e cui dunque tutti possono contribuire in egual misura, sono tra loro isolate dalle distanze geografiche e “politiche” dei loro attuatori, e ciascuno inventa, reinventa, modella e scolpisce quanto gia’ fatto cento altre volte in luoghi e tempi diversi, incappando negli stessi errori e portando a conclusione solo una frazione degli obiettivi prefissi.

Beffardo e’ il destino che vede iniziative collaterali e complementari al freesoftware fiorire proprio in virtu’ di una reale applicazione dei termini “condivisione” e “partecipazione”: Wikipedia e’ ai fatti la piu’ grande enciclopedia mai scritta dall’Uomo, e la comunita’ Creative Commons sebbene ancora una nicchia riporta quotidianamente successi in termini di diffusione ed adozione a qualunque livello sia amatoriale che professionale.

Esiste un modo per sbloccare ed investire il capitale umano oggi in attesa di aver assegnato un ruolo all’interno del gigantico ingranaggio sociale e meritocratico della community? Si puo’ dar qualcosa da fare a chi non aspetta altro che avere qualcosa da fare? E, meglio ancora: e’ possibile sfruttare la potente tecnologia di cui (spesso inconsapevolmente) disponiamo affinche’ possa darci una mano e colmare i vuoti operativi?

A parer mio, si. Numerosi sono gli spunti che periodicamente mi colgono, che mi appunto nella mia infinita lista di todo, per cui magari conduco qualche sommaria ricerca per valutarne la fattibilita’, ma che per mere questioni di tempo non ho modo di portare a compimento. Qualche progetto viene avviato, ed allo stato attuale almeno un paio sono in fase rispettivamente di progettazione e prima realizzazione, ma poiche’ le mie giornate sono pur sempre di 24 ore preferisco esporre le mie personali intuizioni (o stramberie, che dir si voglia) con altri membri della comunita’ nella speranza di stimolare gli occasionali lettori e con l’invito di prenderne a piene mani laddove si individuasse un suggerimento ed una osservazione pertinente.

Un paio di affezionati lettori mi hanno gia’ in passato segnalato l’eccessiva prolissita’ dei miei contenuti, e poiche’ questo stesso brano e’ stato iniziato con l’intento di essere un unico blocco ma pur non essendo manco ad un decimo aveva assunto la lunghezza di un libro della Torah ho deciso di presentare nel dettaglio le varie proposte a puntate, una alla volta, si da non appesantire troppo la lettura e nel frattempo avere piu’ spazio per dilungarmi in motivazioni delle varie scelte e considerazioni mirate. Spero che questa decisione sia apprezzata e si consideri lo sforzo che faccio nell’arginare la mia malsana indole letteraria…

Inizio subito la carrellata con un proposito che non ha assolutamente niente di nuovo ed anzi viene gia’ diffusamente adottato con successo in altri contesti, e ben si adatta ad inaugurare una serie di contributi dedicati all’apertura delle menti: la formalizzazione della raccolta di idee, di cui ottimi esempi si trovano sui Brainstorm di Ubuntu ed di KDE.

Al di la’ di questo e dei prossimi post che verranno qui esposti numerose sono le occasioni in cui condivido col mondo spunti raccolti nel tempo di cui mi rendo conto della mia impossibilita’ pratica nella realizzazione, per lo piu’ si tratta di lacune nel parco software superficialmente riportate sul mio blog tecnico o nell’apposita sezione di BarberaWare. E non dubito ci siano innumerevoli casi analoghi al mio. Ma chiaramente seminare concetti e illuminazioni nella vasta blogosfera nella speranza che vengano raccolti e curati da qualcuno e’ atto di infinito ed infondato ottimismo: di buone idee degne di approfondimento e’ gia’ pieno il web, senza ulteriori apporti da parte di qualche anonimo e sgrammaticato dispensatore di saggezza.

D’altro canto, e’ vero che le migliori intuizioni nascono per mezzo dell’ispirazione, e l’ispirazione sorge accumulando (magari subconsciamente) intuizioni altrui ed assemblandole fino ad ottenerne un prodotto intellettuale finito da cui cavare una implementazione. La stragrande maggioranza dei prossimi post appartenenti a questo filone trattano di usi ed abusi di applicativi esistenti ed esperienze passate, e la legge termodinamica insegna che nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma. Senza contare la quantita’ di giovani promesse gia’ recentemente menzionate, che rifuggono il circolo dei grandi vecchi della community e si palesano solo laddove gli viene lasciata ampia liberta’ di parola e dignita’ di uguaglianza: non l’ho detto prima, ma l’idea del blog del Linux Day Torino, rivelatosi una delle armi vincenti dell’organizzazione di una altrimenti sgangherata manifestazione, e’ emersa proprio da quello che all’epoca era l’ultimo arrivato, il ragazzotto piu’ ingenuo e piu’ cocciuto della combriccola, che con somma rassegnazione e’ stato assecondato dal veterano di turno (me, per la cronaca) producendo i piu’ inaspettati risultati. Se a tutto cio’ sommiamo ancora il potenziale feedback che puo’ arrivare dalla societa’ civile, coloro che partecipano alla vita comunitaria da spettatori e sono molto piu’ vicini all’ideale ed alle esigenze popolari, il cerchio sulle possibili fonti che sarebbe bene far rientrare all’interno del bacino comunicativo si chiude.

Il software per instaurare un “Brainstorm della Community” esiste gia’, servirebbero solo un garante che ne ospiti una istanza riconosciuta come “ufficiale” (per non disperdere la raccolta, altrimenti lo sforzo di centralizzazione e’ assolutamente inutile) e la partecipazione di coloro realmente intenzionati a compiere qualcosa di costruttivo. Il primo requisito credo potrebbe essere soddisfatto da Italian Linux Society, associazione non sempre amata dai LUG ma che almeno dispone gia’ oggi dell’autorita’ richiesta per ricoprire il ruolo. Il secondo requisito non e’ facilmente risolvibile, per il fatto che gli individui insieme virtuosi e capaci sono relativamente rari e spesso nascosti in mezzo alla folla di rumorosi saltimbanchi, difficili da isolare e mettere a frutto, ma non dubito che spunterebbero spontaneamente qualora avessero possibilita’ di esprimersi ed agire cosi’ come preteso dalla propria indole.

Per oggi ho detto la mia, per apprezzamenti ed insulti i commenti del blog sono aperti.

Stay tuned.


LinuxDay: un Case Study

8 Ottobre 2009

Come un po’ tutta la blogosfera linuxara italica riporta, a breve si svolgera’ l’edizione 2009 del Linux Day. L’unica e la sola manifestazione linuxofila che nel corso dell’anno ha un minimo di risonanza mediatica, ed in cui si concentrano la stragrande maggioranza degli sforzi dell’intera community.

Questo post non viene scritto con il solo intento di invitare alla partecipazione, sia in veste di collaboratori attivi che di pubblico visitatore, ma per esprimere qualche considerazione e magari pretenziosamente avanzare qualche suggerimento ai numerosi enti organizzatori sparpagliati in tutto il territorio nazionale. Forse oggi, a 16 giorni dall’evento (che, per chi non lo sapesse, e’ previsto per il 24 ottobre), e’ tardi per applicare una buona parte dei consigli e delle dritte qui sotto elencate, ma chissa’ che non siano di giovamento per qualcuno sia per questa che per la prossima edizione.

Nelle ultime settimane il Linux Day l’ho visto da fuori. Per scelta non ho partecipato direttamente alla messa in opera di nessuna manifestazione specifica, ma ho parzialmente seguito il cantiere torinese (di cui parlero’ diffusamente dopo) ed essendomi preso l’incarico di supervisionare i siti web dei diversi LUG partecipanti ho avuto modo di acquisire una visione di insieme superficiale ma abbastanza completa e di scambiare quattro chiacchere con personaggi di ogni regione.

Certamente siamo ancora ben lungi dallo sfruttare pure solo una frazione del potenziale a disposizione. In tutta Italia si organizzano un centinaio di appuntamenti, dalle grandi citta’ ai paeselli di provincia, eppure il numero di persone realmente attive e’ limitatissimo, e quel poco che viene prodotto (materiali grafici e per le relazioni, nozioni su come risolvere determinati task che da ciascuno vengono ripetuti…) non e’ minimamente condiviso o partizionato. Nel corso della mia “ronda” online sono incappato in piu’ di un gruppo il cui sito era fermo al Linux Day 2008, sebbene in diversi casi essi avessero gia’ provveduto ad una buona parte dell’organizzazione di quest’anno: per non avere il tempo di editare una pagina in un wiki, da cui tra l’altro probabilmente dipende una parte maggioritaria della partecipazione di pubblico all’evento, vuol dire che le risorse umane a disposizione sono davvero molto, troppo modeste.

Come dicevo sopra, quest’anno ho avuto modo di tenere sotto osservazione la manifestazione organizzata a Torino: un po’ perche’ e’ la citta’ in cui vivo, un po’ perche’ ho direttamente preso parte alle manovre nei precedenti due anni e volente o nolente capita talvolta che mi venga chiesta qualche indicazione sui compiti che avevo svolto personalmente e che ora sono passati in mano a qualcun’altro. Forse non sono del tutto imparziale nel dichiarare che, almeno nel 2008 – ma non dubito che il risultato sara’ bissato nel 2009 -, quello della capitale sabauda e’ stato il migliore evento della nazione, ma a sostegno di tale affermazione ci sono i dati raccolti da ILS (qui si trovano in versione anonima ma alla ConfSL di Bologna sono state mostrate delle slides con le situazioni citta’ per citta’, se qualcuno sa dove recuperarle lasci un commento) da cui emerge l’immenso distacco in termini quantitativi di volontari coinvolti e pubblico di passaggio.

