La Mia Giurisdizione

16 agosto 2014

 

Penso che tutti i linuxari incalliti abbiano gia’ letto l’annuncio dato dai funzionari del Comune di Torino in merito alla imminente migrazione al desktop Linux. Un evento a modo suo epocale, che, se e quando portato a compimento, stabilirebbe un precedente importante nel mondo della PA italiana.

Ma non e’ di questo che voglio oggi parlare, quanto di cio’ che avviene fuori dai circuiti ufficiali in queste ore.

Trovandomi mio malgrado nell’occhio del ciclone mi e’ capitato di scambiare mail e telefonate con vari colleghi, amici di altre citta’ e rappresentanti di grossi progetti, per cercare sostegno e dare aggiornamenti. Ed in questa fase ho constatato quanto poco la comunita’ nazionale nel suo complesso sia poco organizzata per affrontare situazioni di tale portata. Tra tutti coloro che ho sentito o di cui ho notizia, qualcuno ha ammesso di aver gia’ scritto per fatti suoi al Comune, qualcun’altro vorrebbe farlo (addirittura a nome di se’ stesso), qualcuno avrebbe voluto, chissa’ quanti lo hanno fatto e nessuno lo sa. Eppure io, che leggo la casella di posta pubblica di Officina Informatica Libera (enumerata tra le associazioni linuxofile di Torino sulla LugMap, e dunque presumibilmente direttamente coinvolta nella questione) certo non ho visto transitare nessuna segnalazione. Ne’ mi risulta che l’abbiano ricevuta al GlugTO, il LUG “ufficiale” cittadino, col quale nel giro di quattro giorni abbiamo svolto un primo incontro di coordinamento insieme a NetStudent, ARCI Torino e qualche altro personaggio locale (Prometeo e’ stata altrettanto invitata ma sono ancora in ferie).

Gia’, perche’ a seguito dell’articolo la comunita’ locale si e’ istantaneamente mobilitata prima per stabilire un reciproco contatto interno e poi alzando il telefono e chiamando i vari riferimenti gia’ esistenti tanto in Comune quanto in Regione (n.b. i sistemi informativi di tutti i grossi enti statali piemontesi sono gestiti da un unico consorzio, CSI-Piemonte, facente capo appunto alla Regione) per raccogliere informazioni, stabilire la fondatezza delle dichiarazioni, constatare lo stato di avanzamento di un progetto annunciato in modo completamente inaspettato, e capire in che modo – nel suo piccolo – sostenere l’impresa. Insomma: fare quel che ci aspetti faccia una comunita’ locale.

Si e’ visto in piu’ occasioni: la scarsa cooperazione, la modesta concertazione, l’assenza di referenti unici e, diciamolo, l’abbondante vanita’ di tutti i soggetti che sono o si sentono coinvolti – siano essi qualli localmente toccati da un evento, o quelli di prospettiva nazionale che dunque sono toccati da tutti – determina il fatto che tutti si mettano a mandare mail al primo indirizzo che capita a tiro sul sito dell’istituzione del giorno, autonomamente e indipendentemente e senza dire niente a tutti gli altri, per offrire sostegno, supporto, esprimere solidarieta’, o peggio auto-proclamarsi rappresentanti di tutti gli altri. Col risultato che il suddetto ente, non sapendo o non volendo avere a che fare con cosi’ tante realta’ e non sapendo valutare quali possano effettivamente costituire un reale contributo, finisce con l’ignorare tutti e tirare per la sua strada. Cosi’ accadendo, la comunita’ intera – locale e nazionale – perde opportunita’ per avere un ruolo ed essere determinante nelle scelte, nelle decisioni e nell’implementazione.

Quanto descritto sopra succede a Torino, ma non e’ l’unico esempio attuale: l’altro giorno mi e’ capitato di scrivere in qualita’ di Direttore ILS al LUG di Trieste (che di ILS e’ peraltro associato) per avere un loro commento sulla solo recentemente dichiarata migrazione a OpenOffice, ed e’ emerso che il tecnico comunale che se ne sta occupando e’ stato uno di loro, il progetto e’ iniziato mesi prima della pubblicazione, e loro sono completamente informati su tutto il processo applicato. Magari qualcuno poteva provare a contattarli e provare ad avere dettagli e spiegazioni prima di scrivere lettere aperte

E se si iniziasse a prendere atto del fatto che siamo una comunita’ unica ed articolata? A constatare che, forse, nonostante le lamentazioni, i LUG cittadini ci sono e non e’ cosi’ vero che non servono piu’ a nulla? Del resto, se esistono delle probabilita’ che qualche linuxaro abbia dei contatti privilegiati con la realta’ istituzionale locale di turno, questo qualcuno non puo’ che essere un cittadino della citta’ stessa, magari ha qualche indirizzo mail o qualche numero di telefono piu’ diretti di quelli pubblici, magari sapeva qualcosa pure prima che venisse esposta la notizia al resto del mondo. E magari gli e’ utile ricevere supporto formale da soggetti esterni e rilevanti, da aggregare in un unico blocco da presentare unitariamente al fine di acquisire credibilita’ agli occhi del funzionario statale, il quale a quel punto avra’ un solo interlocutore – il LUG – con cui interfacciarsi e cui chiedere assistenza, consiglio e sostegno.

Magari non sempre andra’ bene come a Torino o a Trieste, non sempre ci saranno LUG effettivamente interessati o disposti o capaci a fungere da ponte, ma certo questa dovrebbe essere la via preferenziale da valutare prima di tutte le altre.

Che lo si voglia o no gli Users Group rappresentano le entita’ amministrative in cui e’ – o dovrebbe essere – diviso il nostro sistema, alla stregua dei comuni nei confronti dello Stato. Per essere un sistema efficiente, abbiamo bisogno di giurisdizioni efficienti.


Secondo Round

9 giugno 2014

Ad inizio maggio il Governo ha lanciato un appello per ricevere dai suoi dipendenti (ma anche dal resto dei cittadini, essendo diventata l’iniziativa cosa di dominio pubblico)  suggerimenti e consigli su come migliorare la Pubblica Amministrazione italiana. E l’altro giorno il Ministero per la Semplificazione ha pubblicato qualche dettaglio sul numero e sui contenuti delle mail ricevute, tra i quali mi sono sinceramente stupito di vedere nell’elenco degli argomenti piu’ spesso citati la voce “Software libero e gratuito nella PA”.