Come e’ stato raggiunto questo traguardo? Molto semplice: eliminando i LUG.

La situazione comunitaria di Torino e’ da anni abbastanza instabile e critica, con un LUG ufficiale ed uno ufficioso (ad oggi dato per disperso) in perenne contrasto tra loro ed un numero di gruppetti piu’ piccoli che operano in completa autonomia (ed indifferenza). I due gruppi maggiori hanno sempre realizzato il proprio Linux Day distintamente ed indipendentemente, e solitamente sempre con molta calma ed assolutamente poca convinzione. Ma nel 2007, a seguito di una esplosione di entusiasmo da parte dei “nuovi” ed un evidente contrasto dei “vecchi” all’interno del LUG ufficioso (all’epoca, il piu’ popolare e dunque il piu’ atto a raccogliere individui giovani e ribelli) e dell’ovvio flame che ne e’ conseguito, ci si e’ risolti nello scindere l’organizzazione della manifestazione in un gruppo separato, volutamente senza nome e senza bandiera, che potesse raccogliere solo ed esclusivamente coloro che davvero avevano interesse e voglia di darsi da fare per realizzare il miglior evento possibile. Nessun logo, nessuna associazione, nessun vessillo: solo una mailing list tenuta aperta nei pochi mesi dell’anno strettamente necessari alla pianificazione, alla preparazione ed al coordinamento interno, atta ad ospitare elementi di ogni eta’ e di ogni esperienza purche’ volenterosi di sporcarsi le mani col lavoro sporco, condotta con criterio democratico e meritocratico.

Con un po’ di buona volonta’ ed un po’ di fortuna e’ venuto tutto il resto.

Innegabile e’ il ruolo giocato dal blog aperto pochi giorni dopo la mailing list, con cui sono state comunicate verso l’esterno in modo chiaro tutte le decisioni prese man mano dal gruppo vero e proprio permettendo di tenere costante il flusso di informazione verso il potenziale pubblico, creare un certo hype per l’evento ed interessare una buona quantita’ di altri aspiranti volontari a prendere parte all’opera. Il blog ha richiesto un impegno abbastanza limitato in termini di tempo (sebbene gli updates venissero pubblicati a distanza di pochi giorni, apposta per trasmettere l’idea di vitalita’ e, diciamocelo, forzare Google ad assegnare un rank decente), ma i benefici sono stati impagabili ed ampiamente ricompensati.

I volontari occasionali, reperiti sia tramite il canale sopra citato che per amicizie e conoscenze, hanno rappresentato e tuttora rappresentano una risorsa fondamentale per il Linux Day Torino. Solitamente i LUG veri e propri, con la loro struttura burocratica e le loro complicazioni, tendono ad allontanare l’immensa quantita’ di ragazzi simpatizzanti per il software libero che ogni tanto – ed in particolare in occasione dell’evento di ottobre – sarebbero ben lieti di venire ad installare Linux sul PC di qualche visitatore. Forse e’ il timore reverenziale nei confronti delle associazioni dotate di membri tesserati, presidenti e segretari, o forse e’ la scarsa volonta’ di farsi incastrare nella messa in opera di corsi o LIP o altre attivita’ “minori” e di scarso interesse mediatico che durante l’anno queste entita’ mettono in calendario, o forse e’ il rifiuto di loghi e bandiere e riconoscimenti che accompagnano un po’ tutti i gruppi ufficiali e snaturano l’impegno del singolo: sta di fatto che a decine si contano gli individui che da un giorno all’altro son spontaneamente piombati sulla mailing list chiedendo cosa potevano fare per essere di aiuto.

Per quanto riguarda la location bisogna dire che siamo stati abbastanza fortunati: per tramite dell’associazione Prometeo (disclosure: di cui sono membro) abbiamo ottenuto un immenso spazio comunale, in pratica una vecchia cascina rimessa a nuovo con numerose stanzette (per i talks) ed un salone centrale (per il LIP). Il tutto gratuitamente. Certamente opportunita’ di questo genere non si presentano tutti i giorni, ma sono abbastanza certo che le varie municipalita’ sparse sul territorio nazionale dispongano di altrettanti locali poco sfruttati e che, con un po’ di moine ed una strizzatina d’occhi, potrebbero lasciarli a disposizione di un pugno di ragazzotti che giocano coi computer una volta all’anno. E qualora lo Stato dimostrasse resistenza a tali concessioni, ci si puo’ sempre rivolgere ai privati: nel corso delle peregrinazioni a spasso per Torino a caccia di spazi adatti all’Open Gamers Tour della Torino Linux Task Force mi sono personalmente imbattuto in una gran quantita’ di gigantiche birrerie condotte da spigliati giovani ben contenti di ospitare loro coetanei intenti a spararsi missilate virtuali, e sono sufficientemente convinto che tra tutti coloro con cui ho parlato almeno un paio avrebbero acconsentito ad una apertura straordinaria del sabato pomeriggio per accogliere i turisti del freesoftware e, perche’ no, farsi un poco di pubblicita’. Le occasioni non mancano, mai, in quanto se mancano si creano.

Ci sono gli addetti ai lavori e c’e’ lo spazio. Manca il pubblico, che forse e’ la componente piu’ importante. In linea di massima il Linux Day si e’ ritagliato uno spazio sulla stampa e molti sono consci dell’esistenza di questa manifestazione, ed il sito centralizzato condotto da Italian Linux Society aiuta molti a trovare la realizzazione piu’ vicina a casa propria. Ma questo non basta, ed occorre arrangiarsi per conto proprio.

Anche sul versante della promozione qui sotto la Mole abbiamo avuto un discreto colpo di fortuna, coinvolgendo quasi per coincidenza una grafica professionista che ha disegnato volantini e sito. Il bell’aspetto del materiale pubblicitario ha certamente contribuito a svecchiare l’idea di Linux presso la massa e ad attirare qualche occhio, e dunque qualche curioso, e va dunque preso in considerazione quando si traccia il proprio piano di “marketing”. Pure in questo caso: non tutti hanno un professionista a portata di mano cui far disegnare un volantino, bene e sinanco gratis, eppure persone capaci di far qualcosa di meglio che non un foglio bianco con qualche scritta ce ne sono e solitamente non si rammaricano troppo di dare una mano se opportunamente approcciate. Qui si ritorna a quanto detto sopra in merito alle risorse umane raccattate all’ultimo momento: la risposta ai quesiti operativi raramente, o anzi quasi mai, si trova all’interno del LUG o del solito gruppetto di tecnici, ma fuori abbonda di personaggi ben intenzionati da cui trarre qualcosa di buono. Da qualche tempo accarezzo l’idea di coinvolgere massivamente qualche studente dello IED Torino, provando a pescare li’ simpatizzanti di Linux che possano convettere la loro abilita’ con l’arte visiva in qualcosa di utile alla community, da poi condividere eventualmente con altri gruppi in giro per l’Italia e massimizzare il profitto in uno dei settori – quello appunto della promozione – in assoluto piu’ critici e complessi da sistemare.

Una volta fatta disegnare la locandina ad una persona competente, di certo non la si puo’ stampare in bianco e nero con la stampante laser di casa o dell’ufficio. Urge ricorrere alla tipografia. Che di certo non si puo’ pagare con la gloria o con un sincero grazie. C’e’ bisogno di palanche. Uno sponsor e’ assai difficile da trovare, soprattutto se non si dimostra di provvedere ad un evento importante in termini di visibilita’ che possa compensare la spesa pecuniaria con un ritorno di immagine, ma la visibilita’ si ottiene con la pubblicita’ e dunque il circolo vizioso si chiude in modo negativo. Ma qui a Torino e’ stata adottata una pratica quantomeno curiosa: lo sponsor c’e’ bene o male sempre stato (Redomino) anche se i quattrini non mancano ed anzi vengono “scialaquati” in donazioni. Come fanno a non mancare i quattrini? Semplicissimo: si vendono magliette. Lo scorso anno sono state acquistate 100 t-shirt a 6 euri l’una e son state rivendute a 10 euri. La differenza tra lordo e netto sono 400 euri. Cifra ben al di sopra di quanto richiesto per la stampa di 10000 volantini e qualche locandina formato A3 (fatti fare per meno di 300 euri, ma sicuramente si potrebbe risparmiare molto cercando meglio il fornitore). Come detto lo sponsor si e’ preso carico di tale spesa in cambio del loghetto di pubblicita’, e quei soldi son stati ripartiti su quattro progetti open con buona pace di tutti.

Come si puo’ vedere, quanto necessario per metter su un buon evento e’ alla portata di chiunque e richiede solo un pizzico di creativita’ ed una dose di impegno di poco superiore rispetto a quanto solitamente dispiegata. Il segreto sta nell’avere la volonta’ di iniziare a muovere il primo passo, saper prendere decisioni per il bene dell’organizzazione e della missione che implicitamente si accetta nel momento in cui si dichiara di voler tenere il Linux Day entro la propria giurisdizione.