Dati alla mano, non si puo’ negare che questa storia del freesoftware sia (piu’) un tema specifico per smanettoni ed addetti ai lavori: se piu’ di 1000 persone, su 40000 partecipanti (inclusi i tanti che hanno scritto solo per il rinnovo del proprio contratto, richiesta forse legittima ma certo non in linea con lo scopo dell’iniziativa), hanno spontaneamente ed autonomamente avuto lo spirito di comporre una mail di senso compiuto su di esso e spedirla (azione nient’affatto scontata, nell’era del “vaffanculo” dilagante), e’ forse perche’ piu’ persone di quanto non si creda hanno almeno vagamente presente che esiste e che vale la pena sbattersi due minuti per segnalarlo.

Almeno vagamente.

Cio’ che mi pone qualche perplessita’ e’ la dicitura “e gratuito” che accompagna “Software libero”. E l’atroce dubbio e’ che una parte delle suddette 1000 mail (forse addirittura la maggioranza?) siano state motivate non gia’ dalle numerose opportunita’ tecniche offerte dalle licenze libere e dal modello di sviluppo opensource ma piu’ banalmente dal puro e semplice risparmio economico che si trarrebbe usando applicazioni gratuite (quali sono molto spesso le applicazioni libere, ma non solo). Se cosi’ fosse, tutti i proclami sulla competizione, sul lock-in, sulle ricadute locali degli investimenti, sulla trasparenza, sui formati aperti, si risolverebbero presso la pubblica opinione con “LibreOffice e’ aggratis, scaricatevelo”.

Cosa alquanto grave, per due motivi. Primo: Microsoft e compagnia gia’ offrono abitualmente pacchetti scontati per le pubbliche amministrazioni, addirittura gratuiti per le scuole, al fine di mantenere la posizione in settori strategici come l’istruzione (si sa, la prima dose e’ gratis…) e l’amministrazione (che deve relazionarsi con migliaia di altri enti, sia pubblici che soprattutto privati, scambiandosi documenti e dati puntualmente fruibili solo con altri prodotti dello stesso produttore). Penso che in situazione di emergenza, qualora arrivassero pressioni politiche sollecitate dall’opinione di massa, i grandi vendor di soluzioni proprietarie non si farebbero grandi scrupoli a regalare mazzi di licenze in questo ambito, appunto per tutelare i propri interessi di larga scala, nullificando di fatto il vantaggio economico del software libero e facendoci tornare al punto daccapo. Secondo: anche il software libero ha bisogno di soldi, per garantire un livello elevato di qualita’ e di rapidita’ di sviluppo (anche i developers mangiano, a volte), o anche solo per pagare i servizi di installazione, manutenzione, formazione. Non essendoci i costi fissi di licenza, che spesso si reiterano annualmente e non portano alcun valore reale, la spesa totale e’ probabilmente inferiore rispetto all’alternativa proprietaria, ma comunque da qui a “gratis” ce ne corre. E se si instaura l’idea che il software libero e’ sempre e solo gratis, certo nel momento in cui una amministrazione dovesse allocare dei quattrini per le suddette necessarie spese ci sarebbe chi si staccerebbe le vesti per il presunto immotivato magna-magna ed ostacolerebbe l’altresi’ virtuoso investimento: un rischio politico non accettabile.

Appurato che, finalmente, il termine “software libero” e’ diventato di uso popolare, ed altrettanto popolare ne e’ il consenso, piu’ di quanto precedentemente immaginato, e’ forse giunta l’ora di porre un accento piu’ marcato sui suoi effettivi vantaggi e benefici. Non solo quelli relativi al prezzo. Del resto anche il pubblico odierno, oramai avvezzo alla tecnologia digitale ed un poco piu’ abituato che non in passato a concetti prettamente tecnici come “codice sorgente”, e’ forse adesso sufficientemente maturo per cogliere la sfumatura tra “libero” e “gratuito”. E molte altre cose.

Ho speso il weekend per accrocchiare e mettere in bella vista una pagina su linux.it (il sito web di maggior visibilita’ su cui posso metter le mani) che spieghi in modo semplice, per mezzo di schemini, cosa distingue il software libero da cio’ che libero non e’. E dopo aver pubblicato un chiarimento sul sito ILS l’ho pure twittato all’attuale ministra Madia per buona misura. Dall’altra parte, il tema “Community” del prossimo Linux Day si presta ad essere sfruttato per affrontare l’altro grosso fraintendimento che avvolge il software libero – e per estensione il mondo della cultura libera -: la community non esiste se tutti applaudono e pochi partecipano attivamente.

Sembra strano, ma nonostante tutto qualcosina si muove. Abbiam fatto Linux, ora facciamo i linuxari.


Guerra Aperta

7 giugno 2014

Qualche giorno fa e’ stata pubblicata questa lettera aperta rivolta al Comune di Trieste, come risposta all’annunciata migrazione del Comune stesso a OpenOffice, ben nota suite opensource di applicazioni simil-Office dal passato travagliato. Essa mette in discussione la scelta dell’amministrazione triestina, ed evidenza la superiorita’ tecnica di LibreOffice – fork tecnico e culturale dai medesimi obiettivi – chiedendo di cambiar la rotta della (comunque benvenuta) migrazione prima che sia troppo tardi.

Il testo e’ approdato qualche giorno prima nella mia casella di posta con l’invito ad essere uno dei firmatari. Ne condivido ogni paragrafo, ogni riga, ogni parola. Ma deliberatamente non ho risposto all’appello.