Ed un po’ di coordinamento a livello nazionale non guasterebbe. In questi giorni sulla mailing list LUG di ILS si stanno muovendo propositi per una migliore comunicazione ed una piu’ ampia reciproca collaborazione per la manifestazione 2010 (che segna anche il decimo anniversario dell’iniziativa, per la prima svoltasi nell’anno 2000), ma e’ da notare che un simile fermento e’ da sempre sintomatico della galvanizzazione indotta dall’approssimarsi della data tanto attesa e da sempre si spegne in una eco lontana una settimana dopo il completamente dell’impresa (spesso in mezzo ai flames in cui gruppi geograficamente lontani si accusano di questa o quest’altra violazione delle linee guida che tutti sono tenuti a seguire).

Il tempo dei “si, vedremo” e dei “magari il prossimo anno” deve finire. Ed in fretta. I margini di crescita e miglioramente sono spropositati.

Abbiamo la tecnologia. Abbiamo gli argomenti. Abbiamo i numeri. Avremo la Nazione.


Linux for Zombie Beings

13 Settembre 2009

Chi mi conosce personalmente tende ad identificare in me un estremista del software libero, adepto della Setta Linuxara (cui si e’ iniziati con cento compilazioni del kernel senza configurazione di default), ligio alla Parola di Stallman ed ai quattro comandamenti vergati sulla Sacra GPL. Eppure la mia figura ultra-conservatrice si ridimensiona sensibilmente a quella di un moderato centrista quando mi trovo a confrontarmi con personaggi che, almeno nell’intenzione, non solo enunciano ma addirittura strillano i valori del freesoftware, della liberta’ e della condivisione. In questo insieme di indomiti paladini ricadono gli oramai numerosi detrattori di Ubuntu.

Piccola parentesi riassuntiva per coloro che non seguono regolarmente i sommovimenti del mondo opensource: Ubuntu e’ una distribuzione GNU/Linux che nasce nel 2004 come fork di Debian, per volere di Mark Shuttleworth e mantenuta da una azienda appositamente creata di nome Canonical, con l’obiettivo di realizzare un sistema free ma a prova di utonto, usando software libero in larga parte gia’ esistente ma provvedendo ad una configurazione che potesse funzionare senza problemi e nel modo di automatizzato possibile. Col passare del tempo, per mezzo di una crescente community e di qualche operazione di marketing virale, la nuova distribuzione si e’ imposta sul panorama diventando un punto di ingresso al mondo open per numerosissimi utenti ed un punto di riferimento per tutta la community. Ad oggi, stando alle statistiche di DistroWatch, Ubuntu e’ la distribuzione piu’ conosciuta, installata su qualche milione di PC sparpagliati nel mondo. Chiusa parentesi.

Tornando al tema: il sistema operativo in oggetto non e’ visto di buon occhio da una buona parte della community linuxara, ed in particolare dai power user piu’ radicati, gli irriducibili della linea di comando, la nomenklatura del web ed i sostenitori della filosofia “RTFM”.

Le motivazioni? Le piu’ disparate. In larga parte e’ una questione di tendenza e convenienza – “Se gli esperti dicono che Ubuntu fa schifo, lo dico anche io” -, ma ho la fortuna di conoscere almeno un intellettuale anti-Ubuntu (che per un periodo ha usato il titolo di questo post, “Linux for Zombie Beings”, come motto, scimmiottando la tagline “Linux for Human Beings”) capace di mantenere una posizione ed esporre argomentazioni al loro interno coerenti, da cui si trae un quadro sufficiente per analizzare il pensiero “No-Ubuntu”.

Di seguito una lista di punti chiave, spero di non dimenticarne qualcuno fondamentale (nel caso lasciate un commento al post):

  • Ubuntu e’ mantenuta da una azienda, Canonical, che trae profitto dalla diffusione del suo prodotto e vuole costruire un monopolio paragonabile a quello di Microsoft con Windows
  • Da quando esiste Ubuntu il numero di distribuzioni disponibili e’ drasticamente diminuito, in quanto essa si e’ imposta come unica opzione, dunque la liberta’ di scelta si e’ ridotta. Di questo passo non ne restera’ nessun’altra, saremo obbligati a quella
  • Ubuntu e’ volutamente incompatibile con tutte le altre distribuzioni (inizialmente il software veniva gestito per mezzo di pacchetti .deb presi da Debian, col tempo ha adottato un sistema omonimo ma incompatibile), ulteriore prova della volonta’ di creare una dipendenza unidirezionale
  • Per promuovere Ubuntu sono stati adottati metodi subdoli, quale ad esempio la pratica di regalare e spedire centinaia di CD di installazione a chiunque ne facesse richiesta inducendo i LUG a distribuire solo quella e nient’altro per risparmiare la masterizzazione
  • Ubuntu e’ diventato sinonimo di Linux, ed anzi ha surclassato il nome originale e Linux e’ solo piu’ Ubuntu
  • Ubuntu fa quello che vuole in modo totalmente automatizzato, il sistema e’ incontrollabile, e consuma un sacco di risorse sul PC
  • Se e’ tutto automatico l’utente non impara niente, dunque passare a Linux non gli serve a niente

Ebbene: personalmente non reputo nessuno dei summenzionati temi validi a sostenere la tesi “Ubuntu e’ il male”. Andiamo con ordine.

Ubuntu e’ mantenuta da Canonical. Fedora da RedHat. SuSE da Novell. Mandriva dalla societa’ omonima. Pressoche’ ogni distribuzione con un minimo di seguito ha una lista di partners in cui figurano aziende. Ma tutte le distribuzioni sono costruite a partire da software libero, compilabile su qualsiasi altra distribuzione (e spesso su qualsiasi altro sistema Unix, come Solaris), il che le rende non suscettibili di alcuna posizione di monopolio esplicito o implicito. Un monopolio esiste laddove c’e’ un unico vendor capace di fornire un certo prodotto e/o offrire un certo servizio (un esempio a caso: Microsoft, unica al mondo a sapere come aprire correttamente un documento .doc), non se un prodotto e’ maggiormente utilizzato nonostante esistano tutti i presupposti per una concorrenza ad armi pari. Per dirne una, Canonical finanzia lo sviluppo di upstart, il sistema di init adottato oggi da diversi altri vendor. E volendo scendere nel dettaglio della posizione di mercato: Canonical ha 30 milioni di dollari di profitto all’anno, RedHat 653 milioni, Novell 216 milioni. I sostenitori della teoria del “complotto del monopolio” farebbero bene a scrivere una mail a Shuttleworth suggerendo di cambiare tutto il reparto marketing della societa’, perche’ con questi presupposti l’argomentazione fa solo ridere i polli. Giusto Mandriva naviga in pessime acque, e qui si apre il dilemma del paladino: la si dovrebbe sostenere in nome della pluralita’ (nonche’ del decoroso grado di innovazione che l’azienda e’ ancora in grado di produrre), o contemplarne indifferenti il fallimento gioendo poi della distruzione di un ente commerciale che osa far soldi con Linux?

A proposito appunto della pluralita’: da quando bazzico il mondo del freesoftware (saranno oramai otto anni… Come passa il tempo…) ho provato numerose distribuzioni, ed incontrato dozzine di persone che hanno fatto altrettanto. Volendo stilare una lista di quelle cui ho personalmente messo mano, o di cui ho conosciuto almeno un occasionale utente, abbiamo in ordine assolutamente sparso: Ubuntu, Kubuntu, Xubuntu, Debian, Slackware, SuSE, Corel, Mandrake, Mandriva, RedHat, Fedora, Gentoo, Arch, Sabayon, Mint, DSL, Zenwalk, Knoppix, OpenMamba, Slax, Puppy, Torinux, SimplyMEPIS, CentOS, Linux-Gamers, Xandros, Linpus, Mulinux, Coyote, HAL91, uCLinux, Moblin. Per buona misura mettiamoci anche FreeBSD, OpenBSD, NetBSD, Solaris, tutta roba che Linux non e’ ma ad esso puo’ essere assimilato. Conteggio totale: 36. Arrotondiamo: 40. Sicuramente ne ho dimenticata qualcuna: 50. Facciamo 60. Oggi sono generoso: 70. Ora: che su DistroWatch ci siano 500 o 800 nomi, se ne accorge qualcuno? La stragrande maggioranza dei progetti che si autodefiniscono “distribuzioni” (o peggio ancora “sistemi operativi”) sono versioni ribrandizzate di qualcosa di gia’ esistente, con un diverso tema grafico ed un diverso wallpaper di default, non aggiungono assolutamente nulla alla ricchezza del panorama freesoftware e la loro esistenza o non esistenza e’ totalmente indifferente. Non adottero’ la retorica del “e’ inutile disperdere le risorse lavorando su mille distribuzioni”, in quanto dubito fortemente che chi ha abbandonato una di tali opere si sia messo a contribuire concretamente ad altro (dunque volente o nolente e’ ugualmente “disperso”), ma oggettivamente per definizione la distribuzione e’ un agglomerato piu’ o meno ponderato di applicativi altrimenti sparpagliati singolarmente, e che ci siano 500 o 800 o un googol di combinazioni diverse per agglomerare tali pacchetti non fa molta differenza a nessuno. Nonostante gli allarmismi ed i piagnistei, comunque, la lista di richieste di inserimento di nuove distribuzioni su DistroWatch non e’ propriamente deserta, ed anzi e’ espressamente detto “It might sound like an exaggeration, but I receive an average of 2 – 3 requests per week to include a new distribution“: alla faccia della moria di progetti! Ad ogni modo, se anche le piu’ catastrofiche previsioni dovessero avverarsi e la scelta arrivasse davvero ad essere ridotta ad un pugno di possibilita’, nessuno potra’ vietare mai di scaricarsi il manuale di Linux From Scratch, compilarsi per conto proprio il proprio sistema esattamente come lo vuole e spacciarne la .iso prodotta dopo averle affibiato un nome esotico.