Quella tra OpenOffice e LibreOffice e’ ne’ piu’ ne’ meno che una “guerra di religione”. Come del resto tante altre ce ne sono nel mondo open, da quelle storiche “Emacs vs vi” a quelle piu’ moderne “Gnome vs KDE” al sempreverde “Ubuntu vs tutti”. E’ un effetto, e se vogliamo una causa, della frammentazione ortogonale che caratterizza il nostro mondo: esistono tante alternative perche’ esistono tanti gusti, e poiche’ esistono tanti gusti esistono anche tante alternative. Io preferisco LibreOffice (e vi, e Gnome, e Debian), perche’ nelle mie scarse esperienze d’uso diretto mi e’ sembrato piu’ stabile, piu’ usabile, e apprezzo maggiormente il modello di governance del progetto. Ma non mi sento di escludere a prescindere che altri possano preferire OpenOffice, magari proprio perche’ piu’ conservativo e con alle spalle grosse entita’ che ispirano fiducia.

Le “guerre di religione” sono la norma per noi linuxari incalliti, addentro alle perverse dinamiche comunitarie da anni, dopo aver sentito suonare tutte le campane ed aver sentito ripetere innumerevoli volte il mantra secondo cui le differenze sono una ricchezza. Magari senza crederci mai, ma prendendo atto del fatto che ci sono e c’e’ anche questa diffusa linea di pensiero. Gli estranei, o anche solo gli utenti piu’ recentemente acquisiti, non si possono capacitare del fatto che esistano due (o piu’) applicativi praticamente identici, coi medesimi obiettivi ed il medesimo pubblico, presso cui convogliano separatamente risorse e sforzi, anziche’ – come vuole la tradizione romantica – un unico progettone cui tutti amorevolmente partecipano col risultato di ottenere un prodotto finale migliore di quelli proprietari. Perche’ quello e’ un concetto diametralmente opposto a quella che e’ la comune percezione popolare della “community”. Perche’ l’opensource e’ “lo” opensource, non “gli” opensource.

Finche’ tale apparente paradosso viene presentato agli utenti di tutti i giorni va (quasi) tutto bene, del resto anche loro un giorno o l’altro diventeranno linuxari incalliti e prenderanno a fare il tifo per i loro preferiti. Ma nel momento in cui tale realta’, in tutta la sua complessa ordinata follia, viene esposta in modo crudo e diretto, senza preamboli e premesse, ad una istituzione che ha gia’ certamente i suoi sani problemi nel far digerire ai suoi dipendenti il cambiamento di piattaforma operativa e nel riadattare i suoi documenti esistenti, non puo’ nascerne nulla di buono. Perche’ viene esposta una debolezza, viene inculcato un dubbio, viene svelata una incongruenza cognitiva che davvero non puo’ esistere all’interno di una operazione cosi’ critica e articolata come una migrazione massiva.

Magari il Comune di Trieste ha reagito positivamente all’iniziativa. Magari ha prestato ascolto al saggio consiglio erogato dal folto numero di competenti persone che hanno sottoscritto l’appello. O magari lo ha ignorato, basandosi su qualche solida ed ineccepibile motivazione tecnica. Oppure ancora ha ricevuto il messaggio ed ha iniziato a porsi domande sull’efficacia della migrazione pianificata, probabilmente non improvvisata da un giorno all’altro ma ponderata, domandandosi quale direzione prendere se quella che hanno scelto per prima e’ stata contestata con argomentazioni che non avevano considerato e domandandosi se hanno dimenticato ancora qualche altro fattore importante e determinante. E che dire degli altri due, cinque, dieci, cento comuni che stanno valutando l’abbandono di Office? Hanno letto la lettera aperta? Ne hanno tratto delle conclusioni? Ne hanno afferrato il messaggio?

In questo momento la scelta non e’ in merito ad un prodotto o ad un altro, ma sul fatto di abbracciare il modello opensource – con tutti i suoi pro ed i suoi contro, i vantaggi e gli svantaggi, i certezze e le idiosincrasie – oppure no. Sul fatto di reagire al lock-in tecnologico, al monopolio, all’abitudine, al “s’e’ sempre fatto cosi'”, oppure no.

Le guerre di religione, meglio lasciarle alle mailing list di smanettoni. Affinche’ non facciano vittime tra i civili.


NonSoloSoftware

18 maggio 2014

In questi giorni la comunita’ freesoftware assiste ad un evento che, nel bene e nel male, impone una riflessione: Mozilla Foundation, da sempre in prima linea sul fronte dell’opensource e della liberta’ culturale dell’Internet, ha annunciato l’inclusione in Firefox di un componente closed-source, realizzato da Adobe, per supportare la riproduzione di contenuti protetti da DRM. Apriti cielo. Ovviamente sono istantaneamente partite reazioni e contro-reazioni, tra chi sostiene che la Fondazione abbia tradito la sua stessa missione e chi difende la scelta di un sacrificio essenziale per continuare ad avere un ruolo rilevante presso il pubblico. Ma, a parer mio, tutti si fermano a guardare il dito anziche’ la Luna.

Un presupposto: questa vicenda riguarda tutto fuorche’ la liberta’ del software. Questa vicenda riguarda una entita’ di spicco nel mondo delle liberta’ digitali, da anni in crisi (economica e tecnologica), periodicamente oggetto di critiche e proteste, che si e’ trovata nella situazione di dover supportare una funzionalita’ discutibile ma richiesta dal pubblico (pena: un ennesimo motivo per abbandonare la sua piattaforma di riferimento, Firefox) e di poterlo fare – io credo, ma non penso di sbagliare – incamerando qualche vitale quattrino da Adobe in cambio del supporto alla sua tecnologia di protezione dei media.

Sulla triste instabilita’ finanziaria della Fondazione non entro nel merito (se non con un pensierino collaterale: com’e’ che di sostenibilita’ dei progetti opensource si parla solo quando si scopre una falla in OpenSSL e non quando la realta’ che ha buttato all’aria il web moderno, scardinando il monopolio assoluto dello scandaloso Internet Explorer, e’ costretta a vendersi l’anima per far quadrare i conti?), ma sulla scelta di supportare uno strumento atto a limitare la fruizione multimediale si. Perche’ se Mozilla ha dovuto includere tal genere di opinabile funzione per non rischiare di perdere ulteriori quote di mercato contro altri prodotti simili, a volte pure tecnicamente migliori ma ben lontani dall’ideale dell’Internet aperta, il problema non e’ di Mozilla ma di tutto il contorno.

La nozione di DRM – che non si concretizza in una singola tecnologia o in un singolo formato, ma in un insieme di tecnologie e formati diversi, spesso incompatibili ma con uno scopo in comune – non e’ solo una risposta al dilagare della cosiddetta “pirateria”, ma la conseguenza del monopolio incontrastato dell’industria musicale e cinematografica classica per la quale non esistono di fatto forme produttive in grado di competere: se il pubblico richiede sempre e solo Vasco Rossi non c’e’ motivo percui concedere maggiori liberta’ su tali opere, dunque tanto vale controllarne il piu’ possibile la diffusione e la proliferazione e trarne il maggior profitto.

E qui casca l’asino. Il solito, quello chiamato Free Software Foundation. Che per prima ha alzato il dito contro Mozilla e la sua deriva closed-source, senza porsi il minimo quesito sulle motivazioni di tale certamente sofferta decisione. E senza capacitarsi che, tra le cause indirette che l’hanno determinata, c’e’ la sua stessa connivenza nei confronti del materiale protetto da forme canoniche di copyright, e la sua completa inazione a supporto di quello rilasciato con licenze libere (Creative Commons in primis, pubblico dominio in secundis). Per motivi mai chiariti – o quantomeno da me mai compresi – secondo FSF le celebri quattro liberta’ devono essere scrupolosamente e maniacalmente attribuite solo al software, tanto che una licenza vagamente non-commerciale e’ motivo piu’ che sufficiente per mettere alla gogna un progetto di sviluppo anche laddove tutto il codice sia accessibile e modificabile e ridistribuibile, mentre per tutto il resto “della licenza chissenefrega, se ho voglia di condividere un film lo faccio ignorando la volonta’ dell’autore”. Peccato che perseguendo tale politica il pubblico continui a chiedere sempre e solo Vasco Rossi, e l’industria classica continui ad avere il coltello dalla parte del manico (nonche’ ulteriori ottimi motivi per rafforzare l’adozione del DRM, e condurre attivita’ lobbistica per ottenere leggi proibizioniste).

Il software libero non puo’ essere una causa fine a se’ stessa. Cosiccome il software in generale non e’ – o ha comunque smesso di essere – un prodotto fine a se’ stesso. L’hanno capito Apple, Google e molti gli altri colossi hi-tech (incidentalemente quelli di maggior successo), che sempre piu’ diventano media-company ed editori per i quali il software e l’hardware sono solo strumenti e piattaforme convenienti per distribuire media. iTunes non e’ un programma, ma un canale di comunicazione. Come Google Play. Pure se domani dovesse essere rilasciato per intero il loro codice sorgente in licenza GPLv3 non aumenterebbe la liberta’ di nessuno, continuerebbero ad essere clients per servizi di erogazione di contenuti chiusi su cui il consumatore finale non avrebbe alcun diritto in piu’ rispetto ad oggi.

Il software libero e’ e deve essere parte integrante di una causa piu’ grande. Perche’ io, da utente, sono libero se dal mio sistema operativo libero, usando il mio programma libero, posso fruire di materiale libero. Perche’ noi, come comunita’, siamo liberi nel momento in cui uno dei nostri piu’ antichi e solidi alleati non e’ costretto dalle circostanze a chiudere un occhio e mezzo per la sua stessa sopravvivenza.


Gli Indiani

17 maggio 2014

Stamane ho trovato nella mia inbox una mail con questo “racconto”, forwardata da un amico. Non so chi sia l’autore originale, e neppure ho chiesto il permesso di pubblicare il brano, spero che non se la prenda troppo male se lo riporto pubblicamente. Per spirito di condivisione, ed in segno di (triste) accordo sul pensiero di fondo. A futura memoria, e per futura referenza.

Ecco come vedo la “battaglia” che stiamo conducendo a favore del Software Libero.

Inizio 1800, su una grande pianura si confrontano l’esercito invasore degli stati uniti ed una tribù indiana, quella dei Soliux.

L’esercito degli stati uniti è schierato con 100000 uomini e si presenta con un fronte lungo a perdita d’occhio di divise blu, l’esercito è talmente numeroso che gli ordini vengono impartiti in tre o quattro lingue a secondo dei battaglioni, hanno arruolato tutti e l’inglese, per quanto lingua ufficiale, non è sufficiente.

Di fronte a loro, a qualche centinaio di yard, seduti in un piccolo cerchio stanno i 100 indiani Soliux: nei mesi precedenti alla battaglia si sono premuniti di litigare con tutte le tribù vicine, per stupide ragioni di purezza etnica e di ortodossia nelle modalità di combattimento, e così sono rimasti soli ad affrontare il nemico.

Ed anche all’interno della tribù hanno difficoltà a coordinare le azioni. Il loro modo di combattere è molto originale. Stanno tutti seduti e sembrano trascurare il fatto di essere schierati in campo di battaglia. Ogni tanto, senza una particolare regolarità, uno di loro si alza e si lancia urlante verso il nemico. La cosa per un attimo sorprende i soldati blu che reagiscono alla peggio con una salva di fucileria che abbatte il forsennato, il quale o muore sul campo o torna ferito e malconcio al cerchio; si racconta di un indiano che ha raggiunto le fila nemiche ma non è dato di sapere come sia finita la collutazione che ne è scaturita.

Alcuni dei Soliux non corrono molto verso il nemico e tornano velocemente nel cerchio accampando scuse improbabili per il mancato coraggio, o, incosapevoli o consapevoli facce toste, vantandosi di invisibili effetti ottenuti sulle file nemiche. Anche in questo caso non manca il mitico eroe che ha visto improvvisamente sparire davanti a sé il fronte nemico, a detta sua per la paura, ma molto più probabilmente per una chiamata al rancio.

La battaglia va avanti così da tempo immemore, e forse per motivi pietistici, o forse per pura convenienza, lo stato maggiore dell’esercito invasore ha deciso di mantenere le posizioni, lasciando sul campo 1000 uomini blu a comporre il fronte, nel mentre il resto dell’esercito si è dedicato alla conquista del west.