L’argomentazione dell’incompatibilita’ e’ talmente grezza che non mi ci soffermo piu’ di tanto: ogni benedetta main distribution ha il suo proprio sistema di pacchettizzazione ed il suo proprio package manager, e le distribuzioni derivate un minimo serie quasi sempre finiscono col divergere compilandosi i sorgenti originali dei programmi per conto proprio e piazzandone i files relativi in posti diversi rendendo incompatibile l’archivio compresso. In fin dei conti l’unica cosa in cui due distribuzioni possono differire e’ proprio quello: la presenza o non presenza di un determinato software nella lista di quelli espressamente pacchettizzati, e su tutti i sistemi se non c’e’ il pacchetto desiderato ce lo si compila per conto proprio senza eccessivo sforzo.

Sul fatto che i metodi di diffusione e promozione di Ubuntu siano stati, almeno all’inizio dell’avventura, particolarmente non convenzionali sono d’accordo, eppure non mi sembra una colpa quella di accollarsi la spesa per mettere in mano alla gente un CD da portare a casa e provare. Anche qui evito la retorica “colpa dei LUG che per risparmiare qualche euro e/o per pigrizia hanno preso i CD gratis gia’ pronti anziche’ masterizzarseli in proprio differenziando l’offerta”, in quanto all’epoca (che ho vissuto in prima linea) mai ci si sarebbe immaginati l’evolvere della situazione fino allo stato corrente ed il problema non e’ mai stato posto: si accettava di buon grado il fatto che qualcuno pagasse le spese, prendendola come una donazione piu’ che come un mezzo propagandistico. Canonical stessa ha rischiato non poco investendo chissa’ quanti quattrini in tale operazione, al secolo Linux era un giocattolo per smanettoni molto piu’ di quanto non sia adesso ed il fatto di far stampare migliaia di CD con software per il quale non si poteva prevedere la reazione del pubblico e’ equivalso ad investire altrettanti euri in schedine del SuperEnalotto. Gli e’ andata bene (almeno sul piano dell’immagine, quello finanziario lo abbiamo visto prima), ma poteva andargli male. Siamo stati tutti gabbati, fungendo inconsapevolmente da vettore pubblicitario? In qualche modo si, ma il mondo del freesoftware e’ bello perche’ quando uno ci guadagna ci guadagnano tutti quanti: senza tutti quei CD gratuitamente immessi in circolazione e contenenti un completo sistema Linux in decenti condizioni di utilizzo oggi non incontrerei per strada persone assolutamente non tecniche che hanno sperimentato il software libero per conto proprio, spontaneamente e traendone impressioni spesso favorevoli, innestando nell’opinione pubblica una seppur modesta idea di cosa Linux puo’ fare.

Gli estremisti del software libero sono sempre stati particolarmente pignoli con i nomi: “si dice GNU/Linux e non Linux“, “si dice freesoftware e non opensource“… ed ora “Linux non e’ Ubuntu”. Sono pienamente concorde con questa affermazione, ed anzi io piu’ di tutti reputo dannosa l’identificazione di tutto l’universo open con una sola delle sue infinite sfaccettature, ma almeno un pregio va riconosciuto a questo fraintendimento lessicale: rappresenta un concetto facilmente afferrabile da un utente-tipo quando gli si sta spiegando cos’e’ Linux. Nelle innumerevoli situazioni in cui mi sono trovato ad illustrare la natura dell’amato sistema operativo a qualcuno di non tecnico ho sempre trovato estremamente difficile rispondere alla domanda “Ok, dove lo scarico questo Linux?”, in quanto a quel punto si doveva avviare tutta la contro-spiegazione sul fatto che il termine in se’ esprime la nozione e poi ci sono le distribuzioni che la cristallizzano, creando generalmente qualche confusione. Inevitabilmente si finiva col fornire il nome di una o due distribuzioni di riferimento (per lo piu’ Debian, la seconda in base alla giornata) e la storia finiva li’, con qualche perplessita’ da parte dell’utente ed un sospiro di sollievo dell’esperto cui non era stato chiesto di dettagliare le differenze squisitamente tecniche esistenti tra prodotti che lui stesso non aveva mai provato direttamente. Il quid pro quo “Ubuntu = Linux” permette di ribaltare il percorso cognitivo, partendo da una entita’ concreta (Ubuntu) ed andando a sviscerare cio’ che essa rappresenta (Linux): se va bene l’interlocutore sara’ portato per curiosita’ a chiedersi cosa ci sara’ mai di cosi’ diverso tra la nota Ubuntu e una sconosciuta, per dire, Fedora (risposta per l’utente medio: il colore del desktop di default, null’altro); se va male gli resta comunque Ubuntu da installarsi a casa con buona pace di tutti. E’ come cercare di spiegare cosa significa la parola “cane”: in un caso si tenta di riassumere i tratti distintivi della specie cercando di essere piu’ generici possibili (finendo inevitabilmente per descrivere la maggioranza dei mammiferi quadrupedi del regno animale), nell’altro si prende un collie e lo si fa vedere.

In qualita’ di tecnico, io odio Ubuntu. Non l’ho mai installata su un mio PC ed evito come la peste di farlo. Ma sono anche conscio di essere appunto un tecnico, e di rappresentare una infinita minoranza dell’utenza informatica odierna. Mi piace far le cose a modo mio (sebbene ultimamente mi stia sforzando di usare il piu’ possibile le interfaccine grafiche di configurazione, per individuare possibili problemi ed eventualmente un giorno contribuire a risolverli), e se pesco un processo che fa quello che vuole lo killo senza pensarci troppo. Come ad esempio Network Manager, che regolarmente su qualsiasi distribuzione si ostina a sovrascrivere le impostazioni da me immesse per il DNS: quando cio’ accade, stoppo il processo e la scheda di rete me la configuro come dico io da linea di comando per mezzo di ifconfig. Il difetto, se cosi’ lo si puo’ chiamare, di Ubuntu e’ quello di incorporare di default applicazioni che tendono a fare quel che vogliono, applicazioni che possono essere comodamente installate su qualsiasi altro sistema con tutti i relativi improperi da parte dell’utente smanettone. Smanettone che comunque, per quanto voglia farsi passare per “duro e puro” denigrando il grado di automazione del sistema operativo, difficilmente rinuncia al package management con  la risoluzione delle dipendenze o agli aggiornamenti tracciati in modo autonomo, o al display manager che automaticamente avvia l’X server al boot della macchina, o ai pacchetti dei vari server apache o MySQL o altro della sua distribuzione preferita che arrivano generalmente con configurazioni di default gia’ funzionanti senza modifiche e giramenti di capo, o agli installer che tendenzialmente riconoscono per proprio conto l’hardware della macchina ed installano i driver necessari a far andare i vari pezzi, o anche solo ad init che lancia e chiude i processi quando opportuno. Ipocrisia? Il fatto che ci sia uno strato di automazione a livello desktop puo’ dar fastidio a qualcuno, ma piu’ per una questione di vestigiale abitudine a mettere insieme le cose manualmente anziche’ vedersele gia’ fatte, e comunque in qualsiasi momento un qualsiasi automatismo troppo invadente puo’ essere spento con una configurazione o, alla peggio, con un kill: se non sei capace a farlo, e’ meglio che rinunci a metter mano ai PC altrui con la pretesta di metterli a posto. Protestare per una propria abitudine a discapito dell’abitudine altrui (quella di avere la macchina che si gestisce da sola quando puo’) non si chiama liberta’, si chiama egocentrismo. E se l’automatismo non funziona nel migliore dei modi, invece di piangere sarebbe il caso di individuare il problema e mandare una patch agli sviluppatori in modo che la prossima volta vada. Lamentarsi e’ facile, sistemare i problemi e’ difficile.

Per usare Linux bisogna essere degli esperti. Curioso come questa affermazione sia usata allo stesso tempo sia da Microsoft per mettere in bastone tra le ruote alla diffusione di un pericoloso competitor, che da coloro che invece dovrebbero lavorare per la sua promozione. Il fatto di sapere dove mettere le mani per fare cose complesse, o anche solo per sistemare problemi che non sono gestiti in modo automatico, deriva esclusivamente dall’esperienza individuale di chi si trova in tale condizione: io ad esempio mi so sistemare alla buona il routing di due segmenti di rete a botte di invocazioni a iptables e route, in quanto ai tempi miei non c’era alcuna altra soluzione, ma vorrei sapere quanti power user duri e puri di nuova generazione, sempre pronti a stracciarsi le vesti in nome della cultura hacker e della crescita personale, sanno fare altrettanto senza Firestarter. E pur essendo considerato un esperto non saprei, per esempio, come configurare l’audio per disaccoppiare l’output delle casse e delle cuffie del PC, funzionalita’ indispensabile per qualsiasi appassionato di musica: non ho mai avuto necessita’, non mi sono mai interessato, non lo so fare ed avrei seri problemi nel cercare una soluzione non sapendo neppure quali parti del sistema toccare per prime. “Cerca da solo su Google“, viene risposto solitamente. Non sarebbe meglio se la baracca funzionasse a priori senza troppi patemi? Proprio ieri e’ stato esposto su Slashdot un articolo che elenca i peggiori difetti generalmente rintracciabili nel software open, e mentre il brano si concentra maggiormente all’ambito enterprise dai commenti aggiunti sul ben noto aggregatore se ne evince che i due massimi impedimenti per i nuovi utenti sono la scarsa usabilita’ e la carenza di documentazione coerente. Che per risolvere un problema relativamente complesso ci sia spesso da raccogliere informazioni provenienti da diverse fonti e mettere insieme piu’ tutorial, tips, e post su forum e mailing list lo sa chiunque abbia cercato di far funzionare una stampante non auto-rilevata su una qualsiasi distribuzione. Sulla scarsa intuitibilita’ delle applicazioni potrei scrivere un saggio, ma suppongo sia sufficiente invitare tutti a provare a creare un archivio compresso di piu’ files usando il solo Nautilus e non il terminale. Invece di riversare sugli altri le proprie mancanze e limitazioni, e perdere tempo dicendo o scrivendo ogni volta “cerca su Google” (operazione semplice ma time-consuming se ripetuta piu’ volte in un intervallo di tempo), non sarebbe meglio impegnarsi per scrivere (o tradurre dall’inglese) documentazione completa, semplice, magari in italiano, una volta sola e valida per tutte? Oppure adoperarsi per mettere insieme in un unico script i passaggi richiesti per fare una particolare operazione, si’ che chiunque lo possa prendere ed eseguire senza acquisire una laurea in ingegneria? Oppure ancora, per chi ha qualche competenza di programmazione, fare un giretto sui tracker di qualsivoglia progetto open e prendersi carico di qualche richiesta di feature in attesa da anni?