… in alcune notti intorno al fuoco nella giusta compagnia di qualche vecchio indiano oramai ridotto a vivere in riserva si sente ancora raccontare della mitica battaglia dei Soliux, anche se nel suo raconto una presa per il culo, viene confusa per una strenua resistenza.

Viva il Software Libero.

Gia': viva il Software Libero. E viva gli indiani.


Autopsia

21 aprile 2014

E’ stato trovato un grave bug in una importante libreria opensource, che giaceva inosservato da ben due anni. Le reazioni: l’opensource e’ in declino, anzi sta morendo, anzi e’ gia’ morto.

Certo rispetto a quindici anni fa l’asticella si e’ alzata, le aspettative del pubblico e del mercato sono sempre piu’ alte, i tempi di sviluppo e manutenzione e perfezionamento di un progetto software – open o closed che sia – devono essere sempre piu’ stretti, le risorse umane richieste crescono, ma tutto questo penso sia una evoluzione naturale di qualsiasi settore produttivo. Dichiarare che “l’opensource e’ morto” semplicemente perche’ un programmatore volontario ha commesso un errore e nessuno lo ha notato equivale alla polemica secondo cui “i LUG non servono piu'”: le cose non vanno piu’ come nel 2000, dunque non resta che farci prendere dalla nostalgia. Ma i tempi cambiano, continuano a cambiare e sempre cambieranno, cambiano i requisiti ed i presupposti, devono cambiare i modi e le modalita’. Una ben nota pubblicita’ promossa da IBM intorno al 2003, che aveva come protagonista un biondo bambino personificazione incarnata di Linux, citava Charles Darwin: “a sopravvivere non e’ la specie piu’ forte, e neppure quella piu’ intelligente, ma quella che sa meglio adattarsi ai cambiamenti”: credo che codesto postulato sia ancora valido, e che cio’ che serve non siano piagnistei e lamentazioni di facile impatto popolare e populista ma adattamenti. Economici (piu’ soldi da destinare a pagare persone che svolgano il lavoro), quantitativi (piu’ persone che possano spartirsi il lavoro in modo cooperativo), ed in qualche misura “politici”.

Se davvero qualcosa e’ morto, o quantomeno indebolito, all’interno del movimento freesoftware, la ragione non va cercata nel singolo sbaglio di un singolo programmatore quanto nelle cause che impediscono ed ostacolano i tre adattamenti di cui sopra. Riassumibili – semplicisticamente e superficialmente – in una persona, o meglio un personaggio: Richard Stallman.

Il video del suo ennesimo talk tenuto un mese fa a Milano e’ l’emblema della stasi che attanaglia una intera comunita': due ore di parole gia’ ripetute centinaia e migliaia di volte, dall’epica storia del progetto GNU (che in trent’anni ha solo marginalmente raggiunto un qualsivoglia obiettivo) alle invettive contro le multinazionali lanciate sorseggiando golate di Pepsi, dalle raccomandazioni a non usare il termine “opensource” per evitare confusione da parte del pubblico alle arzigogolate argomentazioni secondo cui condividere opere culturali e’ doveroso pero’ i video che lo rappresentano non possono essere modificati pero’ remixare e’ un diritto negato dai potenti pero’ bisogna usare la licenza Creative Commons No Derivates pero’ francamente non c’ho capito una mazza, dalla dettagliata divagazione sul fatto che la sigla FLOSS e’ piu’ neutrale di FOSS perche’ altrimenti “Open Source” ha una lettera di rappresentanza in piu’ (…) all'”asta” finale atta a rastrellare qualche decina di euri mettendo in palio il pupazzetto di uno gnu. Non una parola sulla partecipazione attiva allo sviluppo ed al supporto, men che meno sui successi del software libero in termini di diffusione, un vago cenno scarsamente approfondito sulla presunta gratuita’ del freesoftware; solo recriminazioni e proclami dettati dalla vanagloria, lo stesso medesimo talk che e’ stato tenuto uno, due, cinque anni fa.

Certo se questo e’ il massimo che la comunita’ freesoftware riesce ad esprimere non deve stupire che tanto le risorse economiche quanto quelle umane si tengano ben lontane: nessuna azienda puo’ aver desiderio di essere esposta alla gogna nel momento in cui adopera il termine “opensource” semplicemente perche’ piu’ popolare e riconosciuto tra i suoi clienti, nessun volontario puo’ aver voglia di sorbire rimbrotti ogni volta che gli scappa di dire “Linux” anziche’ “GNU/Linux”, da questi atteggiamenti si sentono attratti e lusingati solo i sedicenti filosofi, i parassiti culturali, gli intellettuali da bar ed i sepolcri imbiancati che popolano le mailing list ma non hanno mai scritto una riga di codice manco per sbaglio.

Ed e’ dunque li’ che occorre intervenire per risollevare le sorti di un movimento, dato prematuramente per morto ma che neppure gode di salute ferrea. Facendo passare un messaggio diverso, piu’ pragmatico, piu’ concreto, che desti interesse e ispiri alla partecipazione reale. E, quando necessario, isolando e scacciando troll e imbonitori prima ancora che combinino danno sui canali interni ed esterni.

I letali virus dell’autoreferenzialita’ e dell’insoffererenza possono essere debellati. Con massicce iniezioni di collaborazione e creativita’. Ma la cura deve essere radicale.


Firme Anonime

20 marzo 2014

Nell’ultimo periodo ho viste transitare ben due velleitarie petizioni, di quelle che talvolta si vedono nel mondo linuxaro: quella per togliere Silverlight dal sito RAI e quella per Linux nelle scuole italiane.

La prima aveva come obiettivo 20000 firme, si e’ fermata a meno di 3000 pur avendola vista rimbalzare pressoche’ ovunque nei circoli filo-linuxofili (social networks e mailing list). Il promotore, un fanciullo che nella foto dell’avatar ostenta uno strabuzzante Panariello (chissa’ se anche lui ha aderito o si e’ fatto portavoce dell’iniziativa presso l’ente, al mio tweet non ha risposto…), lascia intendere di aver contattato appunto la televisione di Stato e questi – non viene specificato chi – hanno risposto che “non si muoveranno finchè non avranno la lista delle firme via fax o raccomandata”. Da anni si parla della questione, le raccolte firme online ci sono gia’ state cosiccome le mail dirette e le segnalazioni alle associazioni di consumatori, l’accanimento nei confronti dello “scandalo” digitale e’ perpetuo e perpetuamente vano.