Come abbiamo visto le argomentazioni anti-Ubuntu sono molteplici, e tutte facilmente affossabili illustrando dati effettivi, concreti, tralasciando opinioni e sentimenti inevitabilmente di parte.

Sinceramente non credo che i detrattori del “Linux per tutti” – o almeno non tutti – agiscano compulsivamente per autodifesa elitaria, per proteggere coscientemente o incoscientemente l’isola felice di hacking e smanettamento che tante soddisfazioni da agli appassionati e cosi’ bene tiene alla larga i ranghi piu’ bassi dell’utenza informatica, in quanto se cosi’ fosse essi dovrebbero rifuggere anche l’idea degli Installation Party o dei Linux Day o dei forum di supporto, ma cio’ accade abbastanza raramente. E se invece qualcuno si riconosce in tale descrizione e’ pregato di passare istantaneamente a HURD: su tale piattaforma non funziona una emerita mazza, il divertimento hacker abbonda e nessun utonto si sognera’ mai di venire a chiedervi come far funzionare la stampante su quello. Al contrario io credo che l’astio nei confronti della eccessiva facilita’ del software libero e nella sua, diciamolo pure, prostituzione sociale, trovi radici in un fraintendimento storico di scopi: il freesoftware nasce in ambiente hacker, dunque deve essere usato per promulgare i valori della cultura hacker, tra cui l’arte di arrangiarsi da soli e di svincolarsi il piu’ possibile dallo strapotere commerciale. Se cosi’ e’, cari i miei wannabe avete sbagliato mira. Il software libero e’ una questione di liberta’, e liberta’ e’ partecipazione, non chiudersi in una stanza a fare i fatti propri. Il software libero e’ condivisione, e condivisione e’ apertura, non ottenere l’informazione e tenersela per se’ aspettando che altri facciano lo stesso. Il software libero e’ una questione di eguaglianza, ed eguaglianza e’ solidarieta’, non fare in modo che chi e’ in difficolta’ se la cavi da solo. Potrei continuare per ore sulla totale divergenza tra morale hacker e morale freesoftware, ma credo di aver gia’ scritto a sufficienza, magari rimando i dettagli ad un’altra occasione.

La mia conclusione di questo lungo pezzo (finalmente!) e’ questa: forse non e’ opportuno osannare Ubuntu come unico possibile Linux, ma dovrebbe essere capacita’ di tutti comprendere i casi in cui la soluzione semplice ed immediata e’ adatta e quelli in cui val la pena approfondire il tema, a seconda dell’interlocutore. Qualcuno e’ piu’ propenso ad afferrare l’idea di Linux nel suo insieme e discriminare il concetto di “distribuzione”, altri no ed anzi hanno perplessita’ nell’assumere l’esistenza di un sistema operativo che non sia Windows, nessuno di questi due pubblici deve essere lasciato indietro per questioni di gusto personale. Se proprio non volete saperne di promuovere Ubuntu, almeno fate la cortesia di starvene zitti e non provocare danni ulteriori a quelli gia’ presenti, scremate per conto vostro la parte (minoritaria) di massa in grado di apprezzare la varieta’ del panorama e concentratevi su quella, lasciando le persone ragionevoli a fare il vero e piu’ complesso lavoro di promozione. Gia’ Microsoft fa un ottimo lavoro cercando di ostacolare l’opera usando mezzi leciti e meno leciti, non mi sembra una mossa intelligente quella di darle manforte.

Chi mi conosce personalmente tende ad identificare in me un estremista del software libero. Non e’ vero: io sono uno statista. So riconoscere il compromesso, la via di mezzo, il modo piu’ efficace di raggiungere l’obiettivo. Ubuntu e’ allo stato attuale, per questioni sia pubblicitarie che tecniche, lo strumento piu’ efficace per portare il codice aperto alla gente, ed aprire una breccia nella pubblica opinione. Una volta raggiunta una massa critica ci si potra’ permettere di far le pulci su cosa e’ piu’ “eticamente” giusto di altro, e qualora Canonical dovesse prendere una cattiva strada saremo sempre in tempo per far quadrato e darle qualche problema: Novell ci ha provato a fare un torto alla community, da allora raramente ho sentito parlare di SuSE, e l’andamento sul mercato azionario della societa’ (l’accordo con Microsoft risale al 2006: guardate a che punto erano le azioni prima e dopo) e’ indicativo del potere riposto in una community inconsapevole di quello che puo’ combinare usando una parola piuttosto di un’altra quando parla con una persona che chiede consiglio o scrivendo su un blog.


Windows User Groups

8 Settembre 2009

Che la storia dei prodotti propinati da Microsoft sul mercato sia costellata ed anzi strabordante di continui plagi tecnologici e’ cosa piu’ che nota: da Windows (che nasce nel 1983 come brutta copia del Macintosh di Apple) a Bing (il motore di ricerca che ricalca feature su feature Google), l’azienda che da anni propugna la brevettabilita’ del software come strumento di innovazione generalmente ha sempre innovato ben poco e si e’ fatta strada per lo piu’ tra pratiche commerciali al limite della sana competivita’ o addirittura della legalita’.

Ma i tempi cambiano, le necessita’ dei consumatori mutano, nuove tecnologie piu’ efficienti emergono, ed il monopolio scricchiola. Che fare a questo punto? Commerciare prodotti piu’ avanzati e meno costosi che possano incontrare la domanda del mercato? Ma quando mai, che siamo matti?! Serve una nuova strategia di marketing! O meglio: adottare quelle altrui.

Il terreno su cui l’azienda di Redmond e’ rimasta maggiormente arretrata nell’ultimo periodo e’ quello dell’immagine di se’. Apple e’ cool, alla moda, di tendenza, ed un computer contrassegnato con la mela luminosa sul retro resta un prodotto ambito per lo status che rappresenta. Linux si distingue per il carico di valori che porta con se’, la filosofia della condivisione e quel sentimento di community che e’ (o almeno dovrebbe essere…) collante dell’insieme. Microsoft… Beh, sono quelli di Windows Vista, non c’e’ molto altro da dire.

Al grido di “pan per focaccia” i pubblicitari al soldo di Ballmer (che evidentemente deve essere modesto, gia’ che non sono manco in grado di ideare nuove trovate ma solo appropriarsi di quelle altrui) hanno in breve trovato una contromisura adeguata a contrastare i competitors di Cupertino: un’altra serie di spot pubblicitari con giovani ed ammiccanti protagonisti sconvolti dall’esorbitante prezzo delle macchine Mac ed orgogliosi di poter acquistare una qualunque baracca di fascia bassissima dotata di Windows. Se Apple e’ di moda basta far leva su quello che notoriamente e’ il difetto del brand, ovvero il prezzo, ed il gioco e’ fatto.

E Linux? Come si puo’ “boicottare” mediaticamente una entita’ evanescente, che non fa capo a nessuna specifica azienda, e disseminata capillarmente laddove ci sia un qualsiasi smanettone che si atteggia facendo ruotare il cubo di Compiz? Semplicemente, con una contro-community.

La campagna pubblicitaria da mesi in corso in previsione del lancio di Windows 7, l’unica possibilita’ di salvezza dopo il disastro commerciale provocato da Vista, prevede il coinvolgimento in prima persona dei supporters Microsoft, ai quali viene data la possibilita’ di organizzare per fatti propri dei piccoli party domestici presso cui indottrinare amici e parenti su quanto sia figa la nuova release del sistema operativo. Ricevendo in cambio per il disturbo un forte sconto sull’acquisto di una copia del prodotto stesso. Ha sempre funzionato con Avon e Amway, perche’ non con Microsoft? Se tanto non bastasse, per il pubblico europeo ci sono in scaletta anche l’installazione di caffetterie (qui si parla di Parigi, non dubito ne usciranno altre) specializzate in caffe’, cornetti, ed informazioni pubblicitarie, entro cui non si potra’ neanche assumere la propria vitale dose mattutina di caffeina in santa pace.

Scopo del gioco e’ portare Windows 7 nel bel mezzo della gente, zittendo quel lontano eco che talvolta giunge alle orecchie della massa.