La seconda pseudo-iniziativa e’ ancor piu’ stravagante: il testo presentato, malamente formattato e sconnesso nella presentazione, enumera i “vantaggi” (almeno quelli di carattere economico) di una migrazione massiva delle scuole a Linux, ma fallisce nell’identificare un destinatario dell’appello, delle modalita’ operative, dei traguardi, insomma e’ un messaggio fine a se’ stesso. Che ha pero’ gia’ convinto piu’ di 3500 persone a compilare il form annesso con nome e cognome delle 5000 poste come obiettivo. Non e’ dato sapere cosa succedera’ nell’improbabile caso in cui tale obiettivo sara’ raggiunto.

Iniziative analoghe abbondano, periodicamente emergono e circolano, spesso provocando moti di indignazione, e mai portando ad un qualsivoglia risultato. Ma del resto neanche fanno alcun male, aiutano ad estendere la sensibilizzazione su certi temi, e magari “questa e’ la volta buona”. Giusto? No.

Il presupposto di massima e’ che le petizioni online che si trovano adesso sono a prescindere inutili, anche laddove dovessero raggiungere quota 10000 firme, per il semplice fatto che mai nessun ente prendera’ sul serio un elenco di nomi ed indirizzi mail cosi’ facilmente falsificabile. Stando a quanto ne so io qualsiasi raccolta firme a fine istituzionale (per accettare una candidatura ad una elezione, per approvare un referendum, per chiedere una qualsiasi cosa ad una amministrazione) si fa su carta, con delle firme vere vergate con una penna, accompagnate da numeri di documenti di identita’ validi e verificabili. Chiaramente anche cosi’ si puo’ barare, come ben sappiamo qui in Piemonte, ma almeno ci sono alcuni strumenti per controllare e validare; per quanto riguarda la controparte digitale, in cui le sottoscrizioni sono confermate da una semplice mail (che peraltro serve al fornitore della piattaforma per raccogliere indirizzi validi da rivendere in blocco allo spammer miglior offerente), chiunque puo’ registrarsi quante volte vuole con nominativi diversi – io personalmente ne ho almeno una dozzina – e nessuno sara’ mai in grado di garantire la loro univocita’.

Ma oltre che inutili le petizioni sono soprattutto dannose. Per due motivi.

Il primo e’ che nella stragrande maggioranza dei casi la realta’ rivelata e’ esattamente opposta all’intento che muove ogni promotore ad avviare la sua propria campagna, e quel che nasce come atto di forza mediatico atto a raccogliere l’interesse di molte persone su un particolare tema per aggregare la voce di tutti in un unico coro finisce con lo svelare la debolezza intrinseca di un movimento privo di canali di comunicazione interna efficienti, incapace di suscitare attenzione anche tra i propri stessi componenti, numericamente modesto se non addirittura irrilevante, incoerente nella sua attivita’ (come si puo’ chiedere ad altri l’adozione di software libero, quando per la petizione stessa si usano piattaforme closed?), presso cui un testo sommariamente steso da un ragazzino che difficilmente prendera’ mai un 8 in italiano viene orgogliosamente eretto a manifesto. Quando un non-linuxaro clicca su uno di questi link fatti circolare su Facebook, e guarda la pagina con la sobrieta’ di chi non si sente direttamente coinvolto nell’azione promossa, dinnanzi all’esiguo numero di sottoscrizioni raccolte (si, 3500 e’ un numero oggettivamente esiguo) davvero non puo’ far altro che rafforzare la sua propria idea che Linux lo usano in quattro gatti e non se lo fila nessuno.

Il secondo e’ la falsa percezione che per molti accompagna l’atto di sottoscrivere un appello. Gran parte degli utenti Linux sa che Linux e’ una community fatta da volontari e appassionati, ognuno dei quali porta un suo contributo; la summa dei contributi e’ un sistema operativo completo, supportato, ricco di funzioni e pure gratuito. Molti si sentono parte di questa community pur non avendo mai attivamente partecipato in alcun modo, e trovano appunto nella sottoscrizione alla raccolta firme di turno il proprio alibi: ho messo il mio nome, ho supportato la causa, ho fatto la mia parte, ho la coscienza pulita. E invece no. Scrivere una patch e’ un contributo. Fare una donazione e’ un contributo. Tradurre della documentazione e’ un contributo. Persino dedicare un po’ di tempo nell’assistere qualcuno che ha appena iniziato e’ un contributo. Firmare una petizione senza utilita’, senza scopo e senza valore non e’ un contributo. Non arricchisce in alcun modo il patrimonio comune, e non favorisce in alcun modo la diffusione ne’ del software libero ne’ dei principi di collaborazione propri del software libero. Se ciascuna delle persone che hanno letto ed approvato la lamentazione nei confronti di Silverlight avesse invece impiegato lo stesso tempo per tradurre una riga di testo su Transifex, il mondo sarebbe certamente un posto migliore.

Chissa’, forse potrei avviare una petizione contro le petizioni sulle mailing list linuxare…


Quattrocento al Giorno

14 marzo 2014

Un anno fa mettevo online il nuovo linux.it, e come ho pubblicato qualche analisi sul punto di partenza trascrivo ora qualche dato e qualche considerazione sul punto cui si e’ arrivati sinora.

Innanzitutto, le visite sono raddoppiate: dalle mediamente 200 al giorno del marzo 2013 siamo alle mediamente 400 al giorno di oggi. Quelle provenienti da macchine Linux sono rimaste pressoche’ invariate, mentre sono nettamente cresciute quelle da macchine Windows (ovvero quelle che contano davvero: francamente di spiegare cosa sia Linux a chi Linux lo usa mi interessa poco). Una curiosita': la maggior parte degli utenti e’ su Windows 7, laddove ci si sarebbe forse aspettati un piu’ grande interesse – dettato dalla disperazione – da parte dei disgraziati che si trovano sull’inutilizzabile Windows Vista, sull’abominevole Windows 8 o sull’obsoleto Windows XP.