Amaro constatare non tanto l’appropriazione delle modalita’ (in fin dei conti siamo tutti per la condivisione delle idee, non usiamo brevetti, noi) quanto il fatto che tali pratiche di avvicinamento confidenziale del pubblico, obbligatorie per la community linuxara costituita da spigliati ragazzotti che devono arrangiarsi con quello che hanno ma evidentemente un buono spunto se degne di essere assorbite dalle politiche di marketing del colosso statunitense, sono assai meglio implementate dall’impostore. Gli House Party di cui sopra sono un ovvio adattamento dei Linux Installation Party in uso anche qua in Italia, con la differenza che i LIP sono organizzati (se e quando sono organizzati…) indipendentemente dai diversi gruppi, un po’ come capita, e senza alcuna coordinazione per la promozione di tali momenti di incontro tra esperti e curiosi: si decide una data, un posto, si pubblica l’annuncio sul blog/wiki di turno (che regolarmente non e’ letto da nessuno, o al piu’ da persone che gia’ conoscono Linux), e quel giorno si conclude spesso in un LAN party tra i partecipanti del gruppo. Le caffetterie? A Torino ne avevamo una dichiaratamente pro-Linux, il Debian Cafe’; l’abbiamo fatta chiudere, incapaci tra tutti di dare una mano nella pianificazione dei contenuti e lasciando totalmente da solo il gestore.

Con un po’ di denaro e tanta capacita’ di marketing, abbondantemente impiegata anche in diversi contesti, a Redmond fanno quello che dovrebbe essere di competenza della community linuxara, ovvero fare squadra. E nel frattempo la community linuxara che fa? Tergiversa, chiacchera, ogni tanto inveisce contro Ubuntu, si impigrisce, ci prova e se gli va male fa spallucce e non ci prova piu’. Quantomeno Apple ha reagito all’attacco frontale, dando vinta a Microsoft la battaglia pubblicitaria (ed abbassando il costo dei suoi prodotti) ma affilando le armi per i prossimi scontri.

Invece di stare a braccia conserti aspettando che vengano formalizzati i Windows User Group, ipotesi a questo punto neppure tanto assurda, sarebbe opportuno darsi una svegliata, approfittare del vantaggio sul campo e guadagnare quanti piu’ bastioni possibile. Ma la vedo dura, durissima: a piu’ di un mese dal Linux Day, che dovrebbe essere l’unica giornata dell’anno di unione e collaborazione tra tutti i Linux User Group italiani, gia’ si percepisce da qualche parte la disorganizzazione ed il disinteresse, altrove l’astio tra diversi gruppi ed enti geograficamente vicini e lontani, ed insomma anche quest’anno l’opportunita’ di far parlare di se’ e coinvolgere migliaia di persone e’ sfumata in partenza.


Questo Uccidera’ Quello

18 Agosto 2009

Ieri sera e’ accaduto un fatto che offre una ricca serie di spunti di riflessione sull’essenza del software libero, e vorrei qui esporre le successive elucubrazioni nella speranza che possano tornare utili a chi si e’ posto certe domande ed ancora non ha ottenuto risposta.

Il fatto: ho rilasciato la versione 0.1.0 di un mio modestissimo programmino che permette di seguire l’avvicendarsi dei nuovi threads su 4chan, popolare image board estremamente attiva ed oramai divenuta uno dei pilastri della cultura Internettiana, ed ho ben pensato di annunciarne la disponibilita’ su 4chan stesso, nel canale dedicato alla tecnologia (/g/, per la precisione). Alla precisazione che l’applicativo e’ solo per Linux ho ricevuto una ondata di commenti negativi, sul fatto che nessuno se ne sarebbe curato e che era totalmente inutile, ed un poco alla volta sono giunte minacce sul proposito di rubare il codice, togliere il mio nome, e rilicenziarlo con un formato totalmente incompatibile con la GPLv3 per il solo gusto di farmi un dispetto, facendo leva sul fatto che da solo non avrei certamente potuto intraprendere una azione legale internazionale per violazione di copyright.

Sorvolando sull’infantilita’ dei miei interlocutori – ma in fin dei conti non ci si poteva aspettare di meglio da un forum noto per essere punto d’origine dei peggiori scherzi della Rete – occasioni come queste sono ottime per raccogliere percezioni e sentimenti di chi, consapevolmente o meno, e’ ostile al software libero ed alle sue modalita’ di diffusione.

Per molti l’idea di distribuire il codice sorgente del proprio sforzo programmatorio equivale ad un suicidio intellettuale, in quanto ogni riferimento al realizzatore primo dell’opera – e di conseguenza il riconoscimento e la glorificazione della paternita’, spesso unico motivo della distribuzione gratuita del software – e’ alla merce’ di qualsivoglia lestofante, che con un edit ed un giro di compilazione puo’ assegnare a se’ stesso il merito della composizione e farne cio’ che piu’ gli garba (ivi compreso trarne profitto economico, che penso sia il massimo affronto nei confronti di uno sviluppatore freeware). Il “furto di merito”, in una cultura principalmente meritocratica come e’ appunto quella del freesoftware e del freeware, e’ assimilabile al furto di denaro contante nel mondo reale contemporaneo, anzi e’ forse anche piu’ grave poiche’ il riconoscimento della bravura e dell’abilita’ del programmatore e’ l’unico ed assoluto mezzo con cui si e’ identificati all’interno dell’ecosistema sociale di riferimento. Secondo tale visione essere privati del proprio copyright sul proprio programma equivale ad essere privati non solo del lavoro, ma anche della possibilita’ di ottenerne un’altro, in una spirale di perdizione ed autodistruzione che spaventa chiunque sia anche solo vagamente tentato di condividere il codice sorgente e preferisce dunque tenerselo ben stretto.

Sia ben chiaro che tale affezione all’ego informatico non e’ esclusivo dei programmatori freeware, ma e’ diffusamente sentito anche dai programmatori freesoftware – come gia’ detto, entrambi i sistemi si poggiano su una meritocrazia di fatto – e non poche sono state le occasioni in cui ho personalmente raccolto dubbi e perplessita’ dai piu’ disparati esponenti della community open in merito ai rischi che comporta la messa a nudo dell’opera intellettuale e la (apparente, come vedremo) inclinazione alla predazione. Cio’ indica che, per quanto spesso il desiderio di avvantaggiare non il singolo individuo ma l’intero gruppo di riferimento sia forte, taluni non sono pienamente convinti di cio’ che fanno e perseverano sulla strada della condivisione quasi per inerzia.

Ebbene: io ritengo tali timori ancestrali e destinati a sparire spontaneamente nel corso del tempo, vestigia di un tempo lontano lontano in cui non esisteva l’Internet.

Partiamo da qualche presupposto di base, scontato ma che e’ bene chiarire subito:

  1. taroccare un software closed per alterarne il copyright non e’ tanto piu’ difficile che taroccarne uno open. I decompilatori per qualsiasi linguaggio di programmazione abbondano, ed anzi con un po’ di fortuna basta un semplice editor esadecimale per individuare la stringa che riporta il nome dell’autore e sostituirla con cio’ che piu’ aggrada. Indi per cui l’idea che tenendo il codice per se’ si evita qualsiasi illecito e’ totalmente infondata, una falsa sicurezza
  2. nonostante il presupposto di cui sopra, non mi risultano casi in cui qualcuno ha rubato la proprieta’ intellettuale di un’altro e ne ha cavato grandi benefici, tantomeno ostacolando il vantaggio dello sviluppatore originario. Inutile tirarla per le lunghe: nel sottobosco delle produzioni amatoriali sono ben poche le applicazioni impareggiabili ed insostituibili, moltissime – la maggior parte – sono replicabili partendo da zero nel giro di una settimana, ed illudersi che il proprio prodotto sopra tutti gli altri analoghi possa essere cosi’ interessante da essere rubato e/o possa aprire le porte a chissa’ quale notorieta’ e’ indice di presunzione che mai sara’ soddisfatta

Detto cio’, enunciamo un concetto semplice ma che rappresenta l’importante nodo di fondo da sciogliere: quel che preme preservare non e’ il software, ma la dichiarazione di paternita’. Banale, ma non scontato. La volonta’ di non rendere pubblico il sorgente coincide esattamente con la volonta’ di non rendere vulnerabile la dicitura sul copyright, che alla fine e’ il vero obiettivo delle premure del programmatore. Abbiamo gia’ visto che pur se consegnato in forma binaria il programma puo’ comunque essere falsificato, e tanto basterebbe a chiudere la questione, ma la vera domanda e’: basta un nome ed un cognome nella finestrella di “About” per garantire l’assoluta certezza in merito al creatore dell’opera? Basta scolpire le proprie iniziali sulla corteccia di un albero per dichiarare che il parco in cui si trova e’ a noi intitolato? A tal proposito il Notre Dame de Paris di Victor Hugo (e piu’ precisamente nel Libro 5, Capitolo II, “This Will Kill That”, reperibile in inglese qui) e’ assai esplicito, e le congetture sul rapporto tra architettura e stampa – la seconda ha preso il posto della prima, potenziandone i significati – sono splendidamente traducibili anche nel rapporto tra stampa ed Internet: la forza e l’immortalita’ di una espressione non si misura nella profondita’ con cui essa e’ scolpita nella roccia, ma quanto essa sara’ riproducibile ed accessibile al prossimo.

Per tornare al caso concreto, ed alla storia di apertura di questo brano. Sebbene non abbia particolare interesse nel difendere la proprieta’ intellettuale del mio stupido programma, facilmente re-implementabile in pochi giorni da qualsiasi mediocre programmatore, ho comunque voluto provare ad ingegnarmi per individuare la miglior forma di protezione a disposizione. E con discreta sorpresa mi sono reso conto che la soluzione e’ lapalissiana: per far sapere a tutti di essere l’autore di un programma, occorre comunicarlo. Ho aggiunto il mio progettino su OpenDesktop, su Ohloh e su Freshmeat, tre noti siti che indicizzano applicazioni opensource rendendone facile il reperimento e la scoperta da parte degli altri utenti, ma soprattutto riportano la data di inserimento e (nel caso di Ohloh) importano l’intero repository SVN mettendone in evidenza l’intera storia di modifiche e correzioni, si’ da placare ogni possibile incertezza sull’andamento dello sviluppo. Da oggi chiunque dichiarera’ di essere autore del programma, e per quanto egli possa alterare tutti gli headers in cui compare il mio nome e il nome originario del software, potra’ essere facilmente sbugiardato puntando il dito verso la quantita’ di tracce lasciate in giro sull’Internet dal vero ed unico autore, per cui la mole di servizi (gratuiti) sopra citati fanno da muti ed inconsapevoli garanti. Un po’ come nel secolo scorso si usava spedire a se’ stessi in busta chiusa e sigillata documenti importanti, lasciando che un ente autorevole e legittimato (le Poste) apponesse il suo timbro con il giorno il mese e l’anno del recapito, e tanto bastava per valere come prova della data di stesura del documento stesso in sede di tribunale.

Ma di tribunali non ci sara’ mai bisogno: solo un pazzo, o una persona immensamente motivata, potrebbe intentare causa ad un burlone dalla parte opposta del pianeta al solo scopo di essere riabilitato dalla societa’ civile. La societa’ tecnocratica in cui i programmatori domestici si muovono, invece, si accontenta di riconoscere il valore del singolo, e di ostracizzare chi non rispetta le regole del gioco: tutti sono consapevoli di quanto possa essere una facile tentazione quella di rieditare i sorgenti per farli apparire come propri, tutti sono ugualmente sensibili dinnanzi a tale potenziale abuso, nessuno sara’ disposto a perdonare o a tacere su un atto criminale di tal fatta, tanto piu’ efferato perche’ fondato sulla buona intenzione del creatore del software. Di tribunali non c’e’ bisogno, perche’ sono tutti giudici.

Tra poggiare ogni propria convinzione su una semplice frase all’interno del programma ed avere mezza Internet come testimone c’e’ una discreta differenza, ma gia’ so che questo non basta a rispondere ad ogni titubanza.

Ad esempio: se non vengo a sapere che qualcuno sta’ sfruttando il mio lavoro? Assai probabile, ed in tal caso “occhio non vede, cuore non duole”. Ma nel momento in cui dovesse essere intercettato un uso non conforme alla licenza applicata sara’ facile individuare il responsabile: poiche’ l’unico profitto che si trae dalla distribuzione di codice open e’ la costruzione della propria reputazione assieme alla copia non autorizzata ci sara’ un nome che vuol farsi elogiare, e spesso un indirizzo mail (nonche’ un paese di origine, e da li’ con qualche ricerca un indirizzo di residenza, per coloro con istinti particolarmente vendicativi…). Triangolare un usurpatore e’ semplice quando tale personaggio compie il gesto per il solo scopo di essere identificato.

E ancora: se qualcuno chiude il sorgente, come faccio a dimostrare che e’ opera mia? Questo e’ un po’ piu’ complicato, e sebbene non impossibile (esistono tecniche di analisi statica dei binari per tracciare i comportamenti di due programmi e dunque capire se uno e’ stato tratto dall’altro) stando al punto 2 dell’elenco sopra riportato e’ totalmente inutile: avendo due o piu’ programmi che fanno la stessa cosa gli utilizzatori saranno portati a scegliere quello migliore, ed il valore aggiunto della disponibilita’ del sorgente (con tutte le conseguenti implicazioni: certezza dell’assenza di malware, spyware, apprezzamento dei valori del software libero…) si sta imponendo verso ogni fascia di pubblico.

Insomma: le minacce di un gruppetto di ragazzini non sono bastate ad incrinare neppur minimamente la mia fiducia nel modello free, anzi mi ha offerto l’ennesima e sempre gradita occasione di riflessione (nonche’ una mole di visite al sito di TuxChan, essendo stato implicitamente pubblicizzato senza ritegno nella fase di affermazione della paternita’: 19 downloads in meno di 24 ore li ritengo un piccolo successo). Mi stupisco come invece molti si lascino intimorire da simili spauracchi, dalle pretese di furto e isolamento, paradossalmente limitando la diffusione del proprio parto creativo nel vano ed ingiustificato sforzo di detenerne un controllo che comunque non puo’ essere assoluto.

Questo uccidera’ quello. Il freesoftware uccidera’ il freeware. Perche’ tu sei solo, noi siamo tanti.


Forza Mono

24 Luglio 2009

Per me, chi sostiene Mono e’ come chi sostiene Berlusconi.

Berlusconi ha tolto l’ICI. Berlusconi si da un gran daffare per i terremotati in Abruzzo. Berlusconi ha dato un giro di vite all’immigrazione clandestina. Berlusconi impone leggi severe contro chi abusa di alcol alla guida. I collaboratori di Berlusconi garantiscono la trasparenza della pubblica amministrazione e ci traghettano al federalismo, che garantisce una distribuzione piu’ efficiente dei proventi delle tasse. Insomma, Berlusconi fa un sacco di splendide cose. E nessuno (o comunque una buona parte dell’elettorato) sembra turbato dal fatto che se non e’ gia’ in galera e’ esclusivamente perche’ si e’ fatto piu’ di una legge apposta per tutelarsi, e che ci sono i testimoni delle sue attivita’ criminali.

Stessa cosa per Mono.

C# e’ un comodissimo e potentissimo linguaggio ad oggetti. Mono in esecuzione e’ piu’ veloce di Java. Mono contiene miriadi di funzioni gia’ pronte all’uso, e permette di realizzare applicazioni complesse con minimo sforzo. Insomma, Mono e’ uno splendido framework. E nessuno (o comunque una buona parte della community) sembra turbato dal fatto che infranga tonnellate di brevetti detenuti dalla societa’ in assoluto piu’ ostile al freesoftware, che ha gia’ dato prova di non aver scrupoli ad usare la sua posizione legale per fomentare dubbio ed incertezza. Che si tratti di una implementazione castrata e limitata di una tecnologia da cui il massimo oppositore del software libero trae ampi profitti e forza sul mercato. Che sia sviluppato da Novell, societa’ non certo indipendente e stretto partner Microsoft. Che all’interno della community sia promosso in primis da personaggi quali De Icaza, che e’ anche ai vertici di Novell, e che il conflitto di interessi sia grosso tipo le dimensioni di Rocco Siffredi.

Al di la’ del parallelo sulla forma, inquietante anche quello sulle metodologie adottate.

Chiunque contraddica Berlusconi, o lo critichi, o anche solo ne parli senza lode, e’ un comunista e, in quanto tale, nemico della liberta’. Da questa definizione non si salva nessuno, dagli esponenti del Partito Democratico (che di comunista hanno ben poco) agli occasionali manifestanti che esprimono una qualsivoglia opinione non positiva nei confronti del Governo. Insomma, le parole di chi non si dimostri entusiasta del premier e dei suoi collaboratori vengono “coperte” con tutt’altro genere di accuse, si’ da sminuirne la rilevanza e spazzare tutto sotto al tappeto.

Stessa cosa per Mono.

Dal giorno in cui e’ stato pubblicato l’oramai celeberrimo pezzo di Richard Stallman, in cui sostanzialmente la Guida Spirituale del mondo freesoftware consiglia di non usare Mono a causa delle sue implicazioni legali con Microsoft, prima si e’ vista una (del resto forse legittima) carrellata di commenti contrari, ma subito dopo molti hanno sentito il bisogno di sbeffeggiare la sua persona, e dopo ancora l’esibizione di uno scherzo (la oramai ritrita storia del “Culto delle Vergini di Emacs”, componente dell’ancor piu’ antico scherzo della “Chiesa di Emacs” su cui nessuno ha mai assolutamente avuto nulla da ridire in 18 anni di onorata carriera!) presso il Gran Canaria Desktop Summit e’ sfociata in una sequela di accuse di sessismo, reato culturale assai grave nei Paesi anglosassoni.

Personalmente sono immantinentemente contrario a Mono e spero di non doverlo usare mai, per motivazioni ancora piu’ estreme di quelle riportate da Stallman (come gia’ detto, per me nulla di cio’ che arriva da Redmond va minimamente preso in considerazione se non per valutarne il grado di minaccia). Ma cio’ che mal sopporto, al di la’ della mia effettiva legittimita’ nell’esprimere critiche verso il lavoro altrui, e’ la completa cecita’ di chi non si capacita di quel che sta facendo, ignorando la sconfinata lista di fatti storici che dimostrano l’assoluta mancanza di buona fede dell’entita’ (Microsoft, in questo caso) nelle mani di cui ci si sta mettendo. Questo atteggiamento mina la stabilita’ dell’intera community, anzi peggio del software intorno a cui la community ruota, ed il fatto di adottare metodologie da regime totalitario per affossare qualunque tesi avversa certo non aiuta.