Finalmente linux.it e’ il primo risultato che Google fornisce per la keyword “linux”, prima della relativa pagina Wikipedia (che caoticamente aggrega informazioni sul kernel propriamente detto, sulle distribuzioni, su Stallman, su GNU/Linux, ed insomma rischia di essere un tantino confusionaria per chi non conosce affatto l’argomento) e prima di Ubuntu-IT (che giustamente e’ focalizzato su Ubuntu, ma dice poco in merito a quanto ci sta attorno). La “promozione” e’ avvenuta in periodo Linux Day, ovvero probabilmente quando il nuovo sito e’ stato effettivamente per la prima volta notato dai piu’ ed hanno iniziato ad aumentare i riferimenti sparsi online.

Gli iscritti alla newsletter sono aumentati meno di quanto auspicato: recentemente e’ stata toccata quota 2000, ma considerando che di questi 1500 erano stati ereditati da una precedente e fortunata operazione di raccolta si nota che in termini relativi la crescita e’ stata modesta. Sta di fatto che questo e’ il principale canale di comunicazione di Italian Linux Society, essendo numericamente piu’ vasto di tutti gli accounts Twitter messi insieme o della pagina Facebook dedicata all’evento nazionale di fine ottobre. A oggi, quando nel calendario eventi di linux.it viene aggiunta una nuova attivita’ a Roma sono notificate circa 200 persone.

Le pagine piu’ visitate dell’ultimo mese sono la homepage (ovviamente), quella che spiega a grandi linee cosa sia Linux, e quella delle “Domande Frequenti“. Che e’ anche quella su cui il pubblico passa mediamente la maggior parte del tempo. Sintomo del fatto che i piu’ leggono effettivamente cosa ci sia scritto, e dunque nuova evidenza del fatto che i piu’ sono completamente all’oscuro del tema e cerchino delle informazioni basilari ed essenziali. Purtroppo troppo spesso, durante le attivita’ promozionali e di comunicazione, si da per scontato che le persone sappiano cosa sia Linux (o anche solo che Linux esista…), ma questi dati raccontano una realta’ differente che non puo’ e non deve essere ignorata.

Le prossime evoluzioni? Mi piacerebbe introdurre, fin dalla homepage, tre sezioni tematiche che illustrino – sempre a grandi linee, la documentazione gia’ esistente online abbonda e non mi sembra il caso di duplicarla o ridondarla – l’uso di soluzioni libere a scuola, nell’impresa e nella PA, ovvero nei tre macro-settori piu’ comuni e discussi. Per offrire una informazione un pochino piu’ dettagliata e completa, carpire l’attenzione di determinate categorie di pubblico in transito, e per trasmettere l’idea che questo benedetto Linux non sia solo un giocattolo per smanettoni ma puo’ persino avere degli utilizzi pratici.

Prossimo aggiornamento: marzo 2015.


Con Linux Potresti

6 marzo 2014

Ora che la pagina “Con Linux Puoi” e’ online, posso raccontare un piccolo retroscena su come l’idea sia nata ma soprattutto su come si sia sviluppata.

Tutti i lettori di codesto blog certo sanno della oramai imminente dismissione di Windows XP, dunque non mi dilungo. Sulla mailing list privata di Italian Linux Society uno dei soci, vicino al progetto LibreUmbria, fece notare come a Perugia si stessero organizzando con un incontro pubblico per fare divulgazione in merito, e proporre come soluzione non gia’ l’aggiornamento ad un ennesimo Windows ma la migrazione a Linux. Il concetto ufficiale e’ “si risparmia”, quello di fondo “gia’ che si deve cambiare radicalmente qualcosa cui si e’ abituati, tanto vale almeno provare tutt’altro”. L’invito fu quello di estendere l’invito ad altri LUG italiani, affinche’ a loro volta allestissero incontri locali sul tema e contribuissero alla promozione, ma l’appello esteso a fine gennaio ebbe scarso riscontro: solo una minoranza rispose, di questi solo una minoranza rispose esprimendo interesse per partecipare, di questi nessuno aveva gia’ iniziato a mettersi in moto. Il proposito di fare una sottospecie di “Linux Day XP” sfumo’ in breve tempo per ovvi limiti organizzativi: inutile sarebbe stato insistere dati quei presupposti.

Ho iniziato pertanto a ragionare in merito ad una “campagna” informativa online, senza troppe pretese (per quanto molto migliorata nel corso dell’ultimo anno, la presenza web di ILS non e’ ancora cosi’ massiccia) ma comunque con una ragione di esistere. Soprattutto, una ragione non auto-referenziale e non fine a se’ stessa: dato l’argomento prettamente tecnico (e la dismissione di un sistema operativo e’, sotto ogni punto di vista, un argomento prettamente tecnico) troppo facile sarebbe stato optare per un messaggio destinato agli smanettoni linuxari piu’ che agli effettivi utilizzatori di XP, celebrativo di un evento che nessuno al di fuori della schiera nerd avrebbe potuto comprendere, che sarebbe passato totalmente inosservato ai piu’.

Alche’ sono incappato in questo tweet, dunque in questo articolo, dunque in questo video, in cui un ragazzotto non meglio identificato spara a zero su “Linux”. Riassumendo in pochi minuti quelli che sono i luoghi comuni in assoluto piu’ popolari in merito all’opensource: e’ gratis dunque necessariamente di scarso valore, non ci si puo’ combinare nulla (il protagonista insiste sulla professionalita’ delle sue mansioni non applicabili su Linux, ma nel canale YouTube parla estensivamente di videogiochi e viene spontaneo pensare che quella sia la sua attivita’ principale), i virus non ci sono perche’ nessuno lo usa, ed i linuxari sono mediamente degli invasati che pretendono di avere sempre ragione. Sorvolando sull’ultima sacrosanta verita’ (comunque fondata solo se si restringe il cerchio agli incalliti che infestano le mailing list, il bacino di utenti Linux oramai va anche ben oltre i soli addetti ai lavori), le altre sono posizioni decisamente opinabili – ed espresse in maniera ancor piu’ opinabile nel video, costruito appositamente con fare provocatorio per diventare virale – che, volenti o nolenti, sono ampiamente diffuse e radicate presso la massa. E che pertanto vanne prese di mira in modo selettivo.

Da qui il “Con Linux Puoi”: non ha niente a che fare con Windows XP, non ha niente a che fare con il riuso di vecchio hardware (che invece e’ il filone comunicativo adottato da altri), grammaticalmente e’ una mezza frase che puo’ essere conclusa in vari modi – un appello propagandistico o un fatto – dunque si presta ad essere usata come hashtag sui social network, ma soprattutto e’ una affermazione in simmetrica contrapposizione con una di quelle sopra (ovvero: “non ci si puo’ combinare nulla”).

Il motto sembra sinora essere stato apprezzato dal comunque modesto bacino raggiungibile ed ha ricevuto un poco di esposizione da parte degli entusiasti della prima ora, mi sono giocato un paio di carte (la dignitosa newsletter ILS ed il relativo account Twitter) ed un altro paio sono in dirittura (il banner su linux.it, sito su cui il 19% delle visite arriva proprio da Windows XP, e gli account social del Linux Day), staremo ora a vedere se effettivamente il messaggio riuscira’ a raggiungere i diretti interessati.

Perche’ con Linux “puoi”, ma solo se qualcuno te lo dice.


Un Garbuglio Azzeccato

25 febbraio 2014

Qualche giorno fa mi sono recato in gita dalle parti di Trento, per vedere il lago di Garda, salutare qualche amico, e scambiare quattro chiacchere con i tecnici di alcuni comuni locali. Il nocciolo della discussione, manco a dirlo, e’ stato il software libero nella pubblica amministrazione.

La buona notizia e’ che da quelle parti piu’ di un ente statale ha adottato la suite LibreOffice – dunque il progetto LibreUmbria benche’ sia certamente il piu’ massivo e popolare non e’ un caso isolato e casuale – e qualcuno azzarda pure la migrazione dei desktop a Linux. La cattiva notizia e’ che anche in tale configurazione gli applicativi specifici e caratterizzanti (anagrafe, tributi, catasto…) sono proprietari, accessibili per mezzo di interfacce web compatibili un po’ con tutto ma comunque irrimediabilmente chiusi.

La suggestione di un ipotetico stack amministrativo opensource ha suscitato reazioni contrastanti. La normativa relativa cambia continuamente, e conseguentemente deve cambiare il software, pertanto un progetto orientato in tal senso dovrebbe necessariamente offrire fiducia e continuita’ – fattore non sempre scontato nel mondo open – per risultare credibile. Oltretutto le licenze per gli applicativi proprietari – che in questo campo abbondano, garantendo livelli di competitivita’ elevati almeno sul fronte monetario – non risultano cosi’ tanto costose da attirare interesse nei confronti di alternative meno onerose, ergo pure la classica – e fallace – argomentazione della gratuita’ o comunque dell’economicita’ del software libero non trova punto di appoggio. Il “riuso” cosi’ come e’ strutturato oggi e’ una bufala (lo immaginavo, ma sentirselo dire da chi lavora nel settore fa un altro effetto), in quanto il passaggio da una istituzione all’altra di un pacchetto software – peraltro non necessariamente fornito con una licenza libera – comunque non disponibile al mondo esterno implica che ci si deve rivolgere al vendor originale – unico in grado di erogare in tempi brevi documentazione, manutenzione e formazione, dunque in posizione di monopolio sul pacchetto stesso – per usarlo.

La morale gia’ nota e’ che di soluzioni libere e aperte non solo non se ne usano, ma proprio non ne esistono. La morale meno nota e’ che mancano i presupposti affinche’ possano esistere.

O forse no.

Oggi nell’algoritmo atto a valutare la convenienza dell’implementare e commercializzare uno stack open appositamente rivolto alla pubblica amministrazione, e nella fattispecie ai comuni, devono necessariamente essere prese in considerazione le Linee Guide recentemente emesse dall’Agenzia per l’Italia Digitale per definire ed inquadrare le gia’ ben nota normativa esistente, che – almeno sulla carta – predilige l’opzione libera e aperta per le esigenze informative dei nostri enti. Di fatto il documento chiude il cerchio legislativo, esplicitando in termini forse non limpidi ma comunque abbastanza chiari che le soluzioni open sono da preferire laddove non sussistano evidenti criticita’ tecniche (e sottolineo “tecniche”: il dipendente che fa i capricci perche’ vuole usare sempre l’unica applicazione cui e’ abituato non deve essere considerata una criticita’). Da qui, una implicazione niente affatto marginale: il primo fornitore che mettera’ nel catalogo CONSIP un pacchetto opensource completo e decentemente funzionante per coprire le esigenze proprie delle amministrazioni avra’ automaticamente vinto tutti i bandi cui partecipera’, ed avra’ ampi margini per far ricorso e portare davanti alla Corte dei Conti tutti coloro che invece non gli assegneranno l’appalto. Forse detta cosi’ e’ un tantino esagerata, ma penso – nella mia infinita ed incrollabile ingenuita’ – non lontanissima dalla realta’.

Prima o dopo qualcuno azzecchera’ il garbuglio e approfittera’ dell’opportunita’ offerta dal vantaggio competitivo che la parola “opensource” sblocca. Tutto sta’ nel vedere chi lo fara’, se una azienda “etica” in grado di abbracciare il modello di sviluppo aperto e condiviso che legittimamente si confa’ al software di pubblica utilita’ e di pubblico interesse, oppure uno speculatore che avra’ l’accortezza di infilare la magica parola nella sua brochure salvo poi non fornire alcuna riga di codice, al cliente o ad altri, forte del fatto che nessuno tra i dipendenti comunali mai gliela chiedera’.

Conoscendo lo scarso spirito imprenditoriale di cui e’ dotata la nostra community, tristemente propendo per la seconda.


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