Il software libero e’ una filosofia, e la filosofia molto spesso degenera in politica.

[Update: Ma non finisce qui: negli ultimi due giorni sulla stessa onda mediatica, oramai esplosa, si e' propagato anche il meme della "faux community", ovvero la condanna di coloro che (come per certi aspetti me stesso, lo ammetto) fanno del software libero una Guerra Santa molto spesso condotta ai danni della solita societa' di Redmond per deplorevoli questioni di fondamentalismo. Il filone nasce da qui (per la cronaca: lo stesso blog da cui e' scoppiato lo scandalo del Sex Gate di cui sopra) e viene parzialmente ripreso da questa intervista a Torvalds, che appunto adotta la recente apertura di codice GPL da parte di Microsoft come lampante dimostrazione della tesi. Peccato che nello stesso tempo emerge che Microsoft quel codice lo abbia rilasciato solo dopo che qualcuno gli ha fatto notare che includeva gia' pezzi GPL e la sua chiusura rappresentava una violazione della legge, dunque si siano trovati costretti ad intraprendere la strada del rilascio pubblico e di sicuro non lo hanno fatto per amore della condivisione o per dimostrare la propria accettazione della metodologia open. Dunque, come la mettiamo? Davvero la "faux community" e' tanto "faux"?]


Le Torri di Babilonia

3 Luglio 2009

Che il mondo del freesoftware sia estremamente frammentato non e’ cosa nuova per nessuno: scarsa o nulla coordinazione nella conduzione dei progetti software, una quantita’ di correnti di pensiero contrastanti e spesso in diretta competizione, ignoranza sulle iniziative di carattere promozionale che avvengono al di fuori del proprio giardino, ed una quantita’ infinita di piani volti ad unire almeno una parte delle risorse verso una direzione senza sapere che di piani analoghi gia’ ne esistono a dozzine. Come mi ha detto Luca Robotti (consigliere regionale in Piemonte, e firmatario di una legge per l’uso del software libero nella pubblica amministrazione cui dedichero’ prossimamente un po’ di attenzione) “siete peggio della Sinistra”.

Ma in tutto questo caos almeno qualche saldo punto di riferimento, qualcuno cui rivolgersi per determinate questioni, continua ad esistere: gruppi, enti piu’ o meno formali ed ufficiali, associazioni, singole persone la cui autorita’ viene da tutti riconosciuta. O no? Sara’ forse un caso, una serie di coincidenze, o una mia personale errata interpretazione di fatti tutto sommato normali a farmi dubitare che davvero un fulcro di immota stabilita’ esista.

In ordine cronologico, partiamo dalla community italiana: a poco tempo fa’ risale il mio resoconto sull’ultima LUG Conference tenutasi a Bologna, durante la quale ho raccolto numerose critiche nei confronti di ILS, ovvero l’associazione che dovrebbe sovraintendere ed organizzare i Linux User Groups sparpagliati sul territorio. Della Linux Society molti parlan male da sempre (a ragione o a torto, non e’ questo lo spazio per l’approfondimento), e ovviamente le parole servono a poco e non comportano minaccia alcuna. Ma che i LUG si organizzino e si incontrino periodicamente diventa un fatto, o meglio l’antefatto alla detronizzazione di una entita’ che detiene l’unica minima autorita’ ad oggi esistente, e l’unica fortuna di ILS sta nella pigrizia oggettiva dei suoi detrattori di combinar qualcosa di concreto. Ad oggi non vedo sintomi di un cambiamento ne’ prossimo ne’ venturo, in quanto basta dare uno sguardo alla mailing list di riferimento per constatare che gli umori accesi in quel di Romagna si sono repentinamente sopiti – probabilmente in preparazione alla catena di flames che si vedra’ sorgere con l’approssimarsi del Linux Day 2009 – ma e’ comunque un dato da registrare il desiderio crescente di molti di riportare qualsiasi priorita’ decisionale ai singoli, indipendentemente da cio’ che tale manovra comporterebbe.

Saliamo di grado ed arriviamo alla community di programmatori internazionale, per dare uno sguardo a Freedesktop. Anche in questo caso recentemente ho fatto un cenno al modo con cui ogni bellimbusto di passaggio puo’ dirottare un progetto fuori della protezione dell’entita’ informale destinato alla standardizzazione del desktop Linux facendo leva sulle sue note limitazioni, il qual fatto gia’ denota una mancanza di fiducia nello stesso. Ma solo in questi giorni sulla mailing list primaria del progetto si e’ consumato il dramma della pubblica accusa: partendo da una innocua discussione sulla gestione delle notifiche sul desktop Aaron Seigo, presidente della fondazione che sostiene KDE, ha messo sul banco degli imputati l’intera struttura “politica” dell’ente, puntando il dito sul metodo con cui vengono prese le decisioni e sul fatto che il “consenso comune”, che dovrebbe essere fulcro dell’intero processo di formulazione delle specifiche, tanto “comune” non sarebbe (qui un riassunto). A poco sono valse le minacce di interrompere la collaborazione, modesti sono stati gli schieramenti e piu’ in generale il flame e’ stato auto-contenuto in virtu’ delle regole sociologiche che governano le community (“se un thread degenera, non partecipare”), ma sommando questo ennesimo episodio di insofferenza nei confronti di Freedesktop si evince un cedimento autoritativo, rimarcato nuovamente dal fatto che alcuni repository delle specifiche sono gia’ stati migrati o stanno per essere spostati su GitHub o altre piattaforme di hosting.

Infine, se qualche speranza di unita’ della community fosse rimasta ancora, e’ questione delle ultime ore la presa di posizione di Richard Stallman in merito alla tecnologia Mono e le conseguenti proteste insorte a spasso per la Rete. Con un comunicato, che stupisce il fatto non sia stato divulgato prima, il Leader Maximo del mondo free si esprime negativamente nei confronti della ben nota implementazione open dell’altrettanto ben noto framework .NET di Microsoft, menzionando il pericolo costituito dai numerosi brevetti registrati sul prodotto, ma ha ottenuto reazioni contrastanti ed il flusso di tweets critici e’ stato abbastanza consistente. Una contro-risposta ben piu’ radicata che non quella ricevuta in occasione della pubblicazione di “The Java Trap”, brano in buona parte simile a quanto visto adesso contro Mono ma rivolto alla tecnologia Java quando essa ancora non era stata completamente aperta. Forse molto semplicemente la critica e’ sempre esistita ed in quest’ultima occasione appare amplificata dai mezzi di comunicazione sempre piu’ capillari (“Java Trap” risale al 2004, quando si stava radicando il blogging e manco si osava pensare al microblogging), forse il commento da parte di FSF e’ arrivata troppo tardi e quando gia’ ognuno si e’ fatto una propria idea cui non vuol (giustamente) rinunciare, forse proprio perche’ il dibattito Mono/non-Mono era gia’ acceso da tempo molti si son sentiti punti nel vivo ed hanno voluto dire la propria (mentre di contro “The Javascript Trap”, ennesimo brano di denuncia nei confronti delle applicazioni web e a parer mio molto piu’ facilmente attaccabile, e’ passato pressoche’ inosservato). Sta di fatto che se persino il Messia, figura di sicuro non amatissima da tutti ma comunque solitamente lasciata nel suo angolino quando fa una sparata troppo eccessiva, riceve tanti appunti, il cerchio finora tracciato sull’instabilita’ si chiude.

Questi sono in buona parte, come gia’ detto, solo spunti, facezie, aneddoti, che presi singolarmente sono banalissimi ed insignificanti fatti di cronaca nerd. E neppure se considerati tutti insieme hanno particolari possibilita’ di rappresentare una forma di minaccia ne’ imminente ne’ futura. Presumibilmente nessuna delle tre condizioni sopra esposte sfocera’ in un evento di proporzioni realmente degne di attenzione, ma spegnendosi i clamori inevitabilmente lasceranno un segno, un attrito tra diverse persone e diverse community, che per quanto infinetesimale avra’ eroso un tantino di piu’ le delicate basi di un movimento fondato sulla collaborazione e la condivisione, valori gia’ di per loro fragili e suscetibili.

Come detto in apertura la community notoriamente e da sempre soffre di divisioni e lacerazioni interne, piu’ o meno marcate a seconda delle persone coinvolte, e tale condizione negativa e’ insita nel DNA stesso del movimento: laddove il concetto di liberta’ diventa motore di ogni iniziativa ognuno preferisce agire nel modo che piu’ gli garba anziche’ seguire una strada comune ma magari non del tutto condivisa. E forse e’ esattamente qui il problema, nella cosi’ facile interpretazione (buona o cattiva) della parola “liberta’”: ieri essa veniva considerata sinonimo di “partecipazione” dal mai dimenticato Gaber, oggi e’ sinonimo di “faccio il cazzo che mi pare” ed ogni invito alla collaborazione ed alla coordinazione e’ spesso interpretata come atto tirannico. La fascia piu’ alta dell’ecosistema, rappresentata dagli utenti e dai simpatizzanti del software libero, prospetta la completa decentralizzazione e la “liberta’ ad ogni costo”, ben lieta di vedere delegate le responsabilita’ amministrative ed operative a qualche realta’ spesso di natura commerciale che di certo non fa la sua parte per beneficienza; a causa del ricambio generazionale questa tendenza si sta spostando anche agli strati piu’ bassi della piramide, quelli che le cose le fanno e dal cui buon senso dipende la salute dell’intero sistema.

Se il vento della liberta’ soffia con eccessivo vigore, le strutture piu’ grandi oscillano.